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S. Alfonso Maria de Liguori
La vera Sposa di Gesù Cristo

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§ 3 - Della carità che dee praticarsi colle opere, e con chi dee praticarsi.

1. In quanto finalmente alla carità che dovete usare coll'opere, procurate d'esser pronta a servir le vostre sorelle in tutti i loro bisogni. Alcune religiose dicono di amar le loro sorelle e che tutte le tengono nel cuore, ma poi niente si vogliono scomodare per loro amore; ma l'apostolo S. Giovanni scrisse a' suoi discepoli: Filioli mei, non diligamus verbo neque lingua, sed opere et veritate (I Io. III, 18). Non basta, a contentar la carità, amare il prossimo solamente colle parole, bisogna amarlo ancora co' fatti: Iusti... misericordes sunt (Prov. XIII, 13). Tutti i santi son pieni di carità e di compassione verso d'ognuno, che sta in bisogno delle loro opere. Scrivesi di S. Teresa ch'ella procurava ogni giorno di praticare qualche carità verso le sue sorelle, e quando in alcun giorno non l'avea fatta, procurava di farla nella notte, almeno con uscire a far luce colla candela a qualche monaca, che passava allo scuro per avanti la sua cella (Ribera, in Vita, l. IV, c. 11).1 Quando potete far qualche limosina del vostro peculio, fatela. Dice la Scrittura che la limosina libera l'uomo dalla


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morte, lo purga da' peccati, e gli ottiene la divina misericordia e la salute eterna: Eleemosyna a morte liberat, et ipsa est quae purgat peccata, et facit invenire misericordiam et vitam aeternam (Tob. XII, 9). E riflette S. Cipriano che, il Signore niuna cosa più spesso raccomanda nella Scrittura che la limosina: Dominus nil crebrius mandat quam ut insistamus in eleemosynis (S. Cypr., de eleem. in Ev.).2

2. Per limosina poi non solo s'intende il danaro o la roba, ma ogni sollievo che si al prossimo bisognoso di tale aiuto. Dice S. Giovanni: Qui... viderit fratrem suum necessitatem habere, et clauserit viscera sua ab eo, quomodo caritas Dei manet in eo? (I Io. III, 17): Come può dirsi che abbia carità colui il quale, vedendo il suo fratello in qualche necessità e potendo aiutarlo, non lo soccorre? Limosina già molto cara a Dio è ne' monasteri che una sorella aiuti l'altra nelle fatiche. S. Teodora monaca procurava d'aiutar tutte le suore ne' loro offici, e fuggiva all'incontro di farsi aiutare dall'altre.3 S. Maria Maddalena de' Pazzi, quando v'era da far qualche fatica straordinaria, subito si offeriva a farla ella sola; e poi aiutava le monache in tutti i servigi più faticosi, onde correa voce che la santa faticava più di quattro converse.4 Procurate ancor voi di far così, per quanto potete; e quando vi trovate stracca, mirate allora lo Sposo che porta la croce, ed abbracciate allegramente quella nuova fatica. Il Signore aiuterà voi con quella misura colla quale voi aiuterete le vostre sorelle: [In] qua mensura mensi fueritis, remetietur vobis (Matth. VII, 2). Onde disse il Grisostomo che l'usar carità col prossimo è l'arte di fare gran guadagni con Dio: Eleemosyna est ars omnium artium quaestuosissima.5 E S. Maria Maddalena


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de' Pazzi dicea ch'ella trovavasi più contenta nel tempo che sovveniva il prossimo, che quando era sollevata in contemplazione; e ne adducea la ragione, dicendo: Quand'io sto in contemplazione, Dio aiuta me; ma quando sto soccorrendo il prossimo, io aiuto Dio.6 Giacché in verità il nostro Salvatore dichiarò che quello che noi facciamo al prossimo, lo facciamo a lui stesso.7 Ma in far ciò, voi non dovete pretendere dalle vostre sorelle alcuna ricompensa o ringraziamento; anzi rallegratevi, se in vece di ringraziamenti ne ricevete disattenzioni


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e rimproveri, perché allora farete doppio guadagno. È carità ancora il condiscendere a qualche onesta dimanda che vi fa alcuna sorella. S'intende ciò nondimeno, purché la cosa non apporti discapito al vostro profitto spirituale; per esempio, se la sorella senza alcuna causa volesse che lasciaste le vostre divozioni per restarvi a discorrere con lei per suo vano divertimento; in tal caso meglio è che attendiate a' fatti vostri. La carità è ordinata, come disse la Sposa de' Cantici: Ordinavit in me caritatem (Cant. II, 4). E perciò non è carità quella che apporta qualche danno allo spirito proprio o della vostra sorella.

3. Il miglior atto poi di carità è l'aver zelo per lo bene spirituale de' prossimi. Quanto lo spirito è più nobile del corpo, tanto più la carità che si fa all'anima del prossimo è a Dio più accetta che quella che si fa al corpo. Questa carità primieramente si esercita col correggere chi pecca. Chi converte un peccatore, salva non solamente colui, ma anche se stesso, poiché Dio per quella carità gli perdonerà tutt'i suoi peccati; così scrisse S. Giacomo (Ep. V, 20).8 All'incontro dice S. Agostino che chi vede che 'l prossimo si perde, v. gr. coll'adirarsi verso del suo fratello, maltrattandolo con ingiurie, e trascura di aiutarlo, si rende peggiore egli col tacere che colui coll'ingiuriare: Tu vides eum perire et negligis? Peior es tacendo, quam ille conviciando (De verb. Dom., serm. 16, cap. 4).9occorre scusarvi col dire che voi non sapete correggere; il Grisostomo vi fa sapere che nel correggere vi bisogna più carità che sapienza.10 Fate la correzione a tempo


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opportuno con carità e dolcezza, e farete profitto. Se siete superiora, siete obbligata a farla per officio; se poi non siete tale, siete obbligata per carità, sempre che ne sperate frutto. Chi vedesse un cieco andare ad un precipizio, non sarebbe un crudele se non l'avvertisse per liberarlo dalla morte temporale? Ma più crudele e chi, potendo liberare la sorella dalla morte eterna, per negligenza lascia di farlo. Se poi giudicate prudentemente che la vostra correzione non giovasse, almeno procurate di avvisarne segretamente la superiora o altra che può darvi rimedio. E non istate a dire: Ma questo non è officio mio, non mi voglio impacciare. Questa è risposta di Caino, il quale similmente disse: Num custos fratris mei sum ego? (Gen. IV, 9). Ciascuno è obbligato, potendo, di liberare il prossimo dalla ruina: Et mandavit illis unicuique de proximo suo (Eccli. XVII, 12).

