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S. Alfonso Maria de Liguori
La vera Sposa di Gesù Cristo

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CAPO XII - Della carità del prossimo.

§ 1 - Della carità che dee praticarsi co' prossimi, specialmente nel giudicare le loro azioni.

1. Non si può amare Dio, senza amare insieme il nostro prossimo. Lo stesso precetto che c'impone l'amore verso Dio, c'impone ancora l'amore verso i nostri fratelli. Et hoc mandatum habemus a Deo, ut qui diligit Deum, diligat et fratrem suum.1 Onde scrisse S. Tommaso d'Aquino (2. 2. q. 25, a. 1) che dalla stessa carità nasce l'amore a Dio e l'amore al prossimo, perché la carità ci fa amare così Dio come il prossimo, perché così vuole lo stesso Dio.2 E così s'intende quel che riferisce


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S. Girolamo (Comm. in Epist. ad Gal.) di S. Giovanni Evangelista, che richiesto da' suoi discepoli perché mai tante volte raccomandasse loro l'amor fraterno, rispose: Quia praeceptum Domini est; et si solum fiat, sufficit: Perché è precetto del Signore; e se si adempisce, questo solo basta a salvarci.3 S. Caterina da Genova diceva un giorno al Signore: Mio Dio, voi mi comandate ch'io ami il prossimo mio, ed io non posso amare altri che voi. Ma le rispose il nostro Salvatore: Figlia mia, chi ama me, ama tutte le cose amate da me.4 In fatti quando uno ama una persona, ama ancora i di lei parenti, i di lei servi, i ritratti ed anche le vesti; e perché? perché quelle cose sono amate dalla persona diletta. E perché noi dobbiamo amare i prossimi nostri? perché quelli che noi amiamo son benvoluti da Dio. Quindi scrisse l'apostolo S. Giovanni esser bugiardo chi dice d'amare Dio e poi odia il suo fratello: Si quis dixerit quoniam diligo Deum, et fratrem suum oderit, mendax est (I Io. IV, 20). All'incontro disse Gesù Cristo che la carità che usiamo al minimo de' suoi fratelli, quali sono i prossimi nostri, egli l'accetta come fatta a se stesso: Quamdiu fecistis uni ex his fratribus meis minimis, mihi fecistis (Matth. XXV, 40). Pertanto dicea S. Caterina da Genova che per vedere a qual segno alcuno ami Dio, bisogna vedere quanto ama il prossimo suo.5


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2. Ma questa bella figlia di Dio, dico la santa carità, è discacciata nel mondo dalla maggior parte degli uomini; ella ne' monasteri de' religiosi viene a cercare il suo rifugio. Ma che sarebbe, se anche da qualche monastero ella si vedesse discacciata? Siccome l'inferno è il regno dell'odio, così il paradiso è il regno dell'amore, dove tutti i beati s'amano insieme, ed ognuno gode del bene dell'altro, come fosse proprio. Oh che paradiso è quel monastero dove regna la carità! egli è la delizia di Dio. Ecce quam bonum et quam iucundum habitare fratres in unum! (Psal. CXXXII, 1). Troppo si compiace il Signore nel vedere abitare nella sua casa i fratelli o le sorelle, in unum, cioè uniti in una sola volontà di servire a Dio e di aiutarsi con carità gli uni cogli altri a salvarsi, per trovarsi poi un giorno uniti insieme nella patria de' beati. Questa è la lode che S. Luca agli antichi Cristiani, cioè che tutti aveano un solo cuore ed una sola anima: Multitudinis autem credentium erat cor unum et anima una (Act. IV, 32). Questo fu già frutto della preghiera fatta da Gesù Cristo all'Eterno Padre prima di andare alla morte, che i suoi discepoli fossero una cosa per carità, siccome egli era una cosa col Padre: Pater sancte, serva eos... ut sint unum, sicut et nos (Io. XVII, 11). E questo fu uno de' frutti principali della Redenzione, come predisse Isaia: Habitabit lupus cum agno et pardus cum haedo... non nocebunt et non occident (Is. XI, 6):6 Abiteranno in pace


