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S. Alfonso Maria de Liguori
La vera Sposa di Gesù Cristo

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§ 2 - Dell'amore alla solitudine e della fuga dell'ozio.

1. Tutte l'anime amanti di Dio amano la solitudine, poiché nella solitudine più facilmente si comunica loro il Signore, trovandole ivi più sciolte e distaccate dagli affari ed affetti terreni. Perciò esclamava S. Girolamo dicendo: O solitudo, in qua Deus cum suis familiariter loquitur et conversatur!1 O beata solitudine, nella quale Iddio colle anime sue dilette parla e conversa alla dimestica, con grande amore e confidenza! Non parla già Dio nelle grate, nel belvedere o in altro luogo, dove si trattengono le monache a ridere e ciarlare inutilmente. Non in commotione Dominus.2 Ma dove parla il Signore? Ducam eam in solitudinem, et loquar ad cor eius (Osee II, 14). Parla nella solitudine, ed ivi parla al cuore con quelle parole che infiammano del suo santo amore, siccome attestava la sagra Sposa: Anima mea liquefacta est ut dilectus meus locutus est (Cant. V, 6). Narra S. Eucherio (Ep. ad S. Hilar.) che un cert'uomo, ansioso di farsi santo, domandò ad un Servo di Dio che dovea fare per trovare Dio. Questi lo condusse ad un luogo solitario e poi gli disse: Ecco dove si trova Dio.3 Volendogli con ciò significare che Dio non già ne' tumulti del mondo, ma nella solitudine si fa trovare.

2. La virtù nella solitudine facilmente si conserva; ed all'incontro facilmente si perde nel conversare col mondo, dove


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poco si conosce Dio, e perciò ivi si fa poco conto del suo amore e de' beni ch'egli dona a chi lascia tutto per amor suo. Diceva S. Bernardo ch'esso avea molto più imparato delle cose divine tra i faggi ed i cerri nella solitudine, che da' libri e dai maestri.4 Quindi i santi, per vivere in solitudine e lontani da' tumulti del mondo, han tanto amate le grotte, i monti e le selve: Laetabitur deserta et invia, et exsultabit solitudo et florebit quasi lilium; germinans germinabit... Ipsi videbunt gloriam Domini et decorem Dei nostri (Is. XXXV, [1], 2). La solitudine sarà una fonte perenne di allegrezza per quelle anime che la cercano: ella fiorirà come il giglio in bianchezza ed innocenza di vita, e produrrà i frutti di tutte le virtù. Queste anime felici saran finalmente elevate a vedere la gloria del Signore e la sua infinita bellezza.

È certo che per mantenere lo spirito unito con Dio, bisogna conservar nella mente le idee di Dio e de' beni immensi ch'egli apparecchia a chi l'ama: ma quando noi teniamo commercio col mondo, il mondo ci presenta le cose terrene, le quali cancellano le idee spirituali e ci privano de' sentimenti di pietà. E quindi nasce che una monaca, la quale non ama la solitudine, ma gode di conversare colle creature, gode di esser visitata, di ricevere biglietti, di leggere gazzette e di parlare spesso delle cose del secolo, è impossibile che sia buona religiosa. Ogni volta ch'ella senza necessità si mette a trattar colle genti, sempre vi farà qualche perdita nello spirito.

3. Non v'è pertanto chi sia più degna di compassione che una monaca la quale, non potendo ella andare al mondo, fa che il mondo venga a lei col passare gran parte del giorno in trattenimenti vani, in discorrere co' secolari alla grata o in divertirsi colle stesse sue sorelle, in ridere, ciarlare, criticare ed informarsi di quanto si fa nel paese. Dunque una sposa di Gesù Cristo, che non dovrebbe aver altro piacere che di conversar


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col suo Dio, metterà la sua consolazione a viverne distratta ed a trattar con gente mondana, che non lascerà d'infettarle il cuore con discorsi e massime corrotte del secolo? Così dunque spenderà ella quel tempo che il Signore le concede per farsi santa? Oh Dio, come può la misera così dissipare quel tempo, i cui momenti avrebbero i santi comprati anche a prezzo di sangue! Oimè, quando si troverà un giorno in punto di morte, quanto allora pagherebbe ella un giorno, anzi un'ora di tante che al presente ne perde! Una certa religiosa, stando in fine di sua vita, diceva: Oh avessi più tempo, vorrei darlo tutto a Dio!5 Ma l'infelice desiderava questo tempo, quando il tempo per lei era già finito.

4. In oltre dico a voi, sorella benedetta: Iddio per sua bontà v'ha liberata dai pericoli del mondo e vi ha dato lo spirito di lasciarlo; e perché poi volete esporvi agli stessi pericoli, ritornando a conversare col mondo? Evasimus semel, dice Tertulliano, hactenus periculosis nos non inferamus:6 Siamo scampati una volta dall'onde del secolo - onde in cui tanti si perdono - non vogliamo poi di nuovo in quelle buttarci, con gran rischio di perderci ancora noi. La religiosa che vuole farsi santa, dee procurare di non conoscere né d'essere più conosciuta dal mondo; specialmente dee far quanto può per non vedere e non esser veduta da' secolari. La B. Chiara di Montefalco, anche trovandosi col fratello, ci parlava col velo calato: le disse l'abbadessa che, essendole quegli fratello, ben potea alzarsi il velo: ma ella rispose: Madre mia, giacché non si parla che colla lingua, lasciatemi star coverta.7 Memorabile è ancora quel che


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dicea la Ven. Suor Francesca Farnese: Sorelle mie, noi ci siamo chiuse in queste mura non per vedere ed esser vedute, ma per nasconderci dalle creature. Quanto più ci nasconderemo da loro, tanto più Gesù Cristo si svelerà a noi.8

5. I mondani fuggono la solitudine, e con ragione, perché nella solitudine più si fan sentire i rimorsi delle loro coscienze: e perciò vanno essi cercando conversazioni e tumulti di mondo, acciocché lo strepito di quelli occupi e non faccia sentire le molestie di quelli. La religiosa dunque che fugge la solitudine, segno d'essere una simile anima sconcertata, che, per non sentire i rimorsi de' suoi disordini, va cercando strepiti di mondo. Le religiose all'incontro, che vivono con pace di coscienza, non possono non amare la solitudine; e quand'elle si trovano fuori di quella, si sentono come pesci fuor dell'acqua, che non trovano pace e stanno quasi in uno stato violento. È vero che l'uomo ama la società; ma qual più bella società che quella di Dio! No che non apporta amarezza né, tedio l'allontanarci dalle creature per conversare da solo a solo col nostro Creatore. Ben ce n'assicura il Savio dicendo: Non enim habet amaritudinem conversatio illius, nec taedium convictus illius sed laetitiam et gaudium (Sap. VIII, 16). Diceva il Ven. P. Vincenzo Carafa, generale della Compagnia di Gesù, come già si disse in altro luogo, ch'egli non desiderava niente in questo mondo; ma se avesse avuto a desiderar qualche cosa, altro non sospirava che una grotticella con un tozzo di pane ed un libro spirituale, per vivere sempre ivi in solitudine.9