4. Dicea S. Filippo Neri che quando si tratta di aiutare il prossimo, specialmente nelle sue necessità spirituali, Dio si contenta che anche lasciamo l'orazione, se bisogna.11 Un giorno S. Geltrude desiderava trattenersi ad orare, ma v'era un'opera di carità da fare, e perciò il Signore le disse: Dimmi, Geltrude, che cosa vuoi? vuoi ch'io serva a te, o vuoi tu servire a me? (Vita cap. 5).12 Dicea S. Gregorio: Si ad Deum tenditis, curate ne ad Deum soli veniatis (Hom. 6, in Ev.).13


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Lo stesso dicea S. Agostino: Si amatis Deum, rapite omnes ad amorem Dei (In Ps. XXXIII).14 Pertanto, se voi amate Dio, dovete procurare di non esser sola ad amarlo, ma di tirar tutti al suo amore, tutt'i vostri parenti, tutte le persone con cui trattate, e sovra tutto le vostre sorelle. Eh che una monaca santa può santificare tutto il suo monastero, e colle parole e col suo buon esempio, facendo i suoi esercizi divoti anche a questo fine, d'indurre l'altre a far lo stesso ch'ella fa. Né abbiate voi in ciò scrupolo di vanagloria: quelle azioni che non hanno dello straordinario, ma convengono ad ogni religiosa che attende alla perfezione, secondo il suo obbligo, debbon farsi anche a tal fine di dar buon esempio e di tirare le sorelle più a Dio: Sic luceat, disse Gesù Cristo, lux vestra coram hominibus, ut videant opera vestra bona, et glorificent Patrem vestrum qui in caelis est (Matth. V, 16). Il farvi dunque vedere divota, mortificata, osservante delle regole, applicata all'orazione, a comunicarvi spesso, affin di dar buon esempio


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all'altre, non è atto di vanità, ma atto di carità molto grato a Dio.

5. Cercate pertanto di aiutar tutti, quanto potete, colle parole, colle opere e specialmente ancora colle orazioni. Tutte le spose di Gesù Cristo debbono zelare il suo onore, come egli stesso disse a S. Teresa, quando la dichiarò sua sposa: Deinceps, ut vera sponsa, meum zelabis honorem (In festo, noct. 2).15 Se una sposa di Gesù Cristo non prende le sue parti, chi l'ha da prendere? Insegnano molti dottori, coll'autorita' di S. Basilio, che la promessa fatta da nostro Signore di esaudire chi lo prega - Amen dico vobis si quid petieritis Patrem in nomine meo, dabit vobis (Io. XVI, 23) - non solamente vale per la persona che prega, ma anche per tutti gli altri per cui prega, purché essi non vi mettano positivo impedimento.16 Posto ciò, voi non lasciate mai nell'orazione comune, nel ringraziamento dopo la comunione, e nella visita al SS. Sacramento, di raccomandare a Dio i poveri peccatori, gl'infedeli, gli eretici e tutti gli altri che vivono senza Dio. Oh quanto piace a Gesù Cristo l'esser pregato dalle sue spose per li peccatori! Egli medesimo disse un giorno alla Ven. Suor Serafina da Capri: Aiutami, figlia mia, a salvare anime colle tue orazioni.17 Similmente disse a S. Maria Maddalena de' Pazzi: Vedi,


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Maddalena, come i Cristiani stanno nelle mani del demonio? Se i miei eletti colle orazioni non li liberassero, resterebbero divorati.18 Quindi dicea la santa alle sue monache: Sorelle, Dio non ci ha separate dal mondo perché facciamo bene solo per noi, ma ancora perché lo pratichiamo a favore de' peccatori.19 Ed un'altra volta disse loro: Sorelle, noi abbiam da rendere conto per tante anime perdute; se noi le avessimo raccomandate caldamente a Dio, forse non si sarebbero dannate.20 Quindi leggesi nella sua Vita che la santa non lasciava


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passare ora del giorno, in cui non pregasse per li peccatori.21 Quell'altra gran serva del Signore, Suor Stefana da Soncino, per quarant'anni fece aspre penitenze, e tutte l'applicò per li peccatori.22 Oh quante anime alle volte si convertono non tanto per le prediche de' sacerdoti, quanto per le orazioni de' religiosi! Fu rivelato ad un predicatore che 'l frutto ch'egli facea, non era effetto delle sue prediche, ma delle orazioni d'un fraticello che gli assisteva al pulpito.23 Nello stesso tempo non lasciate di pregare anche per li sacerdoti, acciocché attendano con vero zelo alla salute dell'anime.

6. Non lasciate ancora di pregare per l'anime del purgatorio. La santa carità non solo ci consiglia, ma ancora ci obbliga, come dice un dotto autore, a pregare per quelle anime


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sante, che hanno molto bisogno delle nostre orazioni.24 Insegna S. Tommaso che la carità cristiana si estende non solo a' vivi, ma ancora a tutti coloro che sono morti in grazia.25 Ond'è che siccome noi siam tenuti di soccorrere i prossimi viventi, che han bisogno del nostro aiuto, così anche siamo obbligati a soccorrere quelle sante prigioniere. Elle patiscono tali pene che, come dice l'Angelico, sorpassano ogni pena di questa vita;26 ed all'incontro stanno in necessità del nostro soccorso, poiché da per loro non possono aiutarsi, siccome dichiarò un certo monaco cisterciense defunto, il quale comparendo al sagrestano del suo monastero, gli disse: Aiutatemi colle vostre orazioni, mentre io da per me niente posso ottenere (Istor. dell'Ord. cist.).27 E se tutti i fedeli debbono aiutar


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quelle sante anime, tanto più son tenute a soccorrerle colle loro orazioni le religiose, le quali stan poste da Dio ne' monasteri, che tutti son case di orazione. Non lasciate voi dunque ogni giorno in tutte le vostre orazioni di raccomandare ancora a Dio quelle sue spose, che vi domandano aiuto. Non vi rincresca ben anche di offerire per esse qualche digiuno o altra mortificazione. Sovra tutto applicate loro le Messe che udite, poiché questo è un gran suffragio per quell'anime sante, che non sanno esserci ingrate anche da quella carcere, in ottenerci grazie grandi da Dio; e meglio poi lo faranno allorché giungeranno al paradiso.

7. Da tutto ciò che si è detto già vedete quanto v'è necessaria la virtù della carità per farvi santa, ed anche per salvarvi. Questa carità dovete usarla con tutti i vostri prossimi, ma specialmente colle vostre sorelle del monastero. Se voi abitaste in un deserto, questa virtù non vi sarebbe tanto necessaria: stando sola in quella solitudine, vi basterebbe a farvi santa l'attendere solamente all'orazione ed alla penitenza: ma stando nel monastero in compagnia di tante vostre sorelle, se non avete una gran carità, farete mille difetti ogni giorno, e forse anche vi perderete. Se si trovasse una nave in mezzo al mare ed in tempo d'una gran tempesta, i passaggieri non penserebbero ad altro che ad aiutarsi gli uni cogli altri, per liberarsi dal naufragio. Così figuratevi che 'l Signore vi abbia poste in codesto monastero come in una nave, ove dovete soccorrervi l'una coll'altra, per liberarvi dal naufragio della morte eterna, e per giungere al paradiso, dove poi sperate di stare unite in eterno a lodare Dio.