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il lupo coll'agnello e 'l pardo col capretto, e l'uno non farà nocumento all'altro: viene a dire che i seguaci di Gesù Cristo, benché di diversi paesi, di diversi umori e naturali, doveano vivere in pace tra loro, l'uno cercando d'uniformarsi al volere e al genio dell'altro, per mezzo della santa carità. E che altro significa comunità di religiosi, ben riflette un autore, che come unità, cioè che essi sieno così uniti di volontà, come tutti fossero una sola persona? La carità è quella che mantiene l'unione, poiché non è possibile che tutti d'un monastero sieno d'un genio e d'una inclinazione; la carità è quella che unisce gli animi ed aggiusta tutto, facendo che l'uno sopporti l'altro, e l'uno si accomodi al volere dell'altro.

3. Narra S. Giovanni Climaco che vi era vicino ad Alessandria un famoso monastero, dove tutti i religiosi godeano una pace di paradiso, poiché tutti si amavano cordialmente in santa carità; se alcuno si lagnava mai d'un altro, il primo che se ne accorgea, con un semplice segno li pacificava; ma se poi non si fossero quietati, quei due erano rilegati in una casa vicina come in esilio, dicendosi che non istavano più bene in monastero quei due demoni: così eran chiamati.7 Oh che bella cosa è vedere in un monastero di religiose che l'una loda l'altra, l'una aiuta e serve l'altra, e tutte s'amano insieme come vere sorelle! Le monache perciò si chiamano sorelle, perché tali le rende non il sangue, ma la carità, la quale dee molto più stringerle in amore che la carne e 'l sangue. Chi non ha carità, dicea la B. Giovanna di Sciantal, è monaca di nome, ma non di fatto; e sorella d'abito, ma non d'affetto.8


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Quindi quasi tutti i santi fondatori e fondatrici, come si legge nelle loro Vite, stando in morte, tanto lasciavan raccomandata a' loro figli e figlie la santa carità, ben intendendo che dove non ci è unione non c'è Dio.

4. Dice S. Agostino: Quando vides in aliqua fabrica lapides et ligna bene sibi cohaerere, securus intras, ruinam non times (Serm. 256, de temp.):9 Quando vedete in una casa star bene collegate insieme le pietre co' legni, voi sicuramente vi entrate, senza timor di rovina; ma se poi vedeste che le pietre stan distaccate da' legni, voi non vi arrischiereste neppure a mettervi piede. Con ciò vuol dire il santo ch'è beata quella casa religiosa dove stanno tutti uniti in santa carità. Ma povero all'incontro quel monastero ove son disunioni e partiti! Monasteria sunt tartara, soggiunge il santo:10 Tali monasteri non sono già case di Dio, ma case di Lucifero; non case di salute, ma di rovine. Ed a che serve mai che un monastero sia ricco, sia magnifico, abbia una bella chiesa, un bel giardino? se ivi non v'è carità ed unione, egli è un inferno: l'una sparla dell'altra, l'una cerca di sopprimere e discreditare l'altra, sempre con timore che non si avanzi il partito contrario: i sospetti e i rancori sempre crescono: non si parla d'altro né si pensa ad altro: ciò solamente si medita nell'orazione mentale, nella Messa e nella comunione; onde bisogna dire, povere orazioni! povere Messe! povere comunioni! In somma dove non v'è carità, non v'è raccoglimento, non v'è pace, non v'è Dio. - Sorella benedetta, se mai nel vostro monastero vi son fazioni, piangetene avanti a Dio a lagrime di sangue, e pregatelo ch'esso vi rimedii colla sua mano onnipotente, perché ad estinguere i partiti in un monastero, dove quelli già sono introdotti, solo può rimediarvi la mano onnipotente di Dio. Del resto, se voi


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potete darvi qualche riparo, fatelo ad ogni costo e con ogni fatica; se poi non potete, almeno mantenetevi indifferente e guardatevi come dalla morte di metter ancor voi la mano a questo gran male.

