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S. Alfonso Maria de Liguori
La vera Sposa di Gesù Cristo

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§ 2 - Della carità che dee praticarsi nelle parole.

1. In quanto alla carità che dobbiamo usare verso del prossimo nel parlare, primieramente e sovra tutto dovete astenervi da ogni mormorazione. Dice lo Spirito Santo: Susurro coinquinabit animam suam, et in omnibus odietur (Eccli. XXI, 31): Il mormoratore imbratterà l'anima sua, e sarà odiato da Dio e dagli uomini; i quali benché alle volte l'applaudiscano e lo stimolino a parlare del prossimo per divertirsi, nulladimeno essi stessi poi lo fuggono e se ne guardano, pensando giustamente che com'egli parla degli altri, così cogli altri parlerà e mormorerà di loro. Dice S. Girolamo che taluni, benché abbiano lasciati gli altri vizi, nondimeno par che non possano astenersi dal seguire a mormorare: Qui ab aliis vitiis recesserunt, in illud tamen incidunt.1 E volesse Dio che anche ne' monasteri non si trovassero alcune religiose, che tengono una lingua, che non sa lambire senza cavar sangue: voglio dire, non san discorrere senza dir male del prossimo: d'ogni persona di cui parlano, trovano che dire. Queste lingue taglienti dovrebbero affatto discacciarsi da' chiostri, o almeno tenersi sempre chiuse in un carcere, poich'elle son causa di disturbare il raccoglimento, il silenzio, la divozione


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e la pace di tutta la comunità; in somma sono la ruina de' monasteri. E Dio faccia che a queste tali non avvenga la morte che avvenne ad un certo sacerdote mormoratore, conosciuto da Tommaso Cantipratense, il quale narra (Apum etc. cap. 37) che quel misero morì smaniando da furioso, lacerandosi la lingua co' denti.2 Un altro mormoratore in porsi a dir male di San Malachia, nello stesso punto se gli gonfiò la lingua e se gli riempì di vermi, e così fra sette giorni infelicemente se ne morì.3

2. All'incontro oh come è amata dagli uomini e da Dio una religiosa che dice bene di tutti! Dicea S. Maria Maddalena de' Pazzi che se mai avesse conosciuta una persona, la quale in sua vita non avesse mai detto male del prossimo, ella l'avrebbe canonizzata per santa.4 Procurate per tanto voi di astenervi da ogni parola che sa di mormorazione circa d'ognuno, ma specialmente delle vostre sorelle, e più specialmente de' vostri superiori, come prelato, badessa, confessore; perché il dir male de' superiori, oltre il danno della fama, di più fa perdere all'altre l'amore all'ubbidienza: almeno fa perdere la soggezione di giudizio: e se mai le sorelle per opera vostra giungono ad apprendere che i superiori operano senza ragione, difficilmente poi ubbidiranno loro come si dee.


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La mormorazione poi si commette non solo quando si cerca di denigrare la fama del prossimo, con imporgli qualche difetto non vero o con amplificarlo più del vero o con palesarlo quando è occulto, ma ancora quando s'interpretano in male le sue azioni virtuose, o pure si dicono fatte con mala intenzione. È mormorazione ancora il negare le buone opere che fa taluna, o negare la giusta lode che le vien data. Alcune lingue mormoratrici, per rendere la mormorazione più credibile, che fanno? cominciano a lodare una persona, ma poi terminano colla maldicenza: La tale è di molto talento, ma è superba: è liberale, ma è vendicativa.

3. Procurate voi di dire sempre bene di tutti. Parlate degli altri come vorreste che gli altri parlassero di voi. E quando la persona è assente, praticate la bella regola che dava S. Maria Maddalena de' Pazzi: Non dee dirsi in assenza cosa che non si direbbe in presenza.5 E quando accade sentire una sorella, che dice male di un'altra, guardatevi d'incitarla a dire o di dimostrarle che avete genio di sentire, perché allora vi fareste rea dello stesso peccato. O riprendete allora chi mormora o spezzate il discorso o partitevi o almeno non le date udienza. Sepi aures tuas spinis, dice lo Spirito Santo, linguam nequam noli audire (Eccli. XXVIII, 28): Quando odi alcuno che mormora, metti alle tue orecchie una siepe di spine, acciocché non vi entri la mormorazione. Bisogna dunque allora dimostrare, almeno col silenzio, col far viso mesto o col calare gli occhi a terra, che vi dispiace un tal discorso. Portatevi sempre in modo tale che niuno per l'avvenire ardisca d'intaccar la fama altrui avanti di voi. E quando potete, la carità vuol che prendiate le parti della persona ch'è mormorata. Sicut vitta coccinea labia tua (Cant. IV, 3). Sposa mia, dice il Signore, voglio che le tue labbra sieno come una benda di scarlatto, cioè, secondo spiega Teodoreto, sien le tue parole di carità che covrino il difetto quanto si può;6 almeno scusino


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l'intenzione, se non può scusarsi l'azione: Excusa intentionem, si opus non potes (S. Bern., Serm. 10 in Cant.).7 L'abbate Conestabile, come narra il Surio (17 febr.), era chiamato Operimentum fratrum, il coprimento de' fratelli, poiché questo buon monaco, quando sentiva parlare de' difetti altrui, cercava sempre di coprirli.8 Lo stesso diceano le monache del monastero