8. Specialmente attendete ad aver carità colle sorelle inferme, sieno coriste o converse. Il P. D. Antonio Torres era


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solito dire: Se volete conoscere se in una comunità vi è spirito di Dio, dimandate come sono trattati gl'infermi. Perciò egli quando era superiore, benché fosse di natura piacevole, nulladimeno quando vedeva che si mancava alla carità cogl'infermi, mortificava severamente chi ne avea la cura.28 Oh quanto piace a Dio la carità che s'usa cogl'infermi! Tutte le religiose che attendono alla perfezione, se la fanno spesso o nel coro o nelle stanze dell'inferme. S. Maria Maddalena de' Pazzi, anche quando non avea l'officio d'infermiera, non lasciava mai, sempre che poteva, di assistere e servire le inferme; e diceva che avrebbe desiderato di star sempre in qualche spedale per far sempre quest'officio così caro a Dio.29 Avvertasi che il merito in servire le inferme è molto maggiore che in servire le sane; primieramente perché l'inferme hanno maggior bisogno di essere assistite, alle volte si trovano abbandonate dall'altre, si trovano tormentate da' dolori, da malinconie, da' timori; oh come piace a Dio il cercare di consolarle ed aiutarle in quello stato di afflizione! Inoltre vi è più merito, perché nel servire le inferme si trova maggior incomodo: nelle loro stanze per lo più vi è puzza e malinconia. Pertanto voi, sorella mia, non lasciate, quando potete, di visitar le inferme, ancorché sieno le converse più abbiette del monastero: anzi queste sieno da voi più assistite, perché ordinariamente queste sono più abbandonate, specialmente quando le loro infermità vanno a lungo. Consolatele, servitele, portate anche loro qualche regaluccio; e non cercate ringraziamenti, ma soffrite i loro lamenti, le loro impazienze e rozzezze; tanto più il Signore vi rimunererà le carità che loro usate. Si narra nelle Croniche teresiane che la Madre Suor Isabella degli Angeli in morte fu veduta salir diritto al paradiso, portata dagli angeli in mezzo ad una gran luce; ed allora ella disse a quella religiosa a cui comparve, che Dio


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l'avea donata quella gloriagrande per la carità usata coll'inferme.30

9. Sopra tutto finalmente vi raccomando la carità colle sorelle che vi son contrarie. - Io son grata, dice quella monaca, con chi si porta bene con me; ma non posso sopportare ingratitudini. Ma anche gl'infedeli, dice Gesù Cristo, sanno essere grati con chi loro fa bene: la virtù d'un cristiano consiste nel voler bene e far bene a chi ci odia e ci fa male: Ergo autem dico vobis: Diligite inimicos vestros, benefacite his qui oderunt vos: et orate pro persequentibus et calumniantibus vos (Matth. V, 44). Che orrore poi sarà il vedere una religiosa, che fa l'orazione ogni giorno, si comunica spesso, e tuttavia conserva il rancore verso qualche sorella! e non si vergogna anche di dimostrarlo! quando ne sente parlare, cerca di discreditarla, sempre che può! se l'incontra, non la saluta! se quella le parla, le volta le spalle! Ma ella volta le spalle alla sorella, e Dio volta le spalle a lei. Pensate come l'Agnello divino guarderà queste tigri d'inferno. Ma povera ed infelice quella monaca che vive nel monastero con qualche odio nel cuore! Patirà la misera un inferno di ed un inferno di qua, patendo anche in questa vita la pena de' dannati, essendo costretta a viver sempre con una che non può vedere.

10. Ma, padre mio, replica, questa sorella e troppo impertinente, non si può proprio sopportare. Ma qui sta la virtù della carità, a sopportare colei ch'è insopportabile. Ella vi discredita, ella attraversa i vostri disegni, vi toglie anche la fama; e voi, come niente ne sapeste, dovete farvi forza a


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non dimostrarle minimo allontanamento o freddezza; parlatele con serenità, sempre ch'occorre; e s'ella si dimostra alienata da voi, voi prevenitela nel salutarla, e cercate di guadagnarla colla dolcezza. Il far ciò non è viltà, ma è l'azione più grande che potete fare, perché è cosa che molto piace a Dio. Né mi state a dire ch'ella non ha ragione di far ciò; udite quel che dice S. Teresa: Colei che non vuole portar la croce, se non fondata in ragione, se ne torni al mondo, dove queste ragioni le saran fatte buone.31 La ragione che in voi dee prevalere, è di praticar la carità per dar gusto a Dio, ancorché ne abbiate a crepar di pena.

11. Se poi quella sorella di più s'è avanzata a farvi qualche danno positivo, vendicatevi, ma colla vendetta de' santi. Qual'è la vendetta de' santi? Ve la fa sapere S. Paolino: Inimicum diligere vindicta caelestis est:32 Con amare, lodare e far bene a chi loro ha fatto male, si son vendicati i santi. S. Caterina da Siena, ad una donna che l'avea infamata nell'onestà, ella andò ad assisterla per molto tempo, mentre colei stiè inferma, come una serva.33 S. Acaio vendé le sue robe per soccorrere uno che gli avea tolta la stima.34 S. Ambrogio ad un sicario che gli aveva insidiata la vita, gli fe' un assegnamento per ogni giorno, con cui quegli poté comodamente vivere.35 Venustano, governador della Toscana, per causa della


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fede fe' troncare le mani a S. Sabino vescovo, ma poi sentendosi il tiranno trafiggere da un gran dolore d'occhio, lo pregò ad applicargli qualche rimedio; il santo fece orazione, ed alzando il braccio ancor grondante di sangue, lo benedisse e gli ottenne la sanità; e con quella anche la salute dell'anima, perché colui indi ravveduto si convertì.36 S. Melezio, narra il Grisostomo, stando in carrozza col governadore che lo portava in esilio, e vedendo che il popolo armato di pietre voleva lapidare il governadore, esso gli stese le braccia sopra, e così tenendolo abbracciato liberollo dalla morte.37 Narra di più il P. Segneri (Crist. istr., p. I, disc. 20, n. 20) che in Bologna fu ucciso ad una dama l'unico figliuolo che aveva; l'uccisore venne poi a salvarsi dalla corte nella stessa casa di lei, ed ella che fece? lo nascose da' ministri della giustizia, e poi gli disse: Orsù, giacché ho perduto il mio figlio, d'oggi innanzi voi avete da essere il figlio mio e 'l mio erede: prendetevi intanto questo danaro e salvatevi altrove, perché qui non istate sicuro.38 A questi esempi mi dirà taluna: Ma questi sono stati santi: io non ho questa forza. Vi risponda per me S. Ambrogio: Se voi non avete questa forza, cercatela a Dio, ed egli ve la darà: Si infirmus es, ora; tu oras, et Deus protegit.39


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12. Chi perdona a chi l'ha offeso, sta sicuro d'esser perdonato da Dio, il quale dice: Dimittite et dimittemini (Luc. VI, 37). Dicea la B. Battista da Varano francescana: Se io risuscitassi i morti, non sarei tanto sicura d'esser amata da Dio, quanto son sicura allorché mi sento inclinata a far bene a chi m'ha fatto male.40 Inoltre disse il Signore alla B. Angela da Foligno: Il più chiaro segno dell'amore scambievole fra me ed i miei servi è l'amore ch'essi portano a chi l'offese.41 Pertanto voi, s'altro non potrete, almeno pregate e raccomandate caldamente a Dio tutti coloro che vi hanno mai offesa e perseguitata, come vi comanda Gesù Cristo: Orate pro persequentibus


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et calumniantibus vos.42 La B. Giovanna della Croce non faceva altro che pregare per chi l'avea dato qualche disgusto; onde le suore del suo monastero solean poi dire: Chi vuole le orazioni della madre Giovanna, bisogna che le faccia qualche ingiuria.43 S. Elisabetta regina d'Ungheria, avendo una volta pregato per chi l'aveva offesa, intese dirsi da Dio: Sappi che non hai fatta mai preghiera a me più gradita di questa; e per questa io ti perdono tutti i peccati tuoi.44 Praticate così ancora voi, e vi acquisterete sicuramente il perdono e l'affetto del vostro divino sposo.

