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S. Alfonso Maria de Liguori
La vera Sposa di Gesù Cristo

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§ 3 - Della comunione. Ed in fine si parlerà anche della comunione spirituale e della visita al SS. Sagramento.

1. Tra tutti i sagramenti il più eccellente è il SS. Sagramento dell'altare. Gli altri sagramenti contengono i doni di Dio; ma il sagramento dell'Eucaristia contiene lo stesso Dio. Quindi dice il Maestro angelico (3. p. q. 73, a. 3) che gli altri sagramenti sono stati istituiti da Gesù Cristo, tutti per disponere gli uomini o a ricevere o ad amministrare la santa Eucaristia, la quale, come parla il santo, è la consumazione della vita spirituale; perché da questo sagramento proviene tutta la perfezione dell'anime nostre.1 La ragione si è, perché tutta la perfezione sta nell'unirci con Dio, e non v'è mezzo da meglio unirci con Dio che la santa comunione, per la quale diventa l'anima quasi una cosa con Gesù Cristo, com'egli stesso disse: Qui manducat meam carnem... in me manet, et ego in eo. (Io. VI, 57). Onde scrisse S. Gio. Grisostomo: Corpus suum in nos contemperavit, ut unum quid simus (Hom. 61).2 Gesù pose il


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suo corpo sotto le specie di pane, acciocché così diventassimo una cosa con esso. E S. Cirillo Alessandrino disse che chi si comunica, si unisce con Gesù Cristo come si uniscono insieme due cere liquefatte: Ut unum quid ex utrisque factum videatur (S. Cyr., lib. 10 in Io., c. 13).3 E perciò il nostro Salvatore istituì questo sagramento in forma di cibo, per darci ad intendere che siccome il cibo diventa nostro sangue, così questo pane celeste si fa una cosa con noi: ma con questa differenza, che il cibo terreno si converte in nostra natura, ma, ricevendo quel cibo divino, noi veniamo a convertirci nella natura di Gesù Cristo, come gli fa dire Ruperto: Comedite, et eritis vos gratia quod ego sum natura (In Exod. lib. 3, c. 12):4 Cibatevi di me, e sarete per la grazia mia ciò ch'io sono per natura. E lo stesso fe' intendere a S. Agostino: Non ego in te, sed tu mutaberis in me.5

2. L'effetto principale di questo sagramento è il conservare in noi la vita della grazia. Perciò si chiama pane, perché siccome il pane terreno conserva la vita del corpo, così questo pane celeste conserva la vita dell'anima, ch'è la grazia di Dio.


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L'Eucaristia è quella gran medicina, a dire del Concilio di Trento, che ci preserva dalle colpe gravi e ci libera anche dalle veniali: Antidotum quo liberamur a culpis quotidianis, et a peccatis mortalibus praeservamur (Trid., sess. 13, c. 2).6 - Questo sagramento, a guisa d'un ruscello d'acqua, smorza l'arsura delle passioni che ci consumano. Chi si trova acceso da qualche passione, vada a comunicarsi, che subito vedrà in sé quella passione o morta o molto mortificata. Dicea S. Bernardo: Si quis vestrum non tam saepe, non tam acerbos sentit iracundiae motus, invidiae, luxuriae, gratias agat corpori Domini, quoniam virtus sacramenti operatur in eo (Serm. de bapt. in coena Dom.).7 Se taluno di voi non prova così spesso né così violenti i moti d'ira, d'invidia o d'incontinenza, ne ringrazii il SS. Sagramento che opera in lui questo buono effetto.

In oltre la santa comunione, dice l'Angelico, ci forza di vincere tutti gli assalti de' demoni: Repellit omnem daemonum impugnationem (3. p. qu. 79, a. 1).8 Dice parimente il Grisostomo che quando noi ci comunichiamo, i demoni si mettono in fuga, e gli angeli corrono ad assisterci.9

Di più questo sagramento cagiona in noi una gran pace interna, una grande inclinazione alle virtù, ed insieme una gran prontezza a praticarle, e così ci rende facile il camminare nella via della perfezione.

3. Sopra tutto la santa comunione, come dice anche S. Tommaso, infonde in noi la carità verso Dio.10 Si protesto


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Gesù Cristo ch'egli non era venuto nel mondo che per accendere ne' nostri cuori il santo fuoco del suo divino amore: Ignem veni mittere in terram; et quid volo, nisi ut accendatur? (Luc. XII, 49). Ma diceva il Ven. P. D. Francesco Olimpio teatino che il nostro Salvatore in niun mistero della sua vita c'infiamma più ad amarlo, che nel sagramento dell'altare, dove ripone tutto il suo ardore, donandoci ivi tutto se stesso.11 Che per ciò scrisse S. Giovanni, parlando dell'istituzione di questo sagramento: Sciens Iesus, quia venit hora eius, ut transeat ex hoc mundo ad Patrem, cum dilexisset suos qui erant in mundo, in finem dilexit eos (Io. XIII, 1). Spiegano gl'interpreti le parole in finem dilexit, ci amò sino all'ultimo segno. Onde poi disse il Concilio di Trento che in questo sagramento Gesù quasi cacciò fuori tutte le ricchezze del suo divino amore verso dell'uomo: Divitias divini sui erga homines amoris velut effudit (Sess. 13, cap. 2).12

Quindi la santa comunione era chiamata da S. Tommaso Sacramentum amoris (Opusc. 58, c. 25);13 e da S. Bernardo Amor amorum (Serm. in coena Dom.).14 E S. Maria Maddalena de' Pazzi chiamava il giorno della comunione il giorno


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dell'amore; e dicea che quando un'anima si è comunicata, può dire quelle parole che disse Gesù Cristo stando per finire la vita sulla croce: Consummatum est, cioè, avendomi Dio dato se stesso, egli non ha più che darmi, ed io non ho più che desiderare.15

4. Posto ciò, qual altra cosa dovrebber tutti desiderare, che di ricevere quanto più spesso Gesù nella comunione? Sappiamo già che ne' primi secoli tutt'i fedeli si comunicavano ogni giorno, come ce ne avvisa S. Luca, scrivendo: Quotidie quoque perdurantes unanimiter in templo et frangentes circa domos panem (Act. II, 46). La versione Siriaca, in vece di frangentes panem, legge frangentes munus benedictum, ch'esprime più chiaramente il pane consagrato.16 Del resto comunemente i sagri interpreti intendono per tal pane la santa Eucaristia.


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Quindi non dubita S. Tommaso di asserire per certo (p. 3, q. 80, a. 10, ad 5) che allora tutt'i Cristiani, che assisteano alle Messe, ricevevano la comunione;17 come già l'avea prima attestato S. Dionisio l'Areopagita (Hier. eccl., cap. 13).18 E S. Girolamo, come scrisse a Lucino ed a Pammachio, asserisce che a' suoi tempi perseverava lo stesso pio costume in Roma ed in Ispagna.19

In progresso di tempo cominciò a raffreddarsi la pietà de' fedeli, e si raffreddò talmente che Fabiano Papa ebbe ad ordinare che almeno tre volte l'anno si facesse da tutti la comunione, cioè nella Pasqua, Pentecoste e Natività del Signore;20 ed indi giunse a tal segno la freddezza che Innocenzo III diè precetto che ciascuno si comunicasse almeno una volta l'anno nella Pasqua, sotto pena a' trasgressori di non poter entrare in chiesa;21 il quale decreto fu poi confermato dal Tridentino


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(Sess. 13, c. 9).22 Ciò nondimeno non già prova che non sia molto lodevole la comunione frequente; prova solo che col tempo s'intepidì il fervore che prima fioriva nella Chiesa.

5. In quanto alla pratica odierna, so bene che de' padri spirituali alcuni più, altri meno inclinano alla frequenza della comunione. Io per me mi unisco co' primi, perché tale mi pare essere ancora il sentimento de' SS. Padri e della stessa Chiesa, come ben prova il dottissimo P. Petavio nel trattato che ne scrisse contra il severissimo Arnaldo.23

In quanto a' SS. Padri, lascio ciò che ne dicono gli altri; dico solamente di S. Basilio, che il santo scrisse ad un amico ch'era somma la sua consolazione in vedere che tutt'i fedeli della sua diocesi di Cesarea si comunicavano almeno quattro volte la settimana.24 E dico di S. Agostino, il quale, parlando della comunione quotidiana, sebbene in un luogo disse: Quotidie Eucharistiae communionem percipere nec laudo nec reprehendo (De eccl. dogm.);25 nulladimeno riflette un dotto


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autore che facilmente ciò lo disse il santo perché allora nell'Africa non era in vigore l'uso della comunione frequente, e molti tal uso lo riprovavano; del resto in altro luogo egli ben l'approva, anzi l'esorta: Iste panis quotidianus est; accipe quotidie, ut quotidie tibi prosit (De verb. Dom., serm. 28).26 Narra S. Antonino a tal proposito che una volta un certo prelato si pose a riprendere S. Caterina da Siena, perch'ella si comunicava ogni giorno, quando S. Agostino, parlando della comunione quotidiana, né la lodava né la vituperava. Dunque, rispose la santa, se S. Agostino non la vitupera, perché tanto mi riprendete ch'io la pratichi?27

In quanto poi al sentimento della Chiesa, leggo nel Tridentino (Sess. XXII, c. 6)


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che molto desiderava il Concilio che tutt'i fedeli assistenti alle Messe sempre ivi si comunicassero.28 Di più in un decreto, comunemente noto, che abbiamo della S. C. del Concilio dell'anno 1679, ai 22 di febbraio, approvato da Innocenzo XI, ivi, tra l'altre cose, affermasi che l'uso della comunione frequente ed anche quotidiana semprstato nella Chiesa applaudito da' SS. Padri; indi ivi s'insinua a' vescovi che in quei luoghi do ve sta in vigore una tal divozione, ne rendano grazie al Signore, e procurino di alimentarla; e si proibisce poi così a' vescovi come a' parrochi di limitare generalmente a tutti i loro sudditi i giorni della comunione nella settimana, dicendosi che ciò dee totalmente rimettersi all'arbitrio de' propri confessori.29

6. In conformità poi di ciò, si legge nella vita di S. Margarita da Cortona averle detto il Signore ch'egli volea molto premiare il di lei confessore, perché l'avea consigliata a comunicarsi spesso.30 Parimente si legge nella vita del Ven.


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D. Antonio Torres ch'il Servo di Dio comparve dopo sua morte già glorificato ad una persona, e le disse che Dio gli aveva accresciuta la gloria in cielo per la comunione frequente che aveva data alle sue penitenti.31 Un'altra volta disse il Signore alla Ven. Suor Prudenziana Zagnoni, monaca di S. Chiara in Bologna, queste parole: Se frequenti la comunione, mi scorderò di tutte le tue ingratitudini.32

Scrive all'incontro Lodovico Blosio (Monil. spir., cap. 6, §1) che Gesù Cristo, lamentandosi un giorno con S. Gertrude di coloro che dissuadeano gli altri dal comunicarsi spesso, le disse queste parole: Essendo la mia delizia lo stare co' figliuoli degli uomini, per li quali a tal fine ho istituito il SS. Sagramento


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dell'altare, chi allontana le anime dal ricevermi, egli m'impedisce le mie delizie.33 Quindi dicea il P. Avila che quelli i quali riprendono chi frequenta la comunione, fanno l'officio del demonio, che molto odia questo Sagramento, perché da esso l'anime ricevono gran fervore per avanzarsi nella perfezione.34

7. Ma per venire più al particolare,35 non ha dubbio, dice S. Tommaso (3. p. q. 80, a. 10), che la comunione frequente ed anche quotidiana in sé è utilissima, ma in quanto a chi l'ha da ricevere, ella non conviene indistintamente a tutti, ancorché si ritrovino in istato di grazia, ma solamente a chi


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v'è disposto e preparato.36 Perciò S. Agostino, dopo aver detto: Accipe quotidie, ut quotidie tibi prosit; soggiunge: Sic vive ut quotidie merearis accipere (Ser. 28, de verb. Dom.):37 Ricevi ogni giorno la comunione, acciocché ogni giorno ti giovi; ma tu dei vivere in modo che meriti di comunicarti ogni giorno. Per tanto a coloro che commettessero peccati veniali avvertiti in dir bugie volontarie, vestir con vanità, conservar qualche rancore o qualche affetto terreno verso d'alcuna persona, o facessero altri difetti simili, che già vedono esser loro d'impedimento alla perfezione e non curano d'emendarsene, a costoro il più che può concedersi è che si comunichino ogni otto giorni, acciocché almeno ricevano forza per non cadere in peccati gravi. Ed io avrei molta difficoltà a dar la comunione frequente ad una persona, che volesse perseverare in qualche difetto, il quale, benché non fosse chiaro peccato veniale, nondimeno fosse certamente contra la perfezione, e specialmente se fosse in materia di poca umiltà o di poca ubbidienza.

