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S. Alfonso Maria de Liguori
La vera Sposa di Gesù Cristo

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CAPO XIV - Della rassegnazione nella volontà di Dio.

§ 1 - Quanto vale il rassegnarsi nella divina volontà.

1. Dice S. Giovan Grisostomo che tutta la perfezione dell'amore verso Dio consiste nella rassegnazione al suo divino volere.1 Siccome l'odio divide le volontà de' nemici, così l'amore


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unisce le volontà degli amanti; sicché l'uno non voglia, se non quello che l'altro vuole. Idem velle et idem nolle firma amicitia est, scrisse S. Girolamo a Demetriade.2 Quindi dice il Savio: Fideles in dilectione acquiescent illi (Sap. III, 9): L'anime fedeli in amare Dio, si accordano a tutto ciò ch'egli vuole. Questo sagrificio del proprio volere, mentre noi non abbiamo cosa più cara che la propria volontà, è il sagrificio in somma più gradito che possiamo offerire al Signore. E questo è quello ch'egli con tanta premura continuamente ci dimanda: Praebe, fili mi, cor tuum mihi (Prov. XXIII, 26): Figlio, dammi il tuo cuore, cioè la tua volontà. Per ogni altra cosa che noi daremo a Dio, ma riserbandoci la propria volontà, egli non sarà mai contento. Mi spiego con questo esempio: Se voi aveste due serve, di cui una vuol sempre faticare, ma sempre a suo modo, l'altra poi fatica meno, ma vi ubbidisce in tutto quel che le dite; certamente voi molto amereste questa seconda, e poco o niente la prima. Oh quante volte noi c'inganniamo col voler intraprendere certi affari di nostro genio, a' quali non vediamo concorrervi la divina volontà, e diciamo: Ma questa cosa che voglio fare, e cosa di gloria di Dio. Ma bisogna persuaderci che la maggior gloria che noi possiamo dare a Dio è di uniformarci alla sua santa volontà.


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Diceva il B. Errico Susone: Dio non è tanto glorificato quando tu abbondi di lumi e consolazioni spirituali, quanto allora che tu ti sottometti al suo divino beneplacito.3 Quindi è che la B. Stefana da Soncino vide tra i serafini alcune anime da lei conosciute in terra, e le fu rivelato che quelle erano giunte a tanta altezza per l'unione perfetta avuta in vita alla volontà di Dio.4

2. Tutta la malizia del peccato consiste nel volere quel che non vuole Dio; poiché allora, come dice S. Anselmo, in certo modo cerchiamo di toglier la corona a Dio: Cum homo vult aliquid per propriam voluntatem, Deo aufert quasi suam coronam; sicut enim corona soli regi competit, sic propria voluntas soli Deo (S. Ans., Lib. de Simil., c. 8).5 Chi vuol seguire la propria volontà contra la divina, quasi rapisce a Dio la sua


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corona, perché siccome la corona spetta solamente al re, così il far la propria volontà, senza dipender da altri, spetta solamente a Dio. Inoltre disse Samuele a Saulle che il non volersi uniformare alla divina volontà, è una specie d'idolatria: Quasi scelus idololatriae nolle acquiescere (I Reg. XV, 23). Dicesi idolatria, perché allora l'uomo, in vece di adorare la volontà divina, adora la propria. Or siccome tutta la malvagità della creatura consiste nel contraddire al suo Creatore, così tutta la di lei bontà consiste nell'unirsi al di lui volere. Chi si uniforma al voler divino, diventa uomo secondo il cuore di Dio, com'egli disse di Davide: Inveni... virum secundum cor meum, qui facit omnes voluntates meas (II Reg. I, 14).6 Di più, dice il Signore: Un'anima uniformata, sarà chiamata col nome di mia volontà: Vocabitur voluntas mea in ea (Is. LXVI, 2).7 Sì, perché in quest'anima fortunata, essendo morta la volontà propria, solo vive quella di Dio.

