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S. Alfonso Maria de Liguori
La vera Sposa di Gesù Cristo

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CAPO XVIII - Della frequenza de' sagramenti della confessione e comunione.

§ 1 - Della confessione.

1. Non parliamo qui delle confessioni delle persone imbrattate in peccati mortali - benché non lasceremo di avvertire più cose circa le occasioni prossime e le confessioni sagrileghe - ma principalmente intendiamo di parlare delle confessioni dell'anime timorate che amano la perfezione, e però cercano di sempre più purificarsi dalle macchie de' peccati veniali.

Narra Cesario (Lib. II, c. 38) che un buon sacerdote, essendogli apparso un demonio, esso gl'impose da parte di Dio che dicesse qual cosa più gli noceva. Rispose che niun'altra cosa più gli noceva e dispiaceva che la frequente


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confessione.1

Ma udiamo quel che disse Gesù Cristo a S. Brigida, che chi volea conservare lo spirito, deve spesso purgarsi colla confessione, accusandosi di tutt'i suoi difetti e negligenze nel servirlo (Apud Blos., Monil. spir., cap. 5).2

Scrisse Cassiano (Collat. 1, cap. 5) che l'anima, la quale aspira alla perfezione, dee attendere ad avere una gran purità di coscienza, perché da questa purità si passa poi all'acquisto del perfetto amor divino, il quale non si dona se non all'anime pure; ond'è che alla mondezza del cuore corrisponde l'amore.3 Ma bisogna intendere che tal purità negli uomini, secondo il presente stato, non consiste già in una totale esenzione da qualunque difetto, perché, eccettuandone il nostro divino Salvatore e la sua divina Madre, non v'è stata né vi sarà nel mondo anima senza le sue macchie: In multis... offendimus omnes (Iac. III, 2). Ma consiste in due cose: per prima in una vigilante custodia del cuore, affinché non v'entri alcuna colpa avvertita,


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benché leggiera; per secondo consiste nel procurare che, se mal v'entra, subito l'anima se ne purghi.

2. Or questi due buoni effetti appunto produce la confessione frequente.

Con essa primieramente la persona si lava dalle macchie contratte. Narra a tal proposito S. Giovanni Climaco (Scala, gradu 4) che un giovane, affin di lasciar la mala vita che menava nel secolo, andò a farsi religioso in un monastero. L'abbate, prima di riceverlo, volle provarlo, e gli disse che se voleva esser ammesso, si fosse confessato in pubblico di tutt'i suoi peccati. Il giovane, che veramente stava risoluto di darsi a Dio, ubbidì; ed ecco che, mentr'egli alla presenza de' monaci palesava le sue colpe, un santo religioso, che v'era tra essi, vide un uomo d'aspetto venerando, che siccome il penitente confessava alcun suo peccato, cosi quegli lo cancellava da una carta scritta che teneva in mano; talmente che, terminata la confessione, si videro in quel foglio cancellate tutte le colpe del penitente.4 Or quello che allora visibilmente avvenne, avviene invisibilmente ad ognuno che si confessa colla dovuta disposizione.

3. Non solo poi colla confessione si cancellano le macchie dell'anima, ma di più l'anima acquista forza per non ricadervi. Dice il Maestro Angelico (3 p., q. 85, a. 2) che la virtù della penitenza opera che la colpa commessa non solo si distrugga, ma ancora che più non ripulluli.5 E riferisce S. Bernardo a tal proposito nella Vita di S. Malachia che v'era una certa donna la quale continuamente s'impazientiva e adiravasi a tal segno ch'erasi renduta insopportabile. S. Malachia, intendendo da lei che di tale impazienza non se n'era mai confessata, l'indusse a farsene un'intiera confessione. Scrive poi S. Bernardo che questa donna dopo la confessione divenne così paziente e mansueta, che parea non saper più risentirsi a niun travaglio o maltrattamento che riceveva.6


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E perciò molti santi, affin d'acquistare la purità di coscienza, han costumato di confessarsi ogni giorno; così praticavano S. Caterina da Siena,7 S. Brigida,8 la B. Coletta;9 così anche S. Carlo Borromeo,10 S. Ignazio di Loiola11 e molti altri; e S. Francesco Borgia non si contentava d'una volta, si confessava due volte il giorno.12 Ma se gli amanti del mondo non possono tollerare di comparire avanti le loro persone amate con alcuna macchia nel volto, qual maraviglia è che l'anime amanti di Dio procurino di sempre più purificarsi, per rendersi più gradite agli occhi del loro amato Signore?

Del resto non intendiamo qui di obbligare le religiose, che frequentano la comunione, a confessarsi ogni volta che si cominicano;


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ma è bene ch'elleno si confessino due volte o almeno una la settimana, ed in oltre quando avesser commessa qualche colpa avvertita.

4. È noto già che per la buona confessione ricercansi tre cose: L'esame di coscienza, il dolore, ed il proposito.

E primieramente in quanto all'esame, a chi frequenta i sacramenti, non occorre rompersi la testa per andar trovando tutte le minuzie delle colpe veniali. Più presto vorrei che taluna badasse a scovrire le cause e le radici de' suoi attacchi e tepidezze; dico ciò per quelle monache che vanno a confessarsi col capo pieno di cose intese alla grata, e così fanno sempre la stessa canzona, con recitare gli stessi loro difetti, senza dolore e senza pensiero d'emenda.

Del resto per l'anime spirituali che si confessano spesso e si guardano da' peccati avvertiti, non ci bisogna gran tempo per l'esame; poiché a riguardo de' peccati gravi, non fa bisogno scrutinar la coscienza, perché se mai vi fosse stata qualche colpa mortale, senza farsi cercare, da sé farebbesi conoscere. Circa poi i peccati veniali, se fossero stati pienamente volontari, ben anche si farebbero sentire colle loro punture; oltreché non v'è obbligo di confessare tutte le colpe leggiere che sono nella coscienza; e per conseguenza neppure v'è l'obbligo di farne esatta ricerca, e tanto meno del numero e delle circostanze, del come e del perché sieno state commesse; basta che si dicano quelle che più pesano e che più impediscono la perfezione; le altre si accusino con termini generali. E quando non vi fosse materia certa presente, si dica alcun peccato della vita passata, che muove più a dolore, per esempio: Mi accuso specialmente di tutte le colpe commesse per lo passato contra la carità, la purità o l'ubbidienza.

Quanto consola circa questo punto ciò che scrisse S. Francesco di Sales:13 Non vi date alcun fastidio, se non vi ricordate di tutte le vostre picciole cadute per confessarvene; perché, siccome cadete spesso senza avvedervene, cosi anche spesso vi


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dirizzerete in piedi senza avvedervene. E volea dire cogli atti d'amore o altri atti buoni che soglion fare l'anime divote.

5. In secondo luogo vi bisogna il dolore, e questo si richiede principalmente per ottenere la remissione de' peccati. Non sono già migliori le confessioni più lunghe, ma le più dolorose. Il contrassegno d'una buona confessione, dice S. Gregorio, non si prende dalle molte parole del penitente, ma dal pentimento che ne dimostra.14

Del resto le religiose che si confessano spesso e che hanno abborrimento anche alle colpe veniali, discaccino i dubbi se hanno o no il vero dolore. Talune di costoro si angustiano, perché non lo sentono; vorrebbero, ogni volta che si confessano, aver lagrime e tenerezze; e perché poi, con tutto lo sforzo e violenza che si fanno, non possono averle, stanno sempre inquiete delle loro confessioni. Ma bisogna persuadersi che il vero dolore non già sta nel sentirlo, ma nel volerlo. Tutto il merito delle virtù sta nella volontà; onde scrisse il Gersone, parlando della virtù della fede, che talvolta merita più chi vuol credere che colui che già crede: Aliquando non tam meritorium est credere quam velle credere (De praep. ad Miss., cons. 3).15 Ma prima, parlando specialmente del dolore, ciò l'insegnò S. Tommaso, dicendo: In contritione est duplex dolor, unus in ipsa voluntate, qui est essentialiter ipsa contritio, quae nihil aliud est quam displicentia peccati praeteriti: alius dolor est in parte sensitiva, qui causatur ex ipso dolore (Suppl. 3. p., q. 3, a. 1).16 Dice dunque l'Angelico che il dolore essenziale, necessario


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per la confessione, è la dispiacenza del peccato commesso; e questo dolore non già sta nella parte sensitiva, ma nella volontà, mentre il dolor sensibile è un effetto del dispiacere della volontà, il quale effetto non sempre da noi può aversi, perché la parte inferiore non sempre siegue ed ubbidisce alla superiore. Sempre che dunque nella volontà v'è la dispiacenza sovra ogni male della colpa commessa, la confessione è buona.