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6. Non è vero che la vita solitaria è vita malinconica; ella è un saggio e principio della vita de' beati, che godono un gaudio immenso nell'occuparsi solamente in amare e lodare il loro bel Dio. Così dicea S. Girolamo, che fuggendo da Roma andò a chiudersi nella grotta di Bettelemme per goder la solitudine; onde poi scrisse: Solitudo mihi paradisus est (Ep. 4, ad Rustic.).10 I santi allorché vivono in solitudine sembrano soli, ma non istanno soli. Dicea S. Bernardo: Numquam minus solus quam cum solus (Ep. ad Fratr. de Monte etc.).11 E volea dire: Io non mai sto meno solo che quando solo mi ritrovo; perché sto allora accompagnato col mio Signore, che mi tiene contento più che la conversazione di tutte le creature. Sembrano mesti, ma non sono mesti; il mondo, vedendoli lontani dai divertimenti terreni, li giudica miseri e sconsolati: ma non è così; eglino godono un'immensa e continua pace, come ci attesta l'Apostolo: Quasi tristes, semper autem gaudentes (II Cor. VI, 10). Lo stesso ci attestò Isaia, quando disse: Consolabitur Dominus Sion, et consolabitur omnes ruinas eius; et ponet desertum eius quasi delicias, et solitudinem eius quasi hortum Domini. Gaudium et laetitia invenietur in eo, gratiarum actio et vox laudis (Is. LI, 3). Il Signore ben saprà consolare l'anima ritirata e le compenserà a mille doppi tutte le perdite fatte de' piaceri temporali; renderà la di lei solitudine un giardino di sue delizie. Ivi si troverà sempre la gioia e l'allegrezza, e non vi si udiranno che ringraziamenti e lodi alla divina bontà. Quindi cantò il cardinal Petrucci, lodando un cuore solitario:

Mesto rassembra, e d'alta gioia e pieno.

Calca la terra, e pur in ciel dimora.

Null'a se stesso implora,

Perché immenso tesor chiude nel seno.

Pare agitato e assorto

Tra le tempeste, e pur ha seco il porto.12


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7. Non è già necessario poi, sorella benedetta, che per trovar questa beata solitudine abbiate voi ad intanarvi in qualche grotta o deserto; anche nel monastero potete ritrovar la solitudine che desiderate, quando volete. Fuggite le grate, fuggite le conversazioni e i discorsi inutili: amate il coro e la cella, trattenendovi ivi sempre che l'ubbidienza o la carità non vi chiama altrove: e così ben troverete quella solitudine che vi conviene e che Dio vuole da voi. Così la ritrovò il re Davide anche in mezzo a' grandi affari del regno; e perciò disse: Ecce elongavi fugiens, et mansi in solitudine (Ps. LIV, 8). Così parimente desiderando S. Filippo Neri di ritirarsi in un deserto, Dio gli fe' intendere che non si partisse da Roma, ma che in Roma vivesse come in un deserto.13 Lo stesso vuole il Signore dalle religiose che voglion esser sue vere spose; vuol che sieno orti chiusi, acciocché possa ivi trovar le sue delizie: Hortus conclusus soror mea sponsa (Cant. IV, 12). Ma ben avverte Giliberto: Hortus nescit esse, qui non vult esse conclusus (Ibi).14 Non sa né può esser orto di Gesù Cristo quella monaca che non vuol esser chiusa, cioè attenta a non far entrare nel suo cuore pensieri e pericoli di mondo, col trattare spesso col mondo.


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8. Sede ergo solitarius, dice S. Bernardo, secede, non corpore, sed intentione.15 Anche quando voi vi ritrovate colle sorelle nelle fatiche o nelle ricreazioni comuni, procurate di non uscir dalla vostra solitudine, cioè di starvene al meglio che potete raccolta con Dio; e se non potete allontanarvi col corpo dalla conversazione, almeno allontanatevene coll'affetto e coll'intenzione, intendendo di trattenervi colà, solo perché cosi piace a Dio. Dovendo pertanto trattar colle creature, quando bisogna, dovete portarvi a guisa d'una donzella, la quale, essendo avvezza a star sempre in una camera tutta custodita e rimota, se mai è costretta ad uscire alla strada, per lo freddo e strepito che ivi sente, procura quanto più presto può di ritornarsene alla sua stanza. Così fanno le religiose sante, quando dall'officio o dalla convenienza son costrette a trattar colla gente, dentro o fuori del monastero: soffrono una specie di martirio, parte per la ripugnanza che vi trovano, parte per lo timore che hanno di commetter qualche difetto; e perciò procurano di sbrigarsene quanto prima possono.

9. Quando le occupazioni esterne vanno troppo a lungo, è molto difficile che la persona non vi commetta qualche difetto. I santi apostoli, anche nel tempo in cui stavano impiegati nella conversione de' peccatori, pure volea Gesù Cristo che da quando in quando si ritirassero in alcun luogo solitario a dar qualche riposo allo spirito; onde loro diceva: Venite seorsum in desertum locum, et requiescite pusillum (Marc. VI, 31). Si, perché negli affari esterni, benché spirituali, sempre l'anima vi contrae distrazioni, inquietudini, raffreddamenti d'amore ed imperfezioni; onde sempre l'è necessario il riposo, acciocch'ella dia riparo alle macchie contratte e prenda forza di camminar meglio per l'avvenire.