3. Oh beato chi può sempre dire come dicea la sagra Sposa: Anima mea liquefacta est ut dilectus meus locutus est (Cant. V, 6): L'anima mia si è liquefatta, subito che il mio diletto ha parlato. Perché dice liquefatta? Attendete: le cose liquide non ritengono più figura propria, ma prendono quella del vaso in cui son poste; così l'anime amanti non ritengono propri voleri, ma si uniformano a tutto quel che vuole l'amato. Ciò importa l'avere una volontà docile e tenera a tutte le cose di piacere di Dio; a differenza di coloro, i quali hanno la volontà dura che resiste. Un istrumento allora è buono, quando ubbidisce all'artefice che l'adopera; altrimenti a che serve? Per esempio, se vi fosse un pennello che resistesse alla mano del pittore, s'è tirato alla destra, si voltasse alla sinistra, s'è tirato in giù, volesse andar su, che farebbe il pittore? non lo butterebbe subito al fuoco? Taluni mettono la lor santità nel far penitenze, altri in comunicarsi spesso, altri in recitar molte orazioni vocali. Ma no, dice S. Tommaso, la perfezione non consiste in queste cose, consiste nel sottometterci alla divina volontà: Mentis humanae perfectio in hoc consistit, quod Deo subiiciatur (2. 2. q. 82, a. 8).8 Le penitenze


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le orazioni, le comunioni, in tanto son buone, in quanto le vuole Dio, ond'è ch'elle non servono che per mezzi ad unirci alla divina volontà; ma tutta la perfezione e santità sta nell'eseguire ciò che vuole Dio da noi. In somma la divina volontà è la regola d'ogni bontà e virtù. Ella, perch'è santa, tutto santifica, anche le azioni indifferenti, quando son fatte per dar gusto a Dio. Voluntas Dei sanctificatio vestra, dice l'Apostolo (I Thess. IV, 3): L'adempimento della divina volontà è la santificazione dell'anime vostre.

4. So bene che gli uomini volentieri si uniformano al volere di Dio nelle cose prospere, ma poi non vogliono uniformarsi nelle avverse. Ma ciò è una gran pazzia, perché così noi veniamo a soffrire i mali doppiamente e senza merito, mentreché, o vogliamo o non vogliamo, la volontà di Dio s'ha da adempire: Consilium meum stabit, et omnis voluntas mea fiet (Is. XLVI, 10). Dunque, se quell'inferma non accetta i suoi dolori con pazienza, ma si adira e se la prende con tutti, ella che fa? forse coll'adirarsi si libera da' dolori? no, ma l'accresce, poiché resistendo alla volontà di Dio, patisce già quei dolori, e di più vi perde la pace: Quis restitit ei, et pacem habuit? (Iob IX, 4). Quando, all'incontro, se li abbracciasse con pace, meno li sentirebbe, e si consolerebbe col pensiero di dar gusto a Dio, accettando quella croce dalle sue mani. Oh che gusto da al Signore chi in tempo di tribulazioni dice con Davide: Obmutui et non aperui os meum, quoniam tu fecisti (Psal. XXXVIII, 10): Mio Dio, ho chiusa la mia bocca, e non ho ardito di parlare, sapendo che voi l'avete fatto. No, che noi non abbiamo chi meglio di Dio possa procurare il nostro bene, e chi ci ami più di questo nostro Creatore. E persuadiamoci che quanto egli fa, lo fa per nostro bene e perché ci ama. Molte cose a noi sembrano disgrazie, e le chiamiamo disgrazie; ma se intendessimo il fine per cui Iddio le dispone, vedressimo che sono grazie. Parve una gran disgrazia quella che avvenne al re Manasse, d'essere spogliato del regno e fatto schiavo del principe degli Assiri; e pure quella fu la sua fortuna, poiché dopo quell'avversità, egli si accostò a Dio e fe' penitenza della sua mala vita: Qui postquam coangustatus


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est, oravit Dominum Deum suum: et egit poenitentiam valde coram Deo (II Paral. XXXIII, 12). Noi patiamo di vertigini, onde ci pare che molte cose vadano alla riversa; e non conosciamo che non sono le cose che girano, ma è il nostro capo guasto, è l'amor proprio che ci fa vedere le cose altrimenti da quelle che sono. Dice quella monaca: Ma che cosa è questa, che tutte le cose mi vanno storte! No, sorella mia, andate storta voi, va storta la vostra volontà; perché tutto quel che succede, tutto lo fa Iddio e lo fa per vostro bene, ma voi non lo sapete conoscere.