6. E per tanto astenetevi di sforzarvi per sentir il dolore. Parlando degli atti interni, sappiate che quelli sono i migliori che son fatti con minor violenza e più soavità, giacché lo Spirito Santo ordina tutte le cose con soavità e quiete: Disponit omnia suaviter (Sap. VIII, 1). Quindi diceva il santo penitente Ezechia, parlando del dolore che avea de' suoi peccati: Ecce! in pace amaritudo mea amarissima (Is. XXXVIII, 17). Sentiva una grande amarezza, ma in pace.

Quando voi volete ricevere l'assoluzione, fate così: in apparecchiarvi per la confessione, prima domandate a Gesù Cristo ed a Maria Addolorata un vero dolore de' vostri peccati; indi fate brevemente l'esame, come di sovra si è detto; e poi in quanto al dolore basta che dite così: Dio mio, v'amo sovra ogni cosa, spero al sangue di Gesù Cristo il perdono di tutti i peccati miei, de' quali per aver offeso e disgustato voi, bontà infinita, me ne pento con tutto il cuore e abborrisco sopra ogni male; ed unisco questo mio abborrimento all'abborrimento che Gesù mio n'ebbe nell'orto di Getsemani. Propongo di non offendervi più colla grazia vostra. E sempre che ciò avete voluto dirlo con vera volontà, andate quietamente a prendervi l'assoluzione, senza timore e senza scrupolo.

S. Teresa, per toglier l'angustie circa il dolore, dava un altro bel segno: Vedete, dicea la santa, avete voi vero proposito di non commetter più le colpe che vi confessate? e se avete questo proposito, non dubitate che avete ancora vero dolore.17

7. In terzo luogo si richiede il proposito. Il proposito nella confessione, per esser buono, dee essere fermo, universale ed efficace.

Per 1. dunque dee esser fermo. Taluni dicono: Non vorrei


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più commetter questo peccato: non vorrei più offendere Dio. Oimè, questo vorrei dinota che 'l proposito non è fermo. Acciocché egli sia fermo, bisogna dire con volontà risoluta: Non voglio far più questo peccato: non voglio più offender Dio deliberatamente.

Per 2. dee esser universale, sì che il penitente proponga di evitar tutt'i peccati senza eccezione. Ciò nondimeno s'intende a rispetto de' peccati mortali; perché in quanto a' veniali, basta, per lo valore del sagramento, dolersi e proponere di fuggire una sola specie di veniali. Le persone poi più spirituali debbon proponere di evitare tutti i veniali deliberati; ed in quanto agl'indeliberati, mentr'è impossibile evitarli tutti, basta proponere di guardarsene quanto più si può.

Per 3. il proposito dee esser efficace, cioè che induca la penitente a prendere i mezzi per più non commettere le colpe di cui si accusa, e specialmente a fuggire l'occasioni prossime di ricadere.

Occasione prossima s'intende quella nella quale la persona spesso è caduta in peccati gravi o, senza giusta causa, è stata di occasione agli altri di cadere. Ed allora non basta il proponer solamente di togliere il peccato, ma è necessario anche proponere di toglier l'occasione, altrimenti le sue confessioni, ancorché riceva mille assoluzioni, tutte saranno invalide, perché lo stesso non voler rimuovere quell'occasione prossima di peccato grave, è in sé grave colpa. E siccome noi abbiam dimostrato nella nostra Opera Morale (Lib. VI, n. 454), chi riceve l'assoluzione senza il proposito di levar l'occasione prossima, commette nuovo peccato mortale e sagrilegio.18

8. Dirà taluna: Ma se licenzio quella persona, se tolgo la familiarità con quella sorella, si darà scandalo, e si darà che dire a tutto il monastero. Rispondo: Sorella mia, non dite bene; anzi si darà scandalo se non troncate tale occasione, perché già tutte le monache sanno l'amicizia; e quantunque avanti di voi non parlano, tenete per certo che già pensano e dicono tra di loro tutto quello che ci è.

Dirà: Ma il licenziar quel tale è un'inciviltà, ed anche è ingratitudine, perché colui m'aiuta, mi serve e mi soccorre. Vi aiuta? ma a che? vi aiuta ad allontanarvi da Dio, ed a


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farvi fare una vita infelice di qua ed un'altra più infelice di . È inciviltà? è ingratitudine? La prima civiltà e gratitudine dobbiamo usarla con Gesù Cristo, ch'è un Signore d'infinita maestà, e da cui abbiam ricevuti immensi benefici.

Replicherà: Ma io gli ho data la parola di non lasciarlo. Ma voi non vi trovate prima data parola a Gesù Cristo, quando vi faceste religiosa, di non amare altri che lui? Non foste voi che diceste allora: Nullum, praeter eum, amatorem admittam?19 che non volevate amare altri né essere amata da altri che da Dio? Ed ora che altra parola andate trovando? Eh via, non date più pena al Cuore del vostro sposo, il quale si sente quasi ferir nel Cuore, in vedere una sua sposa che mette affetto ad altri fuori di lui: come appunto un giorno dimostrò a S. Lutgarde, alla quale, stando la medesima allora miseramente invischiata in una cattiva amicizia, apparve Gesù e le fe' vedere il suo Cuore gravemente ferito. La santa a tal vista si ravvide, pianse il suo errore, ed abbattendosi poi col giovine corrispondente, con fortezza lo licenziò, dicendogli ch'ella non poteva amare altri che Gesù Cristo, a cui s'era sposata. E d'indi in poi pose tutto il suo amore al suo divino sposo, e si fece santa.20

9. Tutto ciò sia detto di passaggio, poiché tali occasioni prossime sono rare ne' monasteri. La tentazione più frequente e più perniciosa, che soglion patire le monache, è quella di tacere i peccati per rossore. Avverrà che taluna disgraziatamente cade in qualche colpa grave, ed ecco allora il demonio che le serra la bocca, facendole apprendere essere una


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gran vergogna il palesarla. Oh Dio, e quante religiose per questa maledetta vergogna ardono ed arderanno per sempre nell'inferno! diciamo meglio, nel fondo dell'inferno! perché le monache, strascinate dal rispetto umano, per non dar che due all'altre e perdere il concetto, facilmente seguitano per mesi ed anni a far confessioni e comunioni sacrileghe.