Non sempre dunque dee tenersi la solitudine, ma sempre dee procurarsi, quando si può avere; o almeno amarsi, quando non si può avere, come scrisse S. Lorenzo Giustiniani: Solitudo semper amanda est, tenenda vero non semper


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(De casto connub., c. 6).16 Che perciò quando la religiosa dee intermettere il suo ritiro per servire la comunità o per sovvenire alla necessità di qualche sorella, dee già intermetterlo con libertà di spirito, senza punto disturbarsene, altrimenti si dimostrerebbe attaccata al ritiro, e ciò sarebbe ancora notabil difetto: andando nondimeno a trattar colle creature, non ha da aver per fine di ricrearsi colla loro conversazione, ma solo di far l'ubbidienza o di usar la carità; sicché, terminata quell'occupazione, subito dee ritornarsene all'amata sua solitudine.

10. Ma sin qui abbiam parlato della solitudine del corpo; bisogna che ora diciamo qualche cosa della solitudine del cuore, la quale è più necessaria di quella del corpo; mentre dice S. Gregorio: Quid prodest solitudo corporis, si solitudo defuerit cordis? (Lib. 30 Mor., c. 12).17 A che serve la solitudine del corpo quando manca quella del cuore? E vuol dire: A che serve dimorare col corpo in un deserto, e poi tenere il cuore attaccato alle cose del mondo? Un'anima distaccata e libera dagli affetti terreni, dice S. Pier Crisologo, anche in mezzo alle piazze ed alle vie trova la sua solitudine: In plateis ei in triviis suum pietas habet secretum (Serm. 9).18 All'incontro a che serve mai il trattenersi nel coro o nella cella in silenzio, se poi nel cuore gli affetti alle creature si fan molto sentire, e col lor romore impediscono di poter ascoltare le voci divine? Replico qui quel che in altro


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luogo di sopra ho riferito, cioè quel che disse un giorno il Signore a S. Teresa: Oh quanto volentieri io parlerei a molte anime! ma il mondo fa tanto strepito nel loro cuore che la mia voce non può sentirsi. Oh se si appartassero qualche poco dal mondo!19

Intendiamo dunque che cosa sia la solitudine del cuore: è il discacciare dal cuore ogni affetto che non è per Dio, col cercare in tutte le nostre azioni non altro che di piacere agli occhi suoi divini. È il dire con Davide: Quid...mihi est in caelo? et a te quid volui super terram?... Deus cordis mei et pars mea, Deus, in aeternum (Psal. LXXII, [25], 26): Mio Dio, e qual cosa della terra o del cielo, fuori di voi, può contentarmi? Voi solo siete il Signore del mio cuore, e voi sarete sempre l'unica mia ricchezza. In somma la solitudine del cuore importa il dir con vero sentimento: Dio mio, voi solo voglio e niente più.

11. Si lamenta quella religiosa che non trova Dio; ma ecco quel che le dice S. Teresa: Distacca il cuore da tutte le cose e cerca Dio, che lo troverai.20 Iddio non può cercarsitrovarsi, se prima non si conosce: ma come può conoscere Dio e le sue divine bellezze chi sta attaccato alle creature? In un vaso di cristallo, s'egli è pieno di terra, non può entrarvi la luce del sole: e così in un cuore occupato dagli affetti de' piaceri, delle robe o degli onori, non può risplendervi la luce divina. Perciò dice il Signore: Vacate et videte quoniam ego sum Deus (Psal. XLV, 11). Chiunque vuol vedere Dio bisogna che tolga la terra dal suo cuore, e lo tenga chiuso a tutti gli affetti mondani. Ciò appunto volle darci ad intendere Gesù Cristo sotto la metafora della porta chiusa, allorché disse: Cum oraveris, intra in cubiculum tuum, et clauso ostio, ora Patrem tuum in abscondito (Matth. VI, 6): Quando fai orazione, entra


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nella tua camera e, chiusa la porta, prega in segreto il Padre tuo. Viene a dire che l'anima, per unirsi con Dio nell'orazione, bisogna che si ritiri nel suo cuore - ch'è appunto il camerino nominato dal Signore, come spiega S. Agostino -21 e poi chiuda l'entrata a tutte l'affezioni terrene.

12. Ciò significa ancora quel che disse Geremia: Sedebit solitarius et tacebit, quia levavit se super se (Thren. III, 28). L'anima solitaria, cioè distaccata, in cui taceranno gli affetti della terra, si stringerà con Dio nell'orazione co' santi desideri, colle offerte di se stessa e con altri atti di rassegnazione e d'amore; ed allora si troverà sollevata sovra di sé e sovra le cose create, talmente che si riderà de' mondani, che tanto stimano e stentano per li beni di questa terra, stimandoli ella troppo piccioli ed indegni dell'amore di un cuore creato per amare un immenso bene ch'è Dio. Onde cantò il Petrucci, parlando appunto d'un cuore dedicato al divino amore:

Che di quanto si spande

Nel teatro del mondo, egli e più grande.22

13. Per solitudine poi avvertasi che non dee già intendersi una pura oziosità, sicché la religiosa non abbia da impiegarsí in alcuna azione, né abbia da pensare a niente. Dio vuole bensì che le sue spose sieno solitarie, ma non già oziose. Alcune monache vivon sì ben nascoste e ritirate, ma nel loro ritiro o stanno in ozio senza applicarsi a niente o pure s'applicano a letture vane o ad altre faccende inutili. Staranno elle in silenzio, ma di questo silenzio inutile, dice S. Basilio, ne daran conto a Dio: Reddent rationem pro otioso silentio.23 La solitudine oziosa è


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solitudine da bestia: la solitudine in certi studi o affari curiosi è solitudine mondana la solitudine religiosa non è oziosa ne inutile, ma è tutta fruttuosa e santa. Le religiose debbono stare nelle loro celle a guisa delle api, le quali nelle loro cellette non lasciano di fare il mele; e così elle non debbono stare a perdere il tempo, ma debbono occuparsi o ad orare o a leggere libri spirituali o pure a' lavori di mano, che non impediscono di tener la mente a Dio. Dice il Grisostomo: Solitudo non facit esse solum (In Ps. 140).24 La solitudine non fa che l'anima stia oziosamente sola, ma ch'ella s'occupi in Dio. In un certo convento di S. Francesco vi era un frate ozioso, che non andava facendo altro che vagar sempre per la casa, importunando or l'uno, or l'altro. Il santo chiamava questo religioso Frate Mosca.25 Volesse Dio che non ve ne fossero molte ne' monasteri di queste sorelle mosche, le quali non sanno far altro che andar sempre girando e spiando ora chi sta alla grata, ora chi sta al confessionario, ora chi manda o riceve regali e cose simili. Queste tali meriterebbero d'esser discacciate dalla casa, come si scacciano le mosche, o almeno chiuse in un carcere, acciocché non inquietassero l'altre.