Del resto, s'ella non ha affetto ad alcuna cosa di colpa veniale, e s'astiene da' veniali volontari, ed attende all'orazione ed alla mortificazione delle passioni e de' sensi, ben può il confessore farla comunicare tre, quattro, ed anche cinque volte la settimana. E quando l'anima fosse giunta a qualche notabil grado di perfezione e facesse più ore di orazione, ed in oltre, come dice S. Francesco di Sales (Introd. alla vita div. c. 20), avesse superata la maggior parte delle sue male inclinazioni, ben può, dice il santo, comunicarsi ogni giorno;38 perché


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questa è la perfezione, secondo parla S. Prospero, che può aversi in terra, attesa la fragilità umana.39 Aggiungo quel che insegna l'Angelico: Si aliquis experientia comperisset ex quotidiana communione augeri amoris fervorem et non minui reverentiam, talis deberet quotidie communicare (In 4. sent., dist. II, qu. III, a. 1, solut. 2).40 Dice il santo dottore che chi ha sperimentato colla comunione quotidiana aumentarsegli il fervore dell'amor divino, e non diminuirsegli la riverenza al Sagramento, costui dovrebbe comunicarsi ogni giorno. Sicché il confessore nel concedere la comunione, più o meno frequente, dee principalmente regolarsi dal profitto che ne osserva ne' suoi penitenti. E la stessa regola si assegna nel decreto approvato dal Papa Innocenzo XI riferito di sopra, dove dicesi: Frequens accessus (ad Eucharistiam) confessariorum iudicio est reliquendus, qui, ex conscientiarum puritate et frequentiae fructu, quod perspiciunt eorum saluti profuturum, id illis praescribere debebunt.41

8. La regola per altro dunque di comunicarvi o più spesso o più raro, non si appartiene a voi, ma spetta al vostro direttore che vi guida; a voi solamente s'appartiene il ben prepararvi, affinché il padre spirituale possa vedervi disposta a farvi spesso comunicare.

Due sono gli apparecchi necessari per la frequente comunione: il rimoto ed il prossimo. - L'apparecchio rimoto consiste


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nel viver con distacco dalle creature. S. Agostino, scrivendo sovra il salmo 131, dice così; Se mai dovesse venir in vostra casa un gran personaggio, e sapete che a lui sono abbominevoli alcune cose, voi non le rimovereste dalla casa per quando egli dovesse venire? E così volendo ricevere Gesù Cristo, dovete rimuovere dal vostro cuore tutti quegli affetti terreni che sapete dispiacergli.42 Bisogna dunque a chi vuol comunicarsi spesso, vuotare il cuore di terra. Ciò appunto disse un giorno il Signore a S. Gertrude: Non altro voglio da te, se non che venghi a ricevermi vuota di te stessa.43 Per l'apparecchio prossimo poi, convien che sin dalla sera antecedente vi prepariate con atti d'amore e di desiderio. Nella mattina, quando vi svegliate, pensate che in quella avete da ricevere Gesù Cristo, e subito con un sospiro fervoroso invitate lo Sposo a venir presto nell'anima vostra. Immediatamente poi prima di comunicarvi, ancorché abbiate fatta l'orazione, bisogna che ravviviate in voi la fede, l'umiltà e 'l desiderio.

9. E per 1. la fede, pensando chi è quegli che avete da ricevere. Se la fede non ce ne accertasse, chi mai potrebbe credere che un Dio volesse farsi cibo d'una sua creatura? Ma la santa Chiesa ce ne ha assicurato con tanti concili, e specialmente con quello di Trento (Sess. XIII, can. 1), che nell'Ostia consagrata vi è realmente Gesù Cristo nostro Redentore, vivo e vero.44 Fu bella la risposta che diede S. Luigi re di Francia


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a chi lo chiamò a vedere nella sua cappella Gesù, che un giorno nel pane consagrato appariva in forma di bambino nelle mani del sacerdote: Vada a vederlo, disse il santo re, chi nol crede per fede; io lo credo più che se lo vedessi cogli occhi. E non volle partirsi da dove stava.45

Per 2. l'umiltà, pensando chi siete voi che avete da ricevere un Dio nella vostra bocca e nel vostro petto. Diceva il Ven. P. Paolo Segneri che l'affetto più proprio d'una persona che si comunica, dee esser lo stupore, dicendo: Come! un Dio a me! un Dio a me!46 Che direbbe un misero pastorello se


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vedesse il re venuto nella sua mandra a starsene seco? E voi che dite, vedendo il re del cielo che viene nel vostro petto quando vi comunicate? Ditegli almeno allora, con vera umiltà: Domine, non sum dignus ut intres sub tectum meum.47 All'umiltà unite un atto di pentimento, e poi un atto di speranza, confidando che Gesù Cristo, entrando in voi! abbia ad arricchirvi delle sue grazie.

Per 3. bisogna ravvivare il desiderio. Questo pane celeste richiede fame. Chi lo riceve con maggior desiderio, maggiori grazie ne riporta. Dicea S. Francesco di Sales che solo per amore si dee ricevere chi solo per amore a noi si dona.48 Disse un giorno il Signore a S. Metilde: Quando ti comunichi, desidera tu di avere il maggior amore che mi hanno portato i santi, perché, a riguardo di questo tuo desiderio, io allora accetterò il tuo amore, come tu vorresti che fosse.49

Per ricordarvi poi di questi atti, prima che vi comunicate, basterà che pensiate: Chi viene, a chi viene e perché viene. Viene un Dio d'infinita maestà: viene a voi miserabile peccatrice, e viene per essere da voi amato.

10. Dopo che vi siete comunicata, procurate di trattenervi con Gesù Cristo quanto più potete. Dicea il P. Maestro Avila che bisogna far gran conto del tempo dopo la comunione, perch'è tempo prezioso da guadagnar tesori di grazie.50 S. Maria


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Maddalena de' Pazzi dicea similmente: Il tempo dopo la comunione è il tempo più prezioso, che abbiamo in vita, ed è il più opportuno per trattare con Dio ed infiammarci del suo divino amore. Allora non abbiamo bisogno di maestri e di libri, perché Gesù Cristo medesimo c'insegna come abbiamo da amarlo.51 Parimente dicea S. Teresa: Dopo la comunione non perdiamo così buona occasione di negoziare. Dio non suole mal pagare l'alloggio, se gli vien fatta buona accoglienza.52 In altro luogo lasciò scritto la stessa santa che Gesù Cristo dopo la comunione siede nell'anima, come in trono di grazie, e par che allora le dica, come disse vivendo in terra al cieco nato: Quid vis ut tibi faciam? Anima dimmi: che desideri da me? giacché a posta son venuto per farti quelle grazie che mi domandi.53


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Tengono molti gravi autori come il Gaetano, il Suarez, Gonet, Valenza, Lugo ed altri, che mentre durano le specie sagramentali nella persona che si è comunicata, quanto più ella si mantiene unita con Gesù Cristo, ed accresce gli atti buoni, tanto più in lei si aumenta il frutto e l'amor divino; poiché questo cibo celeste opera per se stesso nell'anima i medesimi effetti, che opera il cibo terreno, il quale quanto più dura nel corpo, tanto maggiore e il nutrimento e 'l vigore che gl'influisce.54

Molte religiose si comunicano spesso, ma poco è il profitto che ne ricavano, perché poco si trattengono con Gesù Cristo. Disse un giorno il Signore a S. Margarita da Cortona: Io tratto come mi trattano.55 Per tanto quando voi vi comunicate, se non siete costretta a far altra cosa da qualche dovere


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di ubbidienza o di carità, procurate di trattenervi con Gesù Cristo almeno per mezz'ora: dico almeno, perché il tempo proprio sarebbe per un'ora. Non lasciate poi allora di esercitarvi in atti buoni di accoglienza, di ringraziamento, d'amore, di pentimento, di offerta di voi e delle cose vostre; ma sovra tutto occupatevi in chiedere grazie a Gesù Cristo, e specialmente la perseveranza e 'l santo amore; e questo appunto è quel negoziare che dice S. Teresa. E quando vi trovaste arida e dissipata di mente, procurate di aiutarvi con legger qualche libretto di affetti divoti verso Dio. Ed in tutta quella giornata, in cui vi siete comunicata, dovete seguire a starvene più raccolta con Dio. S. Luigi Gonzaga dopo la comunione procurava per tre giorni di trattenersi a ringraziare Gesù Cristo.56 Né perché voi vi comunicate più spesso, dovete diminuire il raccoglimento; anzi quanto più spesso ricevete il Signore, maggiormente dovete conservarvi con esso unita.

11. Ma che diremo di quelle monache, che hanno già la comodità di comunicarsi spesso, hanno ancora l'esempio delle altre che frequentano la comunione, ed esse per trascuraggine la lasciano? Vediamo le scuse che adducono se sieno o no ragionevoli.

Dice colei: Io non mi comunico spesso, perché non me ne conosco degna. Sorella mia, se valesse per voi questa ragione, bisognerebbe concludere che non avreste da comunicarvi mai; poiché dicea S. Ambrogio: Qui non meretur quotidie accipere, non meretur post annum accipere: (Lib. V, De sacram. c. 4):57 Chi non è degno di comunicarsi ogni giorno, neppure n'è degno dopo un anno. Ma chi mai può essere degno della comunione? Solo Gesù Cristo, ch'era uomo e Dio, si comunicò degnamente, perché solo Dio è degno di ricevere un Dio. Dite che non ve ne conoscete degna? ma non sapete che quanto più vi trattenete a comunicarvi, tanto più ve ne rendete indegna? perché quanto più state lontana dalla comunione, più


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crescono i vostri difetti, mancandovi l'aiuto che la comunione vi darebbe. Diceva una santa domenicana: Io, perché mi conosco indegna, perciò vorrei comunicarmi tre volte il giorno; perché comunicandomi più spesso, spererei di rendermi meno indegna.58 Dimanda Cassiano: Chi mai è più umile: una persona che si comunica spesso o un'altra che di rado? e risponde esser più umile quella che spesso riceve Gesù Cristo, perché conoscendosi più inferma, cerca più spesso il rimedio de' suoi mali.59 Cosi parimente scrive l'Angelico che, sebbene l'astenersi dalla comunione per umiltà e timore piace a Dio, più nonperò gli piace l'amore e la confidenza che gli usa un'anima col riceverlo: Amor tamen et spes, ad quae semper Scriptura nos provocat, praeferuntur timori (3 p. q. 8, a. 10, ad 3).60

12. Ma non so se sto in grazia di Dio. Ma ditemi: Per saper voi che stiate in grazia di Dio, e per comunicarvi, che cosa aspettate? aspettate forse che venga a dirvelo un angelo dal cielo? e non vi basta che ve lo dice il confessore? Quando che voi dovete star più sicura di ciò che vi dice il ministro di Dio, di quel che vi dicessero tutti gli angeli del paradiso; poiché nel sentirlo dagli angeli potrebbe esservi illusione, ma nel sentirlo dal confessore, che sta in luogo di Dio, non v'è timore d'inganno. Sempre dunque che 'l vostro padre spirituale vi ha data la comunione, guardatevi di farvi vincere


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dal demonio, con lasciarla per causa de' vostri scrupoli e timori. E sappiate che non v'è disubbidienza più perniciosa per un'anima di questa, di lasciar la comunione, perché è disubbidienza che procede da difetto d'umiltà, mentre voi pensate allora di meglio intender le cose che non l'intenda il vostro direttore.

13. Io non mi fido di comunicarmi spesso, perché sempre cado in difetti e non vedo emenda. A questo che ora mi dite già sta data la risposta di sopra al num. 7, ed è che se voi conoscete che i vostri difetti son pienamente avvertiti, e non avete pensiero di liberarvene, né io né altri vi consiglieranno a comunicarvi spesso. Ma se non avete affetto a' peccati veniali, né solete commetterne di pienamente deliberati, ed all'incontro amate l'orazione e desiderate d'avanzarvi nella perfezione, ubbidite, vi dico, al vostro confessore, e non andate facendo più difficoltà. Quanto più vi vedete inferma, tanto più dovete cercare il rimedio, che vi si porge nella comunione, secondo parlava S. Ambrogio: Qui semper pecco, debeo semper habere medicinam (Lib. de sacram., cap. 6).61 Alle mura che pendono, vi si mettono i puntelli, non già acciocché si rizzino,62 ma acciocché non cadano. Voi dite che non vedete emenda; e se non vi comunicate, vi emenderete? farete peggio. Diceva il P. Granata nel suo Trattato della comunione: Chi desidera di guarirsi dalle sue infermità, non dee allontanarsi da questo gran rimedio.63 S'altro non fosse, il solo dire: Stamattina mi son comunicata: domani m'ho da comunicare, questo solo pensiero quanto fa star la persona più cautelata e attenta a sfuggire i difetti. Oltreché lo stesso sagramento per se apporta più luce e più forza all'anima. Dicono comunemente


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i Teologi che la comunione reca più grazia che tutti gli altri sagramenti, perché ivi sta il proprio autor della grazia, ch'è Gesù Cristo. Quando un principe ad alcuno un dono di mano propria, sempre il dono è più grande di quelli che dispensa per mano d'altri.

14. Ma io mi sento distratta, fredda e senza divozione. Dimando: Che cosa voi intendete per divozione? Se intendete il fervore sensibile, questo non è necessario, basta64 che abbiate una volontà risoluta di eseguire quanto conoscete esser di gusto di Dio; questa è la vera divozione e il vero fervore che Dio cerca da voi. Ed ancorché non conosceste in voi questo fervore di volontà, pure dovete comunicarvi, affin di ottenerlo per mezzo del Sagramento; altrimenti, dice il Gersone, chi s'astiene dalla comunione per non sentirsi fervorosa, farebbe come colei che, avendo freddo, non volesse accostarsi al fuoco, per non sentirsi caldo.65 Oltreché scrive S. Lorenzo Giustiniani che tal volta questo Sagramento opera senza che noi ce ne accorgiamo.66 Per tanto dice S. Bonaventura: Benché vi sentiate tepida e senza divozione, non lasciate di accostarvi alla comunione, confidando alla divina misericordia; poiché quanto più vi trovate inferma, più avete bisogno del medico: Licet tepide, accede fducialiter; quia quo magis aeger, magis indiges medico (S. Bon., De perf. rel. c. 21).67 Né vi faccia apprensione


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il parere che forse proviate più divozione, quando vi comunicate di rado; chi mangia di rado, si ciba, è vero, con più appetito, ma con minor giovamento; e così, comunicandovi di rado, forse sentirete un poco più di divozione sensibile, ma sarà più scarso il vostro profitto, essendo mancato all'anima il cibo, che le dava forza a fuggire i difetti. Non badate dunque alla divozione più o meno sensibile, badate solo a comunicarvi per unirvi più a Dio; e persuadetevi che, comunicandovi a questo fine, sempre ne caverete gran frutto.