5. Avvertite nonperò ch'io non parlo contra quelle religiose zelanti che difendono l'osservanza delle regole e che si oppongono agli abusi; queste che zelano il bene della comunità, son del partito di Gesù Cristo: vorrei che tutte fossero di tal partito. Onde se mai vedete introdursi qualche abuso, vi esorto ad unirvi colle osservanti, e benché l'altre vi lasciassero, non lasciate voi, benché rimaneste sola, di difendere la causa di Dio. Il Signore ben saprà rimunerarvelo, almeno perché avete fatto quanto avete potuto dal canto vostro per mantener l'osservanza. Il cedere, ed anche il dimostrarsi indifferente, quando si tratta di offendere l'osservanza, non è virtùumiltà, ma è pusillanimità e debolezza di spirito e d'amore verso Dio. Parlo dunque ed intendo di quelle religiose che mantengono in piede i partiti per sostenere gl'interessi propri o le amiche parziali o l'impegno di non far prevalere le contrarie o anche per vendicarsi degli affronti ricevuti. Da' partiti di questa sorta voglio che voi vi allontaniate, ancorché aveste a soffrirne qualunque rimprovero d'ingrata, di cervello storto o d'animo vile; ed ancorché doveste perciò restar posta a cantone, senza offici, ed avvilita per sempre. Del resto, per ritornare al nostro proposito, prescindendo dagli abusi contro le regole, per conservar la carità e la pace comune, ben debbono sagrificarsi tutti i nostri interessi. S. Gregorio Nazianzeno, vedendo che i vescovi erano in contrasto per sua cagione, mentre alcuni lo volevano per patriarca ed altri lo ricusavano, disse loro: Fratelli miei, io voglio che stiate in pace, e se per questa pace è necessario ch'io, bench'innocente, rinunzi al mio vescovado, son pronto a farlo. Ed in fatti a tal fine lasciò la chiesa di Costantinopoli, di cui era vescovo, e si ritirò a far vita solitaria.11


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6. Ma parliamo in particolare di ciò che dee fare una religiosa per conservar la carità con tutte le sue sorelle. Ha da fare quel che in brevi parole insegnò l'Apostolo a' suoi discepoli: Induite vos ergo sicut electi Dei... viscera misericordiae (Coloss. III, 12). Dice induite, vestitevi di carità: siccome la religiosa sempre porta seco la veste, e tutta vien ricoverta da quella, così in tutte le sue azioni dee portar seco la carità ed esser tutta coverta di carità. Inoltre dice induite viscera misericordiae: la religiosa dee essere vestita non solo di carità, ma di viscere di carità; viene a dire che dee conservare una tal tenerezza d'affetto verso le sue sorelle, come se per ognuna avesse una particolar passione. Osservate quando una persona ama appassionatamente un'altra, come sempre pensa bene di quella, gode de' suoi vantaggi e si attrista de' suoi mali, come gli uni e gli altri fossero affatto propri: se poi la persona amata commette qualche difetto, con che impegno la difende o almeno s'affatica a scusarla: ed all'incontro se quella fa qualche opera buona, oh come la loda e l'innalza alle stelle. Tutto ciò fa la passione. Or ciò che fa la passione in altre, dee operare in voi la santa carità.

7. Pertanto attendete sempre a praticar la carità verso di tutti, e specialmente delle vostre sorelle, così ne' pensieri come nelle parole e nelle opere.