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14. È comune il detto che l'ozio è il padre di tutt'i vizi; e sta ben egli fondato sopra l'oracolo dello Spirito Santo: Omnem malitiam docuit otiositas (Eccli. XXXIII, 29).26 Dicea il B. Giuseppe Calasanzio: Il demonio va a caccia de' religiosi oziosi.27 E S. Bonaventura avvertì che il religioso occupato sarà molestato da una tentazione, ma l'ozioso da mille.28

È certo che ad una monaca è grande aiuto la cella per raccogliersi con Dio; ma dicea il suddetto B. Calasanzio: Mal si serve della cella, chi in essa o non parla con Dio o non fatica per Dio.29 Non può farsi sempre orazione; ond'è che alle religiose in questa vita è necessario che stiano ancora occupate ne' lavori di mano. La donna forte è lodata da Salomone, perché s'impiegava nel lavorar lana e lino: Quaesivit lanam et linum, et operata est consilio manuum suarum (Prov. XXXI, 13). Perciò S. Girolamo impose alla vergine Demetriade che avesse sempre per le mani il lavoro della lana: Habeto lanam semper in manibus.30 E tutte le donne sante, specialmente religiose, si sono occupate in lavori di mano. S. Maria Maddalena de' Pazzi, bench'ella fosse così inferma e debole, nulladimeno in tutte le fatiche del monastero, tanto spettanti alle velate, quanto alle converse, vi mettea le mani senza risparmio; ora faticava nella cucina, ora nel refettorio; ora scopava, ora tirava acqua; specialmente tanto si affaticava in lavar panni che se le stravolse


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un osso della mano. Dice in somma lo scrittor della sua Vita, che faticava più ella sola che quattro converse insieme.31

15. E qui si noti essere un inganno il credere che le fatiche guastino la sanità del corpo, quandoché il loro esercizio è certo che molto giova a conservarla; e questa è la ragione che le converse ordinariamente godono miglior salute delle coriste. Eh che spesso non è tanto il pericolo della sanità che ci fa scusare, quanto è la pena che si vuole sfuggire del faticare; ma chi guarderà il Crocifisso, non si anderà schermendo dalle fatiche. Suor Francesca di sant'Angelo carmelitana si lagnava un giorno col Crocifisso che per tanto faticare avea tutte guaste le mani; ma Gesù le rispose: Francesca, mira le mani mie, e poi lamentati.32

In oltre il lavoro molto giova per sollevar la persona dal tedio della solitudine; ed anche per superar le tentazioni, che nella solitudine sogliono spesso abbondare. Ritrovandosi un giorno S. Antonio abbate molto infestato da' pensieri disonesti ed insieme molto tediato dalla solitudine, il povero santo non sapea che fare per aiutarsi. Allora gli apparve un angelo che lo condusse all'orticello che colà vi stava; ivi l'angelo, presa una zappetta, cominciò a lavorar la terra, e poi si pose ad orare; indi ripigliò il lavoro e poi di nuovo ritornò all'orazione; e con ciò ben apprese il santo il modo come avea da conservare la solitudine ed insieme da schermirsi dalle tentazioni, con passare dall'orazione al lavoro e dal lavoro all'orazione.33 Non si dee già sempre lavorare, ma non sempre


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all'incontro si può orare senza pericolo di perdere il cervello e rendersi poi affatto inutile a tutti gli esercizi spirituali. Perciò S. Teresa dopo sua morte apparve a Suor Paola Maria di Gesù e l'esortò a non lasciar mai di esercitarsi nelle fatiche corporali, col pretesto di far opere più sante, dicendo che tali esercizi giovano molto alla salute eterna.34

16. Oltreché il lavoro delle mani quando si fa senza sollecitudine e passione, non impedisce già il poter fare orazione. Suor Margherita della Croce, infanta d'Austria, che fu monaca scalza, ella si esercitava negli offici più faticosi del monastero, e dicea che tra gli altri esercizi questo della fatica alle monache non solo è utile, ma anche necessario, atteso che nel lavorare non s'impedisce al cuore d'innalzarsi a Dio.35 Narrasi che


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S. Bernardo un giorno vedendo un monaco, il quale mentre faticava non lasciava l'orazione, il santo gli disse: Seguita, fratello mio, a far sempre come ora fai, e sta allegramente, perché, facendo così, dopo morto sarai fatto esente anche dal purgatorio.36 E lo stesso praticava poi S. Bernardo con se stesso, come riferisce lo scrittore della sua Vita (Lib. 3, c. 1): Totus exterius laborabat, et totus interius Deo vacabat:37 Non già trascurava quelle fatiche esterne, ma nello stesso tempo se ne stava raccolto tutto in Dio. E così dee fare ogni religiosa, mentre lavora con le mani: non dee lasciar di tenere in Dio occupato il cuore, altrimenti tutte le sue occupazioni esterne saranno senza frutto dello spirito, e piene d'imperfezioni. Perciò lo Sposo de' Cantici dice all'anima: Pone me ut signaculum super cor tuum, ut signaculum super brachium tuum (Cant. VIII, 6). Prima dice che lo ponga sopra il di lei cuore e poi sopra il di lei braccio, perché se non si ha Dio nel cuore, non può aversi Dio nel braccio, cioè tutte le opere esterne non possono riuscir di suo piacere. All'incontro dicea S. Teresa che


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l'opere della vita attiva, quando nascono dall'amor divino, sono la somma perfezione.38

17. Errano dunque quelle religiose che vogliono attendere solamente a starsene in solitudine, e sfuggono di occuparsi in alcun esercizio esterno. Ma all'incontro errano ancora quelle che volontariamente si caricano di tante faccende che poi non resta lor tempo di raccogliersi con Dio. Fili, ne in multis sint actus tui; et si dives fueris, non eris immunis a delicto (Eccli. XI, 10). Figlio, dice il Signore, non t'impicciare in tante cose; perché, se tutte vuoi compirle, le compirai, ma non ne uscirai senza peccato.

Vi sono altre poi che quando imprendono qualche affare, vi stanno così applicate che si rendono inabili di poter pensare ad altro. Dee farsi già con diligenza quella cosa che si ha da fare, ma sempre con tranquillità e senza passione, sicché si lasci libertà allo spirito di voltarsi da tempo in tempo a Dio. Dovete bensì lavorare, ma dovete guardarvi, voi che siete religiosa, di lavorar da mercantessa del mondo, affaticandovi notte e giorno in accumular danari. E perché poi? per far regali o per meglio comparire o per soddisfare i vostri capricci?