15. Io lascio la comunione per non essere censurata dall'altre, che, vedendomi così imperfetta, a ragione poi mi riprendono, se mi comunico spesso. Rispondo: Sempre che voi vi comunicate col consiglio del direttore e per buon fine, come ho detto, di avanzarvi nel divino amore, o almeno di star più lontana dai difetti, comunicatevi pure, e lasciate dire alle altre quel che vogliono. Già scrissi di sovra quel che diceva il P. M. Avila, che coloro i quali riprendono chi si comunica spesso, fanno l'officio del demonio,68 e voi costoro volete stare a sentire? Udite quel che vi dice S. Francesco di Sales: (Introduz. ecc. cap. 21): «Se vi dimandano perché vi comunicate spesso, dite loro che due sorte di persone debbonsi spesso comunicare, i perfetti e gl'imperfetti: i perfetti per conservarsi nella perfezione, e gl'imperfetti per poter giungere alla perfezione: i forti acciò non diventino deboli, e i deboli acciò diventino forti: gl'infermi per esser guariti, ed i sani acciò non s'infermino. Ed in quanto a voi, come imperfetta, inferma e debole, avete bisogno di spesso comunicarvi69 E poi conclude il santo: «Comunicatevi spesso, Filotea, col consiglio del vostro padre spirituale, e più spesso che potete; e credetemi


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che le lepri diventano bianche nelle nostre montagne, perché non si cibano che di neve; e a forza di mangiar la purità in questo Sagramento, voi diverrete tutta pura70

Un giorno, S. Francesca romana mentre stava per comunicarsi, il demonio le disse: Come ardisci di ricevere l'Agnello immacolato tu che sei così piena di macchie di peccati veniali? La santa, vedendo che il nemico voleva distoglierla dalla comunione, lo discacciò, sputandogli in faccia. Dopo ciò le apparve la santa Vergine e lodolla di quel che avea fatto, soggiungendole che i difetti non debbono impedirci la comunione, ma più presto spronarci a farla, mentre nel Sagramento troviamo il rimedio delle nostre miserie.71 E ciò è secondo quello che dice


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il Catechismo romano (De Euchar. p. II, n. 52), cioè che per mezzo della comunione si rimettono i peccati veniali,72 o pure, come dice l'Angelico (3. p. q. 79, a. 4) colla comune dei Dottori, per mezzo della comunione si eccitano nell'anima gli atti d'amor divino, per cui vengono poi rimesse le colpe veniali.73

16. Ma io non ho tempo d'apparecchiarmi alla comunione, come dovrei. Rispondo: Se voi spendete il tempo in faccende o discorsi inutili, questa scusa non può valervi. Ma se voi non avete il tempo che vorreste, per causa dell'officio o d'altre incombenze datevi dall'ubbidienza, sappiate che se quegli impieghi voi l'adempite con fine retto di piacere a Dio, tutti sono apparecchio alla comunione. Avrete già letto altrove che S. Maria Maddalena de' Pazzi, trovandosi una volta facendo il pane, intese il campanello della comunione, e andò in estasi, e cosi estatica andò a comunicarsi coi pani di pasta in mano.74 Quindi la santa diceva alle sue sorelle: Offerite a Dio per apparecchio tutte le azioni che fate, fatele con intenzione di piacere a Dio, e comunicatevi.75 Pertanto voi non dovete mai lasciar


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la comunione, per non aver avuto tempo d'apparecchiarvi, sempre che l'avete speso in servire la comunità o pure in assistere a qualche inferma o in fare qualche altra opera di carità, che non pativa dimora. Procurate nonperò allora di sfuggir tutti i discorsi e trattenimenti non necessari, per quanto potete; e quando prevedete che nella mattina seguente non avrete tempo d'apparecchiarvi, procurate almeno di far qualche apparecchio nella sera antecedente, con leggere qualche libro divoto e far quegli atti che dovreste far la mattina; o pure nella stessa mattina siate un poco più sollecita a levarvi, per prepararvi almeno allora per quel poco tempo che avete.

17. Ma il mio confessore non inclina a farmi comunicare spesso. Se il confessore non vuole, dovete far l'ubbidienza. Supplite allora con raddoppiare le comunioni spirituali, e dite a Gesù Cristo: Signore, io vi riceverei più spesso, ma l'ubbidienza non vuole. E 'l Signore ben gradirà il vostro desiderio e la vostra ubbidienza. Ma se il confessore non vi la comunione più frequente, perché voi non gliela domandate? Il domandarla non ripugna già alla perfezione dell'ubbidienza, anzi giova; poiché i confessori così si regolano in conceder la comunione più o meno spesso, dal vedere il desiderio che ne dimostrano le loro penitenti. Questo cibo divino, come dissi di sopra, ricerca fame, per recare gran giovamento a chi lo riceve: ed all'incontro poco egli giova all'anime svogliate. Voi non volete cercar la comunione, e così ne dimostrate poco desiderio, e per questo il confessore si trattiene a darvela più spesso. Perché non fate come facea S. Caterina da Siena, che, vedendosi negata dal confessore la comunione, Padre, gridava e replicava, date all'anima mia il cibo suo, date all'anima mia il cibo suo.76 Se ancora voi dimostraste, ma con umiltà e rassegnazione,


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questa santa fame, il confessore vi tratterebbe altrimenti: ma vedendo egli la vostra freddezza, e che così facilmente voi vi accomodate alla sua renitenza, perciò prudentemente non vuole astringervi a comunicarvi più spesso.

18. Oh che grande e continuo avanzo nel divino amore, come fa vedere la sperienza, fanno quelle persone che con buon desiderio e col permesso del lor padre spirituale, frequentano la comunione! Oh come il Signore le va mirabilmente tirando al suo santo amore! benché spesso non lo dia loro a conoscere, per mantenerle più umili e rassegnate, lasciandole in oscurità, senza alcun conforto di divozione sensibile. Ma appunto per queste anime desolate dice S. Teresa non esservi migliore aiuto che la comunione frequente.77 Dicansi altri quel che si vogliano, quello ch'è certo è che i monasteri più osservanti, ordinariamente parlando, sono quelli ne' quali più si frequenta la comunione; e quelle monache ne' monasteri sono le più fervorose ed esemplari, che più spesso si comunicano.

19. Eh Dio mio, a che servono tante scuse insussistenti! Quella religiosa che a raro si comunica, dica la verità, dica che non vuol comunicarsi spesso per non impegnarsi a vivere con maggior ritiratezza dalle creature e maggior distacco dalle sue soddisfazioni. Ella ben conosce che non convengono insieme comunioni frequenti e grate, amicizie, vanità, attacco alla stima propria, attacco alla gola, e simili imperfezioni; e perciò lascia di comunicarsi spesso. Ella non si fida di soffrire i rimproveri del suo vivere disordinato, che le fa Gesù Cristo ogni


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volta che lo riceve nel Sagramento. In somma ella perciò lo riceve così di rado, perché vuol vivere con maggior libertà.

Che dite, sorella benedetta, siete voi di questa fatta? Se siete tale, anch'io vi dico che non vi conviene prendere tanto spesso Gesù Cristo, giacché tanto poco l'amate, e poco desiderate d'amarlo. Ma state attenta, vi aggiungo, che questa vostra tepidezza ostinata, a cui potete e non volete dar rimedio, un giorno non vi faccia trovar caduta in qualche precipizio. Eh via alzatevi da questo stato così miserabile, datevi a Dio in questo resto di vita che vi tocca, il quale non sapete quanto sia, e può essere che sia poco; andatevi riformando come meglio potete, e cercate di comunicarvi più spesso; e se 'l confessore ve lo concede, comunicatevi, senza andar facendo più dubbi, e lasciate dire all'altre quel che vogliono. Né temete di averne a dar conto a Dio in punto di morte, come mi state a dire. Io vi dico e vi assicuro che in punto di morte non vi pentirete già di quelle comunioni, che avete fatte colla dovuta licenza, ma di quelle che potevate fare, e per vostra negligenza le avete lasciate.

S. Maria Maddalena de' Pazzi una volta vide una persona defunta che pativa nel purgatorio per aver lasciata una comunione per sua trascuraggine;78 perciò la santa poi, come si narra nella sua Vita, quando alcuna sorella lasciava la comunione per negligenza, ne avea tal disgusto che più volte fu veduta piangerne per la pena.79 E sappiate che fra tutte le vostre


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divozioni, voi non potete far divozione più cara a Gesù Cristo che riceverlo nella santa comunione. La ragione si è perché tutta la perfezione d'un'anima consiste nell'unirsi perfettamente con Dio; e perché la comunione è quell'azione che più ci unisce con Dio, perciò l'anima non può far cosa di maggior suo gusto che comunicarsi. Quindi dicea la medesima S. Maria Maddalena: Io vorrei prima morire che mancare ad una comunione concessami dall'ubbidienza.80

È bene parlare qui appresso della comunione spirituale, molto usata da' santi.

Della comunione spirituale.

20. La comunione spirituale, come dice S. Tommaso (3. p., q. 80, a. 1, ad 3), consiste in un desiderio ardente di ricevere Gesù Cristo nel Sagramento.81

Il sagro Concilio di Trento (Sess. XIII, c. 8) molto loda questa comunione spirituale ed esorta tutti i fedeli a praticarla.82 E Dio stesso più volte all'anime divote ha dato ad intendere quanto gradisce ch'elle spiritualmente lo ricevano. Un giorno apparve Gesù Cristo a Suor Paola


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Maresca, fondatrice del monastero di S. Caterina da Siena in Napoli, come si narra nella sua Vita, e le dimostrò due vasi preziosi, uno d'oro e l'altro d'argento, e poi le disse che in quello d'oro egli conservava le di lei comunioni sagramentali ed in quello d'argento le spirituali.83 Un altro giorno disse alla Ven. Giovanna della Croce che ogni volta ch'ella comunicavasi spiritualmente, le donava una grazia in qualche modo simile a quella che le dava nelle comunioni reali.84 Narra di più a tal proposito il P. Giovanni Nider domenicano (Formic., lib. I, cap. 1) che in una certa città un plebeo, ma di gran bontà di vita, bramava di comunicarsi spesso; ma non essendovi l'uso ivi della frequente comunione, egli, per non parer singolare, contentavasi di comunicarsi solo spiritualmente; ed a tal fine prima si confessava, facea la sua meditazione, indi assisteva alla Messa e si preparava alla comunione, e poi apriva la bocca, come già ricevesse Gesù Cristo. Riferisce l'autore ch'egli


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in aprir la bocca sentiva portarglisi sulle labbra la particola e provava nell'anima una piena dolcezza. Ed una mattina egli, per vedere se ciò realmente avveniva, pose il dito alla bocca, ed allora gli restò al dito attaccata la sacra particola; onde di nuovo la ripose nella bocca e l'inghiottì.85 Così premiava il Signore il desiderio di questo buon suo servo.

21. Diceva il P. Pietro Fabri della Compagnia di Gesù che le comunioni spirituali molto dispongono l'anima a far con più frutto le sagramentali.86 Quindi è che i santi han soluto


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spesso praticarle. La B. Angela della Croce domenicana giungeva a dire: Se il confessore non mi avesse insegnato questo modo di comunicarmi, io non mi sarei fidata di vivere. E perciò ella facea cento comunioni spirituali il giorno, e cento la notte.87 Direte: Ma come tante? Vi risponda per me S. Agostino: Da amantem, et sentit quod dico (Tract. 26, in Io.).88 Datemi un'anima che non ama altro che Gesù Cristo, e non si farà di ciò maraviglia. Il comunicarsi spiritualmente egli è facilissimo a replicarlo più volte il giorno, poiché non vi bisogna digiuno, non vi bisogna sacerdote, non vi bisogna gran tempo, e perciò può replicarsi ogni giorno quante volte si vuole. Quindi dicea la suddetta Ven. Giovanna della Croce: O mio Signore, che bel modo di comunicarsi e questo! senza esser vedutanotata, senza dar pensiero al mio padre spirituale ne aver da dipendere da altri che da voi, il quale in solitudine alimentate l'anima mia e le parlate al cuore!89

22. Procurate pertanto ancor voi di fare spesso questa comunione spirituale, quando fate l'orazione, quando fate la visita al SS. Sagramento, e specialmente in ogni Messa che udite, quando si comunica il sacerdote, comunicatevi spiritualmente


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ancora voi. Fate allora un atto di fede, credendo fermamente che nel Sagramento vi è Gesù Cristo: un atto d'amore, unendovi il pentimento de' vostri peccati: e poi un atto di desiderio, invitando Gesù Cristo a venire nell'anima vostra per farla tutta sua: ed in fine ringraziatelo, come già l'aveste ricevuto. Potete per esempio dir così: Credo, Gesù mio, che voi vivo e vero state nel Sagramento. V'amo con tutto il cuore, e perché v'amo, mi pento di avervi offeso. Venite all'anima mia - che vi desidera. |90 - V'abbraccio, amor mio, e tutta a voi mi dono; non permettete ch'io abbia mai a separarmi da voi.