In quanto a' pensieri, per prima procurate di discacciare ogni giudizio o sospetto o dubbio temerario verso del prossimo. È difetto il dubitare senza ragione del peccato altrui. Maggior colpa è l'averne positivo sospetto. Maggior'è poi quando noi, senza certo fondamento, giudichiamo per certo il peccato d'alcuno. Chi giudica in tal modo, sarà giudicato, dice il Vangelo: Nolite iudicare, et non iudicabimini (Matth. VII, 1).12 Ho detto senza certo fondamento, perché se mai vi fossero certi motivi da sospettare ed anche da credere l'altrui male, allora per altro non v'è colpa. Del resto sempr'è cosa più sicura e più gradita alla carità il credere bene di tutti e discacciare così i giudizi, come i sospetti. Caritas... non cogitat


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malum, dice l'Apostolo (I Cor. XIII, 5).13 Nondimeno bisogna avvertire che ciò non corre per quelle religiose che stanno nell'officio di superiora o di maestra, perch'essendo tali, come abbiam detto altrove, fan bene, anzi son tenute a sospettare, per evitare il male che può succedere, se non si appone il rimedio. Del resto, se voi non avete offici che v'obbligano alla correzione, procurate di pensar sempre bene di tutte le vostre sorelle. Dicea la B. Giovanna di Sciantal: Nel prossimo non dobbiamo guardar il male, ma solamente il bene.14 E se mai parlando del prossimo voi per caso errate, prendendo per bene quel che in fatti è male, dice S. Agostino che non vi attristiate di tale errore: Caritas, dice il santo, non se multum dolet errare cum bene credit etiam de malo (In Psal. 147):15 La carità non si rammarica nell'errare, credendo bene anche del male. S. Caterina di Bologna disse un giorno: Sono molti anni che mi ritrovo nella religione, né mai ho avuto un pensiero men che retto delle sorelle mie; sapendo che taluna parerà forse difettosa, e quella sarà più accetta a Dio d'un'altra che sembrerà molto esemplare.16 Quindi guardatevi


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di stare a spiare i difetti e i fatti altrui, come fanno talune, e specialmente quelle che vanno interrogando che cosa dicasi delle loro persone, e poi si riempiono di sospetti, ed indi d'amarezze e di avversioni. Molte cose si riferiscono adulterate, come suol dirsi colla frangia. Pertanto voi, quando udite dirsi qualche cosa circa i vostri difetti, non vi date orecchioandate indagando chi l'abbia detta. Operate voi in modo che ognuno possa dire bene di ciò che fate; del resto lasciate poi dire quel che vogliono, e quando sentite che vi appongono qualche mancanza, rispondete: Questo è il minor male che sanno di me; oh quanto più potrebbero dire se sapessero tutto! O pure potete dire: Dio e quegli che m'ha da giudicare.

8. Per secondo, quando accade che 'l prossimo patisce qualche male d'infermità, di perdita o d'altro disgusto, la carità ci obbliga ad attristarcene, almeno colla parte superiore. Dico colla parte superiore, perché quando sentiamo narrare qualche danno avvenuto alle persone che ci sono avverse, il nostro senso ribelle par che sempre ne senta una certa compiacenza; ma in ciò non vi è colpa, sempre che quella compiacenza vien discacciata dalla volontà. Pertanto in simil caso, allorché voi vi sentiste tirare dalla parte inferiore a compiacervi del disgusto del prossimo, voi lasciatela gridare, come si lascia gridare una cagnuola che grida da bestia senza ragione, ed attendete colla parte superiore a rammaricarvi del male altrui. È vero che alle volte è lecito compiacersi dell'effetto buono che si spera da qualche mal temporale di taluno: per esempio, se vi fosse un peccatore scandaloso ed ostinato, è lecito compiacersi della sua infermità, acciocch'egli così si ravveda e si converta, o almeno acciocché così cessi lo scandalo degli altri. Nulladimeno, quando la persona che patisce ci ha dato qualche disgusto, tal compiacenza può esser sospetta.