Bisogna che lavoriate da religiosa; sicché attendiate prima al negozio dell'anima e poi a quello del corpo, occupandovi negli esercizi esterni col retto fine o di far l'ubbidienza o di aiutar la comunità o di soccorrere alle vostre precise necessità, e di fuggire l'ozio; ma sempre senza avidità e senza sollecitudine, che v'impedisca di alzar la mente a Dio. Dicea S. Antonino39 che in qualunque occupazione esterna, per quanto premurosa ella siasi, bisogna tener sempre dentro di noi un cantoncino segreto, ove possiamo ricoverarci e raccoglierci con Dio, quando ci vediamo sbattuti ed affannati dalle faccende.40


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Perciò molto giova star con attenzione, così nel principio come nel decorso dell'opera, ad alzar più volte il cuore a Dio con qualche atto buono d'amore, d'offerta, di rassegnazione o di preghiera. Stando, per esempio, voi applicata a ricamare o a cucire, perché non potete ad ogni punto far un atto d'amor di Dio o di offerta di voi stessa?

Concludo questo punto. Le monache fervorose in tutto ciò che fanno, raccolgono lo spirito e più si uniscono con Dio e sempre guadagnano. Ma le tepide e trascurate fabbricano tele di ragno, poiché faticano e stentano per fini terreni, e così tutto perdono.

Preghiera.

Gesù mio, fate voi ch'io v'ami assai nella vita che mi resta. e sia tutta vostra. Maledico quei giorni in cui ho amate le creature con vostro dispiacere. Da ogg'innanzi non voglio amare altro che voi. Vi prego a darmi forza di distaccarmi da tutte quelle cose che mi divertono dal vostro amore. Fate che il mio cuore sia occupato in rimirar solamente voi, come l'unico oggetto che siete degno d'esser amato.

O Verbo incarnato, voi già siete venuto al mondo per abitare ne' nostri cuori, che avete redenti col vostro sangue. Sia dunque tutto vostro il cuor mio. Voi possedetelo, e di guardate tutt'i miei bisogni: di illuminatemi, infiammatemi e rendetemi pronta a tutt'i santi vostri voleri.

Gesù mio, mio sommo bene, io v'amo, e vi stimo sopra ogni bene. Io vi dono tutta me stessa: accettatemi a servirvi per sempre, ma a servirvi non già per timore, ma per amore. La vostra maestà merita d'esser temuta, ma più merita d'esser amata la vostra bontà.

O Maria, madre mia e rifugio mio, fatemi essere tutta di Gesù.




1 «O desertum, Christi floribus vernans! O solitudo, in qua illi nascuntur lapides de quibus in Apocalypsi (XXI, 18) civitas magni regis exstruitur! O eremus, familiarius Deo gaudens! Quid agis, frater, in saeculo, qui maior es mundo?» S. HIERONYMUS, Epistola 14, n. 10. ML 22-353, 354.



2 III Reg. XIX, 11.



3 «Ferunt quemdam alii quaerenti quali inesse loco Deum crederet, respondisse ut quo se duceret impiger sequeretur. Tum comitante eodem, ad late patentis eremi secreta venisse. Et ostendens solitudinis vastae recessum: «En, inquit, ubi Deus est.» Nec immerito ibi esse promptius creditur, ubi facilius invenitur.» S. EUCHERIUS, De laude eremi, Epistola seu libellus ad Hilarium Lirinensem presbyterum, n. 4. ML 50-703.



4 «Experto crede: aliquid amplius invenies in silvis quam in libris. Ligna et lapides docebunt te, quod a magistris audire non possis.» S. BERNARDUS, Epistola 106, ad Magistrum Henricum Murdach, n. 2. ML 182-242.- «Usque hodie quidquid in Scripturis valet (Bernardus), quidquid in eis spiritualiter sentit, maxime in silvis et in agris meditando et orando se confitetur accepisse; et in hoc nullos aliquando se magistros habuisse, nisi quercus et fagos, ioco illo suo gratioso inter amicos dicere solet.» GUILLELMUS, ex Abbate Sancti Theoderici monachus Signiacensis, Vitae S. Bernardi liber I (vivente S. Bernardo scriptus), cap. 4, n. 23. ML 185-240.



5 «Una monaca come voi stava morendo, e tra sospiri e singulti altro non diceva che questre parola: «Ah se Dio mi desse un pò di tempo, voreri esser santa, vorrei esser l' esempio del monistero!» Piangeva, ma piangeva in vano.» S. LEONARDO DA PORTO MAURIZIO, Manuale sacro, parte 2, § 8. Roma, 1734, pag. 76.



6 «Evasimus semel: hactenus (id est, numquam posthac) periculosis nusmetipsos inferamus, et si iterum evasuri videmur.» TERTULLIANUS, Liber de poenitentia, cap. 7. ML 1-1240, 1241.



7 «Fu così osservante delle promesse fatte a Dio di non mirar giammai uomo in faccia, che sino il proprio fratello, che era d' età inferiore a lei, quando andava a ritrovarle (le due sorelle) nel Reclusorio, mai alzò gli occhi per mirarlo, e stava con tanta modestia che stupita un giorno Giovanna (sua sorella e Superiora) le disse: «Perchè non accarezzate e mirate il nostro fratello? perchè non l' istruite nella vita dello spirito?» Alle quali parole rispose la nostra B. Chiara, che, a suo fratello, aveva bisogno di parlargli, e non di mirarlo e accarezzarlo: per il che fare non era necessario alzare gli occhi... Mentre era chiamata alle grate per favellar di cose appartenenti al Reclusorio, anco col proprio padre volgeva la faccia al muro, e teneva il velo della testa calato sopra gli occhi.» Gio. Matteo GILBERTI, Agostiniano, Vita, Foligno, 1693, cap. 3, p. 7, 8.



8 «Sorelle mie, ci siamo racchiuse fra quattro mura, non per essere continuamente vedute, nè per vedere, ma per nasconderci a tutte le creature, e serbarci intatte per gli occhi divini del Creatore. Vergogniamoci adunque che questa faccia, che ha da esser mirata da Gesù Cristo con amor di Sposo, si avvilisca a lasciarsi vedere dagli occhi corruttibili e mortali; assicurando le RR. VV. che quanto più si nasconderanno dalle persone del mondo, tanto più Gesù Cristo si scoprirà loro in questa vita per unione di grazia, e nell' altra unione di gloria; che è quello che unicamente dobbiamo desiderare.» (Lettera alle Monache di San Lorenzo in Panisperna, in Roma, 20 giugno 1622.) Andrea NICOLETTI, Vita di Suor Francesca Farnese, detta di Gesù Maria, dell' Ord. di S. Chiara, lib. 2, cap. 6.