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di S. Teresa, dicendo che dove stava la santa, teneano sicure le spalle, perché sapeano ch'essa le difendeva.9

4. Di più guardatevi ancora dal riferire ad alcuna sorella quel che un'altra di male ha detto di lei, mentre con ciò alle volte ne nascono disturbi e rancori tali, che durano per mesi ed anni. Oh che conto han da rendere a Dio le lingue rapportatrici ne' monasteri! Chi semina discordie, diventa l'odio di Dio. Sei cose, dice il Savio, odia il Signore: Sex sunt quae odit Dominus; ed in ultimo luogo vi mette: Eum qui seminat inter fratres discordias (Prov. VI, 16 et 19). Se una monaca parla per passione, è più compatibile; ma quella che senza passione semina discordie e disturba la pace comune, come mai potrà soffrirla il Signore? Se voi sentite qualche cosa contro di alcuna sorella, fate ciò che dice lo Spirito Santo: Audisti verbum adversus proximum tuum? commoriatur in te (Eccli. XIX, 10). Quella parola che avete intesa del vostro prossimo, non solo stia chiusa in voi, ma fatela morire. Chi sta chiuso in un luogo, può di la scappare e farsi vedere; ma chi è morto, non può uscir più dalla sepoltura: viene a dire che stiate attenta a non dar minimo segno di ciò che avete udito; perché, se mai ne deste qualche indizio con alcuna parola mozza o con qualche moto di testa, possono le altre combinare le circostanze, e giudicare o almeno fortemente sospettare di quel che voi avete inteso. Alcune religiose, sentendo qualche cosa segreta, par che patiscano dolori di morte, se non la svelano in qualche modo, come se quel segreto fosse una spina che le punge il cuore, sin tanto che non la cavano fuori. Quando voi venite a saper qualche difetto d'alcuna, potete dirlo solamente a' superiori, e solamente allora ch'è necessario farcelo sapere, affin di riparare il danno della comunità o della stessa sorella che manca al suo obbligo.


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5. Di più, quando state in conversazione, guardatevi di pungere alcuna sorella, ancorché lo facciate per burla. Burle che dispiacciono al prossimo, sono contrarie alla carità ed a quel che ha detto Gesù Cristo: Omnia... quaecumque vultis ut faciant vobis homines, et vos facite illis (Matth. VII, 12). Piacerebbe a voi l'esser derisa e posta in canzona avanti l'altre, come voi ponete quella vostra sorella? e perciò lasciate di farlo. Inoltre procurate quanto potete di fuggir le contese. Alle volte per bagattelle che niente importano, si afferrano certi contrasti, da' quali poi si passa a' disturbi e ad ingiurie. Vi sono alcune persone che hanno lo spirito di contraddizione, poiché senza alcun bisogno o utile, ma solo per contraddire si mettono a fare certe questioni, come suol dirsi, di lana caprina, e così rompono la carità: De ea re quae te non molestat, ne certeris, dice il Savio (Eccli. XI, 9). Dice colei: Ma io ho ragione; non posso sentire le cose storte. Ma udite quel che risponde il cardinal Bellarmino: Vale più un'oncia di carità che cento carri di ragione.10 Quando si discorre, e specialmente di cose che poco importano, dite il vostro sentimento, se volete dirlo per discorrere, e poi quietatevi, senza ostinarvi a difenderlo; e meglio sarebbe che allora cedeste e vi uniformaste a quel che dicono l'altre. Dicea il B. Egidio che in tali controversie, quando cedi, allora vinci, perché resti superiore in virtù e così conservi ancora la pace, ch'è un bene assai maggiore del vanto di averti fatto far ragione.11 E perciò S. Efrem dicea ch'egli, affin di mantener la pace, avea sempre ceduto nelle contese.12 Quindi il B. Giuseppe Calasanzio


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dava l'avvertimento: Chi vuol pace, non contraddica a niuno.13