In questo modo potete facilmente far quante comunioni spirituali volete.

Della visita al SS. Sagramento.

23. È una cosa di grande aiuto all'anime, che amano Gesù Cristo, il visitarlo spesso nel Sagramento dell'altare.

La santa Chiesa ha istituita la festa di questo Sagramento con tante solennità, non solo per onorare la comunione, ma ancora l'amorosa dimora che fa Gesù Cristo giorno e notte nelle nostre chiese in questo Sagramento d'amore. Egli, l'amante nostro Signore, dice il P. Nieremberg, si è lasciato in terra sotto le specie di pane, principalmente per essere cibo delle nostre anime; ma si è lasciato ancora, affin di trattenersi con noi chiuso negli altari e così ricordarci l'amore che ci porta.91 Niuna lingua è bastante, scrisse S. Pietro d'Alcantara, a poter dichiarare la grandezza dell'amore che Gesù porta a ciascuna dell'anime che sono in grazia; e perciò volendo questo Sposo dolcissimo partire


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da questa vita, acciò questa sua assenza non le fosse cagione di scordarsi di lui, le lasciò per memoria questo santissimo Sagramento, nel quale egli stesso rimanea, non volendo che tra ambedue restasse altro pegno, per tenere svegliata la memoria, ch'egli medesimo.92

24. Sicché quando il nostro caro Salvatore si partì da questo mondo, non volle lasciarci soli, e perciò ritrovò il modo di restarsi con noi nella santa Eucaristia sino alla fine de' secoli, per farci anche quaggiù godere la sua dolce compagnia. Così appunto egli dichiarò a' suoi discepoli e per essi a tutti noi: Ecce ego vobiscum sum... usque ad consummationem saeculi (Matth. XXVIII, 20). Quindi seguì a scrivere S. Pietro d'Alcantara: Volea lo Sposo lasciare alla sua sposa in questa si lunga lontananza qualche compagnia, acciocché non rimanesse sola; e perciò le lasciò questo Sagramento, in cui rimaneva esso stesso, ch'era la miglior compagnia che potesse lasciarle.93

25. Dicea S. Teresa: Non è permesso ad ognuno parlare col re, il più che può un vassallo sperare e di fargli parlare per terza persona. E poi soggiungea: Ma per parlare con Dio, o Re di gloria, non vi vogliono terze persone: voi sempre vi tate trovare pronto a dare udienza a tutti nel Sagramento dell'altare: ognuno che vi vuole, ivi sempre vi trova e vi parla da tu a tu. Oltreché, se mai alcuno giunge a parlare col re, quanto prima ci ha da stentare! I monarchi appena danno udienza poche volte l'anno, ma voi, nostro Redentore, in questo Sagramento date udienza a tutti e sempre che noi la vogliamo.94 Egli poi il nostro divino re, dice la stessa santa, a fine


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di dare a noi animo di accostarci con più confidenza a' piedi suoi, si è travestito colle specie di pane in questo Sagramento e così ha coverta la sua maestà, acciocché ella non ci atterrisca.95

Ma oh Dio, e quanti disprezzi poi ha dovuto soffrir Gesù Cristo dagl'Infedeli dagli Eretici e da' peccatori in questo Sagramento per rimanersi con noi! Chi se l'ha posto sotto i piedi, chi l'ha dato a mangiare alle bestie, chi è giunto a gittarlo nelle cloache! Egli già prevedea tutte queste ingiurie, ma non perciò ha voluto lasciare di restarsi con noi sugli altari, per non privarci della sua amabile presenza.

Fanno gran viaggi molti pellegrini per visitare la santa Casa di Loreto, dove Gesù Cristo un tempo abitò, o per venerare i luoghi di Terra Santa, dov'egli nacque, patì e


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morì: ma con gran ragione diceva il P. Giovanni Avila ch'egli non sapea trovare santuario più amabile e più divoto che una chiesa dove ci sta il SS. Sagramento, perché quello non solo è luogo dove un tempo Gesù ha dimorato o patito, ma dove egli stesso dimora vivo e vero.96

Perciò i santi non han provata in questa terra delizia maggiore che starsene alla presenza del SS. Sagramento. S. Francesco Saverio, come si narra nella sua Vita (Lib. 6, cap. 5), dopo aver faticato tutto il giorno in aiuto dell'anime, la notte poi se ne stava a' piedi del Sagramento; e quando il sonno l'opprimeva, buttavasi sopra gli scalini dell'altare, e dopo aver preso ivi uno scarso riposo, ritornava a conversare col suo caro Signore.97 Lo stesso facea S. Giovan Francesco Regis, dopo avere spesa tutta la giornata in predicare e confessare nelle sue missioni, il suo riposo era trattenersi nella notte avanti Gesù Sagramentato; e quando trovava chiusa la chiesa, si fermava fuori della porta, per corteggiare così almen da lontano l'amato suo Redentore.98 Il


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Ven. P Baldassarre Alvarez, uomo santo, quando stava nel suo collegio e non potea trattenersi nella chiesa, procurava almeno di tener gli occhi rivolti colà dove sapea che stava il SS. Sagramento.99

In somma i santi in questo Sagramento han trovato in terra il lor paradiso, come appunto venne a dire un giorno dal cielo S. Teresa ad una religiosa: Quelli del cielo e della terra dobbiamo essere una stessa cosa nella purità e nell'amore, noi godendo e voi patendo; e quello che noi facciamo in cielo colla divina essenza, dovete far voi in terra col SS. Sagramento (Rib., lib. 3, cap....).100 Ed in verità qual maggior


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paradiso può trovare in questa terra un'anima che ama Gesù Cristo, che trattenersi a' piedi suoi a protestargli l'amore che gli porta, ad offerirgli se stessa e tutte le sue cose, a manifestargli i desideri che ha di vederlo alla svelata per maggiormente amarlo?

26. Or questo paradiso specialmente posson goderlo le religiose. È vero che Gesù nel Sagramento si è lasciato per tutti, ma particolarmente ivi si è restato per le monache sue spose, che lo tengono e godono giorno e notte dentro la stessa loro casa. Allorché nacque Gesù, i santi Magi lasciarono le loro patrie e case ed andarono per molto tempo girando la Palestina, ed interrogando dove lo potessero trovare: Dicentes: Ubi est qui natus est rex Iudaeorum? (Matth. II, 2). Anche i secolari, per trovar Gesù Cristo, debbono partirsi dalle loro case ed andare a trovarlo nella chiesa, che appena sta aperta nel giorno, e in molti luoghi solamente nella mattina. Ma la monaca non ha bisogno di partirsi dalla sua casa per ritrovare Gesù Cristo, egli si trattiene continuamente nella stessa casa dov'ella abita, onde può trovarlo quando vuole, di mattina, di sera, di giorno e di notte. Ella come sposa è ammessa ad abitare in palagio. Quanto si stimano onorati quei vassalli che son chiamati dal re ad abitare in palagio! Voi dunque, sorella benedetta, siete una di queste persone fortunate, che avete ricevuto l'onore di abitare in questa terra insieme col re del cielo Gesù Cristo. Sicché lo potete visitare e trattenervi con lui di giorno e di notte, sempre che volete; basta che camminate pochi passi, quanti ve ne sono dalla vostra cella al coro. La Ven. Madre Maria di Gesù, fondatrice d'un monastero in Tolosa, dicea che specialmente per due gran cose ringraziava Dio d'averla chiamata alla religione: la prima, perché le religiose per lo voto d'ubbidienza sono tutte di Dio: la seconda, perché elleno hanno la sorte di abitar sempre con Gesù sagramentato.101


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Gesù Cristo nelle altre chiese vi sta per tutti, ma nel vostro monastero ci sta solo per voi e per le vostre compagne. Sappiate approfittarvene. Oh Dio, che in tutti i monasteri dovrebbero esser le monache come tante farfalle, che di giorno e di notte andassero d'intorno102 al loro Sposo, e i loro cuori dovrebbon tutti stargli accanto ad ardere continuamente, meglio che non ardono le candele e le lampade dell'altare.

27. Ma ohimè, che di ciò appunto si lamenta il Signore, come fe' intendere alla sua serva Suor Margarita Alacoque salesiana, a cui dimostrando un giorno il suo divino Cuore, che ardea tra fiamme d'amore verso gli uomini, le disse: Ecco quel Cuore che tanto ha amato gli uomini e non ha risparmiato niente, giungendo sino a consumarsi, per dimostrare ad essi il suo amore. Ma poi non ricevo che ingratitudini e disprezzi dalla maggior parte in questo Sagramento d'amore. E poi soggiunse quest'altro lamento più amaro: Ma ciò che più mi dispiace è che questi cuori ingrati sono cuori a me consagrati.103 Con che dichiarò che parlava de' religiosi e religiose, che poco stimano la loro sorte di starsene con Gesù Cristo nella medesima casa, e perciò poco è il profitto che ne ricavano. Se una sola volta l'anno e per un giorno solo il SS. Sagramento dovesse star nella vostra chiesa, certamente che tutte farebbero a gara in quel giorno a chi potesse più corteggiarlo e fargli amorosa compagnia; ma perché Gesù, per sua sola bontà e per vedervi più spesso alla sua presenza, se ne sta continuamente con voi, per questo voi avete da lasciarlo solo, e fargli tanto poca assistenza?


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28. Se per lo passato in ciò siete stata negligente, vi prego da ogg'innanzi a sapervi veder bene104 di questo gran tesoro che avete con voi nel SS. Sagramento. Suor Anna della Croce, che fu prima contessa di Feria, gran signora nella Spagna, ma, essendo poi rimasta vedova di ventiquattro anni, si fe' monaca di santa Chiara in Montiglia: ella si procurò una cella dalla quale miravasi l'altare del Sagramento, e quivi per lo più tratteneasi di giorno e di notte. Dimandata che facesse tante ore innanzi al Sagramento, rispose: Io vi starei tutta l'eternità. Che si fa innanzi a Gesù Sagramentato? Si ringrazia, si ama e si domanda.105 Ecco per voi un bello insegnamento, per trattenervi con molto frutto alla presenza del SS. Sagramento.

Per 1. si ringrazia. Oh Dio! una monaca quanto ringrazia un parente, che viene a posta da lontano a visitarla! E voi non sapete poi ringraziar Gesù Cristo che scende dal cielo non solo per visitarvi, ma ancora per trattenersi sempre con voi? Prima di tutto dunque, quando gli fate la visita, ravvivate la fede, adorate il vostro Sposo nel Sagramento, e ringraziatelo di tanta bontà di esser venuto a starsene su quell'altare per vostro amore.


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Per 2. si ama. S. Filippo Neri, stando infermo, quando vide il SS. Viatico entrar nella sua stanza, acceso tutto di santo amore. subito esclamò: Ecco l'amor mio, ecco l'amor mio!106 Così dite ancora voi quando ve ne state a vista del sagro ciborio. Pensate che 'l vostro sposo, chiuso in quel carcere d'amore, sta ardendo d'amore per voi. Apparve appunto egli un giorno a S. Caterina da Siena nel Sagramento in forma d'una fornace di fuoco, dalla quale stupiva la santa come non restassero infiammati tutt'i cuori degli uomini.107 Allorché dunque vi trovate alla sua presenza, replicategli, se volete compiacerlo, più atti d'amore, offerendogli specialmente voi stessa.

Per 3. si domanda. Diceva il B. Errico Susone che Gesù nel Sagramento esaudisce più presto le preghiere di chi lo visita, e dispensa con più abbondanza le sue grazie.108 Il


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Ven. P. Baldassarre Alvarez vide un giorno Gesù Cristo nel Sagramento che tenea le mani piene di grazie, ma non trovava a chi dispensarle, perché non trovava chi gliele cercasse.109 Voi dite che non sapete trattenervi molto alla presenza di Gesù Cristo, perché non sapete ivi che fare né che dirgli. Oh Dio, e perché non vi occupate a domandargli le grazie che vi bisognano? Pregatelo che vi dia forza di resistere alle tentazioni, di emendarvi da quel difetto in cui sempre ricadete, di sciogliervi da quella passione che vi tiene legata ed impedita a non esser tutta di Dio. Pregatelo che vi dia l'aiuto a soffrir con pace i disprezzi e tutte le cose contrarie, che vi accresca nel cuore il suo divino amore, e specialmente che vi faccia star sempre unita alla sua santa volontà. Quando poi vi sentite disturbata per qualche difetto commesso, andate subito al Sagramento a cercargli perdono, e così rimettetevi in pace. Quando ricevete qualche disgusto o qualche incontro più pesante, andate ad offerircelo, e pregatelo che vi aiuti ad abbracciarlo con rassegnazione.

Oh se tutte le religiose facessero così e sapessero ben avvalersi della compagnia del loro Sposo, si farebbero tutte sante! Fatevi santa così almeno voi.

Preghiera.

Vi adoro, Gesù mio, nel SS. Sagramento dell'altare. Voi siete quello stesso che un giorno sagrificaste per me sulla


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croce la vostra vita divina; ed ora, perché mi amate, ve ne state chiuso in quella custodia come in prigione d'amore.