9 «Diceva che il suo paradiso in terra sarebbe stato una selva, una grotticella, un libro, e tanto di pane e d' acqua quanto è necessario per vivere.» BARTOLI, Vita, lib. 2, cap. 6.



10 «Mihi oppidum carcer, et solitudo paradisus est.» S. HIERONYMUS, Epistola 125, ad Rusticum monachum, n. 8. ML 22-1076.



11 «Cum quo enim Deus est, numquam minus solus est quam cum solus est. Tunc enim libere fruitur gaudio suo, tunc ipse suus est sibi, ad fruendum Deo in se, et se in Deo.» Epistola seu tractatus ad Fratres de Monte Dei, cap. 4, n. 10. ML 184-313.- Della resistuzione da farsi a S. BERNARDO di questa bellissima opera, vedi quel che abbiamo detto nel volume precedente (XIV9, Appendice, 2, pag. 483-488.



12 «Mesto rassembra, e d' alta gioia è pieno,

Calca la terra, e pur in ciel dimora.

Nulla a se stesso implora:

Perchè immenso tesor chiude nel seno.

Pare agitato e absorto

Tra le tempeste, e pur ha seco il porto.»

 

Pier Matteo PETRUCCI, (Vescovo di Iesi: 1681; Cardinale; 1686; + 1701), Poesie sacre, morali e spirituali, Iesi 1685. Descrizione d' un perfettissimo cuore cristiano: pag. 143.



13 «A questo sant' uomo (P. Ghettini, Cisterciense, Priore del Monastero dei SS. Vincenzo e Anastasio, alle Tre Fontane), narrò Filippo il suo pensiero (di voler andare nelle Indie a seminare la santa fede, e spargere, quando fosse stato bisogno, il sangue per amor di Cristo)... Ritornando adunque Filippo dopo alcuni giorni... il monaco gli raccontò come gli era apparso S. Giovanni Evangelista, e gli aveva detto che le Indie sue doveano esser in Roma, e quivi volea Iddio servirsi della persona sua.» BACCI, Vita, lib. 1, cap. 12.- Cf. Gio. MARCIANO, Memorie istoriche della Congregazione dell' Oratorio, vol. 1, Napoli, 1693, lib. 2, cap. 7.- Non solo le sue Indie di apostolo, ma anche il suo deserto di contemplativo, cercò Filippo e trovò in Roma. Fin da quando lasciò gli studi, «si diede anche più che mai ad una vita ritirata, e... quasi che eremitica, separandosi dal commercio degli uomini, e dandosi sopra tutto al silenzio, il quale, per quanto comportava l' instituto, amò sommamente per tutto il tempo della sua vita: dei quali mezzi si servì per potere attendere alla contemplazione delle cose divine.» BACCI, Vita, lib. 1, cap. 5, n. 4.



14 «Numquid non commode dilectioni est assignata conclusio, quae sponsae semper constringit affectus, et concludit in id ipsum, ad interiora semper convertens, ubi deliciae eius sint esse cum Filio Dei?... Si tibi votivum est, cor tuum velut hortum deliciarum praestare Christo, non aegre feras hoc antemurali (regularis districtionis) si concludaris. Delicias perdere vult quas habet- si tamen habet- qui de munitione submurmurat. Hortus nescit esse, qui nescit esse conclusus.» Abbas GILLEBERTUS de Hoilandia, Ord. Cisterc., In Cantica, sermo 35, n. 2. ML 184-184.



15 «Sede itaque solitarius, sicut turtur....Secede ergo, sed mente, non corpore, sed intentione, sed devotione, sed spiritu.» S. BERNARDUS, In Cantica, sermo 40, n. 4. ML 183-983.



16 «Quicumque ad perfectionem anhelat ascendere... solitudinem sibi in seipso aedificet, in qua Deo intendere et spirituali pugnae non desinat, loco et tempore etiam domesticorum consortia fugitando. Habeat Redemptoris exemplum, qui quum a diabolo tentaretur, solus in deserto esse voluit: post consummatam autem victoriam homines secum habere permisit. Solitudo semper amanda est, tenenda vero non semper. Quisquis illa prudenter usus fuerit, gloriosum de hostibus victoriae triumphum in tentationibus reportabit». S. LAURENTIUS IUSTINIANUS, De spirituali et casto Verbi animaeque connubio, cap. 6. Opera, Lugduni, 1628, pag. 151.



17 «Quid prodest solitudo corporis, si solitudo defuerit cordis? Qui enim corpore remotus vivit, sed tumultibus conversationis humanae terrenorum desideriorum cogitationibus se inserit, non est in solitudine. Si vero prematur aliquis corporaliter popularibus turbis, et tamen nullos curarum saecularium tumultus in corde patiatur, non est in urbe.» S. GREGORIUS MAGNUS, Moralia in Iob, cap. 16 (al. 23, al. 12), n. 52. ML 76-553.



18 «In plateis, in triviis, suum pietas habet secretum; e contra, platea est, trivium est, cum in secreto facit hypocrita nil secretum.... Deus de cordibus, non de manibus facta metitur; et de sensu, non de locis, operum colligit qualitatem.» S. PETRUS CHRYSOLOGUS, Sermo 9. ML 52-213.



19 «Dijome: «¡Ay, hija, què pocos me aman con verdad! que si me amasen, no les encubriria Yo mis secretos. ¿ Sabes qué es amarme con verdad? Entender que todo es mentira lo que no es agradable a mi. Con claridad veràs esto que ahora no entiendes en lo que aprovecha a tu alma.» Y ansì lo he visto, que después acà tanta vanidad y mentira me parece lo que yo no veo va guiado a el servicio de Dios, que no lo sabria yo decit como lo entiendo.» S. TERESA, Libro de la Vida, cap. 40. Obras, I, 359, 360.- Sulla concordanza tra queste parole e la traduzione che ne dà S. Alfonso, vedi Appendice, 69, pag. 478, 479, nel nostro vol. I.



20 «Despegue el corazòn de todas las cosas, y busque y hallarà a Dios.» S. TERESA, Avisos, 36. Obras, VI, 51.