Narrasi nelle Croniche de' Carmelitani Scalzi (Tom. III, 1. X, c. 34) che una giovane di una gran bontà cadde per disgrazia in un peccato disonesto; indi per tre volte lo tacque in confessione e tre volte si comunicò, ma dopo la terza comunione cadde la misera repentinamente morta. Per esser ella stata in concetto di santa, il suo cadavere fu posto in luogo a parte in una chiesa de' padri Gesuiti. Ma appena che finirono l'esequie e si chiuse la chiesa, il confessore di quella infelice fu condotto da due angioli alla sepoltura della defunta, la quale, uscendo dalla sepoltura e postasi genuflessa, con un colpo che ricevé da quegli angioli sul collo, vomitò dentro un calice già preparato le tre particole ricevute sacrilegamente e miracolosamente conservate nel suo petto. Dopo ciò gli angioli le tolsero di dosso l'abitino del Carmine, e subito poi la misera, dimostrando un aspetto orribile, fu rapita da due demoni, e più non comparve.21

Ma come mai un'anima ch'ha avuto l'ardire d'offender gravemente la divina Maestà, e per ciò meriterebbe un inferno eterno, a cui va unita una confusione eterna, può trovare scusa davanti a Dio, tacendo la colpa nel confessarsi, per ragion della poca e breve confusione che dee soffrire in palesarla per una sola volta ad un solo sacerdote? Se ella


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vuol esser perdonata da Dio e liberarsi dall'inferno meritato, questa confusione appunto, che dee soffrire in dire il suo peccato al confessore, è quella che la dispone a ricevere il perdono. Chi ha disprezzato Dio, è giusto che si umili e si confonda. Questa fu la bella risposta che diede al demonio Adelaide peccatrice; ella, chiamata dal Signore a mutar vita, si converti, e subito risolse di farsi una buona confessione; ma allorché andava già a confessarsi, il demonio, mettendole avanti gli occhi il rossor che dovea patire in manifestare al confessore tutti i suoi peccati, le domandò: Dove vai, Adelaide? Rispose ella con coraggio: Brutta bestia, mi domandi dove vado? vado a confonder me e te.22

10. Oltre del rossore, il demonio poi mette in capo molti inganni e timori vani.

Dice colei: Ma il confessore mi sgriderà in sentire questo mio peccato. E perché v'ha da sgridare? Ditemi, se voi foste confessore, e venisse una povera penitente e vi manifestasse le sue miserie, avendo confidenza in voi che l'abbiate a far risorgere dalla sua caduta, la sgridereste voi? e come poi potete


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pensare che il confessore, il quale è obbligato per officio ad usar tutta la carità con chi si confessa, abbia da sgridarvi e ingiuriarvi, se gli dite il vostro peccato?

Ma il confessore almeno si scandalizzerà di me, e mi prenderà in abbominio per sempre. Tutto falso; non si scandalizzerà, ma si edificherà di voi, vedendovi così ben disposta col dir così sinceramente le vostre colpe, non ostante la confusione che vi provate. E poi, che forse il confessore non avrà intesi, confessando altre, molti altri peccati simili, e forse più gravi de' vostri? Oh volesse Dio che voi foste stata sola ad offenderlo! Né è vero che vi prenderà in abbominio; anzi farà più stima di voi e più s'impegnerà ad aiutarvi, riflettendo alla confidenza avuta con lui di svelargli le vostre miserie.

Oimè, che dite? Io voglio confessarmi, ma quando viene lo straordinario. E frattanto volete vivere in disgrazia di Dio, in pericolo di perdervi per sempre ed in uno inferno presente di rimorsi di coscienza che vi lacerano l'anima e non vi fanno trovar pace né di giorno ne di notte, per non dire una parola al confessore: Padre, per disgrazia son caduta in un peccato, ma per questo non voglio disperarmi? Voi dite: Mi confesserò allo straordinario. E frattanto al peccato fatto volete aggiungere più sacrilegi? e sapete che peccato orrendo è un sacrilegio? Dunque la medicina che Gesù Cristo vi ha preparata col suo sangue nella confessione, voi volete farla diventare, per l'anima vostra, veleno di morte eterna? Mi confesserò appresso. E se vi coglie una morte improvvisa, la quale oggidì si è renduta così frequente che quasi ogni giorno si sentono persone morte di subito, che ne sarà di voi per tutta l'eternità?

11. Ma io non ci ho confidenza col mio confessore. E voi andate da un altro; domandatelo al vescovo o pure dite ad una vostra compagna che volete cercare un consiglio al suo direttore, e così ben potete rimediare al vostro bisogno. Ma finalmente in caso che non vi fosse altri con cui palesarvi, che 'l vostro confessore, ditemi: Se voi aveste una piaga che vi porterebbe alla morte, se presto non vi deste rimedio, non chiamereste subito il cerusico per non morire, ancorché molto fosse il rossore da soffrirvi? E per sanare l'anima morta e liberarvi dall'inferno, non vi fidate di manifestarvi al vostro padre spirituale? E badate che non serve dire: Mi confesso di tutti i peccati da che son nata, come stanno avanti a Dio. Se non dichiarate


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la vostra coscienza, queste parole non servono che per tenervi più ingannata e perduta.

12. Eh via, fatevi animo, e superate generosamente questo rossore, che 'l demonio vi fa appariregrande. Basterà che cominciate a svelarvi, che presto svaniranno tutte le vostre apprensioni. E sappiate che dopo la confessione resterete voi più contenta di aver palesate le vostre colpe che se foste fatta regina di tutta la terra. Raccomandatevi a Maria santissima, ch'ella vi otterrà forza di vincere ogni ripugnanza. E se non avete cuore di manifestare a principio il vostro peccato, fate così, dite al confessore: Padre, aiutatemi, perché ho bisogno d'aiuto; ho un certo peccato che non mi fido di confessarlo. Perché così il confessore ben egli troverà il modo di cacciar dalla tana quella fiera, che vi sta divorando, senza molta vostra pena; basterà che rispondete di sì o di no. O pure fate cosi: se non volete dirlo colla bocca, scrivetelo in una carta, e datela al confessore, e poi dite: Mi accuso di quel peccato che avete letto. Ed ecco sparito l'inferno eterno e l'inferno temporale, e ricuperata la grazia di Dio e colla grazia anche la pace di coscienza.

E sappiate che quanto sarà maggiore la violenza che vi fate per vincervi, tanto più grande sarà l'amore con cui Iddio vi abbraccerà. Narrava il P. Paolo Segneri iuniore (appres. il Muratori nella Vita del detto padre) che una monaca si fe' tanta forza per confessare certi suoi peccati commessi in figliolanza che, in manifestarli al confessore, venne meno e tramortì. Ma poi il Signore, in premio di quella violenza ch'ella si fece, le donò tanta compunzione ed amore, che d'indi in poi si diede alla perfezione, facendo grandi penitenze, e morì in concetto di santa.23


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13. Io non voglio però che quello che di sovra qui si è detto, abbia a servirvi per inquietarvi. Ciò corre solamente per coloro che avessero nella coscienza peccati gravi e certi, e non volessero confessarli per rossore: del resto in quanto a' dubbi, che forse avete di peccati commessi o di confessioni mal fatte, se volete manifestarli al vostro direttore per vostra maggior quiete, farete bene; eccetto che se la vostra coscienza fosse scrupolosa, poiché per le scrupolose non è consiglio che si confessino de' loro dubbi, come meglio dichiareremo appresso. Nulladimeno e bene che sappiate alcune dottrine approvate da' Teologi, le quali possono liberarvi da molte angustie e mettervi in pace.

Primieramente è sentenza soda e molto probabile de' Dottori che non v'è obbligo di confessare i peccati gravi dubbi, dubitandosi della piena avvertenza o pure del consenso perfetto e deliberato. Solamente avvertono che in punto di morte v'è l'obbligo o di far l'atto di contrizione, se mai quel peccato dubbio fosse stato veramente grave, o pure di prendere il sagramento della penitenza, senza però che vi sia obbligo di dire il peccato di cui si dubita, bastando che si metta altra materia certa, anche di peccati veniali. Ciò nonperò s'intende, sempreché la persona dopo l'atto di tal peccato dubbio non abbia ancora ricevuta altra assoluzione sagramentale. Oltreché con molta ragione dicono molti gravissimi Teologi che le persone, le quali per molto tempo han menata vita spirituale, allorché dubitano di aver commesso o no qualche peccato grave, possono star certe di non aver perduta la divina grazia; perché è moralmente impossibile che una volontà confermata ne' buoni propositi si muti in un subito e consenta ad un peccato mortale, senza chiaramente conoscerlo; mentre il peccato mortale è un mostro così orrendo, che non può entrare in un'anima che per lungo tempo l'ha abborrito, senza farsi chiaramente conoscere. Ciò sta appieno provato nella nostra Opera Morale (Lib. 6, m 450 et 476, vers. Item).24