6. Di più, se amate la carità, procurate d'essere affabile e mansueta con ogni genere di persone. La mansuetudine si chiama la virtù dell'Agnello, cioè la virtù diletta di Gesù Cristo, il quale perciò voll'esser chiamato agnello. Nel parlare e nel trattare, usate dolcezza con tutte, non solo colla superiora e colle officiali, ma dico con tutte, e specialmente con quelle sorelle, che per lo passato vi hanno offesa o che al presente vi mirano di mal occhio o che son del partito contrario o pure che vi son naturalmente antipatiche, perché son rozze di tratto o sconoscenti del bene che avete lor fatto. Caritas patiens est:14 La carità sopporta tutto: ond'è che non avrà mai vera carità chi non vuol sopportare i difetti del prossimo. Su questa terra non v'è persona, per virtuosa che sia, che non abbia i suoi difetti. Quanti ne avete voi, e volete che l'altre vi usino carità e vi compatiscano? e così bisogna che voi ancora abbiate carità coll'altre e compatiate le loro imperfezioni, secondo esorta l'Apostolo: Alter alterius onera portate (Gal. VI, 2). Vedete come le madri soffrono con pazienza le insolenze de' figli; e perché? perché l'amano. Qui per tanto si vede se voi amate le vostre sorelle con amor di carità, il quale, essendo soprannaturale, dee esser più forte del naturale. Con qual carità il nostro Salvatore sopportò le rozzezze e le imperfezioni de' suoi discepoli, in tutto il tempo che con essi convisse! Con quanta carità sopportò Giuda, sino a lavargli i piedi per intenerirlo! Ma a che parliamo d'altri? parliamo di voi: con qual pazienza il Signore sinora ha sopportata voi? e voi non volete poi sopportar le vostre sorelle? Il medico odia l'infermità, ma ama l'infermo; e così voi, se avete carità, dovete odiare il difetto, ma nello stesso tempo dovete amare chi lo commette. - Ma che ho da fare? dice taluna. Io con quella sorella ci ho un'antipatia naturale, che non mi fido di trattarvi. Ma io vi rispondo: Abbiate voi più spirito e più carità, e vi passerà tutta l'antipatia.

7. Veniamo alla pratica. Procurate per prima nelle occasioni di raffrenare l'ira quanto potete. Guardatevi poi dal dir


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parole dispiacenti, e più dall'usare modi altieri ed aspri, mentre alle volte più dispiacciono i modi rozzi che le stesse parole ingiuriose: e quando ricevete qualche parola di disprezzo dalle sorelle, eh via soffritela: soffritela per amore di Gesù Cristo, il quale ha sofferti altri disprezzi assai più grandi per amor vostro. Dio mio, e che miseria è il vedere certe religiose che ogni giorno vanno all'orazione, che spesso si comunicano, e poi sono così sensibili e delicate ad ogni parola di poco rispetto e ad ogni atto di poca attenzione che viene lor fatto! Suor Maria dell'Ascensione, in ricevere qualche affronto, subito se ne andava al SS. Sagramento, e gli dicea: Sposo mio, vi porto questo picciol presente, vi prego ad accettarlo, e a dare il perdono a chi m'ha offesa.15 Perché non fate così ancor voi? Bisogna soffrir tutto, per non rompere la carità. Dicea il P. Alvarez che la virtù è debole, finché non si prova col ricevere maltrattamenti dal prossimo; in queste occasioni si conosce se un'anima ha carità.16


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8. Quando taluna vi parla con ira, o anche v'ingiuria e vi rimprovera di qualche cosa, rispondetele voi con dolcezza, e subito la vedrete placata. Responsio mollis frangit iram (Prov. XV, 1): Una risposta dolce seda lo sdegno. Dice S. Gio. Grisostomo: Igne non potest ignis exstingui, nec furor furore (Hom. 58, in Gen.):17 Siccome il fuoco non può smorzarsi col fuoco, così lo sdegno non può placarsi collo sdegno. Quella vi parla con ira, voi rispondete con ira: come volete quietarla? maggiormente accenderete in colei lo sdegno, e offenderete ancor voi la carità. Rispondete con dolcezza, e vedrete spento il fuoco. Narra a questo proposito Sofronio che, viaggiando due monaci ed avendo errata la via, entrarono a caso in un seminato; il contadino che guardava quel territorio, in vederli ivi entrati, li carico d'ingiurie; essi al principio tacquero, ma vedendo che il contadino più s'infuriava e s'accendeva ad ingiuriarli, gli dissero: Fratello, abbiamo fatto male; per amore del Signore perdonaci. Allora colui a questa risposta così umile si compunse, ed egli poi si pose a cercar loro perdono delle ingiurie dette; e tanto si compunse, che lasciò il mondo e si fe' monaco con essi.18


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9. Alle volte forse vi sembrerà ragionevole, anzi necessario il ribatter l'insolenza di qualche sorella, con risponderle aspramente, specialmente se voi vi trovaste superiora e quella vi perdesse il rispetto. Ma avvertite l'inganno: sappiate che allora non è la ragione, ma la passione più presto che vi fa parlare. Non nego che speculativamente parlando sia lecito alle volte l'adirarsi, purché si faccia senza difetto, come disse Davide: Irascimini et nolite peccare (Psal. IV, 5). Ma qui sta la difficoltà, a mettere ciò in pratica. Il lasciarvi in mano dell'ira e come il porvi su d'un cavallo furioso che non ubbidisce al freno, e non sapete dove vi porta. Onde saviamente scrisse S. Francesco di Sales nella sua Filotea (P. III, c. 8) che i moti di sdegno, per qualunque giusta causa vi sia, sempre debbono raffrenarsi: È meglio, scrive il Santo, che si dica di te che non ti adiri mai, che si dica che giustamente ti adiri.19 E S. Agostino dice che quando si permette all'ira di entrar nell'anima, difficilmente poi si discaccia; e perciò egli esortava che a principio se le chiudesse affatto la porta.20 Un certo filosofo, chiamato Agrippino, avendo perdute le robe, disse: Se