21 «In nostra potestate est ostium claudere: ostium cordis, non parietum; ibi enim et cubiculum... Quid est autem claudere ostium? Hoc ostium tamquam duas habet valvas: cupiditatis et timoris. Aut cupis aliquid terrenum, et hac intrat (diabolus); aut times aliquid terrenum, et hac intrat. Timoris ergo et cupiditatis ianuam claude contra diabolum, aperi ad Christum.» S. AUGUSTINUS, Enarratio in Ps. CXLI, nn. 3 et 4. ML 37-1834, 1835.



22 «Vice nel tempo, ed ha pensieri eterni,

Nel corpo alberta, e al puro spirto aspira,

L' Invisibile ammira,

E nulla pregia infra gli oggetti esterni;

Che di quanto si spande

Nel teatro del mondo, egli è più grande.»

 

Oier Matteo PETRUCCI, Vescovo di Iesi (poi Cardinale), Poesie sacre, morali e spirituali, Iesi, 1685. Descrizione d' un perfettissimo cuore cristiano: pag. 142.



23 «(Ex verbis Domini et Apostoli) diligenter laborandum esse, re ipsa liquet. Neque enim pietatis scopum ceu segnitiei praetextum et laboris fugam ducere oportet: sed ceu certaminis, maiorisque laboris ac nostrae in afflictionibus tolerantiae materiam et occasionem(non ob corporis castigationem modo, sed etiam propter caritatem erga proximum).... Quin et Dominus cum malitia coniunxit pigritiam, dicens: «Serve male et piger.»....Quare metuendum est ne forte et hoc nobis in iudicii die obiiciatur, cum qui nobis facultatem operandi dedit, opera huic facultati convenientia a nobis exiget.» S. BASILIUS MAGNUS, Regulae fusius tractatae, Interrogatio 37, nn. 1, 2. MG 31-1010, 1011. Si veda pure il contesto di questi due numeri. Molto e spesso insiste S. Basilio sulla fuga dell' ozio e della sua necessità del lavoro, specialmente per il monaco: Regulae fusius tractatae, oltre il luogo citato, Interrogatio 42, MG 31-1023 et seq.: Regulae brevius tractatae, MG 31-1051 et seq., Interrogationes 61, 119, 121, 128, 152, 207, 253; Constitutiones monasticae, cap. 4, MG 31-1346 et seq.



24 «Solitudo enim non facit esse solum, sed mens quae tenetur amore et studio sapientiae; ita etiam qui habitant in mediis urbibus, foris et strepitibus, poterunt esse singulares (solitarii) homines, dum corruptos coetus fugiant et se iustorum conciliis adiungant.» S. IO. CHRYSOSTOMUS, Expositio in Ps. CXL (verso la fine). MG 55-441, 442.



25 «Si quem vero (S. P. Franciscus) cernebat otiosum et vagum (non si tratta dunque di un fatto singolare, ma di una osservazione fatta più volte: così pure nel Waddingo, Annales, a. 1210, n. 50; nel Marco da Lisbona, Croniche, parte 1, lib. 1, cap. 24) aliorum velle manducare labores, fratrem muscam nominandum censebat, eo quod talis nihil boni faciens, sed benefacta inficiens, vilem et abominabilem se omnibus reddat.» S. BONAVENTURA, Legenda S. Francisci, cap. 5, n. 6. Opera, ad Claras Aquas, VIII, 1898, pag. 518.



26 Multam enim malitiam docuit otiositas. Eccli. XXXIII, 29.



27 «Religiosum otiosum daemon venatur.» TALENTI, Vita, Roma, 1753, lib. 7, cap. 9, III, n. 29.



28 «Occupatus enim ab uno daemone impugnatur, otiosus autem ab innumeris daemonibus vastatur.» De profectu religiosorum, lib. 1, cap. 39: inter Opera S. Bonaventurae, Lugduni, 1668 (iuxta Vaticanam editionem), VII, 573.- L' autore è il B. DAVIDE D' ASBURGO.- Per altro questa sentenza è del Cassiano, o meglio, vien riferita dal Cassiano: «Haec est apud Aegyptum ab antiquis Patribus sancita sententia: operantem monachum daemone uno pulsari, otiosum vero innumeris spiritibus devastari.» IO. CASSIANUS, De coenobiorum institutis, lib. 10, cap. 23. ML 49-394.



29 «Male utitur cella qui in ea vel non cum Domino loquitur, vel non laborat pro Christo.» Vinc. TALENTI, O. S. P., Vita, lib. 7, cap. 9, III, n. 5.



30 «Praeter psalmorum et orationis ordinem... statue quot horis sanctam Scripturam ediscere debeas, quanto tempore legere.... Cumque haec finieris spatia... habeto lanam semper in manibus: vel staminis pollice fila deducito, vel ad torquenda subtegmina in alveolis fusa vertantur, aliarumque neta aut in globum collige aut texenda compone. Quae texta sunt inspice: quae errata, reprehende; quae facienda, constitue. Si tantis operum varietatibus fueris occupata, numquam dies tibi longi erunt... Haec observans, et teipsam salvabis, et alias.» S. HIERONYMUS, Epistola 130, ad Demetriadem, n. 15 ML 22-1119.



31 PUCCINI, Vita, Venezia, 1671, cap. 114.- Vedi pure, nel nostro volume precedente (XIV), Appendice, 16, pag. 514-519, e specialmente il paragrafo «Quam effusissimam caritatem...», pag. 515-517.



32 Nell' Archivio Generale dei Carmelitani Scalzi- il quale ci fu cortesemente aperto- si ha memoria soltanto (nella Relazione manoscritta della fondazione del monastero di S. Gabriele di Bologna) di una Madre Francesca di S. Angelo, nata in Genova, prima velata di Cremona, prima sottopriora e tre volte priora di Bologna, ivi morta nel 1649, con fama di esimie virtù. Non pare che di questa parli S. Alfonso, giacchè: «Per quanto si è potuto conoscere, questa buona Madre più ha goduto dei frutti dell' orazione, cioè delle virtù, che dei gusti e consolazioni di quella.» (Arch. Gen. n. 100.0).