Voi fra tante donzelle, che meno di me v'hanno offeso, avete eletto me, dopo tanti peccati, a tenermi insieme con voi in questa vostra casa, dove, strappandomi da mezzo al mondo e liberandomi da' suoi pericoli, mi avete ammessa a farvi compagnia per sempre in questa terra, acciocché poi un giorno vi ami e goda alla svelata in paradiso, fatta vostra sposa e compagna eterna nel vostro regno. Quivi ancora voi m'invitate a cibarmi spesso delle vostre carni sacrosante nella santa comunione per unirmi tutta a voi e rendermi tutta vostra.

Caro mio Redentore, che voglio dirvi? Ve ne ringrazio, e spero di venire a ringraziarvene in cielo per tutta l'eternità. Dirò con S. Teresa: Misericordias Domini in aeternum cantabo.110 Sì, Gesù mio, amor mio e sposo mio, così spero ai meriti vostri.

Frattanto io mi dichiaro di star più contenta di aver lasciato per amor vostro il mondo e quel poco che nel mondo io potea godere, che se fossi regina di tutta la terra. Mi dispiace che sinora io anche nella casa vostra v'ho dati tanti disgusti per cui meriterei d'esserne scacciata. Gesù mio, perdonatemi, e per pietà contentatevi che, fra tante mie buone sorelle, che così bene v'han servito, vi serva ancor io povera peccatrice.


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Io non voglio partirmi più da' piedi vostri, voglio visitarvi spesso. La vostra presenza mi darà forza a distaccarmi da ogni affetto che non è per voi. La vostra vicinanza mi ricorderà l'obbligo che ho di amarvi, e di ricorrere sempre a voi ne' miei bisogni. Voglio starvi sempre vicina e voglio comunicarmi spesso, per sempre più amarvi e stringermi con voi amato mio Salvatore.

V'amo, mio Dio, nascosto nel SS. Sagramento. Voi per amor mio ve ne state continuamente in quest'altare; io per amor vostro voglio starmene quanto più poco ad assistervi. Voi qui chiuso mi state sempre amando, io qui chiusa vi voglio sempre amare. Dunque, Gesù mio e mio tutto, starem sempre insieme, come spero, nel tempo in questa casa, e nell'eternità in paradiso.

O Maria, madre mia, pregate Gesù per me ed ottenetemi un grande amore al SS. Sagramento.




1 «Eucharistia.... est quasi consummatio spiritualis vitae, et omnium sacramentorum finis, ut supra dictum est (qu. 63, art. 6; cf. qu. 65, a. 3): per sanctificationes enim omnium sacramentorum fit praeparatio ad suscipiendam vel consecrandam Eucharistiam.» S. THOMAS, Sum. Theol., III, qu. 73, a. 3, c.



2 «Necessarium est, dilectissimi, mysteriorum discere miraculum, quid tandem sit, et quare sit datum, et quae rei utilitas. Unum corpus sumus, et membra ex carne eius et ex ossibus eius (Ephes. V, 30). Sequamur autem initiati, quae dicuntur. Ut itaque non tantum per caritatem hoc flamus, verum et ipsa re in illam misceamur carnem, hoc per escam efficitur, quam largitus est nobis, volens ostendere desiderium (vehementem amorem), quod erga nos habet. Propterea semetipsum nobis immiscuit, et corpus suum in nos contemperavit, ut unum quid efficiamur, tamquam corpus capiti coaptatum: ardenter enim amantium hoc est.» S. IO. CHRYSOSTOMUS, Ad populum Antiochenum homiliae 80, Bernardo Brixiano interprete: hom. 61, ex Ioannis Evangelio, De sacrorum participatione mysteriorum (principio). Opera, V, Venetiis, 1574, fol. 315, col. 3.- In Ioannem, hom. 46 (al. 45), n. 2, 3: MG 59-260.



3 «Animadvertere est operae pretium, Christum non dicere se dumtaxat in nobis futurum secundum relationem quamdam affectualem, sed et per participationem naturalem (physicam). Ut enim si quis ceram cerae indutam igne simul liquaverit, unum quid ex ambolus efficit, ita per corporis Christi et pretiosi sanguinis participationem ipse quidem in nobis, nos autem rursus in eo simul unimur. Nec enim aliter vivificari potest quod natura sua est corruptibile, quam si corporaliter unitum sit corpori eius qui secundum naturam suam est vita.» S. CYRILLUS ALEXANDRINUS, In Ioannis Evangelium, lib. 10, cap. 2. MG 74-342.- «Quemadmodum enim si quis ceram cerae coniunxerit, utique alteram in altera esse videbit: eodem quoque, opinor, modo, qui Salvatoris, nostri carnem suscipit et bibit eius pretiosum sanguinem, ut ipse ait, unum quiddam cum eo reperitur, commistus quodammodo et immistus ei per illam participationem, ita ut in Christo quidem ipse reperiatur, et vicissim Christus in ipso... Quemadmodum ergo Paulus ait modicum fermentum totam massam fermantare (I Cor. V, 6), sic minima eulogia totum nostrum corpus in se miscet, propriaque replet efficacia.» Id. op., lib. 4, cap. 2. MG 73-583.



4 «Tentati... sunt primi homines a diabolo dicente: Comedite et eritis sicut dii (Gen. III), et crediderunt ei plus quam Deo... Proinde tentetur (homo) a Dei Filio dicente de pane et vino: Comedite, hoc est corpus meum, hic est sanguis meus (Matth. XXVI); comedite, et eritis filii Dei; et credamus verbo eius... et ita iniquam credulitatem parentum nostrorum pia credulitate in nobismetipsis evacuemus.» RUPERTUS, abbas Tuitiensis, De Trinitate et operibus eius libri 42: in Exodum lib. 3, cap. 12. ML 167-662, 663.



5 «Inveni longe me esse a te in regione dissimilitudinis, tamquam audirem vocem tuam de excelso: «Cibus sum grandium: cresce, et manducabis me. Nec tu me in te mutabis, sicut cibum carnis tuae; sed tu mutaberis in me.» S. AUGUSTINUS, Confessiones, lib. 7, cap. 10. ML 32-742.



6 «Sumi autem voluit (Salvator noster) sacramentum hoc... tamquam antidotum, quo liberemur a culpis quotidianis, et a peccatis mortalibus praeservemur.» CONCILIUM TRIDENTINUM, Sessio 13, de Eucharistia, cap. 2.



7 «Si quis vestrum non tam saepe modo, non tam acerbos sentit iracundiae motus, invidiae, luxuriae aut ceterorum huiusmodi, gratias agat corpori et sanguini Domini, quoniam virtus sacramenti operatur in eo; et gaudeat quod pessimum ulcus accedat ad sanitatem.» S. BERNARDUS, Sermo in coena Domini, n. 3. ML 183-272, 273.



8 «In quantum est quoddam signum Passionis Christi, per quam victi sunt daemones, repellit omnem daemonum impugnationem.» S. THOMAS, Sum. Theol., III, qu. 79, art. 6, c.



9 «Hic sanguis digne acceptus daemones procul pellit, angelos ad nos advocat... Daemones quippe fugiunt, ubi vident sanguinem Dominicum; accurrunt autem angeli.» S. IO. CHRYSOSTOMUS, In Ioannem hom. 47 (al. 46), n. 3. MG 59-261.



10 «(Augustinus) dicit....: O sacramentum pietatis, o signum unitatis, o vinculum caritatis. Per hoc sacramentum... perficitur spiritualis vita ad hoc quod homo in seipso perfectus exsistat per coniunctionem ad Deum.- Hoc sacramentum confert gratiam spiritualiter, cum virtute caritatis. Unde Damascenus comparat hoc sacramentum carboni quem Isaias (VI, 6) vidit... Per hoc sacramentum, quantum est ex sui virtute, non solum habitus gratiae et virtutis confertur, sed etiam excitatur in actum: secundum illud II Cor. V, 14: Caritas Christi urget nos. Et inde est quod ex virtute huius sacramenti anima spiritualiter reficitur per hoc quod anim adelectatur et quodammodo inebriatur dulcedine bonitatis divinae.» S. THOMAS, Sum. Theol., III, qu. 79, a. 1, c. et ad 1 et 2.



11 «Soleva dire che non v' avea cosa che più vivamente infiammasse l' affetto e l' amor degli uomini, che questo ineffabile Sacramento, che sotto un sottil velo di poche specie sacramentali, racchiudea la più pura midolla del cielo, le delizie della divina carità, gli alimenti della vita, e il medesimo Dio.» Giuseppe SILOS, Vita, lib. 2, cap. 5.



12 «Ergo Salvator noster, discessurus ex hoc mundo ad Patrem, sacramentum hoc instituit, in quo divitias divini sui erga homines amoris velut effudit.» CONCILIUM TRIDENTINUM, Sessio XIII, Decretum de SS. Eucharistiae Sacramento, c. 2.



13 «Tertio, corpus Domini nominatur sacramentum caritalis: et secundum hoc tres habet effectus, quia tria maxime bona operatur in nobis, scilicet Spiritus Sancti veram participationem, ipsius Christi certam inhabilitationem, in similitudinem imaginis Dei transformationem.» S. THOMAS, Opusculum 58, De Sacramento Altaris, cap. 25. Opera, XVII, Romae, 1570.



14 «Potesne aestimare quale vel quantum est hoc Sanctum sanctorum, et sacramentum sacramentorum, amor amorum, dulcedo omnium dulcedinum?» De coena Domini alius sermo: Opera S. Bernardi, Basileae, 1552, col. 188. Di questo sermone, che comincia così «Panem angelorum manducavit homo», non fa menzione il Mabillon, nè per conseguenza la Patrologia di Migne.



15 «Parlava di questo Santissimo Sagramento con gran tenerezza d' amore; e il giovedì, che fu quel giorno in cui fu da Gesù istituito, lo chiamava «il dì dell' amore», ed aveva particolar desiderio che in questo giorno le sorelle si comunicassero.» PUCCINI, Vita, Venezia, 1671, cap. 92, pag. 152.- «Rapita in estasi, mentre ch' ella contemplava quelle parole che disse Gesù Cristo in croce, consummatum est, tosto si sentì attrarre e fecondar l' animo d' alti concetti e divoti sentimenti: onde, così piena di grande affetto, proruppe in queste parole: «Quando l' anima ha in sè ricevuto il Pane di vita nel Santissimo Sacramento dell' Altare, per quella unione stretta che in esso ha fatta con Dio, può ben ancor ella dire: Consummatum est. In quel celeste cibo tutti i beni son raccolti, quivi tutti i desideri in Dio son adempiti: e che altro può l' anima volere, se ritiene in sè quello che ogni cosa contiene? Se ella desidera la carità, avendo in sè quello che è la perfetta carità, Deus caritas est, vien ad aver in sè la perfezione di essa carità.- Così della viva fede e della speranza, della purità, della pazienza, dell' umiltà, della mansuetudine; perchè Cristo nell' anima, mercè di questo cibo, produce tutte le virtù. E che può più volere e desiderar l' anima, se tutte le virtù, doni e grazie che ella possa volere e desiderare, sono raccolte in quell' ammirabile Dio, che sta veramente sotto quelle sacramentali specie, come in verità sta sedendo alla destra del Padre in paradiso? In quo sunt omnes thesauri sapientiae et scientiae Dei.- Oh, oh, quanto bene adunque, avendo e possedendo l' anima questo Dio in sè, può dir con verità: Consummatum est. Altro ella non vuole, altro non desidera, altro non brama, che lui, il quale allora tutto se l' è dato, communicandole con se stesso tutti i suoi beni.» PUCCINI, Vita, Firenze, 1611, parte 4, cap. 4, pag. 225.



16 «Et frangentes circa domos panem, (graece?, id est circa domum, puta Dei, hoc est templum, ait Oecumenius) qui proinde cum multis aliis censet panem hunc quem in templo frangebant, fuisse Eucharistiam. Unde pro panem, Syrus vertit munus benedictum, puta panem consecratum et transsubstantiatum, Deoque quasi mincha in sacrificium oblatum.Idque est valde probabile, quia Eucharistia a Paulo et Luca vocatur fractio panis.» CORNELIUS A LAPIDE, S. I., In Acta Apostolorum, cap. 2, v. 46. Commentaria in Scripturam Sacram, XVII, p. 108: Parisiis, 1861.



17 «In primitiva Ecclesia, quando magna vigebat devotio fidei christianae, statutum fuit ut quotidie fideles communicarent.» S. THOMAS, Sum. Theol., III, qu. 80, art. 10, ad 5.



18 «(In sacris celebrandis, post psalmorum melos et sacrarum Scripturarum lectionem), sacro ambitu arcentur catechumeni, et cum eis energumeni ac poenitentes, illis qui divinorum aspectu et communione digni sunt remanentibus... Exhibitis divinorum operum muneribus, ad sacrosanctam eorumdem communicationem cum ipsemet (pontifex) accedit, tum ceteros invitat. Accepta denique dataque divina communione, in sacram desinit gratiarum actionem.» DIONYSIUS AREOPAGITA, De eccleisastica hierarchia, cap. 3, II, Mysterium synaxeos seu communionis.- MG 3-426.- «Sumpta.... ac tradita divinissima communione, unacum totius ecclesiae sacra plenitudine in sacram desinit gratiarum actionem.- Id. op., cap. 3, III, Contemplatio, § 14. MG 3-443.



