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S. Alfonso Maria de Liguori
La vera Sposa di Gesù Cristo

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§ 1. - Del silenzio.

1. Primieramente il silenzio è un gran mezzo per farci essere anime di orazione e renderci disposti a trattar continuamente con Dio. Difficilmente si trova una persona spirituale che parli assai. Tutte l'anime di orazione sono amanti del silenzio, il quale si chiama il custode dell'innocenza, la difesa delle tentazioni e 'l fonte dell'orazione; poiché col silenzio si conserva la divozione, e nel silenzio sorgono nella mente i buoni pensieri. Scrive S. Bernardo: Silentium et a strepitu quies cogit caelestia meditari (Epist. 78).3 Il silenzio e la quiete da' romori, dice il santo, in certo modo forzano l'anima a pensare a Dio ed a' beni eterni. Perciò i santi cercavano i monti, le grotte e i deserti, per trovare questo silenzio e fuggire da' tumulti del mondo, ne' quali non si trova Dio, siccome fu detto ad Elia: Non in commotione Dominus (III Reg. XIX, 11). Teodosio monaco per 35 anni tenne silenzio:4 S. Giovanni Silenziario, che da vescovo si fe' monaco,


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l'osservò per 47 anni sino alla morte: e tutti i santi, anche non solitari, sono stati amanti del silenzio.5

2. Oh quanti beni apporta seco il silenzio! Dice il profeta: Erit cultus iustitiae silentium (Is. XXXII, 17). Il silenzio coltiverà la giustizia nell'anima: mentre il silenzio per una parte ci libera da molti peccati, togliendo la radice alle contese, alle mormorazioni, ai risentimenti, alle curiosità; e per altra parte ci fa acquistare molte virtù. Quanto bene esercita l'umiltà quella religiosa che, mentre le altre parlano, ella modestamente ascolta e tace! Quanto bene esercita la mortificazione, mentre vorrebbe dire qualche fatto o lepidezza che cade a proposito del discorso presente, ed ella se n'astiene! Quanto bene esercita la mansuetudine, allorché si sente riprendere o ingiuriare a torto, ed ella niente risponde! Quindi disse lo stesso profeta Isaia: In silentio et in spe erit fortitudo vestra (Is. XXX, 15): La vostra fortezza sarà nel silenzio e nella speranza; perché col silenzio noi evitiamo le occasioni di peccare, e colla speranza otteniamo la divina protezione per viver bene.

3. All'incontro sono immensi i danni che nascono dal soverchio parlare. Primieramente siccome col silenzio si conserva la divozione, così col molto parlare si perde. Siasi stata l'anima quanto si voglia raccolta nell'orazione, se dopo quella si diffonde in parlare, subito si troverà distratta e dissipata come non avesse fatta orazione. Quando s'apre la bocca del forno che arde, presto ne svapora il calore. Cave a multiloquio, avvertiva S. Doroteo, hoc enim sanctas cogitationes exstinguit (Serm. 20):6 Guardati dalla soverchia loquela, perché


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questa fa svanir dalla mente i santi pensieri e il raccoglimento con Dio. Diceva il B. Giuseppe Calasanzio, parlando di que' religiosi che non possono contenersi di andar sempre domandando quanto succede nel mondo: Il religioso curioso segno che si è scordato di sé.7 È regola certa che quella persona che parla assai cogli uomini, poco parla con Dio; e Dio all'incontro poco parlerà con lei, mentr'egli dice: Ducam eam in solitudinem et loquar ad cor eius (Osee II, 14). Se l'anima dunque vuole che Dio le parli, è necessario che cerchi la solitudine; ma questa solitudine non mai si troverà dalle religiose, che non amano il silenzio: Se taceremo, troveremo solitudine, dicea la Ven. Margherita della Croce.8 E come mai il Signore vuol degnarsi di parlare a quella religiosa che, cercando la conversazione delle creature, fa vedere che la conversazione divina non basta a tenerla contenta?

4. Ma in oltre ci avverte lo Spirito Santo che nel parlare assai non mancherà mai d'esservi qualche colpa: In multiloquio non deerit peccatum (Prov. X, 19). Sembrerà a colei, mentre parla e tira quel discorso a lungo senza necessità, di non commettervi alcun difetto; ma se poi ben si esamina, ben vi troverà qualche difetto o di mormorazione o d'immodestia o di curiosità o almeno di parole superflue. Dicea S. Maria Maddalena de' Pazzi: La religiosa non dee parlare che per necessità.9 Poiché le religiose son tenute specialmente a dar conto delle parole oziose, delle quali per altro tutti han da dar conto, secondo ci avvertì il nostro Salvatore: Dico autem vobis quoniam omne verbum otiosum quod locuti fuerint homines, reddent rationem de eo in die iudicii (Matth. XII, 36).

Ma che dico, qualche difetto? Quando parliamo assai, per lo più ci troveremo aver commessi mille difetti. Da S. Giacomo


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vien chiamata la lingua male universale, universitas iniquitatis (Iac. III, 6). Perché, come riflette un dotto autore, la maggior parte de' peccati nasce dal parlare o sentir parlare.10 Oimè, quante monache vedremo nel giorno del giudizio essersi perdute per non aver fatto conto del silenzio! E 'l peggio si è che la religiosa, la quale si dissipa nel trattar colle creature e nel parlare assai, non saprà neppur vedere i suoi difetti, e cosi anderà da male in peggio. Vir linguosus non dirigetur in terra (Ps. CXXXIX, 12): L'uomo che parla assai, camminerà senza guida; onde farà mille errori, senza neppure speranza che se ne ravveda. Alcuna monaca par che non sappia vivere senza parlar sempre dalla mattina sino alla sera; ella vuol sapere quanto succede dentro e fuori del monastero; si va pigliando i pensieri di tutte l'altre, e poi dice: Ma che male fo io? Vi rispondo: Sorella mia, togliete le ciarle, procurate di raccogliervi un poco, e poi vedrete quanti difetti avete commessi col soverchio parlare.

5. Diceva il B. Giuseppe Calasanzio: Un religioso dissipato è l'allegrezza del demonio.11 E con ragione, perché un tal religioso o sia religiosa col suo dissipamento non solo non fa bene per lei, ma col girar per le celle e per le officine, cercando con chi ciarlare, e col parlare a voce alta in ogni luogo, non portando rispetto neppure al coro e sagrestia della chiesa, impedisce anche il bene dell'altre. Narra S. Ambrogio (Lib. 3, de virgin.) che un certo sacerdote, stando in orazione, veniva disturbato dal gridar che faceano molte rane, onde impose loro che tacessero, e quelle prontamente ubbidirono. Quindi prese occasion di dire il santo dottore: Silebunt igitur paludes, homines non silebunt?12 Taceranno dunque le bestie


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per riverenza dell'orazione, e non taceranno gli uomini? E non taceranno, io soggiungo, le religiose venute al monastero per farsi sante, per osservar la regola e per mantenere il santo raccoglimento; ma faranno l'officio del demonio, col disturbare l'altre che vogliono orare e star raccolte con Dio? Ha ragione un autore di chiamar queste monache parlatrici demoni familiari de' monasteri,13 che fanno gran danno.