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14. Secondariamente, quando poi il peccato mortale fosse stato certamente commesso, e si dubita se sia o no stato confessato, allora, se 'l dubbio è negativo, come dicono i dottori, cioè, se non v'è ragione di giudicare che 'l peccato sia stato confessato, allora certamente dee palesarsi. Ma quando poi v'è ragione o sia presunzione fondata che il peccato sia stato qualche volta confessato, è sentenza comune che non v'è più obbligo di confessarlo. Quindi i Dottori anche comunemente ne inferiscono che chi ha fatte le sue confessioni generali o particolari colla dovuta diligenza, se poi dubita d'aver lasciato alcun peccato o circostanza, non è tenuto a dirlo, potendo prudentemente credere d'averlo già palesato come dovea (Nostra Op. Mor. lib. VI, n. 477).25

E non importa che taluna avesse molta ripugnanza in palesare quel suo dubbio che la tormenta. Dirà colei: Ma s'io fossi tenuta a dir la tal cosa, ci avrei gran rossore. Ma che importa, vi rispondo, che ci avreste rossore a dirla? sempre che non siete obbligata, ciò non vi faccia specie. Il palesar certe azioni naturali della persona propria anche cagiona rossore, ma non perciò v'è obbligo di dirle. E così parlando per esempio di certe leggerezze o sieno burle immodeste fatte in tempo di fanciullezza, ma senza cognizione della loro malizia, non v'è obbligo di confessarle. Né è argomento certo della malizia il pensare che siensi fatte di nascosto, perché certi atti naturali anche da' fanciulli si fan di nascosto, con tutto che non sono peccati. Onde di tali cose non siam tenuti a confessarci particolarmente, se non quando ci ricordiamo di averle commesse con coscienza di colpa grave, o almeno con dubbio che fossero colpe gravi: basterà che la persona solamente dica tra sé: Signore, se veramente io conoscessi d'esser tenuta a confessarmele, prontamente lo farei, ancorché ci dovessi patire ogni pena.

15. Ciò sia detto per sollevare qualche religiosa, che si sente molto angustiata dal timore di non aver saputo bene spiegare al confessore tutti i suoi dubbi. Del resto è bene che ognuna palesi al suo direttore que' dubbi che l'inquietano, almeno per umiliarsi, eccetto che se fosse scrupolosa; perché,


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essendo tale, non dee parlarne, come spiegheremo a lungo nel §. seguente.

Quello che più vorrei è che ciascuna esponesse al confessore le sue passioni, i suoi attacchi e le cause delle sue tentazioni, acciocché quegli possa metter mano a troncar le radici, le quali se non si svellono, non cesseranno mai le tentazioni, con gran pericolo di acconsentirvi, quando può togliersi la causa e non si toglie.

Gioverà ancor ad alcune per umiliarsi lo scovrire le tentazioni che più ci umiliano, come sono specialmente i pensieri contro la castità, ancorché si sieno discacciati. Diceva S. Filippo Neri: La tentazione scoverta è mezza vinta.26 Ho detto ad alcune, perché ad alcun'altre poi, le quali sono di provata bontà, ed all'incontro son troppo timide in questa materia, temendo sempre di consenso dato, talvolta gioverà proibir loro che si confessino di tal materia, sempreché non son certe di avervi commessa colpa; perché, come si disse altrove, parlando ad altro proposito, collo stesso riflettere che farà la persona, per accertarsi se v'è stato consenso o no, e per pensare al modo come ha da spiegare al confessore la tentazione avuta, più si eccita l'immaginazione di quegli oggetti laidi presentati alla mente, e così ella più s'inquieterà, replicandosi con ciò i timori di consenso. Basta; su questo punto voi ubbidite al vostro confessore, e regolatevi secondo egli vi dice.

Quello ch'io vi raccomando è che siate sincera e fedele col vostro padre spirituale in palesargli tutti i nascondigli della vostra coscienza, e in dirgli le cose come sono: per esempio, quando v'è stata l'opera, non basta dire solamente d'aver avuti mali pensieri.

Vi raccomando ancora, quando vi confessate de' vostri difetti, di astenervi di apportarne le scuse. Chi adduce scuse e coperture, dimostra d'aver poco dolore delle colpe di cui si confessa. Chi giudica d'avere avuto ragione in aver fatto


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quel che ha fatto, io non so come mai possa dolersene come dee. Talune riducono tutta la confessione ad esagerare la grande occasione ch'hanno avuta di commetter quell'impazienza o quell'altro difetto. Ma io dico: Ciò a che serve? confessatevi voi della colpa commessa, e lasciate di addurre la cagione perché l'avete commessa.

16. In oltre lasciate i discorsi inutili: a che serve narrare al confessore tutt'i disgusti ricevuti dalle monache? fare tanti sfoghi delle vostre infermità e tribulazioni? Se voi troncaste tutti questi racconti, ben vi basterebbe un quarto d'ora per tutta la confessione, nella quale ciò che più dovete cercare è il modo per liberarvi da qualche difetto abituato, e per avanzarvi nella perfezione.

Talune poi, sempre che si confessano, recitano la stessa canzona imparata a mente, che durerà almeno mezzo quarto d'ora: Mi accuso del poco amore portato a Dio, di non aver adempito l'obbligo mio, di non aver amato il prossimo come dovea, e cose simili. Questa canzona a che serve? non è tutto tempo perduto? Sovra tutto astenetevi di fare col confessore certe espressioni affettuose che posson nuocere a lui ed a voi. Dicea S. Caterina di Bologna: Le monache deono stimare i loro padri spirituali come loro gran benefattori; ma debbono guardarsi di dimostrare verso di essi alcun'affezione.27 E perciò volea la santa che le sue monache non trattassero d'altro co' confessori che delle loro coscienze, e che, se l'amavano, pensassero a raccomandarli a Dio; avvertendole poi che, avendo esse donato tutto il lor cuore a Gesù Cristo, non doveano ammettervi amore verso d'alcuna creatura, per quanto santa essa si fosse. Di più S. Teresa avvertiva così: Detti i peccati e ricevuta l'assoluzione e chiesto ancora se bisogna, dal confessore qualche consiglio concernente all'anima, subito si parta la monaca; essendo facile che tra' discorsi spirituali - quando son lunghi - s'insinui qualche


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affetto, se non cattivo, almeno certamente non buono.28 In oltre dicea S. Caterina da Siena: Le religiose non solo non debbon introdurre discorsi non necessari col confessore, ma debbono anzi troncare quelli che lo stesso confessore introducesse.29 E veramente così la monaca si conserverà sempre sciolta, e non s'inquieterà quando le mancherà il suo padre spirituale.

Ciò va detto per li discorsi inutili; ma all'incontro quando parla il confessore e vi parla circa la guida del vostro spirito, voi non l'interrompete, e state attenta a quel che vi dice, senza pensare ad altro; vi sono alcune che pensano solo a parlare, e se il confessore loro dice qualche cosa, poco gli danno udienza. Diceva S. Francesco di Sales che deve farsi gran conto delle parole che dice il direttore nella confessione, poiché allora egli sta in luogo di Dio, che con modo speciale l'illumina a dirci quel ch'è meglio pel nostro profitto.30

17. Alcune religiose poi voglion vivere senza direttore, pensando che, avendo già le regole e la superiora, non bisogna loro altra guida. Ma non dicono bene, perché le monache, oltre le regole e la superiora, conviene che abbiano ancora il direttore, così per gli esercizi interni, come ancora acciocché sieno ammonite e guidate negli stessi esterni. È vero, dice S. Gregorio, che alcuni santi sono stati guidati immediatamente da Dio; ma tali esempi, soggiunge il santo: Veneranda sunt, non imitanda; ne dum se quisque discipulus hominis esse despiciat,


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magister erroris fiat (Dial. lib. I, cap. 1).31 La virtù sta nel mezzo. Nella vita spirituale siccome è vizio l'usar pigrizia, cosi anche è vizio l'usare indiscretezza: il direttore poi è quegli che dee correggere o moderare l'una o l'altra; e perciò è necessaria la guida.