19 «De Eucharistia, an accipienda quotidie, quod Romana Ecclesia et Hispaniae observare perhibentur, scripsit quidem et Hippolytus vir disertissimus, et carptim diversi scriptores e variis auctoribus edidere.» S. HIERONYMUS, Epistola 71, ad Licinium, n. 6. ML 22-672.- «Scio Romae hanc esse consuetudinem, ut fideles semper Christi corpus accipiant.» IDEM, Epistola 48, ad Pammachium, n. 15. ML 22-506.



20 «(Item Fabianus Papa ait:) Et si non frequentius, saltem in anno ter laici homines communicent- nisi forte quis maioribus quibuslibet criminibus impediatur- in Pascha videlicet, et Pentecoste, et Natali Domini.» Decretum Gratiani, pars 3 (De consecratione), dist. 2, c. 16.- Solo nel Decreto di Graziano ed in altre Collezioni di Canoni, si legge che il Papa San Fabiano (+253) abbia promulgato un simile editto. E come mai avrebbe potuto farlo, mentre sappiamo da S. Girolamo (vedi la nostra nota 19), il quale visse più anni a Roma, che, a suo tempo, vigeva tuttora nella Chiesa Romana la consuetudine della comunione quotidiana? Venga dunque restituito questo decreto al terzo Concilio di Tours (a. 818). Cf. MG 10-182, n. 8, e 10-200, VI.



21 Decreta Generalis CONCILII LATERANENSIS, IV, (a. 1215, sub Innocentio Papa III), cap. 21: «Omnis utriusque sexus fidelis, postquam ad annos discretionis pervenerit, omnia sua solus peccata confiteatur fideliter, saltem semel in anno, proprio sacerdoti... suscipiens reverenter, ad minus in Pascha, Eucharistiae sacramentum.... Alioquin et vivens ab ingressu Ecclesiae arceatur, et moriens christiana careat sepultura.» LABBEUS, Concilia, XIII.



22 «Si quis negaverit omnes et singulos Christi fideles utriusque sexus, cum ad annos discretionis pervenerint, teneri singulis annis, saltem in Paschate, ad communicandum, iuxta praeceptum Sanctae Matris Ecclesiae: anathema sit.» CONCILIUM TRIDENTINUM, Sessio 13, De Eucharistia, canon 9.



23 De la pénitece publique et de la préparation à la communion par le P. Denys PETAU, S. I.- In fine: Abrégé de la doctrine du livre «De la fréquente communion» (de Monsieur Arnauld), et de sa réfutation comprise dans les libres «De la pénitence publique et de la préparation à la communion» du R. P. Denys PETAU.



24 «Singulis etiam diebus communicare.... honum est et perutile, cum ipse (Dominus) perspicue dicat: Qui comedit meam carnem et bibit meum sanguinem, habet vitam aeternam (Io. VI, 55). Quis enim dubitat quin vitae continenter esse participem nihil aliud sit quam multiplici ratione vivere? Nos quidem quater singulis hebdomadibus communicamus, Dominica die, quarta die, in parasceve et sabbato, et aliis diebus si sancti alicuius memoria recolatur.» S. BASILIUS MAGNUS, Epistola 93, ad Caesariam patriciam.  MG 32-484.- Questa lettera viene pure intitolata: ad Caesarium patricium. MG, l. c., not. 53.



25 «Quotidie Eucharistiae communionem percipere nec laudo nec vitupero. Omnibus tamen dominicis diebus communicandum suadeo et hortor, si tamen mens in affectu peccandi non sit.» De ecclesiasticis dogmatibus, cap. 23 (al. 53): ML 42-1217, inter Opera S. Augustini, in Appendice spuriorum.- Accortamente nota S. Tommaso, Quodlibetales quaestiones, Quodlib. XII, art. 10: «Ille liber non est Augustini, sed Gennadii.» A Gennadio, prete di Marsiglia, viene attribuito da molti: è certo che non sia di S. Agostino. Ciò nonostante, le anzidette parole vennero riferite per secoli, come sentenza di S. Agostino. Anzi furono inserite nel Decretum Gratiani, De consecratione, dist. 1, c. 13.- Come lo vedremo nella nota seguente, e meglio nell' Appendice, 12, S. Agostino fu uno dei più zelanti fautori della comunione quotidiana.



26 «Si quotidianus est panis, cur post annum illum sumis, quemadmodum Graeci in Oriente facere consuerunt? Accipe quotidie, quod quotidie tibi prosit. Sic vive, ut quotidie merearis accipere. Qui non meretur quotidie accipere, non meretur post annim accipere.... Qui vulnus habet, medicinam requirit. Vulnus est, quia sub peccato sumus: medicina est, caeleste et venerabile Sacramentum.» Queste parole- come pure tutto il «Sermone» da cui son prese- sono di S. AMBROGIO, De Sacramentis, lib. 5, cap. 4, n. 25: ML 16-452. Vennero attribuite a S. Agostino (Sermo 84, inter supposititios, n. 3: ML 39-1908, 1909); con più ragione però che quelle di Gennadio, perchè tale era il suo insegnamento: vedi Appendice, 12.- Circa l' uso delle Chiese di Oriente però, meglio che a S. Ambrogio, si crederà a S. Basilio, di cui abbiamo riferito or ora la testimonianza nella nota 24. In Oriente- ed anche in Occidente, come qui se ne lagna S. Ambrogio- vi saranno stati dei neghittosi, a cui bastava la comunione annua: ma l' usanza generale della Chiesa era contraria. Questa era di comunicarsi quattro volte la settimana, oltre i giorni, certamente non pochi, in cui si faceva la commemorazione di qualche santo.



27 S. ANTONINUS, Chronica, pars 3, titulus 23, cap. 14, § 8.- «Per pruovare le loro stolide proposizioni, alcuni de' Satrapi sopraddetti, spogliati d' ogni divozione, e lontani affatto da' sentimenti delle sagre Scritture, adducono a lor favore un detto del Beatissimo Agostino, il quale dice che non loda, nè in alcun moto vitupera, il prendere ogni giorno il Sagramento dell' Eucaristia, quasi dica quell' eccellentissimo Dottore, ch' è bene il prenderlo, ma che potrebbe esser dannoso, ed egli però il lascia al divino giudizio... Che se un tanto eccellentissimo Dottore, anzi l' esimio fra' Dottori, non s' attenta in alcun modo di dar giudizio sopra un tal punto, io non so veder con qual fronte coloro, che qui allegano le sue parole, presumano sopra a questo formar giudizio. Onde a questo proposito mi sovviene d' una certa risposta, che la stessa Caterina fece una volta ad un tal Vescovo, me presente, il quale allegava la detta autorità d' Agostino contro a coloro, che si comunicano ogni giorno. Disse dunque Caterina: «Se Sant' Agostino non li biasima, perchè, o Messere, volete voi biasimarli? Mentre voi allegate Agostino, v' opponete a lui.» B. RAIMONDO DA CAPUA, O. P., Vita, parte 2, cap. 12, n. 3. Siena, 1707, pag. 327.



28 «Optaret quidem sacrosancta Synodus, ut in singulis Missis fideles adstantes non solum spirituali affectu, sed sacramentali etiam Eucharistiae perceptione communicarent, quo ad eos sanctissimi huius sacrificii fructus uberior proveniret.» CONCILIUM TRIDENTINUM, Sessio 22, Doctrina de sacrificio Missae, cap. 6.



29 Decretum S. Congregationis Cardinalium Concilii Tridentini interpretum, datum die 12 februarii 1679. «Frequens quotidianusve sacrosanctae Eucharistiae usus a sanctis Patribus (fuit) semper in Ecclesia probatus.... In hoc.... pastorum diligentia potissimum invigilabit, non ut a frequenti aut quotidiana sacrae communionis sumptione, unica praecepti formula, aliqui deterreantur, aut sumendi dies generaliter constituantur, sed magis quid singulis permittendum per se aut parochos seu confessarios sibi decernendum putet: illudque omnino provideat, ut nemo a sacro convivio, seu frequenter seu quotidie accesserit, repellatur; et nihilominus det operam, ut unusquisque digne pro devotionis et praeparationis modo rarius aut crebrius Dominici Corporis suavitatem degustet.» (Quindi dopo aver parlato delle disposizioni per la comunione frequente o quotidiana, la S. Congregazione prosegue:) «Episcopi autem in quorum diocesibus viget huiusmodi devotio erga Sanctissimum Sacramentum, pro illa gratias Deo agant, eamque ipsi, adhibito prudentiae et iudicii temperamento, alere debebunt.»- Abbiamo riferito il testo integrale di questo Decreto nel nostro vol. I, Appendice, 20, pag. 417-419. Sarà utile a leggersi, da chi vorrà intendere come S. Alfonso vi abbia trovato insieme stimolo e freno al suo zelo per la comunione. Si legga pure il brevissimo n. 19 della stessa Appendice, l. c., pag. 416.



30 Fr. IUNCTA BEVEGNATIS, Vita, Siena, 1897, cap. 4, n. 10 (in Actis SS. Bollandianis, cap. 4, n. 65): «Quia fervorem saepe communicandi, prae reverentia illius inaccessibilis lucis interponere nec retardare valebat, dixit: «Offendo te, Domine mi, in illa siti avidissima, quam de frequenti communione Corporis et Sanguinis tui concepit?» Respondit Dominus dicens: «Quia valde mihi de ipsa places, benedico confessori tuo et baiulo, cui gratiam faciam specialem (Bollandiani: gratialem), qui hoc tibi facere consulit, et te in tuo timore confortat.»



31 «Il seguente successo è pervenuto a notizia nostra per relazione che a noi ne ha fatta il P. D. Giuseppe Cianci, Rettore di questa nostra casa di S. Niccolò.» Dopo morte, si fece vedere ad una monaca, già sua penitente, travagliatissima dagli scrupoli: lì esortò ad eseguire tuttora i suoi ordini; le disse aver egli veduto le sue pene; ed aggiunse: «Ti esorto ad aver pazienza nelle persecuzioni; e ti dico di più che io ho due gradi di gloria più prticolari in cielo; uno per la pazienza che ho avuto nel sopportar le calunnie, in particolare di chi avea io in vita maggiormente beneficato; l' altro per essere stato amico de' sacramenti, che ho condotte le anime de' miei penitenti come tante colombe a satollarsi di questo mare immenso.» «Mentre il servo di Dio le parlava, parve alla medesima di veder dinanzi a lui un gran mare cristallino, ed intorno innumerabili bianche colombe. Il servo di Dio le fè sapere inoltre che quelle colombe erano tutte le anime ch' egli avea portate a Dio per mezzo de' santi sacramenti; e parve alla medesima che vi aggiungesse questo motto: Saturabuntur.» Lod. SABBATINI d' Anfora, Vita, lib. 5, cap. 2, Napoli, 1732, pag. 376.



32 Vi furono in Bologna due sorelle Zagnoni, illustri per virtù, Leona e Camilla, nate l' una nel 1583, l' altra nel 1586. Nel vestirsi dell' abito di Terziarie Francescane, presero i nomi di due sante sorelle: Pudenziana e Prassede. Morta Pudenziana in concetto di santa (1608), entrò Prassede com ecorista nel monastero delle Clarisse, ove domandò, per divozione alla sorella defunta, ed ottenne di chiamarsi pur essa Pudenziana. Di questa sorella minore parla qui S. Alfonso. Morì nel 1662, in età di 76 anni. Nei suoi molti e gravi travagli, non ebbe miglior conforto che le apparizioni ed i consigli della sorella. Fu molto tormentata dagli scrupoli, specialmente riguardo alla comunione, per la quale tante volte vi bisognò il precetto di santa ubbidienza. Le assicurò la sorella averle impetrata la grazia di essere libera da quelle angustie, e da quel giorno in poi andò alla sacra mensa sempre tranquilla. Dopo una comunione, Nostro Signore le disse: «La maggior offesa che tu m' abbi fatta, è stata andare di rado alla santa comunione. Ti dico che se frequenterai coll' ubbidienza questo Sacramento, io mi scorderò di tutte le tue ingratitudini.»- Per questa sorella minore, vedi Benedetto MAZZARA, Leggendario Francescano, Venezia, 1722, XII, 23 dicembre, pag. 329 e seg.; per la comunione, pag. 358; per la sorella maggiore, La stessa opera, II, 14 febbraio pag. 224 e seg.



33 BLOSIUS, Conclave animae fidelis, pars 2, sive Monile spirituale, cap. 6, n. 1.- Il fatto viene così narrato dalla Santa stessa: «Quaedam persona... quandoque commovebatur adversus quasdam alias, quas ipsa apud se iudicabat minus paratas vel devotas, saepius tamen ad communionem accedere. Et hoc quandoque palam ipsis opponens, quasdam..... effecit pusillanimiores ad communicandum. Pro qua dum ista (Gertrudis) orans Dominum interrogaret, qualiter ipse hoc in ea reputaret, Dominus respondit: «Cum deliciae meae sint esse cum filiis hominum, et ego hoc Sacramentum ex tanto affectu in mei commemorationem retractandum et sedulo commemorandum reliquerim: haec insuper, per hoc me cum fidelibus remansurum usque ad consummationem saeculi obligaverim; quicumque aliquem qui, cum non sit in peccato mortali, verbis vel suasionibus retraxerit, ille quodammodo meas delicias, quas in his habere possem, impedit vel interumpit: ad similitudinem cuiusdam severioris paedagogi, qui filium regis durius compesceret, vel retraheret a consortio et collusionibus coaetaneorum suorum ignobiliorum vel pauperiorum, in quorum consortio filius regis multum delectaretur, eo quod iudicaret invenculo suo magis congruere quod regali frueretur honore, quam quod cum pilo vel consimilibus luderet in platea.» Tunc illa: «Domine, si homo ille proponeret istud de cetero cavere, numquid tu illi ignosceres quidquid hucusque in illa causa deliquit?» Respondit Dominus: «Nons olum ipsi dimitterem, sed etiam in tantum hoc ab eo acceptarem, sicut filius regis acceptaret a paedagogo suo, si cum serena blanditate reduceret sibi coaetaneos suos praedilectos ad secum ludendum, quos paulo antea cum dira repulerat severitate.» S. GERTRUDIS MAGNA, Virgo O. S. B., Legatus divinae pietatis: opus integre editum, Solesmensium O. S. B. Monachorum cura, Pictavii et Parisiis, 1875, lib. 3, cap. 78.