6. S. Ignazio di Loiola, per conoscere se in un monastero v'era spirito o no, dava per segno il vedere se in quello v'era o non v'era silenzio.14 Un monastero dove sempre si parla, e figura dell'inferno; poiché non essendovi colà silenzio, vi saranno sempre continue contese, mormorazioni, lamenti, amicizie particolari, fazioni e tumulti. All'incontro un monastero nel quale s'ama il silenzio e figura del paradiso, e muove a divozione non solo chi v'abita, ma ancora chi vi sta da fuori. Narrasi del P. Perez carmelitano scalzo che, essendo ancor secolare, ed entrando un giorno in un convento di quella riforma, restòedificato e mosso a divozione dal silenzio che si osservava in quella casa, che lasciò il mondo ed ivi si rimase.15 Dicea pertanto il P. Natale della Compagnia di Gesù


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che per riformare una casa religiosa bastava piantarvi l'osservanza del silenzio; mentre, dicea, che così ognuno sarebbe stato raccolto, ed avrebbe atteso al suo profitto.16 E perciò ancora dice il Gersone che i santi fondatori con tanta premura hanno imposto e raccomandato a' loro religiosi il silenzio, perché sapeano quanto importava l'osservarlo per conservare lo spirito.17 S. Basilio, tra gli articoli che stese nelle sue regole per le religiose, non uno, ma molti ne scrisse, tutti sopra il silenzio.18 S. Benedetto ordino a' suoi monaci che procurassero di far continuo silenzio: Omni tempore debent silentio studere monachi: così dicesi nelle sue regole al capo 42.19

7. E ben la sperienza fa vedere che in quel monastero ove


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si guarda il silenzio, ivi si mantiene in vigore l'osservanza delle regole; ed all'incontro dove poco il silenzio si osserva, poco spirito vi regna. E questa è anche la ragione che poche religiose si ritrovano sante, perché poche son quelle che amano il silenzio. In molti monasteri ben si ritrova tra le regole, scritta e molto raccomandata la regola del silenzio; ma tra le religiose poi par che neppure sappiasi che cosa sia silenzio; e perciò le misere vivono dissipate, senza spirito e sempre inquiete.

Ma l'inosservanza delle altre, non pensate, sorella benedetta, che scusi voi e vi esenti dalla regola che vi è del silenzio. Che però dicea la B. Chiara di Montefalco: In tempo di silenzio difficilmente si parla senza difetto.20 - Alcuna si scusa con dire che le bisogna talvolta parlare per non vedersi oppressa dalla malinconia; ma come mai il difetto di rompere il silenzio può sollevare una religiosa dalla malinconia? Persuadiamoci che quando stiamo afflitti, tutte le creature della terra e del cielo non possono consolarci. Solo Dio consola; ma come vuol consolarci Iddio in quello stesso tempo in cui l'offendiamo? Almeno quando occorre qualche necessità di parlare in tempo di silenzio, procuratevi la licenza. - Alcun'altra poi non va già a cercar le occasioni, ma, sempre che quelle si presentano, lasciasi trasportare dalle altre sorelle, che vogliono parlare, a violare il silenzio. Ma questa condiscendenza non la scuserà certamente dal difetto. Bisogna allora farsi


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forza e partirsi di o tacere, e talvolta far segno ch'è ora di silenzio, mettendo il dito alla bocca.

8. Ed anche fuor del tempo del silenzio procurate d'osservarlo quanto si può, se volete mantenervi raccolta con Dio e lontana dalle imperfezioni; mentre non v'è peccato più facile a commettersi che col parlare. Qui custodit os suum, custodit animam suam, dice il Savio (Prov. XIII, 3). E S. Giacomo scrisse che chi non pecca colla lingua, è uomo perfetto: Si quis in verbo non offendit, hic perfectus est vir (Iac. III, 2). Sicché sarà lo stesso essere una religiosa taciturna che santa religiosa; poiché, osservando ella il silenzio, sarà puntuale alle sue regole, sarà affezionata all'orazione, alla lettura, all'assistenza al divin Sacramento. Oh come si rende cara a Dio una religiosa che ama il silenzio! specialmente se si mortificherà col tacere anche in certe occasioni straordinarie, per esempio quando si sente molto annoiata da una lunga solitudine, o quando le accadesse qualche avvenimento molto avverso o molto felice, onde si sentisse molto spinta a parlare per manifestarlo.

All'incontro la religiosa che si diffonderà in parlare, per lo più starà dissipata, lascerà facilmente le sue orazioni e gli altri esercizi divoti, e così perderà a poco a poco il gusto di Dio. Dicea S. Maria Maddalena de' Pazzi: La religiosa che non ama il silenzio, è impossibile che trovi gusto nelle cose divine.21 E posto ciò, la misera finalmente si abbandonerà a' divertimenti di terra, e così non le resterà altro che 'l nome e l'abito di religiosa.

9. Bisogna non però avvertire che ne' monasteri la virtù del silenzio non consiste già nel sempre tacere, ma nel tacere quando non vi è bisogno di parlare. Perciò dice Salomone che v'è il tempo di tacere e 'l tempo di parlare: Tempus tacendi et tempus loquendi (Eccl. III, 7). Ma nota S. Gregorio Nisseno che prima ivi si mette il tempo di tacere e poi quello di parlare, per ragione, come soggiunge il santo, che col silenzio s'impara a ben parlare: Per silentium disci, quod postea proferatur:22


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Tacendo s'impara a ben considerare tutto ciò che poi s'ha da dire.

Ma per una religiosa che vuol farsi santa, qual'è il tempo in cui ha da parlare? Il tempo di tacere è tutto quello nel quale non v'è bisogno di parlare. Il tempo poi di parlare è quando a ciò l'obbliga o la necessità o la carità. Ecco la bella regola che S. Giov. Grisostomo: Tunc solum loquendum est, quando loqui plus proficit quam silentium: Allora solamente dee parlarsi, quando il parlare giova più che il tacere. Quindi consiglia: Aut tace aut dic meliora silentio:23 O taci o cose che sieno più profittevoli del silenzio. Oh chi potesse dire in punto di morte ciò che dicea quel monaco chiamato Pambo, riferito dal P. Rodriguez (Part. II, tract. 2, c. 8), che non si ricordava di aver proferita parola che gli dispiacesse poi di averla detta!24 Mentre all'incontro dicea S. Arsenio che spesso egli


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s'era pentito di aver parlato, ma non mai di aver taciuto: Me saepe poenituit dixisse, numquam tacuisse.25 S. Efrem dava pertanto questo documento a' religiosi: Cum Deo multis, cum hominibus paucis loquere:26 Parla molto con Dio, e poco cogli uomini. Lo stesso dicea S. Maria Maddalena de' Pazzi: La vera serva di Gesù Cristo sopporta tutto, fatica molto, e poco parla.27

10. Da tutto ciò che si è detto, avverta ogni religiosa, che vuole stare unita con Dio, quanto dee fuggire il parlatorio. Siccome l'aria che si respira nel coro e nella cella è la più salutifera per le monache, così l'aria più pestifera per esse è quella delle grate. E che altro luogo è quello del parlatorio, se non luogo di distrazioni, d'inquietudini e di tentazioni? come dicea S. Maria Maddalena de' Pazzi.28 Un giorno la Ven. Suor


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Maria Villani obbligò il demonio da parte di Dio a palesare in qual luogo del monastero guadagnava più. Rispose il tentatore: Io guadagno nel coro, nel refettorio e nel dormitorio; in questi luoghi nonperò parte guadagno e parte perdo; ma nel parlatorio guadagno tutto, perché quello è luogo tutto mio.29

Aveva ragione dunque la Ven. Suora Filippa Cervina di chiamare il parlatorio luogo appestato, ove facilmente si contrae la peste del peccato.30 Narra S. Bernardino da Siena che una monaca, per aver intesa nel parlatorio una parola indecente, cadde miseramente in una colpa grave.31 Ben all'incontro fu felice la vergine S. Febronia - la quale poi diede la vita per la fede in età di 19 anni; - ella non volle farsi mai vedere alle grate del monastero da niuna persona secolare, né uomodonna.32 Santa Teresa dopo sua morte comparve ad una sua