9. Per terzo ci obbliga la carità a godere del bene altrui, con discacciar l'invidia. L'invidia è una dispiacenza del bene del prossimo, perché quel suo bene impedisce il nostro. In quattro modi, come insegna l'Angelico,17 può dispiacerci il


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bene altrui. - Nel primo modo quando temiamo che 'l suo vantaggio rechi danno a noi o agli altri: e questo timore, quando il danno è ingiusto, non è invidia, e può esser esente da ogni colpa, secondo quel che scrisse S. Gregorio: Evenire plerumque potest ut, non amissa caritate, et inimici nostri ruina laetificet, et rursus eius gloria sine invidiae culpa contristet: cum et, ruente eo, quosdam bene erigi credimus; et, proficiente illo, plerosque iniuste opprimi formidamus (Lib. XXII Mor., cap. 11). Può spesso accadere, dice il santo, che, senza perder la carità, la disgrazia del nostro nemico ci rallegri, come quando la sua caduta giova a sollevar molti dalle loro miserie; e può anche avvenire che, senza invidia, ci affligga la prosperità del nemico, quando temiamo che 'l suo avanzamento gli serva per opprimere ingiustamente gli altri - Nel secondo modo è quando, vedendo noi il bene altrui, non già ci accoriamo del suo vantaggio, ma ci dispiace che quel bene non l'abbiamo ancora noi: questa dispiacenza neppure è invidia,


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anzi è virtù, quando si tratta di beni spirituali. - Nel terzo modo è quando ci dispiace il bene del prossimo, perché ne lo stimiamo indegno; questa dispiacenza neppure è illecita, quando giudichiamo che quel bene, quella dignità o ricchezza, apporti al prossimo maggior danno nell'anima. - Nel quarto modo finalmente è quando ci dispiace il bene altrui, perché c'impedisce il nostro; e questa dispiacenza è l'invidia, da cui dobbiamo guardarci. Dice il Savio che gl'invidiosi imitano il demonio, il quale perciò istigò Adamo a peccare, per la dispiacenza che avea di vederlo destinato al cielo, dond'egli n'era stato discacciato: Invidia autem diaboli mors intravit in orbem terrarum: imitantur autem illum qui sunt ex parte eius (Sap. II, 24).18 La carità all'incontro ci fa godere del bene del prossimo come fosse nostro, e ci fa stimare come perdite nostre le perdite altrui.

Preghiera.

Ah mio Redentore, quanto mi vedo dissimile a voi! Voi tutto carità verso i vostri persecutori, io tutta rancore e odio verso il prossimo mio! Voi pregaste con tanto amore per coloro che vi crocifissero, ed io subito ho pensato a vendicarmi con chi mi ha dato qualche disgusto! Perdonatemi, Gesù mio, ch'io non voglio essere più quale sono stata per lo passato, e datemi forza di amare e di far bene a chi mi offende. Non mi abbandonate in mano delle mie passioni. Deh non permettete ch'io abbia a separarmi mai più da voi. E qual inferno sarebbe per me, se dopo tante grazie che mi avete fatte, io mi vedessi di nuovo da voi divisa e priva della vostra amicizia? Non lo permettete, amor mio, per lo sangue che avete sparso per me.

Padre Eterno, per li meriti del vostro Figlio, liberatemi dal cadere in disgrazia vostra. Se vedete ch'io avessi un giorno ad offendervi, fatemi morire ora che spero di stare in grazia vostra. O Dio d'amore, datemi il vostro amore. O potenza infinita,


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soccorretemi. O misericordia infinita, abbiate di me pietà. O bontà infinita, tiratemi tutta a voi. V'amo, o sommo bene, più d'ogni altro bene.19

O Maria, madre di Dio, pregate Gesù per me; la vostra protezione è la speranza mia.




1 I Io. IV, 21.



2 «Ratio autem diligendi proximum Deus est: hoc enim debemus in proximo diligere, ut in Deo sit. Unde manifestum est quod idem specie actus est quo diligitur Deus, et quo diligitur proximus. Et propter hoc habitus caritatis non solum se extendit ad dilectionem Dei, sed etiam ad dilectionem proximi.» S. THOMAS, Sum. Th., II-II, qu. 25, art. 1, c.