5. E chi mai possiamo trovar noi che sia più sollecito del nostro bene e della nostra salute, fuori di Dio? Per farci intendere egli questa verità, ora si assomiglia ad un pastore che va trovando per lo deserto la pecorella perduta (Luc. XV, 4); ora ad una madre che non sa scordarsi del proprio figlio: Numquid oblivisci potest mulier infantem suum, ut non misereatur filio uteri sui? (Is. XLIX,15); ora ad una gallina che raccoglie e covre i suoi pulcini sotto le sue ale, acciocché non patiscano danno: Ierusalem, Ierusalem... quoties volui congregare filios tuos, quemadmodum gallina congregat pullos suos sub alas, et noluisti? (Matth. XXIII, 37). Iddio in somma, dice Davide, circonda noi colla sua buona volontà, per liberarci da tutti i danni de' nostri nemici: Ut scuto bonae voluntatis tuae coronasti nos (Psal. V, 13).

E perché poi non ci abbandoniamo noi tutti nelle mani di questo buon padre? Non sarebbe pazzo quel cieco che, stando in mezzo a' dirupi, ricusasse la guida d'un padre che l'ama, e volesse andare per altra via a suo capriccio? Felici quell'anime che si fan condurre da Dio per quella via per cui le porta! Narra il P. Sangiurè nel suo Erario spirituale che un certo giovane, volendo entrar nella Compagnia, fu rifiutato per cagione che gli mancava la vista d'un occhio. Or chi non avrebbe detto che quel difetto fosse una gran disavventura per quel povero giovane? E pure quel difetto fu la causa della miglior sorte che potesse incontrare; poiché, atteso quel difetto, in tanto fu ricevuto, in quanto si obbligò di andare all'Indie in missione; in fatti vi andò, ed ebbe la sorte di morire martire per la fede.9 - Dicea


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a tal proposito il Ven. P. Baldassare Alvarez: Il regno dei cieli è il regno degli storpiati, dei tentati e de' disprezzati.10 Lasciamoci dunque come ciechi guidar sempre da Dio, per qualunque via piana o erta ci conduca, sicuri che per quella via troverem la salute. Dicea S. Teresa: Il Signore non manda mai un travaglio senza pagarlo con qualche favore, sempreché noi l'accettiamo con rassegnazione.11

6. Oh la gran pace che gode un'anima che tiene la sua volontà tutta uniformata alla volontà di Dio! Non volendo ella altro se non quel che vuole Dio, ha sempre tutto ciò che


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vuole; perché quanto accade nel mondo, già tutto accade per volontà di Dio. Narra il Panormitano che il re Alfonso, chiamato il grande, interrogato una volta qual uomo egli stimasse felice in questa terra, saggiamente rispose: Colui che tutto si abbandona nella volontà di Dio.12 Ed in verità, da che mai nascono tutte le nostre inquietudini, se non dal non avvenirci le cose secondo noi le vogliamo, e dal ripugnare alla divina volontà? Giusta pena, dice S. Bernardo: Ad iustam legem Dei pertinuit, ut qui a Deo noluit suaviter regi, poenaliter a se ipso regeretur (Epist. 21, ad Chartus.):13 Iddio giustamente


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dispone che chi ricusa di farsi governar da esso con pace, sia governato da se stesso con angustie ed affanni. Chi all'incontro non vuol altro se non ciò che vuole Dio, egli vede sempre adempito tutto quel che vuole; e perciò sta sempre in pace così nelle prosperità, come nelle avversità. Quando vedete dunque una persona che sta mesta, dite ch'ella sta mesta perché non è rassegnata nella volontà di Dio. I santi anche in mezzo alle persecuzioni più dure, a' tormenti più dolorosi, non sanno che cosa sia mestizia; e perché? perché stanno uniti alla divina volontà: Non contristabit iustum quidquid acciderit ei (Prov. XII, 21). Quindi saggiamente cantò il cardinal Petrucci:

Questo mondo volubile e cadente

È scena di ruine:

I suoi vezzi più cari e i suoi contenti

Han sembianza di gioie, e son tormenti.