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figlia, e le disse che quella religiosa che vuol esser molto amica di Dio, bisogna che sia nemica delle grate.33

Almeno volesse Dio che in tutti i monasteri di monache vi fossero le grate di ferro bucato, come stanno in alcuni monasteri osservanti! Al qual proposito narra un autore che in un monastero, avendo la superiora fatta lavorare una grata stretta, il demonio, per rabbia, prima la storse e poi la mandò rotolando per la casa; ma quella buona superiora tanto più la fe' collocare nel parlatorio, così distorta come era, acciocché le monache intendessero che, siccome quella grata dispiaceva all'inferno, così all'incontro piaceva a Dio.34 Oh il gran conto che per contrario daranno a Dio quelle badesse che introducono le grate larghe o pure che trascurano l'assistenza delle ascoltatrici! Scrisse S. Teresa in una sua lettera (P. I, lett. 26) queste gran parole: Le grate son porte del cielo quando stan chiuse, e son quelle del pericolo (per non dir dell'inferno) quando stanno aperte.35


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E soggiungeva: Un monastero di donne, dove ci è libertà, serve più presto per condurle all'inferno che per rimediare alla loro debolezza.36

11. Oh che grande avanzo farebbe nel divino amore quella religiosa che risolvesse di non calare più alle grate, secondo quel che già ne dicemmo al capo X, § 1, n. 5, nel primo Tomo. Almeno voi, sorella benedetta, quando andate al parlatorio, state attenta a portarvi da religiosa. Trattando co' secolari, non solo dovete con molta cura guardarvi dalle parole affettuose, ma di più dovete esser molto seria e ritenuta nel parlare. S. Maria Maddalena de' Pazzi volea che le sue monache fossero selvatiche come i cervi;37 queste erano le sue proprie parole. E la Ven. Suor Giacinta Marescotti dicea: La cortesia delle monache è l'essere scortesi, con troncare nel parlatorio ogni discorso ch'è lungo.38 E ciò va detto, ordinariamente


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parlando, anche per quei discorsi lunghi che tiransi con persone spirituali. Dicea la Madre Suor Anna di Gesù carmelitana scalza: Più spirito si acquista nel coro o nella cella, che nel parlatorio, per quanto lunghe sieno le conferenze.39 A' confessori e direttori usate tutto il rispetto, ma non dovete trattarci che per necessità, ed allora speditevi con poche parole.

Se mai vi occorre poi nel parlatorio di sentir dire a caso da alcuna persona qualche parola indecente, fuggite, o almeno calate gli occhi a terra e mutate discorso, o almeno non ci rispondete. In un monastero della Ven. Suor Serafina da Capri, stando ivi due donne a parlare d'un certo matrimonio, la rotaia intese la voce di Suor Serafina, già prima defunta, che disse: Cacciate, cacciate presto queste donne.40 E sempre che potete, procurate di distogliere quei discorsi che sanno di mondo. Santa Francesca Romana un giorno ebbe uno schiaffo dall'angelo, perché trovandosi a discorrere alcune dame di vanità mondane, ella non avea distolto il discorso.41


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Più attenta poi dovete essere nel tenere silenzio dentro del monastero colle vostre sorelle, perché ivi l'occasione di rompere il silenzio è più continua e più facile. Perciò bisogna che mortificate la curiosità. Diceva l'abbate Giovanni: Chi vuol frenar la lingua, chiuda le orecchie col mortificar la curiosità di sentir novelle.42 In oltre bisogna che fuggite la conversazione di quelle monache che sempre parlano. Di più è bene che vi prefiggete qualche tempo della giornata da osservar silenzio, standovi per allora ritirata nella cella o in altro luogo solitario, per non aver occasione di parlare.

12. Quando poi si ha da parlare, procurate sempre di esaminare ciò che volete dire, secondo l'avviso dello Spirito Santo che dice: Verbis tuis facito stateram (Eccli. XXI, 28):43 Fatti una bilancia alle tue parole, affinché le pesi prima di proferirle. Perciò dicea S. Bernardo: Bis ad limam veniant verba, quam semel ad linguam (In 8 punct. perfect.):44 Prima che le parole vengano alla lingua, passino due volte per la lima dell'esame, acciocché si taccia quel che non giova dire. Ciò spiegava con altri termini S. Francesco di Sales, dicendo che per parlare senza difetto bisognerebbe che ciascuno tenesse una bottoniera alla bocca, affinché, in doverla aprire per parlare, pensasse bene a ciò che vuol dire.45


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Quando dunque dovete parlare, considerate per 1. La cosa che volete dire; se mai ella può offendere la carità o la modestia o l'osservanza. - Per 2. Il fine per cui parlate, attesoché alcuni talvolta dicono cose buone, ma con fine non buono, o di comparire spirituali o di spacciarsi per persone di bell'ingegno. - Per 3. A chi si parla; se alle maggiori o alle compagne o suddite; se in presenza di secolari o delle educande, che possono forse scandalizzarsi di quel che si dice. - Per 4. Il tempo in cui si parla; se nell'ore di silenzio o di riposo. - Per 5. Il luogo dove si parla; se nel coro, nella sagrestia, ne' corridori o nella porta o parlatorio.

Per 6. Avvertasi a parlare con semplicità, schivando certe maniere affettate: con umiltà, evitando ogni parola di superbia o vanagloria: con dolcezza, che non si dica niente che sappia d'impazienza o di discredito del prossimo: con moderazione, non facendovi la prima a rispondere in qualche cosa che si propone, specialmente se voi siete più giovane dell'altre: con modestia, non interrompendo la sorella, mentr'ella parla; di più astenendovi da ogni parola che sa di mondo; di più senza gesti indecenti o risa smoderate; di più parlando con voce bassa, poiché dice S. Bonaventura che ad una religiosa il parlar con voce alta è gran difetto, specialmente in tempo di notte.46 E se mai siete superiora e dovete riprender alcuna, guardatevi dal riprenderla con alzar la voce; altrimenti la suddita apprenderà che voi parlate per impazienza, ed allora poco gioverà la riprensione.

13. Nelle ricreazioni poi, nelle quali è ben tempo di sollevarsi, parlate quando le altre tacciono, ma allora procurate,


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sempre che potete, di mettere in campo qualche cosa di Dio. Loquamur Dominum Iesum, diceva S. Ambrogio, ipsum semper loquamur (In Psal. 31):47 Parliamo di Gesù Cristo, e sempre di lui parliamo. E di che altro più dee godere una religiosa che di parlare del suo amabilissimo Sposo? Chi ama assai una persona, par che non sappia d'altro parlare che di colei. Chi poco parla di Gesù Cristo, segno che poco l'ama. All'incontro spesso accade che le buone religiose, parlando del divino amore, escono più infervorate da quel discorso, che se uscissero dall'orazione. Dicea S. Teresa: A' ragionamenti de' servi di Dio sempre ritrovasi Gesù Cristo presente.48 Di ciò appunto ne riferisce un memorabile esempio il P. Gisolfo, pio operario, nella Vita del Ven. P. D. Antonio de Colellis (al cap. 31), ove dicesi che il P. D. Costantino Rossi, maestro de' novizi, vide un giorno parlar insieme due suoi giovani - ch'erano il P. D. Antonio Torres e il P. D. Filippo Orilia - ed in mezzo di loro assistervi un giovane di bellissimo aspetto. Si ammirò il maestro come que' suoi novizi, tenuti da lui per esemplari, parlassero con quel forestiere senza licenza, onde dimandò loro dapoi chi fosse stato quel giovine da lui veduto a discorrer con essi. Quelli si scusarono, dicendo che non v'era stato alcuno. Ma intendendo poi il maestro ch'essi stavano allora parlando di Gesù