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ho perdute le robe, non voglio perder la pace.21 Così dite voi, quando ricevete qualche disprezzo. Avete già ricevuto l'affronto: volete perdervi appresso anche la pace con adirarvi? Se vi adirate, sarà molto maggiore il danno che vi fate voi stessa con disturbarvi, che 'l danno fatto alla vostra stima con quell'ingiuria. Disse il medesimo S. Agostino che chi s'adira negli affronti, egli si fa il castigo di se stesso.22 Il disturbarvi sempre porta danno, ancorché fosse perché abbiate commesso qualche difetto; poiché, come dicea S. Luigi Gonzaga, nell'acqua torbida, cioè in un'anima disturbata, sempre trova che pescare il demonio.23


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10. Vi ho detto che quando alcuna sorella vi dice qualche ingiuria o vi parla con ira, voi dovete risponderle con dolcezza. Ma ora vi dico che quando in quell'incontro vi sentite disturbata, allora è meglio tacere; perché allora la passione vi farà vedere giusto e ragionevole tutto quel che dite; ma sedato che sarà il disturbo, vedrete che quanto avrete detto, tutto è stato scomposto. Dice S. Bernardo: Turbatus prae ira oculus rectum non videt (L. II, de Consid. c. 11):24 L'occhio offuscato dallo sdegno non vede più quel ch'è giusto o ingiusto. Figuratevi che la passione è come un velo nero, che ci si mette avanti gli occhi, e non ci fa più discernere il torto dal dritto.

11. Quando poi accadesse che la sorella che vi ha offesa, ravveduta, venisse a cercarvi perdono, guardatevi di riceverla con cera brusca o di rispondere con parole mozze o di abbassar gli occhi a terra o di mettervi a guardar le stelle: facendo così, molto offendereste la carità, e dareste ansa alla sorella d'imperversarsi vie più nell'odio contro di voi; e di più dareste un grande scandalo a tutto il monastero. No, allora dimostratele un affetto di cuore; e s'ella mai per umiltà s'inginocchiasse avanti di voi, anche voi inginocchiatevi; e quando comincia a cercarvi perdono, spezzatele le parole in bocca, dicendo: O sorella mia, che serviva far questo? voi sapete quanto vi amo e stimo; voi cercate perdono a me? io cerco perdono a voi di avervi disturbata colla mia ignoranza e trascuraggine, non usandovi quell'attenzione che vi si dovea; voi dunque compatitemi e perdonatemi.

12. Quando poi avvenisse all'incontro che voi aveste offesa o disgustata alcuna sorella, subito cercate tutt'i modi per placarla e per togliere dal suo cuore ogni rancore verso di voi. Dice S. Bernardo: Sola humilitas laesae caritatis reparatio est:25 Non vi è mezzo più atto a riparar la carità offesa,


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che l'umiliarvi. E ciò fatelo subito che potete, facendovi forza a vincer la ripugnanza che vi sentite; perché quanto più tratterrete a farlo, tanto più crescerà la vostra ripugnanza, e poi non ne farete niente. Sapete già quel che disse Gesù Cristo: Si ergo offers munus tuum ad altare, et ibi recordatus fueris quia frater tuus habet aliquid adversus te, relinque ibi munus tuum ante altare, et vade prius reconciliari fratri tuo; et tunc veniens offeres munus tuum (Matth. V, 23, 24): Se stai all'altare per offerire il tuo dono - viene a dire per comunicarti o per sentir la Messa - e ti ricordi che il tuo prossimo sta disgustato con te, lascia l'altare e va prima a riconciliarti col prossimo. Avvertasi non però che talvolta non conviene usar quest'atto di umiliazione, quando si giudica che un tal atto cagionerebbe nuovo disturbo alla persona che si sente offesa. Allora o si aspetti altro tempo opportuno o pure si passi quell'officio per mezzo d'altra sorella, e si attenda frattanto a dimostrarle un'attenzione e rispetto particolare.

Preghiera.

O mio Dio, non guardate i peccati miei, ma guardate Gesù vostro Figlio, che per la mia salute vi ha sacrificata la vita. Per amore di Gesù abbiate pietà di me, e perdonatemi quanti disgusti vi ho dati, specialmente colla poca carità che ho usata col prossimo mio. Signore, distruggete in me tutto ciò che a voi non piace, e datemi un vero desiderio di compiacervi in tutto. Ah Gesù mio, io non ho maggior pena che il vedere d'essere stata tanti anni al mondo, e di avervi così poco amato. Deh datemi parte di quel dolore che aveste nell'orto di Getsemani de' peccati miei. Oh fossi morta prima che avervi offeso! Mi consola non però l'intendere che mi date anche tempo d'amarvi. Sì che tutta in amarvi voglio spender la vita che mi resta.


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V'amo, immenso bene; v'amo, mio Redentore; v'amo, unico amor dell'anima mia. Deh fatemi tutta vostra, prima che mi giunga la morte. Tiratevi tutti gli affetti miei, sì ch'io non possa amare altri che voi. Ma finché vivo, o amor mio, sto in pericolo di perdervi. Quando sarà ch'io possa dire: Gesù mio, non vi posso perdere più? Deh ligatemi a voi, ma ligatemi tanto ch'io non possa più separarmi da voi. Fatelo per quell'amore con cui mi amaste, morendo per me sulla croce.