34 «E' voce di un predicatore cristiano sollevare i cuori caduti con questa parola: Levati sù, e mangia di questo sacratissimo pane....: come, per lo contrario, è voce del demonio sviare i Cristiani dalla frequenza di questo divino mistero.» B. GIOVANNI AVILA, Trattati del SS. Sacramento dell' Eucaristia, trattato 19, Roma, 1608, pag. 422.- «Si trovano uomini, i quali, senza vedere la coscienza di coloro che s' accostano alla comunione, giudicano e dicono che è male, e lo mormorano: questi tali tengono l' officio del demonio, poichè abborriscono e disturbano le opere di Dio.»



35 Per ben comprendere la mente ed il merito di S. Alfonso, in quanto dice qui ed altrove circa le disposizioni richieste per la comunione frequente e quotidiana, vedi Appendice, 13.



36 «Circa usum huius sacramenti, duo possunt considerari. Unum quidem ex parte ipsius sacramenti, cuius virtus est hominibus salutaris. Et ideo utile est quotidie ipsum suscipere, ut homo quotidie eius fructum percipiat... Alio modo potest considerari ex parte sumentis, in quo requiritur quod cum magna devotione et reverentia ad hoc sacramentum accedat. Et ideo, si aliquis se quotidie ad hoc paratum inveniat, laudabile est quod quotidie sumat.... Sed quia multoties in pluribus hominum multa impedimenta huius devotionis occurrunt, propter corporis indispositionem vel animae, non est utile omnibus hominibus quotidie ad hoc sacramentum accedere, sed quotiescumque se homo ad illud paratum invenerit.» S. THOMAS, Sum. Theol., III, qu. 80, a 10, c.



37 Vedi sopra le note 25 e 26, e l' Appendice, 12.



38 «Pour communier tous les huit jours, il est requis de n' avoir ni péché mortel ni aucune affection au péché véniel, et d' avoir un grand désir de se communier; mais pour communier tous les jours, il faut, outre cela, avoir surmonté la plupart des mauvaises inclinations, et que ce soit par avis du père spirituel.» S. FRANÇOIS DE SALES, Introduction à la Vie dévote, partie 2, ch. 20. Œuvres, III, 129, 130.



39 «In hac vita, quae tota tentatio est, etiam in sublimissimis sanctis, non apprehenditur illa perfectio cui non supersit ascensio.» S. PROSPER Aquitanus, Liber sententiarum ex operibus S. Augustini delibatarum, sententia 102.- «Dum praesentis vitae cursus agitur, etiam si valde proficiat cuius exterior homo corrumpitur et interior renovatur, necesse est tamen ut, dum conditioni subiacet mortis, labores toleret vetustatis. (Aug. in Ps. 38, nn. 8 et 9).» Ibid., sententia 103. ML 51-441.



40 «Si aliquis experimentaliter cognosceret ex quotidiana sumptione fervorem amoris augeri et reverentiam non minui, talis deberet quotidie communicare.» S. THOMAS, In IV Sent., dist. 12, qu. 3, art. 1, ad secundam quaestionem dicendum.



41 «Multiplices... sunt conscientiarum recessus, variae ob negotia spiritus alienationes, multae e contra gratiae et Dei dona parvulis concessa: quae cum humanis oculis scrutari non possimus, nihil certi de cuiusque dignitate atque integritate, et consequenter de frequentiore aut quotidiano vitalis panis esu, potest constitui. Et propterea, quod megotiatores ipsos attinet, frequens ad sacram alimoniam percipiendam accessus, confessariorum secreta cordis explorantium iudicio est relinquendus, qui ex conscientiarum puritate, e frequentiae fructu, et ad pietatem processu, laicis negotiatoribus et coniugatis, quod prospicient eorum saluti profuturum, id illis praescribere debebunt.» S. CONGREGATIONIS CONCILII decretum, 12 febr. 1679.



42 «Si vellet apud te hospitium habere aliuqis senator, non dico senator, procurator alicuius magni secundum saeculum, et diceret: «Offendit me quiddam in domo tua:» etsi amares hoc, auferres tamen ne eum offenderes, ad cuius amicitiam ambires. Et quid tibi prodest hominis amicitia?.... Securus opta amicitiam Christi: hospitari apud te vult, fac illi locum. Quid est: fac illi locum? Noli amare teipsum, illum ama. Si te amaveris, claudis contra illum; si ipsum amaveris, aperis illi: si autem aperueris et intraverit, non peries amando te, sed inveneris cum amante te.» S. AUGUSTINUS, Enarratio in Ps. 131, n. 6. ML 37-1718, 1719.



43 «Alio quoque die Parasceve (nota marginalis: Communio in die Parasceve olim usitata), dum communicatura oraret Dominum ut se digne praepararet....(ait): «Et quali dignitate obviabo tibi, cum tam largifluus dignaris venire ad me?» Respondit Dominus: «Nihil ailud requiro a te, quam ut evacuata venias ad recipiendum; quia omne quod placeret mihi in e, hoc per donum meum totum accipies.» Hinc intellexit quod evacuatio illa fuit humilitas, qua se reputavit omnino nihil habere de meritis; in nullo etiam aliquid posse, nisi gratuito dono Dei; et insuper omne quod facere potest, pro nihilo reputare.» S. GERTRUDIS MAGNA, Legatus divinae pietatis. Pictavii et Parisiis, 1875, lib. 4, cap. 26.



44 «Principio docet Sancta Synodus, et aperte ac simpliciter profitetur, in almo Sanctae Eucharistiae Sacramento, post panis et vini consecrationem, Dominum nostrum Iesum Christum, verum Deum atque hominem, vere, realiter, ac substantialiter sub specie illarum rerum contineri.» CONCILIUM TRIDENTINUM, Sessio 13, Decretum de SS. Eucharistiae Sacramento, cap. 1.- Cf. ibid., Canon 1.



45 Il fatto viene riferito a quel modo da Giovanni VILLANI, (Croniche, lib. 6, cap. 64, al. 66), il quale visse nel principio del secolo XIV, non posteriore di molto alla morte di S. Luigi (1270). Segue il Villani lo Spondano (Henricus SPONDANIUS, Annalium Baronii continuatio, a. 1257, n. 9). Così il Villani: «Nei detti tempi, regnando in Francia il buono re Luis, avvenne uno grande miracolo del corpo di Cristo; che celebrando uno prete il sacramento in una cappella di Parigi presso alla sala del re, come piacque a Dio, apparve in sulle mani del prete alla vista delle genti, in luogo dell' Ostia sacra, uno piccolo fanciullo molto bello e grazioso, il quale veduto da molti, pregaro il prete il sostenesse infino ch eal re Luis fosse fatto assapere, e che 'l venisse a vedere.... E essendo ciò detto al re Luis, e ch' egli v' andasse a vederlo, rispuose: «Vadalo a vedere chi nol crede, ch' io il veggio tuttavia nel mio cuore.» Per la quale risposta fu commendato molto il re di grandissimo senno e di cattolica fede.» Più sicura è la testimonianza di JOINVILLE, (Vita S. Ludovici, pars 1, cap. 2, n. 18: inter Acta Sanctorum Bollandiana, die 25 augusti), il quale riferisce il fatto- tolta la circostanza della forma di bambino- come succeduto, non già a S. Luigi, ma al celebre Conte di Montfort (conduttore della crociata contro gli Albigesi), e come raccontato a lui stesso (Joinville) dal santo re. Dice il Joinville, l. c.: «Rex sanctus mihi retulit, quod aliquando in tractu Albigensi incolae regionis venerint ad comitem Montfortium, qui tunc Albigensium terram pro rege custodiebat, eique dixerint ut veniret visurus Domini nostri Corpus, factum in sacerdotis manibus carne et sanguine conspicuum; quod vehementer admirabantur. Comes autem iis dixit: «Vos illuc itote, qui de eo estis dubii. Quantum enim  ad me, perfecte ac sine dubitatione credo sacrosanctum altaris sacramentum, uti mater nostra sancta Ecclesia id nobis testatur et docet. Quare spero huius fidei coronam me in caelo habiturum maiorem angeli, qui eum facie ad faciem nituentur, adeoque credunt necessario.»



46 «Avendo io chiesto questa mattina al Signore dopo la santa Messa, che degnasse di suggerirmi quale affetto dopo la comunione fosse più conveniente e più proprio da esercitare per dargli gusto,... mi parve che sopra tutti debba essere l' affetto dello stupore... Dio a me? Dio con me? Dio in me? Che posso io fare pensando a ciò, se non solo restare attonito, restar morto, restare assorto da un infinito stupore?» Giuseppe MASSEI, Breve ragguaglio della vita del P. Paolo Segneri, n. 53.



47 Matth. VIII, 8.



48 «Votre grande intention en la communion doit être de vous avancer, fortifier et consoler en l' amour de Dieu; car vous devez recevoir pour l' amour ce que le seul amour vous fait donner.» S. FRANÇOIS DE SALES, Introduction à la vie dévote, partie 2, ch. 21. Œuvres, III, 121. Annecy, 1893.



49 «Ponendo una volta il segno per comunicarsi, disse al Signore: «Scrivi, o dolcissimo Signore, il nome mio nel tuo cuore, e segna parimente nel mio cuore il tuo mellifluo nome per una continua memoria di te.» A cui disse il Signore: «Mentre ti vuoi comunicare, ricevimi con tale intenzione, come se tu avessi ogni desiderio, ogni amore, col qual giammai alcuno umano cuore in me si accresce; e così in quello altissimo amore, con cui possibil sia che il cuor umano ami, accostati a me. Ed io quell' amore riceverò in te, non in quanto che in te sia, ma come s' egli fosse tale e tanto, quanto tu volevi che fosse.» Libro della spiritual grazia, delle rivelazioni e visioni della B. METILDE, diviso in V libri, raccolto dal R. P. F. Gio. Lanspergio, Monaco della Certosa - Venezia, 1750. Lib. 3, cap. 23, pag. 86.



50 «Finita la Messa, si starà da sè una mezz' ora, o un' ora intiera, rendendo grazie al Signore... supplicandolo di qualche grazia, essendo solito a farne tante.» B. GIOVANNI AVILA, Lettere spirituali, Roma, 1669, parte 1, Lettera 8, ad un sacerdote, pag. 52.- «E' usanza di lui pagar bene gli ospiti suoi... Ricevi questo Signore, e rimantene per suo, e sperimenterai quanto egli sappia ben coltivare la sua possessione, e con quanta cura pasce le sue pecorelle.» Trattati del SS. Sacramento, Roma, 1608, trattato 25, pag. 503, 507.



51 «Diceva (alle sue novizie).... che il più opportuno tempo ad avanzarsi nella perfezione della vita spirituale è quello dopo la comunione, non volendo perciò che le sue novizie così presto andassero agli esercizi comuni, dopo che s' erano comunicate.» PUCCINI, Vita, 1611, parte 1, cap. 65.- «Soggiungeva parimente: «Se desiderate, o figliuole, di pervenire in breve a gran perfezione, prendete per vostro maestro il Crocifisso; tenete attente l' orecchie alle sue parole; perchè del continuo vi parla al cuore, e particolarmente in quell' ora quando avete ricevuto il Santissimo Sacramento.» Op. cit., l. c.- «Diceva che quello (il tempo dopo la comunione) era il tempo più prezioso che abbiamo in questa vita, e più opportuno per trattare con Dio e dargli luogo per purificare, illuminare e santificare l' anime nostre: e che però si doveva spendere in affetti amorosi, in lode, ringraziamenti, ed offerte di se stesso a Dio: e che non si può trovare mezzo più efficace per perfezionare un' anima, quanto il consumare questo tempo dopo la comunione in questi santi esercizi: perchè chi impara da Gesù, diceva ella, non ha bisogno d' altri libri o ammaestramenti.» PUCCINI, Vita, Venezia, 1671, cap. 94, pag. 155, 156.



52 «Estaos vos con el de buena gana; no perdàis tan buena sazòn de negociar, como es el hora (la hora) después de haber comulgado. Si la obediencia os mandare, hermanas, otra cosa, procurà dejar el alma con el Señor.» S. TERESA, Camino de perfecciòn, cap. 34, Obras, III, 165.- «Pues si cuando andaba en el mundo, de sòlo tocar sus ropas sanaba los enfermos, ¿qué hay que dudar que harà milaglos estando tan dentro de mi, si tenemos fe, y nos darà lo que le pidiéremos, pues està ea nuestra casa? Y no suele Su Majestad pagar mal la posada, si le hacen buen hospedaje.» Op. cit., l. c., 164.