Ma se Cristo seguite, i suoi tormenti

Han sembianza di pene, e son contenti.14

7. Diceva Salviano, parlando dei santi: Humiles sunt, hoc volunt; pauperes sunt, paupertate delectantur; itaque quidquid acciderit, iam beati dicendi sunt:15 Eglino, se sono umiliati,


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questo vogliono; se patiscono povertà, se ne compiacciono; sicché in qualunque avversità che a loro avviene, stan contenti; e perciò cominciano fin da questa vita ad esser beati. Sentirà bensì il senso pena in quelle cose che li son contrarie, ma tutto ciò sarà nella parte inferiore, ma nella superiore vi regnerà la pace. Sono i santi, dice il P. Rodriguez, simili al monte Olimpo, dove nelle falde vi son piogge e tuoni, ma nella cima, che sta sollevata sopra la mezzana regione dell'aria, vi è una perpetua calma.16 Simili in somma al nostro Salvatore Gesù, al quale, in mezzo a tutti i dolori e vituperi della sua Passione, niente si diminuì la sua bella pace. Anzi i santi, allorché più patiscono, più godono nello spirito, sapendo che in accettar quei patimenti dan gusto al loro Signore, che unicamente amano. Ciò lo sperimentò Davide, dicendo: Virga tua et baculus tuus ipsa me consolata sunt (Psal. XXII, 4). Dicea S. Teresa: E qual maggiore acquisto può esservi che aver qualche testimonianza che diamo gusto a Dio?17 E 'l P. Maestro Avila ci lasciò scritto: Vale più un Benedetto sia Dio nelle cose avverse, che seimila ringraziamenti nelle cose prospere.18

8. Ma quella religiosa dice: Io accetto tutte le croci che mi vengono da Dio, le perdite, i dolori, le infermità; ma come posso poi sopportare tanti maltrattamenti e persecuzioni ingiuste? Chi così mi perseguita è certo che pecca, e Dio non vuole il peccato. - Ma, sorella mia, non sapete voi che tutto fa Dio? Bona et mala, vita et mors... a Deo sunt (Eccli. XI, 14): Le prosperità e le avversità, la vita e la morte, tutte vengono da Dio. Bisogna intendere che in ogni azione vi è l'esser fisico che appartiene al materiale dell'azione, e l'esser morale che appartiene alla ragione; l'esser morale di quell'azione, ch'è il peccato di colei la quale vi perseguita, questo s'appartiene alla di lei malizia, ma l'esser fisico s'appartiene al concorso


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divino: di modo che non vuole Iddio il peccato di colei, ma vuole che voi soffriate quella persecuzione, ed esso è quegli che ve la manda. Quando a Giobbe furon tolti i suoi bestiami Iddio non voleva il peccato de' ladri, ma volea che Giobbe patisse quella perdita, e perciò disse poi Giobbe: Dominus dedit, Dominus abstulit; sit nomen Domini benedictum; sicut Domino placuit, ita factum est (Iob I, 21).19 Dice S. Agostino che non disse Giobbe: Dominus dedit, et diabolus abstulit; sed Dominus dedit, et Dominus abstulit (S. Aug., Conc. II, in Psal. 32).20 Il Signore neppur voleva il peccato de' Giudei di far morir Gesù Cristo, ma Gesù Cristo disse a S. Pietro: Calicem quem dedit mihi Pater, non vis ut bibam illum? (Io. XVIII, 11). Spiegando con ciò che la sua morte gli era data per mano de' Giudei, ma gli veniva mandata dall'Eterno suo Padre. Dice S. Doroteo che colui il quale è maltrattato da un altro uomo e si vendica contro di quello, fa appunto come i cani che, percossi dalla pietra, vanno a morder quella, senza mirar la mano che la manda.21 Bisogna dunque, in ogni maltrattamento che riceviamo dal prossimo, mirar la mano di Dio che ce lo manda, e così rassegnarci alla sua santa volontà.


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Preghiera.

Amato mio Salvatore, voi avete sofferti tanti dolori e vituperi per amor mio, ed io per le miserie di questa terra vi ho voltate tante volte le spalle. Vi ringrazio d'avermi aspettato sinora. Se allora io moriva, non vi potrei più amare. Giacché ora io posso amarvi, io voglio amarvi con tutto il mio cuore. accoglietemi, amor mio, ora che a voi ritorno intenerita e addolorata de' disgusti che vi ho dati, non mi discacciate. Ma se quando io disprezzava il vostro amore, voi non avete lasciato di venirmi appresso, come posso temere che mi discacciate ora che altro non desidero che l'amor vostro? A questo fine voi mi avete così sopportata, acciocch'io v'amassi; sì che vi voglio amare. V'amo, Dio mio, con tutto il cuore, ed ho più dolore d'avervi offeso per lo passato, che se avessi patito ogni altro male.