O Vergine santissima, voi siete troppo cara a Dio, egli niente vi nega. Ottenetemi la grazia di non offenderlo più e di amarlo con tutto il mio cuore, e niente più vi dimando.




1 «Pauci admodum sunt qui huic vitio renuntient, raroque invenies qui ita vitam suam irreprehensibilem exhibere velint, ut non libenter reprehendant alienam. Tantaque huius mali libido mentes hominum invasit, ut etiam qui procul ab aliis vitiis recesserunt, in istud tamen quasi in extremum diaboli laqueum incidant.» Epistola 148 (inter Opera S. Hieronymi), ad Celantiam matronam, n. 16. Questa lettera, come già l' abbiam notato, sarà forse di S. Paolino, forse di Sulpizio Severo, certamente di qualche autore non volgare di quel tempo, ma non è di S. Girolamo.



2 «Novi.... sacerdotem qui in tantum vitio linguae deditus erat, ut potius de se pessima mentiretur, quam non socios vel cohabitantes sibi criminibus infamaret. Hic ante mortem raptus in furiam, tanta in se debacchatus est caede, ut propriis dentibus linguam maliloquam laniaret.» THOMAS CANTIPRATANUS, O. P., Episcopus suffraganeus Cameracensis, Bonum universale, seu Liber apum, seru Miraculorum et exemplorum memorabilium sui temporis libri duo, lib. 2, cap. 37, n. 3.



3 «Quidam.... gratiam habens principum.... quod esset adulator et garrulus, et potens in lingua, favebat per omnia adversariis Malachiae... Sancto vero et praesenti resistebat in facie, et detrahebat absenti, irreverenter occurrens ei in omni loco, maximeqe ubi celebrioribus illum sciret interesse conventibus. Sed cito digna linguae procacis mercede donatus est. Intumuit et computruit lingua maledica, vermibus ex ea scatenibus, et diffluentibus toto ore blasphemo: quos per septem ferme dies incessantes vomens, tandem cum illis miseram exspuit animam.» S. BERNARDUS, Vita S. Malachiae, cap. 13, n. 28. ML 182-1091.



4 «Tra gli altri difetti de' quali ella fu rigorosa correttrice, in particolare fu della mormorazione. Onde se qualcheduna delle sue suddite incorreva in questo eerrore... non permetteva che la sera ella entrasse nell' oratorio con le altre, se prima non aveva fatto la penitenza di tal difetto... e per farle venire in stima di questo errore, diceva, che se ella avesse conosciuto una, la quale in vita sua non avesse mai detto male del prossimo, l' avrebbe stimata meritevole d' esser canonizzata in vita.» PUCCINI, Vita, Venezia, 1671, cap. 106.



5 «Tra u rimedi che ella dava loro (alle sue novizie) per non incorrere in questo errore (della mormorazione), era questo, che parlassero pochissimo del prossimo, ancorchè in bene: perchè, diceva lei, si comincia in bene, e poi per ordinario si finisce in male; e se pure era necessario parlarne, non si dicesse mai cosa in assenza che non si dicesse anco in presenza.» PUCCINI, Vita, Venezia, 1671, cap. 106.



6 THEODORETUS, In Canticum Canticorum, lib. 2, MG 81-130, 131, in h. l., Cant. IV, 3: «Sicut funiculus coccineus labia tua, et eloquium tuum decorum. Per funiculum coccineum sponsae redigit in memoriam Rhaab meretricem, quae figuram eius gerebat in Veteri Testamento. Etenim cum speculatores missos a Iosua filio Nave suscepisset, per illos aeterna salute digna effecta est: habuitque ipsa quoque salutis signum funiculum coccineum, quem e fenestra suspensum dimittere iussa est, ut Israelitis in urbem ingressis signum id apparens illam a caede liberaret eiusque saluti consuleret. Signum hoc sponsus in ore sponsae, tamquam in fenestra collocatum intuetur: et «Sicut funiculus coccineus, inquit, labia tua, et eloquium tuum decorum.» Duxit enim colorem ex sanguine meo, et verba profert veritatis, quibus tamquam funiculo quodam capiuntur auditores, et vinciuntur. Nam eloquium tuum decorum eos demulcet et retinet, nec discedere permittit, sed labiis tuis cogit inhaerere.» - Vi è qualche traduttore (Dujardin, Tournai, 1867, seguito in ciò dal Pladys, Paris, 1892), il quale crede di dover qui sostituire al Teodoreto il Gregorio Nisseno. Ecco le parole del Nisseno: «Non solum... absolute filum dicit esse labra: sed addidit etiam florem boni coloris, adeo ut per utrumque ornetur os Ecclesiae, nempe et per filum et per coccinum... Nam per fila quidem docetur consensionem ac concordiam, ut ea tota in filo sit una et eadem catena ex diversis filis contexta; per coccinum autem, ad sanguinem per quem redempti sumus ut aspiciat docetur, et confessionem ipsam in ore habeat eius, qui suo nos redemit sanguine. Nam per haec ambo labris Ecclesiae impletus est suus decor, quando et fides praelucet confessioni, et caritas cum fide contexitur.... Coccineum filum est fides, quae operatur per dilectionem.» S. GREGORIUS NYSSENUS, In Cantica Canticorum, hom. 7: MG 44.927.- Ora ci sembra che quell' «eloquium decorum» il quale «demuicet et retinet, nec discedere permittit, sed labiis cogit inhaerere» del Teodoreto, sia assai più vicino all' argomento trattato da S. Alfonso- della carità nelle parole- che non sia quel consenso nella confessione della fede e quella carità nel suo senso generale, del Nisseno. Basta notare che l' interpretazione del Teodoreto, il quale loda tutto quel che rende soave il parlare, viene applicata da S. Alfonso ad un punto particolare, con quella graziosa forma della «benda di scarlatto» che ricopre di difetti altrui. Dicendo: «secondo spiega Teodoreto», S. Alfonso non intende riferire le parole di quel Padre, ma solo appoggiarsi sulla sua interpretazione del testo sacro: il che è conforme al vero.