Quando alcuna religiosa non trovasse alcun direttore che potesse ben guidarla per la perfezione, allora supplisce Dio; ma il ricusare la guida di alcun suo ministro, quando può averlo, è temerità, per cui permetterà poi il Signore che ella cada in molti errori. Potrebbe Iddio guidarci tutti da se stesso, ma, per renderci umili, vuole che ci sottomettiamo a' suoi ministri, e dipendiamo dalla loro ubbidienza. Narra Cassiano (Collat. II, cap. 3) che stando nel deserto un solitario e trovandosi consumato dalla fame, gli furono offerti da un uomo alcuni pani, ma egli li ricusò, dicendo che aspettava d'esser provveduto di cibo immediatamente da Dio, e 'l disgraziato così miseramente se ne morì.32 Or si dimanda: Perché il Signore provvide già S. Paolo eremita per tanti anni, inviandogli il pane per mezzo d'un corvo, e poi non volle provvedere costui? La risposta è chiara: S. Paolo non aveva come cibarsi, ma costui non volle avvalersi del cibo offertogli, e perciò Iddio l'abbandonò. Ora ciò che dicesi del cibo del corpo, corre similmente per lo cibo dell'anima. Dal che conclude poi


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Cassiano che non merita di esser guidato da Dio chi ricusa la guida de' savi.33

18. L'elezione poi del padre spirituale non dee farsi a caso né per genio; ma bisogna elegger colui che stimasi migliore per lo proprio profitto, e che non solo abbia dottrina e sperienza, ma ancora sia uomo di orazione e che cammini per la perfezione. La botte non può dare altro vino di quello che contiene. Diceva S. Teresa (Fondaz., cap. 3): Se i direttori non sono persone d'orazione, poco gioveranno le lettere.34

Posto poi che già si è scelto il confessore, non dee lasciarsi senza ragione evidente. Se il confessore è forte nel riprendere, non è ragione questa di lasciarlo, ma più presto di non partirsi mai dalla sua guida. S. Luigi re di Francia, questo fu il documento che lasciò al suo figliuolo erede del regno: Figlio mio, gli disse, scegliti il confessore che sappia insegnarti, ed insieme abbia l'animo di riprenderti quando bisogna.35 Non v'è peggior confessore che quello il quale poco riprende e troppo compatisce i difetti della penitente, poiché in tal modo farà ch'ella ne faccia poco conto. Se dunque voi, sorella benedetta, avete un confessore che vi porta per la via


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stretta, e quando vede difetti volontari vi mortifica con rigore, tenetelo molto caro, e non lo lasciate mai.

19. Ubbidite poi al vostro direttore e non uscite punto da ciò che v'impone o vi permette, quantunque buona vi sembri la cosa, che voi vorreste fare contra il suo consiglio. Si narra nelle Vite dei Padri antichi che un certo giovine molto già avanzato nella virtù volle, contra il consiglio del suo padre spirituale, partir dal monastero ed andare al deserto a far vita solitaria. Ma che avvenne? Dal deserto volle una volta andare alla casa de' suoi parenti, ed ivi si scordò del deserto e si diede ad una vita rilasciata.36

Ma forse voi mi direte che, per seguir la condotta del vostro direttore, vi siete trovata mal guidata, siccome poi altri padri spirituali ve ne hanno accertata. Primieramente rispondo che difficilmente voi avete potuto errare. facendo in ciò l'ubbidienza; ma, ancorché ciò fosse stato, sapete perché forse voi siete stata mal guidata? perché in certe cose avrete ubbidito ed in altre no; ed a tale ubbidienza così difettosa Dio non è tenuto concorrere. Ma mettetevi tutta in


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mano della vostra guida, con animo di ubbidirle in tutto, che allora non permetterà mai il Signore che voi erriate. Allorché il vostro confessore non avesse tutta la scienza che conviene, Iddio avrà cura di supplire, perché non è possibile che resti delusa un'anima, la quale desidera di farsi santa, e si fida di Dio, quando è fedele in ubbidire al di lui ministro.

20. Dal che io ritraggo che non può errare quella monaca la quale non tiene direttore particolare, ma si fa regolare dal confessore ordinario, non ostante che quegli si muti da tempo in tempo. Dicea la gran Serva di Dio Suor Paola Centurione: A me ogni confessore pare lo stesso, perché ognuno applica il sangue di Gesù Cristo a curare le piaghe dell'anima mia.37 Basterà, quando viene il nuovo confessore, ch'ella gli dia una general notizia di sua coscienza, e così si ponga sotto la sua direzione. Per chi desidera da vero farsi santa e non vuol altro che Dio, ogni confessore che le viene assegnato dal suo prelato, riesce buono.

Buona volontà ci vuole ed animo risoluto di negare all'amor proprio ogni soddisfazione, per trovare in tutte le cose il solo gusto di Dio. Perciò dicea la Ven. Suor Orsola Benincasa alle sue religiose: Sorelle mie, siate persuase che niun direttore potrà farvi sante, se voi non siete risolute di mortificar la volontà propria e le vostre passioni.38

Preghiera.

Ah Gesù mio, voi avete tanto patito, avete dato il sangue e la vita per mettermi in necessità d'amarvi, ed io v'ho pagato


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d'ingratitudine! Quante volte per una misera mia soddisfazione vi ho voltate le spalle, ed ho perduta la grazia vostra! Io già sapeva che peccando vi dava un gran disgusto; lo sapeva, e pure l'ho fatto! Deh, caro mio Redentore, perdonatemi per quel sangue che avete sparso per me: Te ergo quaesumus, tuis famulis subveni, quos pretioso sanguine redemisti.

Io mi pento con tutto il cuore d'avere offesa la vostra bontà infinita. Signore, accrescete questo mio pentimento; datemi un tal dolore de' miei peccati che mi faccia star sempre afflitta sino alla morte per le ingiurie che v'ho fatte. S'io moriva allora, non vi potrei più amare. Giacché mi date tempo d'amarvi, io voglio amarvi assai e non voglio amare altri che voi.

V'amo, mio sommo bene, v'amo con tutto il cuore; e perché v'amo, vi dono tutta la mia volontà. Datemi la grazia di amarvi per sempre nell'avvenire, e poi fate di me e disponete come vi piace: tutto l'accetto. Fate che in tutte le tentazioni e in tutti i pericoli d'offendervi io non lasci mai di raccomandarmi a voi.

O Maria, madre mia, ottenetemi voi questa grazia, che nelle tentazioni io ricorra sempre a Dio ed a voi che potete tutto appresso Dio.




1 «Magister Thomas theologus, cum in praesenti expeditione in castro peregrinorum in camera quadam lecto decumbens esset moriturus, vidit diabolum in angulo stantem. Quem cum cognovisset, voce beati Martini allocutus est eum dicens: «Quid hic astas, cruenta bestia? Dic mihi quid est quod maxime vobis noceat?» Cumque ille nihil responderet, scholasticus subiunxit: «Adiuro te per Deum vivum... ut dicas mihi huius interrogationis veritatem.» Ad quod daemon respondit: «Nihil est in Ecclesia quod tantum nobis noceat, quod sic virtutes nostras enervet, quomodo frequens confessio. Quando, inquit, homo in peccatis est, peccatis dico mortalibus, omnia eius membra ligata sunt, et non potest se movere. Cum vero peccata eadem confitetur, statim liber est, et mobilis ad omne bonum.» Quo audito doctor ille bonus et crucis Christi fidelis praedicator, laetus exspiravit.» CAESARIUS, Heisterbacensis monachus, Ord. Cist., Dialogus miraculorum, Coloniae, 1851, dist. 11, cap. 38, vol. 2, pag. 299-300.