O amore dell'anima mia, per l'avvenire non voglio darvi più alcun disgusto avvertitamente, e voglio fare tutto quello che volete voi. La vostra volontà sarà da ogg'innanzi l'unico amor mio. Fatemi voi intendere ciò che ho da fare per compiacervi, ch'io tutto voglio farlo. Io voglio amarvi davvero; e perciò abbraccio tutte le tribulazioni che volete mandarmi. Castigatemi in questa vita, acciocché nell'altra io poss'amarvi in eterno. Dio mio, datemi forza di esservi fedele.

Maria, madre mia, a voi mi raccomando, non lasciate mai di pregare Gesù per me.




1 S. IO. CHRYSOSTOMUS, hom. 2 in Epist. ad Romanos, n. 2-4, MG 60-403 et seq. Ivi il Grisostomo esalta la perfettissima carità colla quale vuole S. Paolo dipendere dai cenni e dal beneplacito di Dio, senza indagarne le ragioni. Num. 2, col. 403: «Desidero enim videre vos. Viden summe optantem illos (Romanos) videre, neque id facere praeter Dei placitum volentem?.... Licet amaret, non praeter Dei placitum videre cupiebat. Haec est germana caritas.»- Num. 4, col. 403, 404: «Quod amando persisteret Dei nutui obsequens, summae pietatis erat... In omnibus ad Deum se convertebat.» - NUm. 4, col. 405, 406: «Vide servilis (questa servitù è di chi perfettamente ama) obedientiae modum, et admodum grati animi significationem. Quod praepeditus sit, ait; qua de causa, non item. Neque enim examinat Domini mandatum, sed obsequitur tantum... Nam domini tantum est imperare, servorum obsequi.»- Homilia 3 in Matthaeum, n. 5, versus finem, MG 57-38, 39. Il Grisostomo loda assai Davide, e mostra aver egli raggiunto «culmen philosophiae», cioè, secondo il suo stile, il sommo della sapienza e della santità, perchè, nelle più dure tribolazioni, rinnegando umilmente se stesso e tutto dedito ai divini beneplaciti, «omnia quae a Deo proficiscebantur, amplecteretur, nec rationem exigeret eorum quae accidebant, sed unum studeret, ut ubique eius legibus obsequeretur».



2 «Saecularis quoque sententia est: eadem velle, et eadem nolle, ea demum firma amicitia est.» S. HIERONYMUS, Epistola 130, ad Demetriadem, n. 12. ML 22-1117.- «Saeculari sententia»: è del Sallustio, il quale la mette nella bocca di Catilina. «Idem velle atque nolle, ea demum firma amicitia est.» C. Crispus SALLUSTIUS, Catilina, cap. 20.- CICERONE pure scrisse, de Amicitia, cap. 6: «Est autem amicitia nihil aliud, nisi omnium divinarum humanarumque rerum, cum benevolentia et caritate, summa consensio.»



3 «Certe si tanta iugiter abundares spiritali suavitate et divina consolatione ac oblectatione, ut prae caelesti illo rore perpetuo colliquesceres, ex his omnibus per se consideratis, non tantum tibi accresceret meritum, neque pro his tanta tibi a me referenda esset gratia, neque perinde me tibi obligarent ac quasi debitorem efficerent, ut crux una vel afflictio cum amore tolerata, aut tui derelictio in mentis ariditate, in qua me ex amore sustineas.» S. HENRICUS SUSO, Dialogus (inter aeternam Sapientiam et eius ministrum), cap. 13. Opera latine edita a Laurentio Surio, Coloniae Agrippinae, 1588, pag. 78.- «Si astronomorum omnium praeditus esses scientia, si tam copiose et eleganter posses de Deo dicere ac eloqui quam cunctae et angelorum et hominum linguae, si denique solus ea esses eruditione luculenter instructus, quae (qua) simul tota literatorum atque Doctorum omnium frequentia, non tibi sthaec omni atantum conferrent ad vitae pietatem ac sanctitatem, quam si in quibuslibet afflictionibus tuis Deo te permittere ac resignare possis.» Ibid., pag. 79.- «Supremo angelico spiritui nihil antiquius, nihil suavius est, quam in omnibus meae satisfacere voluntati: idque adeo, ut si nosset ad meam cedere laudem si urticas et alia zizania exstirparet, hoc prae omnibus cupidissime exsequeretur.» Ibid., pag. 56, 57.