Preghiera.

Gesù mio, datemi il dono del vostro santo amore, che mi faccia abbracciare tutte le pene e gli affronti per compiacervi; datemi forza per negare a me stessa tutte le cose che a voi


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non piacciono, e per accettare tutto ciò che dispiace al mio amor proprio, i dolori, le persecuzioni, la perdita de' parenti, della sanità, della stima propria, e tutte le croci che da voi mi verranno. Io tutto accetto ora dalle vostre mani: accetto tutt'i travagli della mia vita e specialmente le pene della mia morte. Fate voi ch'io viva solo per darvi gusto, e morendo vi sagrifichi con tutto l'affetto la mia vita.

Mio Dio, voi mi comandate ch'io non v'offenda, ed io temo l'offesa vostra più che la morte. Voi mi comandate ch'io v'ami, ed altro io non desidero che amarvi. Ma conosco la mia debolezza, deh assistetemi sempre voi colla vostra grazia; non mi lasciate in mano mia, perché ritornerò a tradirvi. V'amo, mio sommo bene, e spero di sempre amarvi.

O Maria, speranza e madre mia, ottenetemi voi la grazia d'esser fedele a Dio e di amarlo, come merita d'esser amato un Dio d'una bontà infinita.

Viva Gesù nostro amore, e Maria speranza nostra.




1 RIBERA, Vita, lib. 4, cap. 11.- YEPES, Vita, lib. 3, cap. 26 (in fine).



2 «Itaque in Evangelio Dominus, doctor vitae nostrae et magister salutis aeternae... nihil crebrius mandat et praecipit quam ut insistamus eleemosynis dandis.» S. CYPRIANUS, Liber de opere et eleemosynis, n. 7. ML 4-607.



3 «Ei familiare erat omnibus omnia ministrare, neque pati ut sibi ministraret aliquis; in eoque Christum imitabatur, illius vestigia subsequens.» NICOLAUS CABASILAS, Archiep. Thessalonicen., Encomium S. Theodorae, Viduae, Sanctimonialis Thessalonicae, cap. 2, n. 10: inter Acta Sanctorum Bollandiana, die 5 aprilis.



4 «Le stesse monache affermano che ella sola durava più fatica, e faceva più, che quattro Converse insieme.» PUCCINI, Vita, Venezia, 1671; cap. 114.- Gli esercizi particolari della carità di questa Santa, la loro molteplicità e continuità, recano stupore.- Vedi Appendice, 16.



5 «Ostendamus eleemosynam artem esse et omnium artium optimam. Nam si artis est proprium in aliquid utile desinere, eleemosyna vero nihil est utilius, liquet eam et artem esse et omnium artium praestantissimam. Non enim illa nobis calceos parat, non vestimenta texit, non luteos domos construit; sed vitam sempiternam conciliat, atque ex mortis manibus nos eripit, et in utraque vita splendidos reddit, mansiones nobis caelestes exaedificat et illa aeterna tabernacula...» S. IO. CHRYSOSTOMUS, In Matthaeum, hom 52 (al. 53), n. 3 (vedi pure i num. 4 e 5). MG 58-522 (e seg.).- In antiche edizioni (Parigi, 1581, Venezia, 1583, una almeno delle quali servì a S. Alfonso), tom. 5, gran parte di questa omilia- pur trovandosi tra le omilie in Matthaeum. costituisce l' omilia 33 ad populum Antiochenum, e comincia così (interprete Bernardo Brixiano): «Eia, carissimi, prius dicta resumamus et hodie, et ostendamus qualiter est ars omnium artium quaestuosissima eleemosyna».- Per altro, non parla qui il Grisostomo della sola limosina propriamente detta, ma di ogni opera di misericordia e carità verso il prossimo: il che egli più espressamente espone in Acta Apostolorum, hom 25, n. 4: MG 60-196.- Questa medesima sentenza (misericordiam artem esse pretiosissimam) svolge pure il Grisostomo nell' omilia 49 (al. 50) in Matthaeum, n. 3, in fine, e 4. MG 58-500, 501; ove, tra altro, dice: «Discat... egenis largiri, melioremque illis omnibus artem callebit. Nam haec est illis omnibus artibus sublimio. Huius officina in caelo structa est. Huius artis Christus doctor est necnon eius Pater.... Non tempore vel labore opus habet ut exerceatur: sufficit enim velle, et totum perfectum est.... Quis tandem finis illius est? Caelum et caelestia bona.»



6 «Teneva in tanto pregio l' aiutar le anime, che per cagion di quest' opere stimava degno lasciare l' orazione ed ogni gusto spirituale; e più conto facea di dare aiuto ad un' anima, che di tutti gli (sic) estasi ed eccessi di mente che ella avesse potuto avere; e rendendo di ciò la ragione, diceva: «In quelli io sono aiutata da Dio; ma sovvenendo il prossimo, io aiuto a Dio». PUCCINI, Vita, Venezia, 1671, cap. 104.- «Ella faceva queste cose per osservare quella regola datale da Gesù.... ch' ella fosse sitibonda, come è il cervo dell' acque, d' esercitare per ogni tempo la carità verso i prossimi, e non facesse stima della debolezza e stanchezza del suo corpo.» La stessa opera, cap. 114.- «Diceva: «Io mi metterei a sopportare qualsivoglia cosa per il prossimo mio, e specialmente per quietare e consolare un' anima; perchè il cuore inquieto non dà vero riposo a Dio in sè, ed io non bramo altro che poter dare a Dio le sue creature». La stessa opera, cap. 120.- «Per aiutare il prossimo ne' suoi bisogni, o spirituali o corporali, fu sempre pronta a lasciar le sue orazioni, contemplazioni, ed ogni suo gusto spirituale.... dicendo che lasciava Dio per Dio.» La stessa opera, cap. 114.



7 Amen dico vobis, quamdiu fecistis uni ex his fratribus meis minimis, mihi fecistis. Matth. XXV, 40.



8 Qui converti fecerit peccatorem ab errore viae suae, salvabit animam eius a morte, et operiet multitudinem peccatorum. Iac. V, 20.