2 Ludovicus BLOSIUS, Conclave animae fidelis, pars secunda (Monile spirituale), cap. 5: «Christus, audiente sancta Birgitta, ait: Ei, qui spiritum et gratiam meam adipisci et retinere desiderat, utile est crebro peccata et negligentias suas coram sacerdote confiteri, ut expurgetur.»- Revelatio septima in libro Quaestionum: «Filius loquitur: Ubi ignis est in domo, necesse est foramen, quod exeat fumus, ut inhabitator ex calore gaudeat. Sic quicumque spiritum et gratiam meam divinam tenere desiderat, utile est sibi confessione continua, per quam egrediatur peccati fumus. Quia licet spiritus meus divinus in seipso immutabilis sit, tamen a corde illo se citius subtrahit, quod humilitatis confessio non custodit.» Revelationes SANCTAE BIRGITTAE, tom. 1, Romae, 1628, pag. 595.



3 «Nostri propositi finis... vita aeterna est... Scopos vero est puritas cordis, quam sanctificatione non immerito (Apostolus) nuncupavit, sine qua praedictus finis non poterit apprehendi.... Quidquid ergo nos ad hunc scopon, id est, puritatem cordis, potest dirigere, tota virtute sectandum est.... Liquido comprobatur perfectionem non statim nuditate, nec privatione omnium facultatum seu dignitatum abiectione contingi, nisi fuerit caritas illa... quae in sola cordis puritate consistit.» IO. CASSIANUS, Collatio 1, cap. 5 et 6. ML 49-486, 487, 488.



4 S. IO. CLIMACUS, Scala Paradisi, gradus 4. MG. 88, col. 682-686.- Vedi Appendice, 8.



5 S. THOMAS, Sum. Theol., III, qu. 85, a. 2, ad 3.- Vedi Appendice, 9.



6 Dopo aver riferito come S. Malachia risuscitò una morta, soggiunge S. Bernardo: «Fuit item mulier, cui spiritus iracundiae et furoris in tantum dominaretur, ut non solum vicini et cognati fugerent consortium eius, sed filii quoque ipsius vix sustinerent habitare cum ea. Clamor, et rancor, et tempestas valida, ubicumque fuisset. Audax, et ardens, et praeceps, metuenda lingua et manu, importabilis omnibus, et invisa. Dolentes filii tum pro illa, tum pro seipsis, trahunt illam ad praesentiam Malachiae, lacrimabilem cum fictu querimoniam deponentes. Vir autem sanctus et periculum matris, et incommodum miserans filiorum, seorsum advocat illam: fueritne confessa aliquando peccata sua, sollicite percontatur. Respondit: «Nequaquam.- Confitere,» inquit. Paret. Et ille iniungens poenitentiam confitenti, oransque super eam, ut Dominus omnipotens det ei spiritum mansuetudinis, in nomine Domini Iesu ne ultra irascatur iubet. Sequitur tanta mansuetudo, ut pateat omnibus non esse aliud, quam admirabilem multationem dexterae Excelsi. Fertur adhuc hodie vivere, et tantae esse patientiae et lenitatis, ut quae omnes exasperare solebat, nullis modo exasperari damnis, contumeliis, afflictionibus queat... Accipiat quisque ut volet: ego istud superiori suscitatae miarculo mortuae censeo praeferendum, quod exterior quidem ibi, hic vero interior revixerit homo.» S. BERNARDUS, De vita et rebus gestis S: Malachiae, cap. 25, n. 54. ML 182-1104.



7 «(Prima di morire,) chiamato il confessore, fece la confession generale, benchè ciò facesse ogni giorno, come a me è manifesto.» B. RAIMONDO DA CAPUA, O. P.,(suo confessore), Vita, parte 3, cap. 4.



8 «Ab infantia pro more habuit, singulis sextis feriis confiteri peccata sua. Sed saepius, eo minime contenta, quolibet die crebro confitebatur etiam levicula verba et cogitationes.» Vita: apud Surium, De probatis Sanctorum historiis, die 23 iulii.



9 «Ubicumque foret, Missam... cum inundantia lacrimarum quotidie audiebat: pro qua devotius audienda, saepius conscientiam per humilem confessionem studebat praeparare.» PETRUS A VALLIBUS, sive a Remis, confessarius ipsius, Vita, cap. 12, n. 107: inter Acta SS. Bollandiana, die 6 martii.



10 «Celebrava Messa ogni giorno, con gran preparazione d' orazioni, vocale e mentale, e con la sacramental confessione cotidiana.» GIUSSANO, Vita, lib. 8, cap. 2.



11 Vigilio NOLARCI, (cioè Luigi CARNOLI, S. I.), Vita, cap. 24: «E di sì fatte omissioni si confessava quotidianamente.»



12 Di S. Francesco Borgia, gesuita, ma secretamente, scrive l' Orlandini: «Quotidie... noxas animi confessione tergebat.» ORLANDINUS, Historia Societatis Iesu, pars 1, lib. 10, n. 38.- Il Sacchini poi, dello stesso Santo, pubblicamente professo e Generale della Compagnia, dice: «Quidquid deprehenderet aberratum.... ad sacrum iudicem per homologesim bis quotidie deferebat, semel ante sacrificium, iterum ante quietem.» Franc. SACCHINUS, Historia Soc. Iesu, pars 3, lib. 8, n. 132.



13 «Ne vous troublez point de quoi vous ne remarquez pas toutes vos menues chutes pour vous en confesser; non, ma fille, car, comme vous tombez souvent sans vous en apercevoir, aussi vous vous relevez sans vous en apercevoir.» S. FRANÇOIS DE SALES, Lettre 1382, à Madame de la Valbonne, Œuvres, XVIII, Annecy, 1912, pag. 136.



14 «Quid enim prodest confiteri flagitia, si confessionis vocem non sequitur afflictio poenitentiae?... Signum ergo verae confessinis non est in oris confessione, sed in afflictione poenitentiae. Tunc namque bene conversum peccatorem cernimus, cum digna afflictionis austeritate delere nititur quod loquendo confitetur.» S. GREGORIUS MAGNUS, Expositiones in I Regum, lib. 6, cap. 2, n. 33. ML 79-439.



15 «Dicunt doctores aliqui, quibus assentio, quod aliquando non est tam meritorium credere, sicut velle credere, nec dolere sensualiter de peccatis, sicut velle dolere et non posse... Deus itaque iudicat nos et nostra secundum superioris rationis arbitrium, voluntatem et iudicium, et non secundum ea quae, nobis invitis atque contradicentibus, portio sensualitatis inferior advehit et producit.» IO. GERSONIUS, Tractatus de praeparatione ad Missam, consideratio 3. Opera, III, Antwerpiae, 1706, col. 325.



16 S. THOMAS, Sum. Theol., Supplementum 3ae partis, qu. 3, a. 1, c.: «In contritione est duplex dolor. Unus in ipsa voluntate, qui est essentialiter ipsa contritio, quae nihil aliud est quam displicentia praeteriti peccati. Alius dolor est in parte sensitiva, qui causatur ex primo dolore.»



17 «Al principio  aun da pena, que no acaban de entender que se arrepienten de los pecados; y si hacen, pues se determinan a servir a Dios tan de veras.» S. TERESA, Libro de la Vida, cap. 11. Obras, I, 79.



18 S. ALFONSUS, Theologia Moralis, lib. 6, n. 454. Edizione Gaudé, III, p. 461.



19 «Ambabus velatis, amabe... cantant hanc Antiphonam: Posuit signum in faciem meam, ut nullum praeter eum amatorem admittam.» PONTIF. ROMAN., De benedictione et consecratione virginum.