4 «Rapita una volta collo spirito in paradiso, passò per tutti i cori degli angeli, e conobbe molte anime in essi assunte, secondo la diversità dei meriti. E pervenuta a quello de' Serafnii, dimandò per qual merito erano giunte quelle anime beate a quel supremo coro. Le fu risposto, che per la gran conformità della volontà loro con quella di Dio, mentre erano in questa vita mortale.» MARCHESE, Sacro Diario Domenicano, 2 gennaio, Vita della B. Stefana da Soncino.- Quel «conobbe» del Marchese, altro senso non può avere che «riconobbe».



5 «Quod propria volutnas soli Deo conveniat. Solus enim Deus, quidquid vult, debet velle propria voluntate, ita ut aliam, quam sequatur, non habeat supra se. Cum igitur homo vult aliquid per propriam voluntatem, Deo aufert quasi suam coronam. Sicut enim corona soli regi competit, sic propria voluntas soli Deo. Et sicut regem aliquem inhonoraret, qui suam coronam ei auferret: sic homo inhonorat Deum, qui aufert ei propriae voluntatis privilegium, habendo quod ille debet habere solum (leggi: solus).» EADMERUS, monachus Cantuariensis, Liber de sancti Anselmi similitudinibus, cap. 8. ML 159-607.



6 Inveni David filium Iesse, virum secundum cor meum, qui faciet omnes volutates meas. Act. XIII, 22.



7 Vocaberis voluntas mea in ea. Is. LXII, 4.



8 «Per hoc quod Deum reveremur et honoramus, mens nostra ei subiicitur, et in hoc eius perfectio consistit.» S. THOMAS, Sum. Theol., II-II, qu. 81, a. 7, c.



9 SAINT-JURE, Erario della vita cristiana e religiosa, ovvero l' arte di conoscere Cristo Gesù e di amarlo.- De la connaissance et de l' amour du Fils de Dieu Notre-Seigneur Jésus Christ, liv. 3, partie 1, chap. 8, section 6. - Questo giovane era il B. Francesco Perez de Godoy, parente di S. Teresa, uno dei 39 compagni di martirio del B. Ignazio de Azevedo, messi a morte, ai 15 di luglio 1570, dagli eretici, presso l' isola di Palma, mentre navigavano verso il Brasile. Il giorno stesso la Santa Madre Teresa ne conobbe, per rivelazione divina, la gloriosa morte ed il trionfo come martiri in cielo; e ne parlò col V. P. Baldassarre Alvarez, suo confessore (Yepes, Vita, lib. 3, cap. 17, Venezia, 1708, pag. 414.- Lucchesini, S. I., Vita del Ven. P. Ignazio d' Azzebedo, Roma 1702, cap. 20, 21).



10 «Ne intralasciava anch' egli di animar se stesso, e ripigliare spirito, così esortandosi; «O in quanto grande errore sei, se ti piaggi e lusinghi d' andare intero intero, e non ben pestato e caplestato al cielo! Intendila: Il regno de' cieli è il regno degli sorpiati, de' tentati, de' battagliati, de' disprezzati, e di coloro che passarono per sentieri, calcati di afflizioni e di calamità. Povero di te! come dunque oseresti tra sì celebri e sì famosi eroi e capitani comparir di sì vil cuore?....» Lodovico DA PONTE, Vita, cap. 40, § 1.- Il B. Francesco Perez de Godoy ebbe a Maestro dei novizi il Ven. P. Baldassarre Alvarez, e gli restò impressa nella mente, tra altre, una sentenza del venerando Maestro: «Niuno degeneri dagli alti pensieri di figliuoli di Dio;» e nel punto stesso del martirio, per far maggiormente animo a sè ed ai compagni, l' andava ripetendo: «Su, fratelli miei, non degeneriamo dagli alti pensieri di Figliuoli di Dio.» Fu il P. Alvarez che gli diede il consiglio di offerirsi spontaneamente per le Missioni del Brasile, affin di poter così esser accettato nella Compagnia, non ostante il difetto dell' occhio- il sinistro, a quanto pare, necessario a leggere il Canone della Messa. Come abbiam veduto, fu avvisato subito, da S. Teresa, allora sua penitente, del martirio di sì generoso figlio. Si può congetturare che abbia pensato anche a lui, nello stendere le surriferite linee.