7 «Cave alienae conversationis esse aut curiosus explorator, aut temerarius iudex. Etiamsi perperam actum quid deprehendas, nec sic iudices proximum, magis autem excusa. Excusa intentionem, si opus non potes» S. BERNARDUS, In Cantica, sermo 40, n. 5. ML 183-984.



8 «Hunc quippe venerabilem patrem, pro mirabili illo suae caritatis affectu quo tegere culpas delinquentium solebat, operimentum fratrum vocare consueverant.» SURIUS, De probatis Sanctorum historiis: tomus 7, opera atque studio F. Iac. MOSANDRI, Carthusiani; die 17 februarii: De Constabili, Abbate Cavensi (+ 1138), cap. 6.- Vita S. Constabilis (la stessa che presso il Surio), auctore coaetaneo anonymo, cap. 2, n. 6: inter Acta Sanctorum Bollandiana, die 17 febr.



9 «De aquel poco tiempo vi nuevas en mi estas virtudes.... No tratar mal de nadie por poco que fuese, sino lo ordinario era excusar toda mormuraciòn: porque traia muy delante còmo no habìa de querer, ni decir de otra persona lo que no querìa dijesen de mi. Tomaba esto en harto extremo para las ocasiones que habia, aunque no tan perfetamente, que algunas veces, quando me las daban grandes, en algo no quebrase: mas la contino era esto; y ansi, a las que estaban conmigo y me trataban, persuadia tanto a esto, que se quedaron en costumbre. Vinose a entender que adonde yo estaba tenian siguras las espaldas, y en esto estaba con las que yo tenia amistad y deudo, y enseñaba.» S. TERESA, Libro de la Vida, cap. 6. Obras, I, 36.



10 Dall' istesso affetto di ben radicata umiltà aveva origine una risposta ch' egli soleva dare, quando veniva invitato da alcuno a risentirsi, cioè che valeva più un' oncia di carità che una libra di riputazione: non volendo con pregiudizio della grazia celeste neppur un tantino crescere nel concetto degli uomini.» Giacomo FULIGATTI, S. I., Vita, 2a ed., Roma, 1644, cap. 35.- Cf. BARTOLI, Vita, lib. 3, cap. 12: COUDERC, Vie, II, pag. 264.



11 «Se alcuno teco contrasta, volendo tu vincere, perdi, perchè facendo altrimenti, quando penserai d' aver vinto, avrai perduto.» MARCO DA LISBONA, Croniche del P. S. Francesco, parte 1, lib. 7, cap. 22.



12 «Amorem vero in Deum et proximum adeo (Ephraem) servavit studiose, ut ex hoc decedens saeculo, haec inter postrema referret....: «....Neminem in omni vita mea maledictis oneravi; nec cum ullo plane christiano homine contentiosum me praebui.» S. GREGORIUS NYSSENUS, De vita S. Patris Ephraem Syri. MG 46-827.



13 «Qui in Religione pacem vult habere cum fratribus, nemini contradicat.» TALENTI, Vita, lib. 7, cap. IX, III, n. 42.



14 I Cor. XIII, 4.



15 «Suor Maria dell' Ascensione, monaca di Siviglia nel Monastero della Madonna delle Grazie, se sentiva qualche parola pungente o molesta, subito ella ricorreva al Santissimo per ringraziarnelo, e poi diceva con una sincerità ammirabile: «Ecco, Signore, un presente che io offerisco: vi prego, ricevetelo, perdonate alla mia sorella, la qual enon pensava a quel che ha detto.» Paolo de BARRY, S. I., Solitudine di Filagia, Settimo giorno, (primo) Trattenimento spirituale. Milano (senza data), p. 268.