3 S. HIERONYMUS, Commentariorum in Epist. ad Galatas lib. 3, in Gal. VI, 10. ML 26-433. - Cf. Breviarium Rom., in Officio S. Ioannis, 27 dec., lectio 6.



4 «Diceva al suo Signore: «Tu mi comandi ch' io ami il prossimo: e io non posso amar se non te, nè ammettere altra mistura con teco: come farò dunque?» A questo le fu risposto interiormente così:» Quegli il quale ama me, ama ancora tutto quello che amo io: basta che per la salute del prossimo tu saresti apparecchiata di fare per l' anima e corpo suo tutto quello fosse bisogno.» Cattaneo MARABOTTO, e Ettore VERNAZZA, Vita, Padova, 1743, cap. 23.



5 Forse, invece di S. Caterina da Genova, meglio si leggerà S. CATERINA DA SIENA, la quale espressamente ha questo pensiero nelle due lettere che siamo per riferire ed altrove. «Quanto più amerete Dio, tanto più si distenderà l' amore al prossimo vostro.» Lettera 207 (al. 217), a Pietro Marchese del Monte a S. Maria, tomo III, parte II, Siena, 1713, pag. 151.- «Nè amare Dio, nè virtù si può avere nell' anima senza el mezzo del prossimo suo. Come? Dicovelo. Io non posso l' amore, che io ò al mio Creatore, mostrarlo in lui, perchè a Dio non si può fare utilità. Conviene dunque pigliare el mezzo della sua creatura, e alla creatura sovvenire, e fare quella utilità che a Dio fare non posso. E però disse Cristo a S. Pietro, dimandandolo: «Pietro, m' ami tu?» Et egli respondendo si, Cristo rispose e disse: «Pasce le pecorelle mie. Dell' amore che tu mi porti, tu non puoi fare a me alcuno bene, fanne dunque bene al prossimo tuo.» Lettera 195 a Benuccio di Piero e Bernardo di Misser Uberto de Belforti, t. III, p. II, pag. 78.- Cf. Lettera 284 (al. 293), a Pietro di Messer Jacomo Attacusi de' Tolomei, t. III, p. II, pag. 447.- Però anche presso S. CATERINA DA GENOVA, se non viene direttamente affermato che l' amor di Dio in un' anima abbia per misura l' amore al prossimo, è asserita l' identità sostanziale che corre tra la carità verso Dio e quella verso il prossimo: prima, nella risposta di Nostro Signore alla santa, sul suo scrupolo di non poter amare altro che lui (vedi sopra, nota 4); poi, in questo bellissimo passo sull' amor «puro e netto» Vita (come sopra, nota 4) cap. 18, n. 1: «E però diceva: «Io non voglio amor che sia per Dio nè in Dio: non posso vedere quella parola per, nè quello in; perchè mi dinotano alcuna cosa che possa esser di mezzo tra Dio e me; la qual' esso amor puro e netto non può sopportare.» E' cosa evidente che la santa parla dell' amore al prossimo: giacchè, se si ama Dio «per Dio e in Dio», non vi è niente di mezzo tra Dio e l' anima; mentre par che vi sia una cosa di mezzo, se si ama il prossimo «per Dio e in Dio». onde preferiva protestarsi la santa di amare, non già il prossimo per Dio e in Dio, ma Dio nel prossimo. E' modo di dire: ma l' amore, quando oltrepassa la comune misura, ha i suoi modi di parlare, come di sentire.