11 «Regalàbame con Dios, quejàbame a El còmo consentia tantos tormentos que padeciese; mas ello era bien pagado, que casi siempre eran despuès en gran abundancia las mercedes.... Y aunque haya màs tribulaciones y persecuciones, como se pasen si ofender a el Señor, sino holgàndose de padecerlo por El, todo es para mayor ganancia.» S. TERESA, Libro de la Vida, cap. 30. Obras, I, 244.- Dopo aver detto che i principianti hanno più da lavorare da se stessi, mentre «en los otros grados de oraciòn lo màs es gozar», aggiunge la Santa Madre: «puesto, que primieros y medianos y postreros, todos llevan sus cruces, aunque diferentes; que por este camino que fuè Cristo han de ir los que le siguen, si no se quieren perder; y benaventurados trabajos, que aun acà en la vida tan sobradamente se pagan.» Libro de la Vida, cap. 11. Obras, I, 77.



12 Il Panormitano qui citato da S. Alfonso non è quel celebre giurista «Nicolaus de Tudeschis», il quale viene chiamato pure «Abbas», o «Abbas Modernus», o «Siculus», o «Panormitanus»; ma Antonio BECCADELLI, «Antonius Bononia Beccatellus», sopranominato anch' egli «Panormita» o «Panormitanus», di famiglia bolognese, ma nato a Palermo (1394.1471). Scrisse quattro libri de dictis et factis Alphonsi regis Aragonum: Basileae, 1538.- Quel re Alfonso è Alfonso V d' Aragona, IV di Catalogna, I di Napoli, detto il Magnanimo; nato nel 1396; succeduto, nel 1416, al padre Ferdinando I nei regni d' Aragona, Valenza, Maiorca, Sicilia, Sardegna, e nella contea di Barcellona; adottato dalla regina Giovanna II di Napoli, fatto duca di Calabria e successore alla corona nel 1422; in conflitto cogli Angioini e poi colla stessa Giovanna, dopo varie vicende, re di Napoli, coll' investitura pontificia, nel 1443; morto il 27 luglio 1458. Il Panormita, piuttosto che le sue gesta, racconta aneddoti della sua vita. Di questi aneddoti, due fanno all' uopo.- Lib. 2, pag. 52 (dell' edizione di Basilea): In un convegno di filosofi, discutendosi della felicità dei re, Alfonso, appoggiato sull' autorità di S. Agostino, stimò felici quei re i quali «iuste imperant.... non extolluntur... suam potestatem ad Dei cultum maxime dilatandum, maiestatis eius famulam faciunt.... Deum timent, diligunt et colunt.... plus amant illud regnum ubi non timent habere consortes... tardius vindicant, facile ignoscunt... malunt cupiditatibus pravis quam quibuslibet gentibus imperare... et haec omnia faciunt, non propter ardorem inanis gloriae, sed propter caritatem felicitatis aeternae.»- Lib. 3, pag. 92 e seg.: Nella malattia di un giovane a lui assai caro «Gabrielis Surrentini suavissimi ac splendidissimi adolescentis», il re lo esortò a mettersi in pace con Dio colla preghiera e coi sacramenti. «Gaec, inquam, cum feceris, illius te postea voluntati ac misericordiae laeto ac forti animo permittas. Solus enim quid profuturum, contra quid nociturum sit, novit. Nec solus te timor aut potius opinio mortis offendat. Mors quidem bene pureque morientibus vita est.» E dopo avergli mostrato gli incommodi ed i pericoli della vita, i vantaggi e la sicurezza che procura una buona morte, conchiuse: «Si mandatis meis impiger semper obtemperasti, nunc si a Deo optimo maximo ac regum rege tibi vitae exitus denunciari videatur, laetus agensque gratias pare et obtempera.» Hac oratione confirmatus et erectus adolescens, paulo post hilariter et cum Dei mira cognitione migravit.»



13 «Et quidem suam sibi quisque (servus et mercenarius) legem facere potuerunt; non tamen eam incommutabili aeternae legis ordini subducere potuerunt... Hoc quippe ad aeternam iustamque legem Dei pertinuit, ut qui a Deo noluit suaviter regi, poenaliter a se ipso regeretur; quique sponte iugum suave et onus leve caritatis abiecit, propriae voluntatis onus importabile pateretus invitus.» S. BERNARDUS, Epistola 11, ad Guigonem priorem, et ceteros Cartusiae maioris religiosos, n. 5. ML 182-112.