20 «Cumque iuvenis quidam genere et opibus praestans illam procaret, animum illius interdum verbis nonnihil permovere coepit.... Sedente autem quandoque simplice puella, et cum iuvene illo colloquente, apparuit ei Christus... pectorique vestem suam detrahens... vulnus lateris ei ostendit quasi recens cruentatum, dixitque ei: «Blanditias inepti amoris posthac vide ne requiras: hic iugiter contemplare quid diligas, et quamobrem diligas; hic ego totius puritatis delicias tibi polliceor obtinendas.».... Moxque superno illustrata splendore, totius vanitatis a se sensit abstersam caliginem.... Die quodam... iuvenis supradictus... coepit suos replicare sermones. Cui illa, ut quondam Agnes beatissima, hianti ore respondit: «Discede a me, pabulum mortis, nutrimentum facinoris: quia iam ab alio amatore praeventa sum.» THOMAS CANTIPRATENSIS, Vita Lurgardis sanctissimae virginis, lib. 1: apud Surium, De probatis Sanctorum historiis, die 16 iunii.



21 GIUSEPPE DI S. TERESA, Istorico generale dell' Ordine, Riforma dei Scalzi di Nostra Signora del Carmine, tomo 3, Parma, 1686, lib. 10, cap. 34, p. 242-244. Riferiamo, nell' Appendice, 10, questo fatto, colle sue principali circostanze, e colle gravi testimonianze su cui viene appoggiato il racconto.- Si noti che la sciagurata donzella non portò in vita l' abitino del Carmine, ma domandò di esser dopo morte rivestita dell' abito dell' Ordine: sicchè nulla possa indi inferirsi contro la pia credenza che sia preservato dal morire in istato di peccato chi divotamente porta l' abitino.- Se poi la divina giustizia si sia accontentata del castigo temporale inflitto a quella superba coll' infamia e presunzione di dannazione, concedendole per altro, in tempo opportuno a lui solo conosciuto, la grazia della penitenza, o se l' abbia pur condannata, il che grandemente si teme, al castigo eterno, nessuno può asserire con certezza nè l' uno nè l' altro. Vi è purtroppo, in simili casi, presunzione di dannazione, non già argomento dimostrativo.



22 «Bonnae civitate dioecesis Coloniensis sacerdos quidam fuit, nomine Petrus, eiusdem ecclsiae vicarius. Iste, nescio quo Dei iudicio, in camerae suae ostio se suspendit. Cuius concubina Aleidis nomine, tam horrenda eius morte territa, saeculum deseruit, et in coenobio quodam monialium, quod Lancwade dicitur (Langwaden, presso Wevelinghoven, nella diocesi di Colonia) religionis habitum suscepit.» Per molto tempo perseguitata dal demonio anche in forma visibile, procurò con vari mezzi di liberarsene: fuggiva sì, il nemico, ma ben presto tornava. Colla recita dell' Ave Maria, ottenne che lo spirito maligno non le si accostasse più tanto da vicino, ed essa più non lo temesse. Un giorno, parlando di queste cose ad un religioso, ne ebbe il consiglio di fare al suo Priore una confessione generale, con tutta schiettezza e divozione: chè così rimarrebbe del tutto liberata. Accetta Aleide- ossia Adelaide, ch' è lo stesso nome- ed una mattina, dopo il Mattutino, va frettolosa ad una vicina cappella, dove l' aspettava il priore, secondo il convenuto. «Et ecce, daemon occurrens in via festinanti, dixit: «Aleidis, quo vadis, quo properas?» Et illa: «Vado confundere me et te.» Tunc daemon: «O Aleidis, noli, revertere, revertere.» Respondit illa: «Saepius confudisti me, ego modo confundam te. Non revertar.» Quam cum non posset blanditiis sive minis retrahere, sequebatur eam usque ad locum confessionis, sicut milvus in aëre super ipsam volitans. Quae mox ut genua coram Priore flectens ad confessionem os aperuit, ille clamans et eiulans evanuit, nec umquam ab illa hora  ab ea visus vel auditus est... Haec mihi relata sunt a domino Hermanno, Abbate Loci Sanctae Mariae. Cum talia, fama divulgante, cognovisset de praefata femina, sibi, cum esset Bonnae canonicus, optime nota, ad locum per seipsum accessit, et eo ordine, quo dicta sunt, ab illius ore cuncta audivit.» CAESARIUS, Heisterbacensis monachus, Ordinis Cisterciensis, Dialogus miraculorum, dist. 3, cap. 13, Coloniae, 1851, lib. 1, pag. 125-127.



23 «Circa la confidenza col confessore e lo scoprirgli sinceramente lo stato dell' anima nostra, si racconta di una religiosa che aveva commesso dei peccati da picciola e non se n' era mai confessata. Finalmente Dio le dava degli spaventi per farla rientrare in se stessa. Un giorno ch' ella andava nel giardino, le parve di veder ivi, invece di piante e d' erba, fuoco e fiamme. Atterrita fuggì alla sua cella e disse: «Che volete da me, Signore? Lasciatemi un poco stare.» Udì una voce interna che le disse: «Confessati, confessati.» Rispose ella: «Oh! questo poi no.» Le apparve in fine una monaca e la stimolò a confessarsi; ed ella lo fece, ma con tanta ripugnanza che tramortì a' piedi del confessore. Ma Iddio per ricompensarle quall' atto di superar se stessa, la riempiè da li innanzi di tanto amor suo che fece asprissime penitenze e morì poscia in concetto di gran Serva di Dio.» Lod. Ant. MURATORI, Vita del P. Paolo Segneri iuniore, Venezia, 1743, pag. 306, 307.- La Vita termina a pag. 250. In appendice, il Muratori ha aggiunto (pag. 251 pag. 490) una Raccolta di alcune operette spirituali del P. Paolo SEGNERI iuniore.



24 S. ALFONSUS, Theologia Moralis, lib. 6, n. 473-476. Edizione Gaudè: III, pag. 487-491.



25 Ibid., n. 477. Ed. Gaudè, III, pag. 491, 492.



26 «Dicea che lo scoprire quanto prima tutti li suoi pensieri con ogni libertà al confessore, e non tenere in se stesso alcuna cosa occulta, era ottimo rimedio per conservare la castità, e che la piaga era guarita, subito che fosse stata scoperta al medico; ed esortava li giovani a dire in confessione tutte le illusioni notturne, che aveano avuto, ancorchè senza difetto alcuno.» BACCI, Vita, lib. 2, cap. 13, n. 16. Brescia, 1706, pag. 227, 228.



27 «Gustava ella che le monache ai confessori- come a segnalatissimi benefattori- amor grande e affezione spirituale straordinaria portassero; ma tale perl che dalla quiete dell' orazione e di tutte le altre funzioni spirituali, per qualsivoglia cosa che al confessore o intorno al confessore accadesse, non le disturbasse giammai; e che questa affezione non si scoprisse al confessore per niuna maniera; ma che con esso lui si procedesse con quel rispetto e riverenza, come se quella fosse la prima volta che avanti a lui presentate si fossero: che con lui di niun altra cosa, fuorchè puramente dei suoi peccati e delle cose toccanti alla coscienza e alla riformazione dei costumi, favellassero; e che del resto i confessori nelle cose di casa o del goveerno particolare delle sorelle non s' impacciassero.» GRASSETTI, S. I., Vita, lib. 3, cap. 9.



28 «Si con templanza y descricion (discreciòn) tratamos personas virtuosas, especialemnte confesores, es provechoso; mas si en el confesor se entiendere va encaminado a alguna vanidad, todo lo tengan por sospechoso, y en ninguna manera, aunque sean buenas plàticas, las tengan con él, sino con brevedad confesarse y concluir.» S. TERESA, Camino de perfecciòn, cap. 4. Obras, III, 29.



29 «Vatti per la confessione, e di la tua necessità, e ricevuta la penitenza, fuggì.» S. CATERINA DA SIENA, Lettera a Suor Eugenia sua nipote nel Monastero di S. Agnese di Montepulciano, lettera 159, III. Opere, Lucca, 1721, II, 888.