6 Habitabit lupus cum agno et pardus cum haedo accubabit... non nocebunt et non occident. Is. XI, 6, 9.



7 «Erat ergo apud illos vinculum caritatis indissolubile.... Quod si quis ex illo contubernio aliorum osor deprehenderetur, hunc vero pastor ille in seiunctum ab aliis coenobium, tamquam reum in exsilium amandabat. Conviciatus erat olim alter alteri, cum extemplo sanctissimus ille praeses conviciatorem eiici praecepit, quod negaret par esse ut in coenobio gemini sint daemones, spectabilis alter, et alter inaspectabilis.... Cum, absente antistite, quispiam vel calumniae, vel temerarii iudicii, vel otiosi sermonis auctor esset, hunc proximus occulta nutus significatione clam de officio admonebat, reprimebatque.» S. IO. CLIMACUS, Scala paradisi, gradus 4. MG 88-686. - Si noti che, secondo il testo di S. Giovanni Climaco, uno solo di questi religiosi era colpevole e fu punito; e che, non conveniva esservi nel monastero due demoni: l' uno invisibile, cioè quello dell' inferno, e l' altro visibile, cioè un religioso senza carità e seminatore di discordia.



8 «Considérez que Notre-Seigneur ne dit pas: Aimez quelqu' un de vos prochains, mais il les conprend tous; aussi portez-vous indignement le titre de religieuse si cet amour n' est parfait en vous.» S. JEANNE DE CHANTAL, Méditations pour la solitude, Méditation 19. Vie et (Euvres, III, Paris, 1876, pag. 45.



9 «Ligna ista et lapides si non sibi certo ordine cohaererent, si non se pacifice innecterent, si non se invicem, cohaerendo sibi, quodam modo amarent: nemo huc intraret. Denique quando vides in aliqua fabrica lapides et ligna bene sibi cohaerere, securus intras, ruinam non times.» S. AUGUSTINUS, Sermo 336 (al. de Tempore 256), cap. 1, n. 1. ML 38-1472.



10 «Haec (caritas) religiosos, haec monachos facit; sine hac monasteria sunt tartara, habitatores sunt daemones.» Regula Monacharum, cap. 1. ML 30-393.- Questo opuscolo non è di S. Agostino, e nè anche di S. Girolamo, di cui porta il nome, ma di un poco esperto compilatore.



11 Vita S. Gregorii Theologi (Nazianzeni), auctore GREGORIO presbytero: MG 35-299.- «Haec dixi: «O viri quos hic congregavit Deus... quae quidem ad me spectant, parvi pendite... Date alacriter communionis dexteras. Ego Ionas propheta ero. Trado me ipse ad salutem navis, quamvis procellae nulla in me causa resideat. Sublatum me sortis exitu proiicite. Cetus hospitalis me ex profundo excipiet. Hinc incipite unanimes esse... Gloria haec erit mea....» S. GREGORIUS NAZIANZENUS Poemata de seipso: XI. De vita sua, v. 1828-1845. MG 37-1157.



12 Nolite iudicare, ut non iudecemini. In quo enim iudicio iudicaveritis, iudicabimini. Matth. VII, 1. 2.- Nolite iudicare, et non iudicabimini. Luc. VI, 37.



13 Caritas.... non cogitat malum. I Cor. XIII, 4, 5.



14 «Vous me demandez encore, comme il se faut comporter quand il nous vient des pensées d' envie contre celles que nous voyons être plus estimées que nous, et qu' on emploie en des charges honorables? A cela, je vous dirai que notre Bienheureux Père avait tellement d' estime du prochain, qu' il ne le regardait jamais que comme la vive image de Jésus-Christ, et non jamais ses imperfections, mais la vertu qui y était: et, s' il n' y en connaissait aucune, il y regardait la grâce de Dieu en l' âme. Mes chères Sœurs, lorsque nous regarderons les vertus qui sont en nos Sœurs, nous les estimerons. Il est impossible d' aimer une personne si on ne l' estime; cet amour sera solide, et ne sera point sujet à changement; et ne laissons point emporter notre esprit à ces tricheries d' envie et de jalousie contre celles que nous croirons être estimées et louées.» S. JEANNE DE CHANTAL, Entretien 65. (Euvres, II, Paris, 1875, pag. 445, 446.-.Cf. Entretiens 10 et 11, pag. 250-254.