16  «Perchè non si disanimasse per i pericoli e per le difficoltà che s' incontrano in questo tratto (coi prossimi), gli diè Nostro Signore a sentire il bene che da lor si ritrae, scoprendogli i tesori che si racchiudono in quel versetto di Davide: «Coloro, che navigano per il mare, rompendo molte ondate, essi vedranno le opere del Signore (Ps. CXI, 23, 24).» Subito gli fè intendere che questi tali debbano stare avvertiti che, se veramente si porranno a navigare, egli si ha da alterare il mare: giacchè per ciò aggiunse il Salmista che si levò lo spirito della tempesta, ed i marosi si ergevano fino ai cieli, e si profondavano fino agli abissi (Ps. CVI, 25, 26). Ma tanto succede, affinchè con preghiere ricorrano al Signore, e crescano, non affinchè periscano.... Onde era solito dire che la virtù è di basso corato, finattantochè sia provata al tocco della pietra paragone del tratto co' prossimi: nel qual tratto la carità, l' umiltà, la pazienza, la limpidezza e purità del cuore, hanno di grandi sperienze, e molto ci profittano i loro dispiaceri, le lor condizioni e le loro abitudini, contrarie alle nostre, se vengano sofferte per Dio.» Ven. Lodovico DA PONTE, Vita, cap. 7, § 2.- In una gran tempesta che si levò contro di lui, il P. Baldassarre tradusse «in fatti ciò che agli altri esortava in parole: ed era: che non vi avea perfetta umiltà senza umiliazione, nè vera pazienza senza veementi assalti, e che la più precipua parte della virtù in ciò consisteva di non lasciarsi fuggir dalle mani le occasioni e le opportunità di esercitarsi in essa, e che l' istesso profitto singolarmente consisteva in ciò, ch' era sapersi umiliare, tollerare, e tacere coll' esponere anco a pericolo per amor di Dio l' onore e la propria stima.» La stessa opera, capo 40, § 1, pag. 395, 396.



17 «Num potest igni ignis exstingui? Repugnat hoc naturae. Sic neque furor furore alio demulceri poterit umquam.» S. IO. CHRYSOSTOMUS, In Genesim, hom. 58, n. 5. MG 54-512.



18 «Narravit nobis abbas Sergius, antistes monasterii abbatis Constantini, dicens: «Cum aliquando iter ageremus cum quodam sancto sene, erravimus de via, et neque scientibus nobis neque volentibus, inter sata inventi sumus, et aliqua de satis volentes nolentesque calcavimus. Quod cum vidisset agricola - erat enim illic operans- coepit contra nos iniuriosa multa proferre cum iracundia, dicens: «Vos monachi estis? vos timetis Deum? Si timorem Dei ante oculos habuissetis, hoc profecto non fecissetis.» Tunc ait nobis sanctus senior: «Per Dominum nullus ei respondeat.» Conversusque ad illum, dixit: «Recte locutus es, fili mi; nam si timorem Dei haberemus, non ita fecissemus.» Ille rursus furens, contumeliis impetebat nos. Rursumque dixit senior ad illum: «Vera prosequeris, fili; nam si veri monachi essemus, istud non egissemus; sed per Dominum indulge nobis, quoniam peccavimus.» Stupefactus ergo ille ad tantam senis humilitatem, accessit propius, prostravitque se ad pedes senis, dicens: «Peccavi, indulge mihi, et per Dominum assumite me vobiscum.» Dicebatque beatus Sergius, quia secutus sit illos rusticus, et acceperit habitum.» Pratum spirituale, cap. 218. ML (de Vitis Patrum, lib. 10) 74-238; MG 87-3107, 3110.- L' autore è «IOANNES, cognomento MOSCHUS.» L' opera però viene, da S. Giovanni Damasceno, da Niceforo, perfino dal secondo Concilio di Nicea e da altri, chiamata Liber Sophronii, cioè di S. Sofronio, poscia patriarca di Gerusalemme, discepolo prediletto in tutte le sue pie peregrinazioni. Giovanni, poco prima di morire a Roma, consegnò il libro a Sofronio, a cui l' aveva dedicato; anzi per lui l' aveva composto, come dice nel Prologo (ML 74-122): «Ex his (virtutibus sanctorum virorum qui nostris temporibus claruere) ego flores pulcherrimos decerpens, coronam tibi ex immarcescibili ac perenni prato contexui, fidelissime fili, eamque tibi ac per te omnibus offerro.» Per queste ragioni, ed anche perchè le diligenti cure di Sofronio la fecero conoscere, l' opera del maestro prese il nome del discepolo.



19 «Il est donc mieux d' entreprendre de savoir vivre sans colère que de vouloir user modérément et sagement de la colère.» S. FRANÇOIS DE SALES, Introduction à la vie dévote, partie 3, ch. 8. (Euvres, III, 164.



20 «Fratri Profuturo Augustinus... Non desunt scandala, sed neque refugium; non desunt moerores, sed neque consolationes. Atque inter haec quam vigilandum sit ne cuiusquam odium cordis intima teneat... nosti, optime frater: subrepit autem, dum nulli irascenti ira sua videtur iniusta. Ita enim inveterascens ira fit odium, dum quasi iusti doloris admixta dulcedo, diutius eam in vase detinet, donec totum acescat, vasque corrumpat. Quapropter multo melius, nec iuste cuiquam irascimur, quam velut iuste irascendo in alicuius odium irae occulta facilitate delabimur. In recipiendis enim hospitibus ignotis, solemus dicere, multo esse melius malum hominem perpeti, quam forsitan per ignorantiam excludi bonum, dum cavemus ne recipiatur malus: sed in affectibus animi contra est. Nam incimparabiliter salubrius est etiam irae iuste pulsanti non aperire penetrate cordis, quam admittere non facile recessuram, et perventuram de surculo ad trahem. Audet quippe impudenter etiam crescere citius quam putatur. Non enim erubescit in tenebris, cum super eam sol occiderit (Eph. IV, 26). Recolis certe qua cura et quanta sollicitudine ista scripserim, si recolis quid mecum nuper in itinere quodam locutus sis.» S. AUGUSTINUS, Epistola 38, n. 2. ML 33-153.