30 «Il les faut regarder (les confesseur) comme lieutenants de Dieu en terre.... Estimez.... beaucoup, et faites grand état de tout ce qui vous sera dit en confession; car vous ne sauriez croire le grand profit qu' il y a en ce sacrement pour les âmes qui y viennent avec l' humiltè requise.» S. FRANÇOIS DE SALES, Les vrais entretiens spirituels, Entretien 15. Œuvres, tom. VI, Annecy, 1895, pag. 274, 276.



31 «Sunt nonnulli qui ita per magisterium Spiritus intrinsecus docentur, ut etsi eis exterius humani magisterii disciplina desit, magistri intimi censura non desit. Quorum tamen libertas vitae ab infirmis in exemplum non est trahenda, ne dum se quisque similiter Sancto Spiritu impletum praesumit, discipulus hominis esse despiciat, et magister erroris fiat... Ioannes Baptista magistrum habuisse non legitur.... Moyses in eremo edoctus mandatum ab angelo didicit, quod per hominem non cognovit. Sed haec, ut praediximus, infirmis veneranda sunt, non imitanda.» S. GREGORIUS MAGNUS, Dialogorum lib. 1, cap. 1. ML 77-156, 157.



32 «Quid dicam de illis duobus fratribus, qui habitantes ultra..... eremum Thebaidos... minus cauta discretione permoti, euntes per extentam solitudinis vastitatem, nullam escam penitus sumere decreverunt, nisi quam per semetipsum Dominus illis praestitisset. Cumque errantes eos per deserta et deficientes iam fame conspexissent a longe Mazices quidam- quae gens cunctis pene nationibus feris immanior atque crudelior est....- eisque contra naturam feritatis sua cum panibus occurrissent, unus ex eis, subveniente discretione, velut a Domino sibi porrectos cum gaudio et gratiarum actione suscepit....: alius vero recusans cibum, velut ab homine sibi oblatum, inediae defectione consumptus est.» L' uno corresse l' errore commesso a principio; l' altro si ostinò nella sua stolta presunzione, «ac penitus discretionis ignarus, mortem quam. Dominus avertere voluit, sibi ipsi conscivit». IO CASSIANUS, Collatio 2 (abbatis Moysis), cap. 6. ML 49, col. 531-534.



33 «Manifestissime comprobatur nulli a Domino viam perfectionis ostendi, qui, habns unde valeat erudiri, doctrinam seniorum vel instita contempserit, parvipendens illud eloquium quod oportet diligentissime custodiri: Interroga patrem tuum, et annuntiabit tibi; seniores (Vulg.: maiores) tuos et dicent tibi (Deut. XXXII, 7).» IO. CASSIANUS, Collatio 2, cap. 15. ML 49-549.



34 «Ansi que importa mucho ser el maestro avisado, digo de buen entendimiento, y que tenga expiriencia; si con esto tiene letras, es grandisimo negoxio. Mas si no se pueden hallar estas tres cosas juntas, las dos primeras importan màs; porque letrados puede procurar para comunicarse con ellos cuando tuvieren necesidad. Digo que a los principios, si no tienen oraciòn, aprovechan poco letras. No digo que no traten con letrados, porque espiritu que no vaya comenzado en verdad, yo màs le querria que éstas nos enseñan a los que poco sabemos, y nos dan luz, y llegados a verdades de la Sagrada Escrittura, hacemos l oque debemos: de devociones a bobas nos libre Dios.» S. TERESA, Libro de la Vida, cap. 13. Obras, I, 98.



35 Vita S. Ludovici regis, auctore anonymo reginae Margaritae confessario, cap. 6, n. 68: inter Acta Sanctorum Bollandiana, die 25 augusti.- «Lors appela monseigneur Philippe son fils, et li commanda à garder aussi comme par testament, touz les enseignemens que il li lessa, qui son ci-après escript en françois, lesquiex enseignemens le roy escript de sa sainte main, si comme l' en dit. «Biau filz, la première chose que je t' enseigne, si est que tu mettes ton cuer en amer Dieu; car sanz ce nulz ne peut estre sauvè... Confesse-toy souvent, et esli confesseur preudhomme qui te sache enseigner que to doies faire et de quoy tu te doies garder; et te doiz avoir et porter en tel manière, que ton confesseur et tes amis te osient reprenres (reprendre) de tes mesfaiz...» Jean, sire de JOINVILLE, Histoire de saint Louis. Paris, Didot, 1871, pag. 236, 237.



36 «Quidam frater interrogavit senem, dicens: «Quid facio, quia cogitatio mea non dimittit me hora una sedere in cella mea?» Et dicit ei senex: «Fili, revertere, sede in cella tua, et labora manibus tuis, et ora Deum incessanter, et iacta cogitatum tuum in Domino, et ne te quis seducat exire inde.» E narra la storia- o forse la parabola- di un giovane il quale, avuto dopo lunghi rifiuti e con mala voglia il permesso dal padre, entrò in monastero. Ici, «coepit omne opus monasterii perfecte perficere.» tanto da meritarsi l' ammirazione del suo abbate. «Post aliquod tempus, coepit.... supplicare abbati suo, dicens: «Rogo te, abba, ut dimittas me, et vadam in eremo.» Cerca l' abbate di togliergli quel pensiero, opponendo i pericoli della solitudine, la difficoltà di evitare le frodi diaboliche da chi non abbia nè aiuti nè consigli. Si lascia però vincere dall' ostinazione dell' inesperto giovane, il quale parte con due compagni quali guide nella via. Dato un segno, non si sa se divino o diabolico, i compagni tornano al monastero, ed egli s' inoltra nell' eremo, e, trovato un luogo atto, vi resta sei anni. Dopo questo tempo, il demonio, lo persuade, con segni fallaci, prima a lasciare la solitudine per poche ore sotto un pio pretesto, poi, quantunque avesse conosciuto il precedente inganno diabolico, a tornare in patria per poco tempo, non per altro che per spartire tra i poveri l' eredità del padre, che il demonio, sotto mentita figura, assicurava esser morto. Ora il padre, che viveva, riceve con poco garbo il figlio, e questi non ha coraggio di dire il vero morivo del suo ritorno. Si fermò presso il padre, «et post aliquantum tempus incurrit in fornicationem, et multis suppliciis affictus a patre suo, ipse non egit poenitentiam, sed remansit in saeculo; ideoque dico, fratres, quia monachus numquam debet quovis, suasus ab aliquo, egredi cella, suam.» De Vitis Patrum, lib. 5, auctore graeco incerto, interprete Pelagio, libell. 7, n. 24. ML 73, col. 897-900.



37 «Di nulla più si mostrava sollecita che di tenersi lontana dalle creature, nè avria creduto segno di più disleale corrispondenza verso il suo divino sposo, che il vivere essa con propensione d' affetto ad altri oggetti creati. Ristringeva tra questi anche quella virtuosa aderenza a' confessori, coi quali, benchè con singolarissimo ossequio li trattasse, mai approvò un indissolubile consesso, e con tutto che saria stato il suo desiderio di conferire perpetuamente con alcuno di somma eminenza..... celava il suo gusto, e sol aspirando a quello di Dio, se la passava indifferente con chiunque le era dai superiori assegnato.» Vita della Ven. Madre Paola Maria di Gesù. Fondatrice dei Monasteri della Riforma nell' Alemagna, lib. 4, cap. 12, pag. 951. Roma, 1669.- Nacque a Napoli, da famiglia genovese (Centurione) ai 6 di ottobre 1586; morì ai 15 di gennaio 1646. Al battesimo, si chiamò Maria Vittoria.



38 La Ven. Orsola Benincasa, nata (1547) e morta (1618) a Napoli, fondò due Congregazioni di cui una detta delle Romite dell' Immacolata Concezione. Andata a Roma per ordine di Nostro Signore, fu rapita tre volte in estasi in presenza del Papa Gregorio XIII. Per mandato del Pontefice, S. Filippo Neri ne provò lo spirito, e l' approvò. Le sue virtù furono dichiarate eroiche da Pio VI (1793).






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