14 «Credei nel bel sentiero

Del piacer lusinghiero

Trovar saldo riposo a la mia mente.

Ma ben veggio, c' al fine

Questo mondo volubile e cadente

E' scena di ruine:

E i suoi vezzi più cari, e i suoi contenti.

Han sembianza di gioie e son tormenti.

Credetelo a me, O miseri cori,

Che gioie migliori

V' insegna la Fè.

Là sovra le stelle

Al vostro desio

Si serbano in Dio

Delitie più belle.

All' hor che più ride,

Il mondo v' inganna:

Ha gioia, ch' affanna,

Ha gloria, ch' uccide.

Ma se Cristo seguite, i suoi tormenti

Han sembianza di pene e son contenti.»

 

Pier Matteo PETRUCCI, prete dell' Oratorio (Vesc. di Iesi nel 1681, Cardinale nel 1686), Poesie sacre e spirituali, Macerata, presso G. Piccini, 1675, parte II, pag. 92.



15 «Humiles sunt religiosi, hoc volunt; pauperes sunt, pauperie delectantur; sine ambitione sunt, ambitum respuunt; inhonori sunt, honorem figiunt; lugent, lugere gestiunt; infirmi sunt, infirmitate laetantur... Itaque quidquid illud fuerit, quicumque vere religiosi sunt, beati esse dicendi sunt: quia inter quamlibet dura, quamlibet aspera, nulli beatiores sunt quam qui hoc sunt quod volunt.» S. SALVIANUS, De gubernatione Dei, lib. 1, n. 2. ML 53-32.



16 Ven. A. RODERICIUS, Exercitium perfectionis, pars 1, tract. 8, cap. 4, nn. 6, 7.



17 «¿Y que màs ganancia que tener algùn testimonio que contentamos a Dios?» S. TERESA, Libro de la Vida, cap. 10. Obras, I, 70.- Vedi il nostro vol. I, Appendice, 37, pag. 436.



18 «Questo è uno de' veri segni di essere figliuolo di Dio, quando si lascia la propria volontà per far la sua: e questo non mica nelle prosperità- che ciò sarebbe assai poco- ma nelle avversità, dove assai più vale un «Gran mercè a Dio», un «Benedetto sia Dio», che tre mila ringraziamenti, ed altrettante benedizioni, quando ci ritroviamo in buona prosperità.» B. GIOVANNI AVILA, Lettere spirituali, Roma, 1669, parte 1, lett. 41, A certi suoi amici tribolati.



19 Dominus dedit, Dominus abstulit: sicut Domino placuit, ita factum est: sit nomen Domini benedictum. Iob. I, 21.



20 «Ideo bene eruditus ipse Iob, non ait, sicut iam commemorare vobis solemus, Dominus dedit et diabolus abstulit, sed, Dominus dedit, et Dominus abstulit: sicut Domino placuit, ita factum est (Iob I, 12, 21).» S. AUGUSTINUS, Enarratio in Ps. XXXII, sermo 2, n. 12. ML 36-292.- «Nam et quando abstulit diabolus omnia, hoc dixit: Dominus dedit, Dominus abstulit. Non dixit, Dominus dedit, diabolus abstulit: quia nihil abstulisset diabolus, nisi permisisset Dominus.» IDEM, Enarratio in Ps. XC, sermo 1, n. 2. ML 37-1150.



21 «Quid mihi et vobis, filii Sarviae? Sinite eum maledicere, quoniam Dominus dixit illi (II Reg. XVI, 10). Nos vero adduci non possumus ut de fratre nostro dicamus, Dominus dixit illi: Sed cum verbum ullum in nos dictum audimus, canes imitamur: hi enim, si quis in eos lapidem iecerit, iaciente dimisso lapidem remordent. Ita nos, Deo relicto, qui nobis tribulationes huiuscemodi ad peccatorum nostrorum purgationem procurat, ad lapidem, hoc est ad proximum currimus, dicentes: Quare hoc mihi locutus est? quare hoc fecit? Cumque ex his proficere admodum possimus et mereri, negligentia nostra demeremur: ignorantes quod omnia Dei providentia fiant ad utilitatem uniuscuiusque. Deus ipse intelligere ista nos faciat.» S. DOROTHEUS, Doctrina 7, n. 6. MG 88-1706, 1707.






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