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Cristo, comprese ch'esso divin Salvatore era quegli che tra loro si fece vedere.49

14. Del resto, fuori del tempo di ricreazione e fuori di certe occasioni straordinarie, come di assistere a qualche inferma o di sollevare qualche sorella tribulata, il meglio è tacere. Diceva una religiosa teresiana, come sta scritto nelle loro Croniche: Meglio è parlare con Dio che parlare di Dio.50 Ma quando poi vi obbligasse l'ubbidienza o la carità, come di sovra si è detto, ad occuparvi in parlare e trattar colle creature, bisogna che sempre procuriate di trovare i vostri intervalli, per riparare almeno le perdite causate dalle distrazioni contratte in quelle esterne occupazioni, rubando almeno i minuzzoli di tempo che potete avere, per raccogliervi con Dio, secondo l'avviso dello Spirito Santo: Particula boni doni non te praetereat (Eccli. XIV, 14). Non lasciate passar quella particella di tempo per darla a Dio, s'altra non potete averne in


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quel giorno. Ma, sempreché potete all'incontro abbreviare il discorso, abbreviatelo con qualche buon pretesto. La buona religiosa non cerca pretesti, come fanno alcune, per allungar la conversazione, ma li cerca per accorciarla. Pensiamo che il tempo non ci è dato per perderlo in vano, ma affin di impiegarlo per Dio e d'acquistarci meriti per la vita eterna. Dicea S. Bernardino da Siena che tanto vale un momento di tempo, quanto vale Dio, perché in ogni momento possiamo acquistarci la sua amicizia o pure più gradi di grazia.51

Preghiera.

Sia sempre benedetta, o mio Dio, la pazienza con cui mi avete sopportata. Voi m'avete dato il tempo per amarvi, ed io l'ho speso in offendervi e darvi disgusti. Se ora mi toccasse di morire, con quanta pena al cuore io finirei la vita, pensando d'essere stata tanti anni al mondo e non aver fatto niente!

Signore, vi ringrazio che ancora mi date tempo di rimediare alla mia negligenza ed a tanti anni perduti. Deh aiutatemi voi, Gesù mio, per li meriti della vostra Passione, ch'io non voglio viver più a me, ma solo a voi ed al vostro amore. Io non so quanto mi resta di vita, se poco o molto; ma se fossero cento e mille anni, tutti voglio spenderli in amarvi e darvi gusto.

V'amo, mio sommo bene, e spero d'amarvi in eterno. Non voglio esservi più ingrata. Non voglio più resistere al vostro amore, che da tanto tempo mi chiama ad esser tutta vostra. E che voglio aspettare? che proprio mi abbandoniate e non mi chiamiate più?


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Maria, madre mia, soccorretemi voi, pregate per me, ed ottenetemi l'esser perseverante in questa mia risoluzione, e fedele a Dio.




3 «Iuge quippe silentium, et ab omni strepitu saecularium perpetua quies, cogit caelestia meditari.» S. BERNARDUS, Epistola, 78, ad Sugerium, Abbatem Sancti Dionysii, n. 4. ML 182-193.- Vedi sopra, pag. 98, nota 1.



4 «De hoc abbate Theodosio solitario narravit nobis abbas Cyriacus eius discipulus, quod XXXV annos egerit in solitudine, semper post biduum comedens, et iugiter silentium servans, neque ad aliquem loquens; ceterum si loqui voluisset, signo potius quam verbo utebatur. Hoc et ego vidi: mansi enim in eodem Aeliotarum monasterio annis X.» IOANNES MOSHUS, Pratum spirituale, seu De vitis Patrum, lib. 10, cap. 67. ML 74-150; MG 87-2918.



5 CYRILLUS monachus, testis in pluribus oculatus: Vita S. Ioannis Silentiarii, ex episcopo Coloniensi in Armenia monachi Laurae S. Sabae in Palaestina, cap. 3, n. 28 (inter Acta SS. Bollandiana, die 13 maii): «In cella sedens, in qua silet usque in hodiernum diem, implevit Dei gratia quadraginta septem annos.» Mentre scriveva Cirillo (a. 557), viveva tuttora Giovanni, e correva l' anno centesimo quarto della sua età. Sembra che sia morto l' anno seguente, 558. (Cf. cap. 3, «Annotata», lettera f.) Contava Cirillo 47 anni compiti di silenzio, dal tempo in cui Giovanni era stato da S. Saba richiamato alla grande «Laura» e rinchiuso nella sua cella. Aggiungendo l' anno che sopravvisse, i tre anni (cap. 1, n. 7) e poi i quattro (cap. 1, n. 10) che era vissuto nella Laura «inclusus in cella et silens», i nove anni che passò dopo nel deserto, «in deserto Rubae»: la somma totale degli anni di silenzio di S. Giovanni, meritatamente chiamato il Silenziario, è di 64.



6 «A multiloquio abstine: hoc enim exstinguit cordi advenientes cogitationes rationabiles et caelestes.» S. DOROTHEUS, Doctrina 24. MG 88-1838.



7 «Religiosus curiosus, oblivio sui.» TALENTI, Vita, Roma, 1753, lib. 7, cap. 9, III, n. 12.



8 «Queste erano le sue parole: «Desideriamo di viver solitarie? Troveremo ogni ritiratezza, se taceremo col santo silenzio. Oh! quanto è vero che abbiamo vicino appresso di noi una gioia tanto preziosa, la quale si va cercando tanto da lontano!» F. GIOVANNI DE PALMA, suo confessore, Vita, Roma, 1680, lib. 5, cap. 24.



9 «La Religiosa non parlerà mai che umilmente, modestamente, e di rado, e per sola necessità, giacchè uno de' capi, de' quali s' ha a render conto rigoroso a Dio, sono le parole oziose ed inutili.» Detti e sentenze, § 5, n. 49: PUCCINI, Vita, Venezia, 1671, in fine.



10 Probabilmente l' autore (P. Paolo DU SAULT) degli Avvisi e riflessioni sopra le obbligazioni dello stato religioso, opera composta da un Monaco Benedettino della Cong. di S. Mauro, tradotta dal francese.- Cap. 13, n. 8: «(La lingua) è lo strumento fatale della maggior parte dei peccati che commettiamo, e il canale più ordinario per cui scorre nei cuori il veleno che spargiamo, o che respiriamo nelle conversazioni inutili.»



11 «Religiosus negligens, laetitia daemonis.» TALENTI, Vita, lib. 7, cap. 9, III, n. 30.



12 «Frequens sermo est, cum plurima ranarum murmura religiosae auribus plebis obstreperent, sacerdotem Dei praecepisse ut conticescerent, ac reverentiam sacrae deferrent orationi; tum subito circumfusos strepitus quievisse. Silent igitur paludes, humines non silebunt? Et irrationabile animal per reverentiam recognoscit, quod per naturam ignorat: hominum tanta est immodestia, ut plerique deferre nesciant mentium religioni, quod deferunt aurium voluptati?» S. AMBROSIUS, De Virginibus, lib. 3, cap. 3, n. 14. ML. 16-223, 224.