9 «Hoc ergo debet facere (veniam petere), qui fecit iniuriam. Qui autem passus est, quid debet? Quod audivimus hodie: Si peccaverit in te frater tuus, corripe eum inter te et ipsum solum (Matth. XVIII, 15). Si neglexeris, peior es. Ille iniuriam fecit, et iniuriam faciendo gravi se ipsum vulnere percussit: tu vulnus fratris tui contemnis? Tu eum vides perire, vel perisse, et negligis? Peior es tacendo, quam ille conviciando. Quando ergo in nos aliquis peccat, habeamus magnam curam, non pro nobis: nam gloriosum est iniurias oblivisci; sed obliviscere iniuriam tuam, non vulnus fratris tui. Ergo corripe eum inter te et ipsum solum, intendens correctioni, parcens pudori.» S. AUGUSTINUS, Sermo 82 (al. de verbis Domini, 16), cap. 4, n. 7. ML 38-508, 509.



10 «Basilius (non già S. Basilio di Cesarea, ma un condiscepolo del Grisostomo e suo principale amico, a cui Grisostomo, intende dimostrare che abbia avuto ragione sia di far ordinare l' amico vescovo, probabilmente di Rafanea, presso Antiochia, sia di fuggire egli stesso il medesimo onore): «An ad proximorum emendationem vim caritatis satis esse putas? Chrysostomus: Maxime quidem et magna ex parte ad id conferre caritas possit. Quod si velis ut prudentiae quoque tuae specimina proferamus, ad id quoque me conferam, ostendamque te magis prudentia valere.» S. IO. CHRYSOSTOMUS, De sacerdotio, lib. 2, n. 6. MG 48-638.



11 «Quando poi in questi tempi (di orazione) fosse stato chiamato, subito calava a basso a dar sodisfazione a chi l' avea fatto chiamare, dicendo, che questo non era lasciar propriamente l' orazione, ma sì bene lasciar Cristo per Cristo; il che egli dichiarava non esser altro, che privarsi de' gusti spirituali per guadagnar anime a Cristo; e finito ch' aveva di trattar quel tanto perchè era stato chiamato, ritornava di sopra, e seguitava le sue meditazioni. Nè per questo, come esso diceva, si sentiva niente distratto, ma sì bene, per aver trattato opere di carità, sentivasi maggiormente infiammato e raccolto.» BACCI, Vita, lib. 2, cap. 5, n. 6.



12 Vedi Appendice, 17.



13 «Alius, doctrina veritatis plenus, audientium mentes inebriat. Per hoc ergo quod dicit, profecto phialam porrigit. Alius explere quod sentit non valet, sed quia hoc utcumqe denuntiat, profecto per cyathum gustum praebet... Si per doctrinae sapientiam ministrare phialas minime potestis, in quantum pro divina largitate sufficitis, proximis vestris boni verbi cyathos date. In quantum vos profecisse pensatis, etiam vobiscum alios trahite, in via Dei socios habere desiderate. Si quis vestrum, fratres, ad forum aut fortasse ad balneum pergit, quem otiosum esse considerat ut secum veniat invitat. Ipsa ergo terrena actio vestra vos conveniat, et si ad Deum tenditis, curate ne ad eum soli veniatis. Hinc enim scriptum est: Qui audit, dicat: Veni (Apoc. XXII, 17); ut qui iam in corde vocem superni amoris acceperit, foras etiam proximis vocem exhortationis reddat. Et fortasse panem, ut indigenti eleemosynam porrigat, non habet; sed maius est quod tribuere valeat, qui linguam habet. Plus enim est verbi pabulo victuram in perpetuum mentem reficere, quam ventrem moriturae carnis terreno pane satiare. Nolite ergo, fratres, proximis vestris eleemosynam verbi subtrahere.» S. GREGORIUS MAGNUS, Homiliae XL in Evangelia, hom. 6, n. 9. ML 76-1098.



14 Magnificate Dominum mecum. Nolo solus magnificare, nolo solus amare, nolo solus amplecti. Non enim si ego amplexus fuero, non habet alius ubi manus ponat. Latitudo tanta est in ipsa Sapientia, ut omnes animae amplectantur et perfruantur. Et quid dicam, fratres? Erubescant qui sic amant Deum, ut invideant aliis. Aurigam perditi homines amant, et quisquis amaverit aurigam aut venatorem (cioè qualcuno di quei che conducevano i carri o si offrivano a combattere colle belve nei giuochi pubblici), vult ut totus populus cum illo amet; et hortatur, et dicit: Amate mecum illum pantomimum, amate illam mecum et illam turpitudinem... Clamat ille in populo, ut ametur cum illo turpitudo: et christianus non clamat in Ecclesia, ut ametur cum illo veritas Dei! Excitate ergo in vobis amorem, fratres, et clamate unicuique vestrorum, et dicite: Magnificate Dominum mecum. Sit in vobis iste fervor. Quare vobis recitantur ista, et exponuntur? Si amatis Deum, rapite omnes ad amorem Dei qui vobis iunguntur, et omnes qui sunt in domo vestra: si amatur a vobis corpus Christi, id est unitas Ecclesiae, rapite eos ad fruendum, et dicite: Magnificate Dominum mecum.» S. AUGUSTINUS, Enarratio in Ps. XXXIII, sermo 2, n. 6. ML 36-311.



15 BREVIARIUM ROMANUM, die 15 octobris, lectio 5.- «Estando en la Encarnaciòn el segundo año que tenia el priorato, Otava de San Martin (a mediados de noviembre de 1572)... representòseme (Su Majestad) por visiòn imaginaria, como otras veces, muy en lo interior, y diòme su mano derecha, y dijome: «Mira este clavo, que es se ñal que seràs mi esposa desde hoy. Hasta ahora no lo habias merecido; de aqui adelante, non sòlo como Criador y como Rey y tu Dios miraràs mi honra, sino como verdaderaesposa mia. Mi honra es ya tuya y la tuya mia.» S. TERESA, Las Relaciones, Mercedes de Dios, XXXV. Obras, II, 63, 64.



16  «Ad communionem precum omnes adiunge. Magnum enim est eorum qui Deum placare possunt auxilium.» S. BASILIUS MAGNUS, Epistola 174, ad viduam. MG 32-651.- Sermones XXIV, per Simeonem Metaphrasten ex S. Basilii operibus selecti, sermo 9, n. 2. MG 32-1239.- «Hoc itaque tibi notum sit, frater, non Christi praesentia, sed petentis fide liberatum fuisse aegrotantem (filium centurionis). Ita et nunc precante te in quo fueris loco, et aegroto credente se precibus tuis adiutum iri, evenient illi omnia ex sententia.» Epistola 42, ad Chilonem discipulum suum, n. 2 (in fine). MG 32-351.- Nella Praevia institutio ascetica (MG 31, col. 619-626), S. Basilio fa più allusioni alla potenza d' intercessione del monaco presso Dio, e, verso la fine (n. 3, col. 626), invita i parenti a consacrare i loro figli e le loro figlie al Signore, dicendo che troveranno in essi «apud Christum patronos bonosque legatos ac deprecatores».