15 «Quid agit pax? De incertis non iudicat, incognita non confirmat: proclivior est ad bene credendum de homine, quam ad male suspicandum. Non se multum dolet errare, cum bene credit etiam de malo; perniciose autem, cum male sentit forte de bono. Nescio qualis sit: quid perdo, si credo quia bonus est? Si incertum est, licet ut caveas, ne forte verum sit; non tamen damnes, tamquam verum sit. Hoc paz iubet.» S. AUGUSTINUS, Enarratio in Ps. CXLVII, n. 16. ML 37-1924.



16 «Diceva di sè: «Sono molti anni che mi trovo in Religione, nè mai ho potuto lasciarmi entrar pensiero nè giudicio men che retto delle Sorelle, perchè tale ci parerà difettosa, o di poco talento, che sarà in gratia di Dio, e forse più accetta a Sua Divina Maestà di quella che pareva molto esemplare.» Giacomo GRASSETTI, S. I., Vita, Bologna, 1652, lib. 3, cap. 6.



17 «Invidia est tristitia de alienis bonis. Sed haec tristitia potest  contingere quatuor modis. Uno quidem modo, quando aliquis dolet de bono alicuius inquantum ex eo timetur nocumentum vel sibi ipsi vel etiam aliis bonis. Et talis tristitia non est invidia.... et potest esse sine peccato. Unde Gregorius, XXII Moral. (Moralia inIob, lib. 22, cap. 11, al. 6, n. 23: ML 76-226) ait: «Evenire plerumque solet ut, non amissa caritate, et inimici nos ruina laetificet, et rursum eius gloria sine invidiae culpa contristet, cum et ruente eo quosdam bene erigi credimus, et proficiente illo plerosque iniuste opprimi formidamus.» Alio modo potest aliquis tristari de bono alterius, non ex eo quod ipse habet bonum, sed ex eo quod nobis deest bonum illud quod ipse habet. Et hoc proprie est zelus.... Et si iste zelus sit circa bona honesta, laudabilis est, secundum illud I ad Cor. XIV, 1: Aemulamini spiritualia. Si autem sit de bonis temporalibus, potest esse cum peccato, et sine peccato.- Tertio modo aliquis tristatur de bono alterius, inquantum ille cui accidit bonum est eo indignus. Quae quidem tristitia non potest oriri ex bonis honestis, ex quibus aliquis iustus efficitur; sed sicut Philosophus dicit, in II Rhet. (cap. 9, n. 8), est de divitiis et de talibus, quae possunt provenire dignis et indignis. Et haec tristitia, secundum ipsum (ibid., n. 1, 7), vocatur nemesis, et pertinet ad bonos mores. Sed hoc ideo dicit quia considerabat ipsa bona temporalia secundum se, prout possunt magna videri non respicientibus ad aeterna. Sed secundum doctrinam fidei, temporalia bona quae indignis proveniunt ex iusta Dei ordinatione disponuntur vel ad eorum correctionem vel ad eorum damnationem: et huiusmodi bona quasi nihil sunt in comparatione ad bona futura, quae servantur bonis. Et ideo huiusmodi tristitia prohibetur in Scriptura sacra secundum illud Psalm. (Ps. 36, v. 1): Noli aemulari in malignantibus, neque zelaveris facientes inquitatem. Et alibi (Ps. 72, v. 2, 3): Pene effusi sunt gressus mei, quia zelavi super iniquos, pacem peccatorum videns.- Quarto aliquis tristatur de bonis alicuius inquantum alter excedit ipsum in bonis. Et hoc proprie est invidia. Et istud semper est pravum, ut etiam Philosophus dicit, in II Rhet. (cap. 11, n. 1): quia dolet de eo de quo est gaudendum, scillicet de bono proximi.» S. THOMAS, Sum. Theol., II-II, qu. 36, art. 2, c.



18 Invidia autem diaboli mors introivit in orbem terrarum: imitantur autem illum qui sunt ex parte illius. Sap. II, 24, 25.



19 Le ediz. del 1768 e del 1781, di Napoli, nancano delle parole «più d' ogni altro bene.»






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