13 Non ci è riuscito sapere chi sia questo autore.



14 «Commendata habebat valde, et commendata esse filiis, praesertim superioribus, volebat tria, quae ad disciplinam externam et ad decorem religiosum valde pertinent: nimirum munditiem domus universae ac vestium, silentium, et denique clausuram: quae indicia esse dicebat, in domo religiosa, quod in ea vigeret bona disciplina... Silentium ita colebat, ut, extra horam quietis seu recreationis post cibum sumptum, non pateretur colloquia haberi. Strepitum vocis sive sermonem altiorem si exaudiebat, aut strepitum, maiorem aequo, vehementius ambulantis vel de gradibus descendentis, statim aperto ostio vocabat delinquentem et officii monebat. Hinc frequens erat poenitentia a Ministro iniuncta, quod non usi essemus voce bassa seu depressa, aut quod immoderatius per ambulacra ambulassemus aut ianua cubiculorum clausissemus.» Oliverii MANAREI, ad P. Nicolaum Lancicium, Responsio ad quaedam postulata de B. P. N. Ignatii virtutibus et documentis, pars 2: inter Acta Sanctorum Bollandiana, de S. Ignatio Loyola (die 31 iulii) Commentarius praevius, § 86, n. 896.



15 Di religiosi di questo nome, che abbiano avuto, nell' Ordine Carmelitano, fama di speciale santità e dottrina, due ne conosciamo: nè all' uno nè all' altro appartiene quello che qui riferisce S. Alfonso. Il primo (+1618) è il P. Fra Diego della Concezione, già Dottore Perez, il quale entrò nell' Ordine, essendo già sacerdote, ma per tutt' altra via. Divenuto cappellano e confessore delle Carmelitane di Caravacca, queste, per la grande stima che avevano delle sue virtù, chiesero per lui al Signore la vocazione religiosa. Suor Giovanna di S. Girolamo ne ottenne la promessa, e una conversa l' adempimento nell' atto della sua professione. La notte seguente infatti, mentre egli cantava la Messa, Maria SS: gli apparve e lo vestì dell' abito della sua Religione Carmelitana; ed egli, vinta ogni ripugnanza, si accinse a ricevere quanto prima quell' abito canonicamente. L' altro Perez - Timoteo Perez de Vargas y Sarmiento- d' origine spagnuola, nato a Palermo nel 1595, entrò giovanissimo nell' Ordine: fece professione nel 1612, a Trapani. Insegnò teologia, fu Priore, Provinciale, e finalmente Vescovo; morì nel 1651.



16 «Vir quidam admodum spiritualis et eruditus (in nota: P. Hier. Nat.), de silentio rem dicebat.... in primis notabilem.... «ad totam domum, imo et religionem reformandam aliud non requiri, quam quoad silentium illam reformare; nimirum (aiebat) si silentium domi sit, iam illam pro reformata, me iudice, habeto.».... Ratio est, quia vigente domi silentio, quisque rei, ob quam ad religionem venit, spiritualis inquam profectus sui promotioni, intendit.» RODERICIUS, Exercitium perfectionis, pars 2, tract. 2, cap. 6, n. 1.- Il P. Girolamo Natale (+1580) fu uno dei primi e più cari figli di S. Ignazio.



17 «Hinc etiam est quod Religionum fundatores, considerantes multiplex in linguae vitio pendere animae periculum, sanxerunt providissime pro summo remedio iuge pro loco et tempore suis sequacibus silentium, certas poenas in robur sanctionum suarum contra transgressores adiicientes. Et clarum est, experientia docente, quod ubi censura haec silentii servatur arctius, ibi Religio viget laudabilius et perfectius.» IO. GERSON, Opera, Basileae, 1518, fol. 34, col. 7, litt. G: Quaestiones quaedam cum suis responsionibus, quaestio prima, conclusio 3.



18 Le Regole di S. Basilio sono state stese da lui, non solo per gli uomini, ma anche per le donne, delle quali fanno più volte menzione espressa; e molti sono, in quelle Regole, gli articoli che spettano al silenzio. Regulae fusius tractae, (MG 31-889 seq.): Interrogationes 6, 13, 17, 33.- Regulae brevius tractatatae (MG 31-1051) seq.): interrogationes 23, 24, 25, 26, 27, 28, 98, 99, 173, 208, 220.- Poenae in monachos delinquentes (MG 31-1305 seq.): nn. 5, 15, 19, 26, 28, 32, 44, 45, 47, 50.- Epitimia in canonicas (poenae in moniales, MG 31-1313 seq.): nn. 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 13, 17, 19.- Constitutiones monasticae seu asceticae, (MG 31-1321 seq.): cap. 3, 6, 8, 11, 12, 20, 33.- Sermo asceticus, n. 4. MG 31-878. Etc.



19 S. BENEDICTUS, Regula, cap. 42. ML 66-670.



20 Forse alla B. Chiara di Montefalco, deve sostituirsi S. MARIA MADDALENA DE' PAZZI, la quale dice espressamente: «O quanto dovrebbe esattamente osservarsi il tempo del silenzio, perchè a pena ciò che dicesi allora può andar esenti di colpa e di pecato.» PUCCINI, Vita, 1671, in fine: Detti e sentenze, § 5, n. 53.- Della B. CHIARA DI MONTEFALCO, si legge: «Diceva....: «Le bugie, le parole vane ed oziose, il riso sconcio, disdicono troppo in bocca di persone religiose: sono peccati ancora questi, sebbene veniali, e dispiacciono a Dio.» PIERGILI, Vita, Foligno, 1640, parte 2, cap. 16, pag. 140.- Nell' entrare nel Reclusorio, «fece con se stessa alcuni patti... specialmente gli infrascritti....: Osservare il silenzio comandato dalla Rettrice, e con molta esattezza..... Fu Chiara così amatrice del silenzio, specialmente nel tempo stabilito dalla Rettrice, che per qualsivoglia occasione, volontariamente non l' avrebbe rotto.» La stessa Vita, parte 1, cap. 6, pag. 11, 12, 15.- «A quotidianis semonibus tantum abhorruit, ut semel fregisse modo silentium in vita constet... Quo quidem veluto gravissimo scelere gravissime doluit.» Ioannes MOSCONIUS, Vita, cap. 1, n. 8: inter Acta Sanctorum Bollandiana, die 18 augusti.



21 «Diceva sovente non poter mai gustar le cose del cielo quell' anima religiosa che non gusta ancora il dolce silenzio.» PUCCINI, Vita, Firenze, 1611, parte 1, cap. 60; Vita, Venezia, 1671, cap. 107.



22 «Priori loco collocatum est tempus tacendi, et post silentium dedit tempus loquendi.» S. GREGORIUS NYSSENUS, In Ecclesiasten, hom. 7. MG 44-727. - Aggiunge il Nisseno: «Quando ergo et de quibusnam est melius tacere? Dixerit quispiam ex iis qui ad mores aspiciunt, saepe silentium esse decentius sermone.» Parla poi a lungo dell' opportunità di tacere o di parlare, e più si ferma su questo motivo di silenzio, «quando venerit ratio et oratio ad ea quae rationem superant, nec verbis possunt explicari.... Ineffabilis illius naturae (divinae) inexplicabilitas habet miraculum in arcano conscientiae, apud eum qui scit quod etiam viri magni de Dei operibus, et non de Deo loquebantur.» Ibid., col. 731.- In quanto al motivo riferito da S. Alfonso, non è espressamente del Nisseno, ma del NAZIANZENO, il quale così spiega e scusa il proprio silenzio: «Silentio tacemus, ut quod loqui opus sit discamus.» Epistola 108, ad Cledonium. MG 37-207.