17 «Circa 4 anni prima, alii 11 di febraio 1652, pur dopo la santa comunione, nella quale le aveva dato il Signore a gustare, com' ella dice, inesplicabili consolazioni di paradiso; ella mossa da affetto di gratitudine pregò Gesù Cristo a manifestare che avrebbe dovuto fare per dargli gusto. E si compiacque risponderle con interna locuzione: «Aiutami alla salute delle anime con orazioni; e quel desiderio che senti della salute di quelle, io te l' ho dato. Compatiscimi perchè ho fatto tanto per quelle, e mi sono fatto uomo sconosciuto.» «E queste parole me le diceva con grande afflizione, e io sono rimasta tanto consolata, che mi pare avere il paradiso dentro di me, e non guardo il cielo nè altro luogo per trovare Gesù Cristo mio sposo, ma solo il mio cuore, nel quale vivamente lo sento.» Vita della Ven. Madre Suor Serafina di Dio (detta da Capri, ove morì e fu sepolta), fondatrice di sette monasteri dell' Ordine Carmelitano; proseguita e data alla luce dal P. Tommaso PAGANI, della medesima Congregazione (direttore spirituale di S. Alfonso, prima della fondazione del suo Istituto). Lib. 1, cap. 15, pag. 111, n. 17, Napoli, Roselli, 1723.



18 «Vedi, vedi, figliuola, come gli uomini per la loro malvagità stanno nelle mani del demonio. Guarda come il demonio tiene la bocca aperta per divorarli. Onde se i miei eletti con le loro orazioni non gliene cavassero dalle mani, sarebbero divorati da quello, perocchè da loro lo provocano a tale divorazione.» PUCCINI, Vita, Venezia, 1671, cap. 101; Firenze, 1611, parte 4, cap. 12, pag. 244.



19 «Spesso diceva alle Sorelle: «..... Noi non abbiamo a render conto a Dio solo delle opere cattive che avremo commesse, ma ancora delle buone tralasciate, che avremmo potuto fare. Dio non ci ha separate dal mondo perchè solo siamo buone per noi, ma perchè aiutiamo le anime con le orazioni e penitenze, e lo plachiamo, contro de' peccatori adirato: questa è la nostra parte.» PUCCINI, Vita, Venezia, 1671, cap. 98.- «Scorgendo talora nelle sue estatiche contemplazioni esser le creature imperfette e macchiate di colpe, mossa da eccessivo zelo dell' altrui salute, amaramente piangendo diceva: «O s' io fossi stata nell' orazione fervente, s' io avessi avuto raccoglimento in me stessa o altre simili cose avessi fatto; certo che Iddio m' avrebbe illuminata altrimenti, che non ha potuto fare per i miei difetti, onde io avrei tenuto quei mezzi per impetrar lume a queste anime, che non sarebbono in così misero stato.» Raddoppiava ella perciò le preci a sua Divina Maestà ed esortava le sue figliuole spirituali a porger sempre a Dio calde preghiere per la salute delle anime e conversion dei peccatori, avvengachè - com' ella dicea- è molto grato a Dio questo esercizio e profittevole per la propria salute.» PUCCINI, Vita, Firenze, 1611, parte 4, cap. 31, pag. 342.



20 «Altre volte diceva....: «Noi, Sorelle, abbiam a render conto a Dio, che tante anime oggi ardono nell' inferno: che se voi ed io fossimo state ferventi a fare orazione, ed offerire il Sangue di Gesù per loro, e raccomandarle con caldo affetto a Dio, egli si sarebbe forse placato, e non sarebbero in quelle pene.» PUCCINI, Vita, Venezia, 1671, cap. 98.- Cf. PUCCINI, Vita, Firenze, 1611, parte 1, cap. 54, pag. 76.



21 «In un ratto.... disse: Desiderium animarum tuarum comedit me.... e poco appresso soggiunse....: Conserva me, Domine, quoniam in desiderio animraum consumpta est anima mea (cf. PUCCINI, Vita, Firenze, 1611, parte 4, cap. 23 bis, pag. 291). E quelle che più intrinsecamente con lei conversarono, dicono che questo desiderio era in lei così continuo, che non passava quasi mai ora, che ella con qualche parola o azione non lo manifestasse, nè per qualsivoglia esercizio lo perdeva di memoria.» PUCCINI, Vita, Venezia, 1671, cap. 98.



22 Vita della B. Suor Stefania Quinzani, dell' Ord. di S. Domenico, fondatrice del monastero di S. Paolo di Soncino- data in luce da Suor Felice CORONA TINTI, Crema, 1658.- Cap. 13: «S' impiegò tutto il tempo di sua vita nel sovvenire alle creature che se ne stavano in pericolo» (per la salvezza dell' anima).- Cap. 14: «Servò per lo spazio di trent' anni e più l' esempio di S. Domenico.... il quale ogni notte si flagellava tre volte... Così faceva anch' essa.... disciplinandosi una volta per i peccati propri, un' altra per.... i peccatori, e la terza per le povere anime del purgatorio.» - Cap. 21: «Ogni venerdì pativa qualche tormento della Passione di Cristo, anzi la maggior parte, perseverando nel patire per lo spazio di anni 41. Cominciò d' età di 32 anni, e sempre fino al fine di sua vita.» Morì ai 2 di gennaio 1530, un mese prima di compiere i 73 anni.



23 Anche il MONSABRE', O. P., ricorda questo fatto, veramente «commovente» per chi ne sa intendere il profondo significato. «Era lui (l' umile fratello converso) che commovea il cielo per ottenere la conversione dei peccatori: era la comunione dei santi, che per mezzo di quest' uomo oscuro e forse sprezzato, determinava il movimento delle grazie straordinarie, che si attribuiva allo zelo apostolico e alla eloquenza dell' oratore. Miracolo commovente, che mi sta sempre dinanzi al pensiero e che mi fa sempre cercare nella Chiesa l' anima ignota, della quale io non sono che l' umile collaboratore.» Esposizione del dogma cattolico, VII, Quaresima 1880, conferenza 60, La comunione dei Santi, versione italiana di Mgr Bonomelli, Torino, 1886, pag. 293, 294.



24 Probabilmente allude qui S. Alfonso al P. Carlo Gregorio ROSIGNOLI, S. I., ed alla sua opera intitolata Meraviglie di Dio nelle anime del Purgatorio. Opere, I, Venezia, 1713, pag. 701 e seg. Il primo pensiero svolto nell' Introduzione della Parte prima, p. 707, è questo: esser obbligo di carità di sovvenire quelle anime, per l' estrema necessità in cui si trovano.



25 «Caritas, quae est vinculum Ecclesiae membra uniens, non solum ad vivos se extendit, sed etiam ad mortuos qui in caritate decedunt.» S. THOMAS, Sum. Theol., Supplementum 3ae partis, qu. 71, art. 2, c.