33 «Sanctus Antonius abbas cum sederet aliquando in eremo, animus eius taedium et confusionem cogitationum incurrit, et dicebat ad Deum: «Domine, volo salvus fieri, et non me permittunt cogitationes meae. Quid faciam in hac tribulatione, quomodo salvus ero?» Et modice assurgens, coepit foras exire. Et vidit quemdam, tamquam seipsum, sedentem atque operantem; deinde surgentem ab operibus et orantem; et iterum sedentem, et plectam de palmis facientem, et inde rursus ad orationem surgentem. Etat autem angelus Domini missus ad correptionem et cautelam dandam Antonio. Et audivit vocem angeli dicentis: «Sic fac, et salvus eris.» Ille autem, hoc audito, magnum gaudium sumpsit atque fiduciam. Et ita faciens, salutem quam quaerebat invenit.» De Vitis Patrum, lib. 5, auctore graeco incerto, interprete Pelagio, libell. 7, n. 1. ML 73-893.- Cf. De Vitis Patrum, lib. 3, auctore probabili RUFFINO, n. 105. ML 73-780.



34 La Ven. M. Paola Maria di Gesù, nel secolo D. Maria Vittoria Centurione, di nobilissima famiglia genovese, nata in Napoli, prese il velo del monastero teresiano di Gesù Maria in Genova, fondò i monasteri di Vienna e di Gratz, morì in Vienna il 15 gennaio 1645, in età di 59 anni. Ebbe molte apparizioni di Nostro Signore, di Maria SS., di S. Giuseppe, di S. Teresa, come pure di anime del purgatorio. Della S. M. Teresa, troppo succintamente, nella Vita della M. Paola Maria (Decor Carmeli religiosi, pars 3, Lugduni, 1665, pag. 169, col. 2), ci dice il P. FILIPPO DELLA SS. TRINITA': «Plures habuit Seraphicae nostrae Teresiae communicationes, quae supernas ipsi manifestans delicias, ait: «Gusta tantillum gaudia nostra: vade et labora ut tu ad illa pervenias, et alii quoque perveniant; multaque dedit illi caelestia monita, et docuit unicam paradisi viam esse virtutum religiosarum exercitium.» Sembra che S. Alfonso abbia avuto nelle mani notizie più particolareggiate.- Quattro sorelle della Venerabile, e poi la madre, furono religiose della Nunziata di Genova; il padre si fece Barnabita; un fratello, Carmelitano; due nipotine, Carmelitane.



35 «Fu allevata fin da piccola fanciullina, nel palazzo dell' Imperatrice sua madre, al lavorar con le sue mani... Nella Religione poi.... stava sempre lavorando molte ore del giorno con la comunità.... Divenuta cieca... lavorava... alcuni cordoni, o cose simili... Solevano dirle alcune monache: «Veda di non affaticarsi troppo.... procuri di non apportarsi danno.».... Rispondeva: «.... Mai il lavorar di mano può far danno alle monache, può bensì cagionar loro gran rovina lo starsene in ozio....» Solevano dirle alcune monache, per eccitarla a dar loro qualche suo salutevol consiglio: «Non è assai... quel che facciamo nel seguir gli esercizi della comunità? quanto sarebbe poi bene passar il tempo che ci resta in santa contemplazione.» Ma dava ella per risposta questa dottrina: «Tra gli eserciti della santa comunità, il lavorar di mano è il non meno utile e necessario; e quella Religione che mancherà di questo santo esercizio sarà privo d' una costituzione troppo importante. Ma chi vi dice che quest' occupazione sia d' impedimento alla contemplazione? Non possono forse star lavorando le mani, e il cuor innalzato a Dio?» GIOVANNI DE PALMA (suo confessore), Vita, lib. 5, cap. 24.



36 «Narratur de beatissimo Bernardo Claravallensi abbate, quod aliquando in missione segetum, fratrem conversum viderit, devote quidem et ultra vires in agro cum monachis laborantem. Tactus ergo Spiritu Sancto intrinsecus B. Bernardus, dixit, coram omnibus, laboranti: «Eia, frater, age quod agis, nullum aliud post hanc vitam purgatorium sustinebis.» THOMAS CANTIPRATANUS, O. P., episcopus suffraganeus Cameracensis, Miraculorum et exemplorum sui temporis libri duo (inscripti etiam De Apum Republica et De bono universali), lib. 2, cap. 5, n. 2.



37 «Is qui tantam contemplatione rerum spiritualium ac divinarum acceperat gratiam, circa talia (i lavori manuali, anche i più vili) non solum occupari patiebatur, sed et plurimum delectabatur.» E mentre altri, anche perfetti, «etsi non intentione, certe memoria et cogitatione,» trovano in questi lavori occasione di distrazione, «ipse privilegio maioris gratiae in virtute spiritus simul et totus quodammodo exterius laborabat, et totus interius Deo vacabat.» Anzi, in mezzo a questi rustici lavori trovò egli, come scherzando graziosamente diceva, i suoi maestri: «quercus et fagos». Non sapendo egli mietere, e pregato dai compagni di lasciar la falce, con semplicità di fede, domandò a Dio «gratiam metendi», e l' ottenne. «Et ex illo die in labore illo prae ceteris peritum se esse cum quadam iucunditate gratulatur: tanto in hoc opere devotior, quanto se in hoc ipso facultatem ex solo Dei dono reminiscitur accepisse.» (Il narratore dice «gratulatur», al presente: viveva tuttora Bernardo quando scriveva Guglielmo.) GUILLELMUS, ex Abbate Sancti Theoderici monachus Signiacensis, S. Bernardi vita prima, lib. 1, cap. 4, n. 23, 24. ML 185-240.



38 Vedi Appendice, 3.



39 Alcune edizioni posteriori hanno erroneamente: Dicea S. Antonio.



40 Franciscus CASTILIONENSIS, Canonicus, ipsius S. Antonini domesticus per octennium, Vita, cap. 2, n. 13 (Summa Theol., I, col. XL): «Quum.... molestiam pastoralis curae ac tantam diversorum negotiorum perturbationem solus apud illum detestarer: «Non est, inquit, possibile plerisque mortalium ac fere omnibus, ob eam, quae ex rebus huius saeculi consurgit, sollicitudinem, aliqua pace ac quiete sedati animi perfrui; nisi ipse sibi aliquem secretum occultumque mentis secessum reservaverit, ad quem nec negotiorum molestia, nec curarum sollicitudo, nec omnium rerum agendarum, quae foris sunt, perturbatio penetret; quo, quum negotiorum exercitatio cessaverit, statim omni passione nudatus animus, tamquam ad arcem quamdam, et ad hominem quem Paulus interiorem appellat, confugiat; ad quod consequendum magna aiebat arte opus esse.»






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