23 «Tunc demum enim solum loquendum est, quando quae dicuntur plus prosunt quam silentium.» S. IO. CHRYSOSTOMUS, Expositio in Ps. CXL, n. 5, MG 55-434.- Si estende largamente il Grisostomo sull' argomento, mostrando con esempi la colpa di chi parla quando dovrebbe tacere, e di chi tace quando dovrebbe parlare. Quanto alla sentenza: «Aut tace, aut dic meliora silentio,» riassume egregiamente tutto il detto dal Grisostomo; però non è sua, ma assai più antica.- IO. STOBAEUS, Sententiae ex thesauris Graecorum delectae, Sermo 33, De tempestiva oratione, (Tiguri, 1559, pag. 215, a principio: «Aut dic aliquid silentio melius, aut sile. Euripidis fragmenta, Incertae fabulae, XXIX, Parisiis, Firmin-Didot, 1878, pag. 830: «Gesn. (Gesnerus) marg. (in margine Stobaei): Euripidis, al. Dionysii. Euripidi tribuit etiam Trinc., Grotius incerto.»



24 RODERICIUS, Exercitium perfectionis, pars 2, tractatus 2, cap. 8, n. 11.- PALLADIUS, Historia Lausiaca (De Vitis Patrum, lib. 8), cap. 10: ML 73-1103: «Hic Pambo cum esset moriturus, in ipsa hora excessus, cum circumstantibus Origeni (al. Macario; apud Heraclidem, Paulo; fortasse Isidoro) presbytero ac oeconomo, et Ammonio viris inclitis, et reliquis fratribus, dicitur hoc dixisse: «Ex quo veni in hunc locum solitudinis, et meam aedificavi cellam, et hic habitavi, nullus fuit dies quo non aliquid operis fecerim meis manibus: nec memini me ab aliquo panem gratis datum comedisse; nec me in hanc horam poenitet alicuius sermonis quem dixerim; et sic ad Deum recedo, ut qui nec pius quidem ac religiosus esse coeperim.»- Cf. HERACLIDES, Paradisus (Appendix ad Vitas Patrum), cap. 2, ML 74-261.



25 «Dicebat etiam illud: «Poenituit enimvero me saepius locutum esse; tacuisse vero numquam.» S. THEODORUS STUDITA, Vita, cap. 3, n. 22: inter Acta Sanctorum Bollandiana, die 19 iulii.



26 «Cum Deo multis, cum hominibus paucis loquere. Et si manum operi admoveris, os psallat et mens oret.» S. EPHRAEM, Sermo de psalmo. Operum omnium, tom. 6, Operum graece et latine, tom. 3, Romae, 1746, pag. 18.



27 Sembra S. Alfonso aver messo insieme più sentenze della Santa.- a) Sopporta tutto. «O qual vergogna solazzare fra le rose, mentre Cristo cammina fra le spine!» (Detti e sentenze, § 5, n. 22: PUCCINI, Vita (1671), in fine.)- «Le carezze e le delizie dello Sposo celeste sono gli affronti, le croci, e i tormenti.» (Ivi, n. 23.)- «La pazienza senza la sofferenza è una leggier tintura.» (Ivi, n. 18.)- «Ogni più eccessiva sofferenza riesce gloriosa e gustosa, quando si rimira Gesù in croce.» (Ivi, n. 25.)- b) Lavora molto. «Nè vostri impieghi esteriori, non fate maggior stima del vostro corpo che di una scopa, o straccio da cucina, facendovi vedere per tutto indefessa, umile, e rassegnata in tutte l' ubbidienze della Superiora.» (Ivi, § 1, n. 19.)- c) Parla poco. «La Religiosa non parlerà mai che umilmente, modestamente, e di rado, e per la sola necessità.» (Ivi, § 5, n. 49.)- «Bisogna chiudere le labbra alle cose della terra, se si ha a ricevere la rugiada del cielo, come le madreperle.» (Ivi. n. 52.)- «O quanto dovrebbe esattamente osservarsi il tempo del silenzio; perchè a pena ciò che dicesi allora può andar esente di colpa e di peccato.» (Ivi, n. 53.)



28 «Ricordatevi (diceva alle sorelle) che siete consacrate a Dio, e non mai si partirà alcuna sorella delle grate, che non ispenda poi molto tempo per ritornare in quella pace interna che prima sentiva.».....Quando in tutte le sorelle scorgeva tale aborrimento, prendendone sommo contento, riconosceva questo come frutto particolare del Santissimo Sacramento». PUCCINI, Vita, (1611), parte 1, cap. 63.- «Disse più volte che quel tempo che stava in parlatorio, sarebbe stata più volentieri nel fuoco del purgatorio... perchè stimava che il parlatorio fosse... una grande occasione di distrazione; e diceva che quivi le monache non ne traevano altro, se non inquietudini, disturbi, svagamenti, tentazioni e pericoli... il che non può esser nel purgatorio.» PUCCINI, Vita, (1671), cap. 121.- Vedi Tomo I (vol. XIV9, cap. 10, § 1, nota 15 (pag. 349).



29 MARCHESE, O. P., Vita, lib. 2, cap. 12 (fine), Napoli, 1674, p. 378, 379.- Vedi Tomo I (vol. XIV), cap. 10, § 1, nota 14.- Nella Vita di S. Domenico s' incontra un fatto quasi del tutto simile: non è da maravigliarsi che la Venerabile, dandosi l' occasione, si sia ispirata all' esempio del suo Santo Patriarca, il che viene notato accortamente dal Marchese.



30 Può argomentarsi che questa «Filippa Cervina» altra non sia che la Madre Suor «Filippa Govina», domenicana (+1574), di cui scrive il MARCHESE, nel suo Sagro Diario Domenicano, 9 febbraio: «Fu la vita di questa Serva di Dio tale nella penitenza e solitudine, che a ragione si può comparare a qualsivoglia più penitente e rigorosa anacoreta della Tebaide o dell' Egitto: così amica del silenzio, che non fu mai veduta in conversazioni nelle grate con secolari o parenti, anzi nemmeno colle stesse suore del suo monastero.» Non è forse questo tener il parlatorio per «luogo appestato»?



31 «Vidi ego virginem unam iam triginta octo annorum in virginitate permansisse propter Christum, et ex uno verbo dehonesto audito corruisse ita terribiliter, quod vix diabolus, si carnem haberet, taliter corruisset.» S. BERNARDINUS SENENSIS, Sermones extraordinarii (cioè extra ordinem Sermonum Quadragesimalium, etc.) Sermo 13, De remediis luxuriae, sextum remedium, fuga occasionum. Opera III, Venetiis, 1745, pag. 367, col. 2.



32 «Sextis feriis (il venerdì era giorno feriato in quel monastero: Acta, n. 4.), cum in oratorium convenissent Sorores, iubebat Bryene (zia di Febronia, e «Magna Domina», cioè Badessa del Monastero, che contava 50 monache) ut illis Febronia legeret. (Non sembra che si tratti di semplice lettura, ma di lettura non commentario: onde, morta Febronia, le matrone secolari, ammesse ad ascoltar quella lettura nell' oratorio, si lagnarono- Acta, n. 35 - di esser ormai prive della loro «maestra».) Quoniam autem matronae nobiles tali die ad oratorium idem confluebant spiritualis doctrinae gratia, iubebat Bryene velum tendi (con questo velo, intendi quel che dovessero esser le «grate» in un monastero di Sibapoli ossia Nisibi in Mesopotamia, verso l' anno 300), post quod lectionem perageret illa: tantum aberat ut viri cuiuscumque vultum aliquando intueri ipsam pateretur.» S. Febroniae virginis vita et martyrium, auctore THOMAIDE, eius magistra (vicaria di Briene, alla quale poi succedette), et teste oculata (avendo assistito perfino, vestita da uomo, al martirio della sua discepola: di quel che non vide, fu istruita dal giudice stesso Lisimaco, fattosi, subito dopo il martirio di Febronia, cristiano e monaco), cap. 1, n. 6; cf. cap. 2, n. 15: inter Acta Sanctorum Bollandiana, die 25 iunii.- Soffrì il martirio S. Febronia sotto Diocleziano, probabilmente negli ultimi anni del suo regno.- In quanto all' età di S. Febronia, si legge (Acta, n. 4) che aveva 18 anni: ciò s' intende prima della persecuzione; a quanto pare, poco prima.- Non fa maraviglia il suo ufficio di «lettrice»; giacchè Briene «diligenter (eam) in ascetica erudiebt palaestra» (Acta, n. 4); e, d' altronde (Acta, n. 5), «divinarum Litterarum lectioni sese tradebat,» anche di notte, per fuggir le tentazioni del senso; e, «cum adolescentula esset admodum studiosa, facta est etiam multiscia,» con grande ammirazione di Briene, sua principale maestra, e poi delle maatrone, sue auditrici.- Il suo martirio fu volontario- avendo essa rifiutato di darsi alla fuga con le altre- e fu dei più crudeli che si leggano. Fruttò molte ed insigni conversioni.