26 «In purgatorio erit duplex poena: una damni, inquantum scilicet retardantur a divina visione; alia sensus, secundum quod ab igne corporali punientur. Et quantum ad utrumque poena purgatorii minima excedit maximam poenam huius vitae. - Quanto enim aliquid magis desideratur, tanto eius absentia est molestior. Et quia affectus quo desideratur summum bonum, post hanc vitam in animabus sanctis, est intensissimus, quia non  retardatur affectus mole corporis; et etiam quia terminus fruendi summo bono iam advenisset nisi aliquid impediret; ideo de tardatione maxime dolent.- Similiter etiam, cum dolor non sit laesio, sed laesionis sensus (Topic. lib. 6, cap. 6, n. 27), tanto aliquid magis dolet de aliquo laesivo, quanto magis est sensitivum: unde laesiones quae flunt in locis maxime sensibilibus, sunt maximum dolorem causantes. Et quia totus sensus corporis est ab anima, ideo, si in ipsam animam aliquod laesivum agat, de necessitate oportet quod maxime affligatur. Quod autem anima ab igne corporali patiatur, hoc ad praesens supponimus..... Et ideo oportet quod poena purgatorii, quantum ad poenam istius vitae.» S. THOMAS, Quaestio de purgatorio, art. 3, c. Appendix ad Supplementum 3ae  partis Summae Theol., seu, in IV Sent., dist. 21, qu. 1.



27 «Monachus quidam Cisterciensis ordinis, religiosa admodum conversatione vitam suam (consummavit)... Quo defuncto sacrista domus illius nocte quadam... vigilans sedebat... cum ecce spiritus eiusdem fratris tamquam..... corpore vestitus, repente astitit coram ipso, sicque... allocutus est eum: «Domine sacrista, ego sum ille frater nuper defunctus... Licet per gratiam Dei vigilanter satis in observantiis Ordinis maipsum exercerem, in uno tamen graviter deliqui: quod scilicet sacrum diaconatus ordinem carnaliter concupivi, et ut ad hunc honoris gradum ascendere, sine respectu timoris Dei valde inquietus fui... Absque condigna poenitentia huius delicti de corpore exivi, quia nec tanti ponderis hoc fore putabam, quanti post mortem inveni. Sed pius Dominus idcirco nunc me tibi apparere concessit, quantenus qui iam per meipsum mereri nihil possum, fratrum nostrorum.... orationibus debeam adiuvari...» Verum sacrista... cum esset homo maturi consilii, ipso die nemini, quidquam super hoc verbo locutus est... Nocte vero sequenti.... idem defunctus sicut antea vigilanti apparuit, dixitque ei: «.....O si scire posses quam gravis est iam minima poena animae carne solutae, profecto non iam negligenter ageres, sed totis viribus succurrere satageres.....» Exordium magnum Cisterciense, dist. 5, cap. 7. ML 185-1133, 1134.



28 «Era solito dire: «Se volete conoscere se in una comunità vi è spirito di Dio, dimandate come sono trattati gli infermi. Se vi è carità cogli infermi, vi è spirito di Dio.».... Si è detto altrove quanto egli fosse di natura piacevole e dolce: e pure da coloro che 'l praticarono a noi vien riferito, che quando vedeva che si mancava cogli infermi, mortificava severamente chi ne aveva la cura: anzi non mai acceso di zelo più fervido e più severo si fè vedere, che quando le mancanze puniva degli infermieri.» Lod. SABBATINI d' Anfora, Vita, lib. 3, cap. 8.



29 PUCCINI, Vita, Venezia, 1671, cap. 120.- Vedi Appendice, 16.



30 «All' istessa ora che morì (in Salamanca, a' 13 di giugno 1574), stava la sua grand' amica e compagna Maria di S. Francesco nel suo convento di Medina del Campo accomodando la custodia del SS: Sagramento in compagnia d' altre religiose. Le venne di repente un sì grande raccoglimento interiore, che per non essere da quelle notata se n' andò ad una tribuna. Crebbe di maniera, che... restò quasi priva de' sensi, e vidde Suor Isabella con una preziosa corona di fiori in capo, ed una palma virginale in mano, e tutto il corpo trasparente di color di madreperla, e che due Angeli la sostentavano su le spalle. E dissele, che tutta quella gloria le era stata data per la carità, che aveva esercitata con l' inferme, e per la pazienza, con la quale aveva sopportati molti scrupoli e travagli interiori..... Il che tutto afferma con giuramento l' istessa Madre Maria di S. Francesco nella deposizione che fece per la canonizzazoine della N. S. M. Teresa.» FRANCESCO DI SANTA MARIA, Riforma de' Scalzi di N. S. del Carmine, I, lib. 3, cap. 29, n. 7.



31 «La que no quisiere llevar cruz, sino la que le dieren muy puesta en razòn, no sè yo para qué està en el monesterio; tòrnese al mundo adonde aun no le guardaràn esas razones.» S. TERESA Camino de perfecciòn, cap. 13. Obras, III, 63.



32 «Vinci videtur in hoc saeculo, cui tunicam suam alter abstulerit: at in Christo triumphat, qui tunicam auferenti remittit et pallium. Vicem iniuriae reddere humana ultio est: at inimicum etiam diligere, vindicta caelestis est.» S. PAULINUS, Epistola 24, ad Severum, n. 17. ML 61-296.



33 B. RAIMONDO DA CAPUA, Vita, parte 2, cap. 4, n. 9 e seg.



34 Vi sono vari santi col nome di Acaio, ma chi sia quello che ha fatto l' atto eroico al quale accenna S. Alfonso, non sappiamo.



35 «Promittebat (imperatrix Iustina).... diversas.... dignitates iis qui illum (Ambrosium) de ecclesia raptum, ad exsilium perduxissent. Quod cum multi conarentur... unus.... nomine Euthymius in tantum furorem excitatus est, ut iuxta ecclesiam sibi domum pararet, atque in eadem carrum constitueret, quo facilius raptum, superpositum carpento ad exsilium perduceret. Sed.... post annum.... eodem die quo illum rapere se arbitrabatur, in eodem carpento impositus, de eadem domo ipse ad exsilium destinatus est... Cui non minimum solatii sacerdos (Ambrosius) praebuit, dando sumptus, vel alia quae erant necessaria.» Vita S. Ambrosii, Mediolanensis Episcopi, a PAULINO eius notario ad beatum Augustinum conscripta, n. 12. ML. 14-31.



36 «Venustianus (praeses Tusciae) cum furore iussit ut praecidentur ei (Sabino episcopo) manus... Serena vero, christianissima vidua... adduxit ad eum (Sabinum) in carcerem nepotem suum Priscianum, qui erat caecus. Tum S. Sabinus truncas manus super oculos eius posuit, et in fide Christi, oratione facta, illuminavit.... Quod cum nunciatum esset Venustiano praesidi. indoluerant enim ei oculi, et prae dolore neque cibum, neque potum, neque somnum capere poterat- misit uxorem suam, et duos filios, ut adducerent beatum Sabinum ad domum eius... Prostravit se ad pedes eius Venustianus... uxorque eius et filii... rogantes se baptizari. Moz baptizatus.... nullum dolorem oculorum sensit. Nunciatum est autem hoc Maximiano.... Lucius tribunus... beatum Venustianum cum uxore et filiis necavit in civitate Assisina; sanctum vero Sabinum adduxit in civitatem Spoletum, et tamdiu praecepit caedi, donec deficeret.» SURIUS, De probatis Sanctorum historiis, die 30 decembris.