21 Questo Agrippino non può esser altro che Paconius Agrippinus, proconsole di Creta sotto Claudio, mandato in esilio da Nerone, il quale ebbe nome tra gli stoici, e viene lodato da Epitetto, da Arriano, da Stobeo. Ne fa anche menzione Tacito. Basti riferire questo frammento di Epitetto (Epitecti fragmenta, LVI, Parisiis, Didot, 1877(, conservatoci da Stobeo (Ioannis Stobazi Sententiae ex thesauris Graecorum delectae, Tiguri, 1559, lib. 7, sermo VII, De fortitudine, pag. 87): «Proptereea merito laudandus Agrippinus, quod cum vir esset maximi faciendus, numquam se ipsum laudaret, sed et, si quis alius ipsum laudaret, erubesceret. Hic autem, inquiebat, vir talis erat, ut eius quod illi accidisset mali laudationem scriberet: si quidem febricitaret, febris; si dedecore afficeretur, dedecoris; si exsularet, exsilii. Et aliquando, inquiebat, pransuro ipsi astitit qui diceret, iubere Neronem ut in exsilium abiret; hic autem: «Ergo, inquit, Ariciae prandebimus.»



22 «Frenate iram... Ira enim scorpio est.... Si vindicare te vis de inimico tuo, ad ipsam iram tuam te converte: quia ipsa est inimica tua, quae occidit animam tuam.... Talem pone tibi inimicum qui saeviat usque ad mortem, quid facturus est? Quod Iudaei Stephano: sibi poenam, illi coronam... Ergo inimicus tuus quicumque fuerit usque ad mortem, nihil tibi nocebit. Ira vide quid noceat. Agnosce inimicam tuam: agnosce cum qua pugnas in theatro pectoris tui. Augustum theatrum: sed Deus spectat.... Vis videre quam sit ista vera tua inimica? Modo ostendo. Oraturus es Deum.... Venturus es ad illum versum: Dimitte nobis debita nostra. Quid sequitur? Sicut et nos dimittimus debitoribus nostris. Ibi illa inimica stat contra te. Sepit viam orationis tuae: murum erigit, et non est qua transeas... Non permittitur ut saevias contra inimicum tuum: in istam saevias... In manu tua est... Si fortis es, iram vince.» S. AUGUSTINUS, Sermo 315, cap. 6, 7, n. 9, 10. ML 38-1430, 1431.



23 «Diceva non esser possibile che un' anima, la quale nel tempo della meditazione e contemplazione ha in sè qualche sollecitudine, affetto o desiderio d' altra cosa, possa stare attenta a ciò che medita, e ricevere in se stessa l' immagine di Dio, nel quale meditando cerca di trasformarsi. Mi ricordo avergli udito dire questa similitudine in tal proposito, che siccome un' acqua, la quale è agitata da' venti, o non rappresenta l' immagine d' un uomo che se le accosti, per essere ella torbida, o se pure resta chiara, non rappresenta le membra unite al busto, ma disparate, e quasi tagliato e disgiunto un membro dall' altro, così l' anima, la quale nella contemplazione è da' venti delle passioni combattuta, o dagli affetti e desideri agitata e commossa, non è atta nè disposta a ricevere in sè l' immagine di Dio, nè a trasformarsi nella similitudine di quella  divina Maestà, la quale contempla.» CEPARI, Vita, parte 2, cap. 8.



24 «Caliginis sunt duae causae: ira et mollior affectus. Is iudicii censuram enervat, illa praecipitat. Quomodo ab altero (alterutro) non periclitetur aut pietas clementiae aut zeli rectitudo? Turbatus prae ira oculus clementer nil intuetur; suffusus fluxa quadam et muliebri mollitie animi rectum non videt.» S. BERNARDUS, De consideratione, lib. 2, cap. 11. ML 182-755.



25 «Sola virtus humilitatis est laesae reparatio caritatis.» S. BERNARDUS, In Nativitate Domini, sermo 2, n. 6. ML 183-122. Parla qui, direttamente, S. Bernardo, degli abbassamenti del Verbo fattosi uomo, la quale umiliazione è stata rimedio alla nostra rovina e causa della nostra salute. Ma ben si applica questa sua parola all' intento di S. Alfonso: perchè se l' umiltà di Gesù Cristo ristabilì l' unione dell' uomo con Dio, la nostra ristabilirà l' unione con Dio e col nostro prossimo. Del resto, la sentenza di San Bernardo è generale, e si adatta a tutti i sensi che vi possono esser contenuti.






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