33 Dove sia riferita questa apparizione di S. Teresa non ci è dato conoscere.



34 Non conosciamo l' anonimo autore a cui S. Alfonso si riferisce.



35 Scrisse la S. M. Teresa, al P. Girolamo Graciàn, da Valladolid, ottobre 1580 (Carta 335, Obras, VIII, 405): «No olvide Vuestra Reverencia dejar mandado lo de los velos en todas partes, y declarado por què personas se ha de entender la costituciòn, porque no parezca las aprieta màs; que yo temo màs que no pierdan el gran contento con que Nuestro Señor las lleva, que esotras cosas, porque sè lo que es una monja descontenta; y mientra ellas no dieren màs ocasiòn de la que hasta ahora han dado, no hay po què las aprieten en màs de lo que prometieron. - A los confesores no hay para què los ver sin velos jamàs, ni a los frailes de ninguna Orden, y muy menos a nuestros Descalzos. Podriase declarar como si tienen un tio, y no tienen padre, y aquèl tiene cuenta de ellas, y personas de muy mucho deudo, que ello mesmo se lleva razòn; u si hay duquesa, u condesa, persona principal. En fin, donde no pueda haber peligro, sino provecho; y cuando no fuere de esta suerte, que no se abra. U si otra cosa se ofreciere, que sea duda, que se comunique con el provincial, y se pida licencia; y si no, que jamàs se haga. Mas yo he miedo no la dè el provincial con facilidad. Para cosa de alma parece que se puede tratar sin abrir velo. Vuestra Reverecia lo verà.» Su questo passo, Mgr. Palafox (Lettere della S. M. Teresa, parte 1, Venezia, 1690, Lettera 26, Annotazione 3, pag. 132) fa il seguente commentario: «Quando si scriveva questa lettera, stava già per radunarsi in Alcalà di Henares il Capitolo della separazione de' Scalzi in Provincia particolare, per il qual fine scrisse la Santa, a diversi Prelati, diversi importanti avvisi, spetanti al governo delle sue Monache, alcuni de' quali sono quelli che nella presente diede al Padre Fra Girolamo Graziano circa le grate dei parlatorii, che sono le porte del cielo, quando sono chiuse, e quelle del rischio, quando sono aperte.»



36 «Por est me parece a mi me hizo harto daño no estar en monesterio encerrado; porque la libertad que las que eran buenas podian tener con bondad, porque no debiam màs, para mi que soy ruin hubièrame cierto llevado a el infierno, si con tantos remedios y medios, el Señor, con muy particulares mercedes suyas, no me hubiera sacado de este peligro; y ansi me parece lo es grandisimo, monesterio de mujeres con libertad, y que màs me parece es paso para caminar al infierno las que quisieren ser ruines, que remedio para sus flaquezas.» S. TERESA, Libro de la Vida, cap. 7. Obras, I, 43.



37 «Vide in questo molte anime che aveano la sembianza di cervi, e intese che così debbono esser l' anime, e aver le proprietà del cervo; onde soggiunse (elevata in estasi): «.... La proprietà del cervo è che molto è selvatico. Si compiace Gesù che l' anime a lui consagrate sien salvatiche, e ritirate dal commercio e trattenimento de' secolari, perchè, essendo quelle spose di Cristo, dovrebbon solo per necessità trattar con quelli, procurando spedirsi, quanto più elle possono, dalla conversazion loro.» PUCCINI, Vita, Firenze 1611, parte 4, cap. 3.



38 «Ad una monaca giovanetta disse una volta: «Il far presenti a' secolari, massime giovani, ancorchè di spirito, non è conforme alla via dello spirito; e per fuggire dicerie de' medesimi, la cortesia della monaca sia l' essere con essi scortese, nè giova punto con tali fermarsi molto a discorrere.» Girolamo VENTIMIGLIA, Vita, cap. 16. (Beata: 1726; santa: 1807.)



39 Questa parola della più illustre- dopo la S. M. Teresa- tra le Carmelitane della Riforma, non l' abbiamo ritrovata nè nelle Croniche dell' Orazione, nè nella gran «Vida de la Ven. Madre Ana de Jesùs, Brussellas, 1632», scritta, ad istanza dell' Arciduchessa Isabella, dal P. Angelo Manrique, Generale dell' Ord. Cist.



40 «Questa vigilanza dimostrata in vita nel conservar pure le sue figlie, la dimostrò ancora con meraviglioso modo dopo la morte, poichè riferisce una delle sue prime religiose, come stando ella vicino alla porta del monastero in tempo che la Rotara stava ascoltando un discorso che facevano due serventi del monastero da fuori, sentì vicino a lei la presenza della Madre Serafina già morta poco prima, e sentì colle sue orecchie sensibilmente la di lei voce, che diceva: «Mandate via, mandate quelle due serve, che spropositamente discorrono.» Tutta tremante questa religiosa, investigando di che si discorresse, venne in cognizione del zelo che dimostrava la comune Madre, contro quel discorso non confacevole alle orecchie delle sue figlie, per essere di matrimonio che quelle stavano contraendo.»Nicola SGUILLANTE, e Tommaso PAGANO, Vita, Napoli, 1723, lib. 3, cap. 23, n. 28, pag. 638.



41 «Stava Francesca in compagnia di molte donne, e tra l' altre con sua suocera... e con Vannozza sua cognata: si venne ad indurre un ragionamento alquanto vano. Rincresceva alla Santa tal modo di ragionare, e si sentiva molto stimolare ad interrompere quel discorso; ma per un certo vano timore e rispetto umano, non ebbe ardire di farlo. Allora l' Angelo, per liberarla da maggior colpa, le diede una guanciata sì forte che tutti gli astanti sentirono il colpo, ancorchè non si potessero accorgere di chi l' avesse dato.» Vita, data nuovamente in luce dalla Madre Presidente e Oblate di Torre de' Specchi, Roma, 1675, lib. 1, cap. 12.



42 S' incontrano, nelle Vite dei Padri, non pochi «abbati» col nome di Giovanni: da Giovanni, fratello di S. Pacomio (Vita S. Pachomii, cap. 14 et seq.), fino a Giovanni, soprannominato il Profeta, di cui parla S. Doroteo (Doctrina 21, MG 88-1811 et seq.) A nessuno fra tanti viene attribuito il detto riferito.- LOHNER, Bibliotheca concionatoria, IV, v. Taciturnitas, § 10, n. 9: «Sic Ioannes Abbas ex Cyti(co)? docuit dicens: «Qui continere vult linguam, obstruat aures, ne multa audiat.» Nota marginale: «L. 1 de perf. ord. Carhus. c. 24.» L' opera citata dal Lohner non pare sia altra che quella ricordata e molto lodata dal Le Counteulx, Annales Ord. Cartus., I, pag. XLVII, intitolata De origine et veritate perfectae Religionis, ad defendendum Ordinem Cartusiensem (scritta verso l' anno 1240, o forse prima). E quell' «Abbate Giovanni» potrebbe essere Giovanni, già Abbate di Abbondanza, fattosi Certosino e discepolo di S. Artoldo, morto con fama d' esimia virtù nel 1202. (Op. cit., III, 290, n. 8.)