37 «Cum praeses civitatis curru vectus exiret per medium forum, sedente ad latus sancto viro, lapides nive crebriores undique in caput praesidis ferebantur, civitate illam non ferente separationem.... Quid ergo tunc fecit ille beatus? Cum vidisset iactus lapidum, complexis suis vestibus ontexit caput praesidis: simul et inimicos pudore afficiens ob insignem mansuetudinem, et suos docens discipulos, quantam ostendere oporteat patientiam in eos, qui iniuria afficiunt.» S. IO. CHRYSOSTOMUS, Homilia encomiastica in S. Meletium, Archiepiscopum Antiochenum, n. 2. MG 50-517.



38 Il cristiano instruito nella sua legge, parte 1, ragionamento 20, n. 20.



39 «Etsi infirmus es, ora; etsi fortis es, ora. Infirmus pro te oras, fortis pro inimico tuo oras. Bonum scutum infirmitatis, oratio: tu oras, et Dominus te protegit. Bonum scutum etiam triumphantis, ut inimicum tuum, quem possis ferire, defendas.» S. AMBROSIUS, Enarratio in Ps. XXXVIII, p. 11. ML 14-1044.



40 «La qual serva di Gesù (la Beata parla di se stessa) nelle sue.... orazioni solea, esclamando al Signore, spesse fiate dire: «O Dio mio clementissimo, se tu mi rivelassi tutti li secreti del tuo secretissimo Cuore, e si mi mostrassi ogni giorno tutte le gerarchie angeliche, e se ogni giorno suscitassi morti, non ti credere che per quello io mi creda che tu mi ami d' infallibile amore; ma quando sentirommi avere grazia di perfetto cuore, far bene a chiunque mi fa male, dir bene, e lodare senza condizione di mente, di chi so io che dice male di me e che a torto mi biasima: allora, Padre eterno clementissimo, crederò per questo segno infallibile ch' io ti sono vera figlia, confortandomi col tuo dilettissimo Figliuolo Gesù Cristo crocifisso, unico bene dell' animamia, il quale essendo in croce ti pregò per li suoi crocifissori.» Vita spirituale della B. Battista Varana, (+1527) Principessa di Camerino, Monaca dell' Ordine di S. Chiara, cap. 26: B. CIMARELLI, Croniche dell' Ordine de' Frati Minori, parte 4, vol. 2.



41 Avendo la Beata domandato un segno sensibile di non esser nell' illusione, le rispose Nostro Signore: «Ego... dabo tibi signum melius quam illud quod tu quaeris; quod signum erit tecum continue intus in anima tua, et quod semper senties. Signum autem erit istud: tu semper eris fervens in amore et de amore Dei, et illuminata cognitione Dei intus in te. Hoc autem signum sit tibi certissimum quod ego sum, quia hoc signum non potest facere aliquis nisi ego; et hoc est signum quod ego dimitto intus in anima tua, quod tibi est melius alio quod petisti. Dimitto in te unum amorem de me, quo anima tua erit ebria, fervens et calida assidue de me; ita quod tribulationes amore mei tolerabis; et si quis tibi dixerit malum, vel fecerit, tu habebis in gratia, et clamabis te indignam tali gratia. Istum enim amorem habui ego ad vos, qui fuit tantus, quod pro vobis omnia sustinui patienter et cum humilitate. Tunc igitur cognosces quod ego sum in te, si quando quis dixerit vel fecerit malum tibi, tu habeas non solum patientiam, sed hoc habeas in magno desiderio et pro gratia; et hoc est certum signum gratiae Dei.....» Soggiunge la Beata: «.... Desiderabam quod totus mundus diceret mihi verecundiam, et quod mors inferretur mihi cum omni tormento. Et erat mihi multum deleectabile rogare Deum pro illis qui mihi haec omnia mala fecerent..... Paratissima igitur eram rogare Deum pro illis qui mihi mala fecissent, et cum magno amore diligere eos, et eis compati.» B. ANGELAE FULGINATIS Vita et opuscula. Scripsit V. F. Arnaldus, eius confessarius. Pars 3, cap. 10, pag. 80, 81. Fulginae, 1714.



42 Matth. V, 44.



43 La B. Giovanna della Croce (+ 3 maggio 1481- nella quale medesima festività della Croce entrò in Religione, fece la solenne professione, e prese più tardi, per ordine di Nostro Signore, la cura della riforma del monastero), fu riformatrice e badessa di un monastero di Terziarie Francescane claustrali, detto di S. Maria della Croce, nella diocesi di Toledo. Di questa Beata (così vien chiamata da parecchi) vengono celebrate le virtù e le grazie soprannaturali tanto dal VADINGO (Annales Minorum, a. 1534, n. 39-67) quanto dal Mazzara (Leggendario Francescano, 3 maggio) e dal Cimarelli (Croniche dell' Ordine dei Frati Minori, parte 4, lib. 2). Tutti e tre parlano della sua pazienza, sia nei primordi della sua vita religiosa, allorchè «per essere giovinetta tutte le altre prendevano ardire sopra di lei: ma la mansueta agnella a ciascheduna s' umiliava, e con quelle che la schernivano dicea sua colpa, per quelle pregando che la perseguitavano e le facevano oltraggio» (Cimarelli, l. c., cap. 6); «sia quando fu deposta dall' ufficio di badessa, per una falsa accusa mossa dalla vicaria, la quale le succedette:  a questa non solo perdonò, ma prestò umilissima ubbidienza, esortando le altre monache, sdegnate di tanta ingiustizia, a sottomettersi al par di lei; oltre a ciò, ottenne alla colpevole, colpita da Dio con malattia mortale, la grazia di pentirsi e di morire in pace con Dio.» (Vadingo, l. c., n. 60; Cimarelli, l. c., cap. 19). La Beata ebbe altri biografi, tra i quali il «dotto e prudente» Pietro Navarro (Waddingus, l. c., num. 67), il quale scrisse secondo le memorie lasciate da Suor Maria Evangelista, discepola della Beata.



44 (S. Elisabetta, figlia di Andrea II, re d' Ungheria, sposò Lodovico, lantgravio di Turingia.) «Ricevendo questa serva di Dio, dopo che fu vedova, una grande ingiuria, si mise in orazione, e lagrimando pregava Dio per gli ingiuriatori, dimandandogli, che per ciascuna ingiuria fattale, avesse per bene concederle una grazia per ciascuno.... Sentì una voce che le disse: «Mai facesti orazione più grata a me di questa, con la quale m' hai trapassato le viscere, perilchè ti perdono tutti i tuoi peccati, e la mia grazia ti dono.» MARCO DA LISBONA, Croniche del P. S. Francesco, parte 1, lib. 9, cap. 12.

 






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