43 Labia imprudentium stulta narrabunt: verba autem prudentium statera ponderabuntur. Eccli. XXI, 28- Aurum tuum et argentum tuum confia, et verbis tuis facito stateram. Eccli. XXVIII, 29.



44 Octo puncta perfectionis assequendae, n. 5, punctum 7. Inter Opera S. Bernardi, (opus supposititium). ML 184-1185.



45 «Io vorrei avere una bottonatura alle labbra, acciocchè ogni volta che dovessi parlare, fossi astretto a scioglierla; così avrei più tempo di considerare e pesare le mie parole.» GALLIZIA, Viva, lib. 6. cap. 2, in fine: Massime e detti, II, n. 3.



46 «Circa vocis sonum in locutione, attendant ut... sit demissus pariter et suavis. Vitiosissimus plane Religioso modum loquendi, si notabiliter suam in loquela communi vocem exaltat. Sufficiat ei, quod proxime ei astantes possint loquentis intelligere verbum. Sapientis est loqui suaviter et demisse. Nox autem amplioris vocis depressionem requirit. Nox est tempus silentii et quietis. In nocte, maxime post Completorium, in alta, ut prius, verba erumpere, silentii gravitate neglecta, saecularium est, Religionis non curantium honestatem Proinde honesti Fratres, ubicumque fuerint, religiose semper, in quibus poternut, ac si essent in Fratrum collegio, cum silentii sui observatione conversentur.» BERNARDUS A BESSA, Ord. Min., Speculum disciplinae, pars 1, cap. 31, n. 5: inter Opera S. Bonaventurae, ad Claras Aquas, VIII, 1898, pag. 613.- Fr. Bernardo, Segretario di S. Bonaventura, scrisse questa opera per comando, sotto la direzione e coll' aiuto del Santo Dottore.



47 «Loquamur ergo Dominum Iesum: quia ipse est Sapientia, ipse est Verbum et Verbum Dei.... Ipsum spirat, qui sermones eius resonat et verba meditatur. Ipsum semper loquamur. Cum de sapientia loquimur, ipse est; cum de virtute loquimur, ipse est; cum de iustitia loquimur, ipse est; cum de pace loquimur, ipse est; cum de veritate, et vita, et redemptione loquimur, ipse est. Aperi os tuum Dei verbo....: tu aperi, ille loquetur.» S. AMBROSIUS, In Ps. XXXVI Enarratio, n. 65. ML 14-1001.



48 Nel luogo che siamo per riferire, non parla già la Santa Madre Teresa, come han creduto gli antichi biografi, del P. Vincenzo Barròn, O. P., ma di un altro illustre Domenicano, «Fray Garcìa de Toledo» (Obras, I, 286, not. 2), dalla Santa stessa attirato ad esimia santità con questa mirabile preghiera (Libro de la Vida, cap. 34, 287): «Señor, no me habèis de negar esta merced; mirà que es bueno este sujeto para nuestro amigo.» Dopo più anni, mentre parlavano insieme delle cose dicine, «estando ya mi alma, dice la Santa Madre, que no podia sufrir en si tanto gozo, saliò de si y perdiòse para màs ganar. Perdiò las consideraciones, y de or aquella lengua divina, en quien parece hablaba el Espiritu Santo, diòme un gran arrobamiento que me hizo casi perder el sentido, aunque durò poco tiempo. Vi a Cristo con grandisima majestad y gloria, mostrando gran contento de lo que alli pasaba: y ansi me lo dijo, y quiso viese claro que a semejantes platicas siempre se hallaba presente, y lo mucho que se sirve en que ansi se deleiten en hablar en El.» S. TERESA, Libro de la Vida, cap. 34. Obras, I, 291, 292.



49 «(Il Padre D. Costantino Russo) fu Maestro de' novizi molti e molti anni... Vide una volta due suoi novizi che insieme parlavano, ed in mezzo ad essi un giovane di bello aspetto, diversamente vestito: onde di ciò ammiratosi, aspettò che colui si partisse. Chiamati a sè i novizi, li dimandò chi fosse quel giovane, col quale ragionavano. Stupiti essi a tal dimanda, risposero che soli trattenevansi insieme. «Come, replicò egli, non ho io veduto uno, di tale e tale fattezza, ragionar in mezzo a voi?» Negando essi sempre, si pose in gran pensiero per esser quelli novizi molto obbedienti e fedeli. Onde sapendo poi che parlavano di Dio, comprese quello essere Cristo Signor Nostro, che secondo la sua promessa, in mezzo ad essi se ne stava: il che solea egli raccontare come cosa successa ad altri, ma con un suo molto confidente palesò il tutto a gloria di Dio.» Pietro GISOLFO, Vita del P. D. Antonio de Colellis, dei Pii Operai, Napoli, 1663, cap. 31, § 2: Del P. D. Costantino Russo, p. 359, 360.- Il Padre Don Lodovico SABBATINI d' Anfora, nella Vita del P. D. Antonio de Torres, Napoli, 1732, lib. 1, cap. 4, pag. 20, ci fa sapere che questi due novizi erano lo stesso Torres e Filippo Orilia; che il loro discorso «aveva per soggetto le bellezze di Gesù Cristo, amabile oggetto delle fiamme più pure di un cristiano»; e che Nostro Signore «seguì lungamente a dimorar tra essi». Conoscendo S. Alfonso le due Vite, prende dal Sabbatini i particolari tralasciati dal Gisolfo, il quale aveva scritto quando ancora erano vivi il Torres e l' Orilia.



50 D. Antonia de Molina- nella Religione Antonia della Croce- nata in Cordova, affezionatissima alle vanità del mondo, disingannata poi colla morte del fidanzato, vestì l' abito delle Carmelitane in Cabra; + 1633. Fin dal principio della sua vita religiosa, fu assai fervente. «Dall' amore del silenzio le nacque il desiderio della solitudine... Vedendo le altre i suoi fervori, andavano a ricevere i di lei avvisi e documenti, chiedendo a quest' effetto il permesso dalla Superiora... ella, che si ritrovava sì bene nell' umiltà, perseverava nel suo silenzio, e.... rispondeva: «Màs vale hallar (leggi: hablar) con Dios que de Dios: Giova più, sorelle, parlare con Dio che di Dio.» FRANCESCO DELLA CROCE, Disinganni per viver e morir bene, vol. 1, § 4, n. 4, pag. 152. Napoli, 1712.



51 «Tempus tantum valet quantum Deus; quia si diabolus haberet unum modicum temporis in quo posset poenitere sicut nos, ipse salvaretur et acquireret Deum, et per consequens tantum valet tempus quantum Deus.» S. BERNARDINUS SENENSIS, Quadragesimale nuncupatum «Seraphim», sermo 18, de amore amplexante, prima pars principalis. Opera, III, Venetiis, 1745, pag. 200.- «Vide.... temporis pretiositatem, quia modico tempore potest homo lucrari veniam, gratiam et gloriam.... Oh! si talis mercantia ad infernum portaretur, solum tempus dimidiae horae ad poenitendum, emerent illud pro mille mundis, si possent.» IDEM, Quadragesimale de christiana religione, sermo 13, art 3. cap. 4. Opera, I, Venetiis, 1745, pag. 55.






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