53 Sembra che S. Alfonso alluda alle parole della Santa Madre, da noi riferite nella precedente nota: «Pues si cuando andaba...» In quanto alla visione di Gesù come in trono di grazie, non sappiamo nulla; a meno che il santo Dottor non abbia interpretato com trono di Gesù Sacramentato, quel primo dei due troni che la Santa Madre Teresa vide (Libro de la Vida, cap. 39: Obras, I, 355) mentre entrava in chiesa, dove andava per comunicarsi, spinta da desiderio ardentissimo.



54 «Intelligo, in tota hac materia, per tempus sumptionis Eucharistiae, non illam solum morulam qua deglutitur, sed cum consequente temporis spatio quo Christi corpus sacramentaliter in sumente perseverat.» CAIETANUS, Sum. Theol. D. Thomae. III, qu. 79, a. 1. Commentaria, II. Fra tutto quel tempo possono prodursi certi effetti dell' Eucaristia. E' sentenza dell' illustre teologo che per gli effetti, o almeno per alcuni effetti, dell' Eucaristia, si richiede la divozione attuale, ma che l' anima viene efficacemente inclinata a questa divozione dalla stessa recezione dell' Eucaristia, giacchè (ibid., IX) «Eucharistia sacramentaliter sumpta... pro primo contactu animae habet excitationem caritatis.... Ex parte vero animae, primus contactus est ipsa manducatio actualis, quae est actus caritatis; et magnam latitudinem habet, iuxta latitudinem actum caritatis et graduum illorum.» Quindi, grande facilità, in qualche modo necessità (ad effectus Eucharistiae), e somma utilità ed efficacia degli atti che vengono prodotti, mentre dura, colla presenza sacramentale di Cristo in noi, la refezione spirituale.- Franc. SUAREZ, De Sacramentis, pars 1, disputatio 63, sectio 7, 3°: «Si eo tempore quo Christus est realiter praesens intra hominem, ipse homo sese magis ac magis disponat, valde probabile est augeri in illo sacramentalem gratiae effectum.» I. B. GONET, O. P., Manuale Thomistarum, pars 3, tractatus 4, cap. 9, v. Quaeres secundo: «Respondeo valde probabile esse quod, si eo tempore quo species sacramentales remanent in stomacho, homo novos ac ferventiores.... virtutum actus eliciat, quibus magis et magis se disponat, recipiet gratiam ex opere operato maiorem ea quam ab initio recepit.»- Gregorius de VALENTIA, S. I., Commentariorum theologicorum tomus 4, disp. 6, qu. 7, punet, 1: «Quod autem post sumptionem et comestionem, toto tempore quo incorruptum manet (sacramentum hoc), possit, saltem per accidens, habere effectum, si homo quidem tunc disponatur, puto esse valde probabile.»- Ioan. de LUGO, S. I., Disputationes scholasticae et morales. De Sacramento Eucharistiae, disp. 12, sect. 2, n. 46: «(Haec sententia) licet olim male audierit, iam tamen communiter recipitur, et est magis probabilis et pia.»



55 «Avari enim me fecerunt avarum, duri me sibi reddunt asperum, non quod sim avarus et asper, sed in se talem merentur experiri effectum.» IUNCTA BEVEGNATIS, O. M., Vita, Siena, 1897, cap. 4, n. 20. Inter Acta Sanctorum Bollandiana, cap. 4, n. 79.- Però, in quel luogo, non si parla della comunione.



56 «Quamlibet hebdomadem ita partiebatur, ut tres primores eius ferias... agendis tribus Personis SS. Trinitatis sigillatim, pro tam eximio....beneficio, gratiis consecraret; tres item posteriores.... iisdem Personis seorsim singulis orandis impendebat, ut facultatem sibi praestarent, ita ut oporteret, proximo consequenti die Dominico, caelestis convivii ineundi.» CEPARIUS, Vita, lib. 2, cap. 2, n. 135: inter Acta Sanctorum Bollandiana, die 21 iunii.



57 S. AMBROSIUS, De Sacramentis, lib. 6, cap. 4, n. 25. ML 16-452.



58 Non ci è stato possibile conoscere chi sia la santa domenicana a cui qui allude S. Alfonso.



59 «Nec tamen ex eo debemus nos a Dominica communione suspendere, quia nos agnoscimus peccatores: sed ad eam magis ac magis est et propter animae medicinam et purificationem spiritus, avide festinandum: verumtamen ea humilitate mentis ac fide, ut indignos nos perceptione tantae gratiae iudicantes, remedia potius nostris vulneribus expetamus.... Multo enim iustis est ut cum hac cordis humilitate, qua credimus et fatemur illa sacrosancta mysteria numquam pro merito nos posse contingere, singulis ea dominicis diebus ob remedium nostrarum aegritudinum praesumamus, quam ut vana persuasione cordis elati, vel post annum dignos eorum participio (id est: participatione) nos esse credamus.» IO. CASSIANUS, Collatio 23, cap. 21. ML 49-1278, 1279, 1280.



60 «Reverentia huius sacramenti habet timorem amori coniunctum: unde timor reverentiae ad Deum dicitur timor filialis... Ex amore enim provocatur desiderium sumendi; ex timore autem consurgit humilitas reverendi. Et ideo utrumque pertinet ad reverentiam huius sacramenti, et quod quotidie sumatur, et quod aliquando abstineatur... Amor tamen et spes, ad quae semper Scriptura nos provocat, praeferuntur timori; unde et, cum Petrus dixisset: Exi a me, Domine, quia peccator homo ego sum, respondit Iesus: Noli timere.» S. THOMAS, Sum. Theol., III, qu. 80, a. 10, ad 3.



61  «Si quotiescumque effunditur sanguis, in remissionem peccatorum funditur; debeo illum semper accipere, ut semper mihi peccata dimittantur. Qui semper pecco, semper debeo habere medicinam.» S. AMBROSIUS, De Sacramentis, lib. 4, cap. 6, n. 28. ML 16-446.



62 Le ediz. Remondiniane e le prime napoletane hanno: non acciocchè si rizzino; quella di Napoli del 1768 (Di Domenico) ha erroneamente: acciocchè non si rizzino. Abbiamo seguito il testo dell' ediz. napolet. del 1781.



63 «Hoc xenodochium quoddam regale est institutum... ut sit universale refugium omnium infirmorum... Quia infirmus sum, si sanitatem desidero, magis contringor et impellor illuc accedere: quoniam si infirmus sum, illic me curabunt.» LUDOVICUS GRANATENSIS, O. P. Memoriale vitae christianae, lib. 3: De modo praeparandi sese ad sacram communionem, cap. 4 (versus mediam).



64 Nelle ediz. napoletane precedenti il 1768 e nelle Remondiniane si legge: basta che abbiate il fervore nella volontà, cioè....



65 «Contemplabatur (Maria) tales qui nolunt accedere, nisi sint actualiter devoti et fervidi, similiter agere, quasi frigidus nolit ad ignem proximare, nisi prius calidus sit; nec sordidus, nisi sanus.» Io. GERSONIUS, Collectorium super Magnificat, tractatus 9, de Eucharistia, super illud: Esurientes implevit bonis, partitio 3. Opera, Antwerpiae, 1706, IV, col. 422.- «Frigidus sum, dicis, aut tepidus. Saepe suscipit initium celebrationis hominem parum devotum et frigidam, quem in fine calescentem dimittit et fervidum. Corpus Christi ignis est spiritualis, accede fiducialiter ad hunc ignem, calesces facilius.» IDEM, Tractatus de praeparatione ad Missam. Consideratio 4, Opera, Antwerpiae 1706, III, col. 327.



66 «Non debet a sancto Domini convivio repelli indevotus iuste vivens, virtuose conversans, humiliter se agnoscens, pure confitens, et reverenter accedens. Talis quippe insensibiliter ac spiritualiter hoc sacramento nutritur et vivit.» S. LAURENTIUS IUSTINIANUS, De disciplina et perfectione monasticae conversationis, cap. 19. Opera, Lugduni, 1628, pag. 123, col. 1.



67 «Et licet quandoque tepide, tamen confidens de misericordia Dei fiducialiter accedat: quia, si se indignum reputat, cogitet quod tanto magis aeger necesse habet requirere medicum, quanto magis senserit se aegrotum.» De profectu religiosorum, Lib. 2, cap. 77. Inter Opera S. Bonaventurae, VII, Lugduni, 1668. L' autore è il B. DAVIDE D' AUSBURGO, O. M. Cf. Opera S. Bonaventurae, VIII, ad Claras Aquas, pag. XCV, col. 2.



68 Vedi sopra, nota 34, pag. 242.



69 «Si les mondains vous demandent pourquoi vous communiez si souvent, dites-leur.... que deux sortes de gns doivent souvent communier: les parfaits, parce qu' étant bien disposés, ils auraient grand tort de ne point s' approcher de la source et fontaine de perfection, et les imparfaits, afin de pouvoir justement prétendre à la perfection; les forts afin qu' ils ne deviennent faibles, et les faibles afin qu' ils deviennent forts; les malades afin d' être guéris, les sains afin qu' ils ne tombent en maladie; et que pour vous, comme imparfaite, faibla et malade, vous avez besoin de souvent communiquer avec votre perfection, votre force et votre médecin.» S. FRANÇOIS DE SALES, Introduction à la vie dévote, partie 2, ch. 21. Œuvres, III, pag. 121, 122.



70 «Communiez souvent, Philothée, et le plus souvent que vous pourrez, avec l' avis de votre père spirituel; et croyez-moi, les lièvres deviennent blancs parmi nos montagnes en hiver, parce qu' ils ne voient ni mangent que la neige; et à force d' adorer et manger la beauté, la bonté et la pureté même en ce divin Sacrement, vous deviendrez toute belle, toute bonne et toute pure.» Méme ouvrage, l. c. Œuvres, III, p. 122.



71 «Un giorno, stava per comunicarsi santa Francesca Romana; un demonio le suggerì: «Come mai tu, creatura meschina, che sei carica di tanti peccati veniali e commetti tante imperfezioni, ardirai di ricever l' Agnello immacolato?» La Santa gli sputò in faccia: le comparve la Santissima Vergine, e le disse: «Hai fatto bene,» perchè i peccati veniali e le imperfezioni, non devono essere d' impedimento per accostarvi frequentemente alla comunione, anzi devono spronarvi ad essa, perchè nella comunione troverete il rimedio per le vostre miserie.» S. LEONARDO DA PORTO MAURIZIO, Manuale sacro, parte 2, § 5, Roma, 1734, p. 54.- Il fatto viene narrato a questo modo dal MATTIOTTI, confessore della Santa, Vita, inter Acta Sanctorum Bollandiana, (die 9 martii), lib. 3, cap. 2, n. 19: «Quodam alio tempore, postquam ista Deo devota in dicta capella recepit sanctissimum Sacramentum, more solito rapta fuit in extasim, in qua vidit visiones beatificas: a quibus separata, in suis reversa fuit naturalibus. Et quidam malignus spiritus ad eam accessit, imputando ei quod se communicaverat in peccato mortali. Ipsa vero viriliter et animose exsistens genuflexa respondit eidem: «Quare venis, ut mihi des impedimentum? Tu mentiris, sicut solitus es.» Deinde adiecit ter: «O Domine, salvam me fac.» Deinde dixit: «Ego confitebor, sed tu non dicis verum.» Ex quo praedictus malignus hostis, qui venerat in sua forma horribili.... confusus, miser et tristis recessit.» Altri biografi raccontano il fatto allo stesso modo. Si legge pure che, qualche altra volta, la Santa abbia sputato in faccia al demonio: che, dopo respinti insulti diabolici, sia stata rimunerata da Dio con mirabili visioni; che abbia avuto molte apparizioni della Madonna, la quale più volte le mise nelle braccia il suo divin Pargoletto: ma niente di tutto ciò in questa circostanza.- Un incoraggiamento di Maria SS. a disprezzare gli scrupoli nel comunicarsi, lo ebbe S. Metilde: «Stando un giorno dopo Matutino in orazione, cominciò a dubitare se, la sera innanzi, ella aveva detto, o no, Compieta della Madonna. Laonde perciò contristata confessava a Dio la sua negligenza; e subitamente disse Compieta. Dopo questo, disse cinque Ave Maria, le quali era solita dire avanti che ella ricevesse il Corpo di Gesù Cristo..... Vide allora la Beata Vergine che le stava dinanzi, e sentì ch' ella con abbracciamenti la stringeva. Ma essa cominciò ad accusarsi e lamentare della sua negligenza; addimandando se aveva detto la sera Compieta. A cui disse la Beata Vergine: «Quando non sai d' averla detta, così è dinanzi al mio Figliuolo come se nullo difetto fosse.» Libro della spiritual grazia, delle rivelazioni e visioni della B. METILDE, vergine, raccolto dal R. P. F. Gio. Lanspergio, Certosino, lib. 1, cap. 59. Venezia, 1710, pag. 55.



72 «Remitti vero Eucharistia et condonari leviora peccata, quae venialia dici solent, non est quod dubitari debent.» Catechismus Romanus, pars 2, cap. 4, n. 51.



73 «In hoc sacramento duo possunt considerari: scilicet ipsum sacramentum et res sacramenti. Et ex utroque apparet quod hoc sacramentum habet virtutem ad remissionem venialium peccatorum. Nam hoc sacramentum sumitur sub specie cibi nutrientis (ad restaurandum id quod in nobis quotidie deperditur per peccata venialia quae diminuunt fervorem caritatis)... Res autem huius sacramenti est caritas, non solum quantum ad habitum, sed etiam quantum ad actum, qui excitatur in hoc sacramento: per quod peccata venialia solvuntur.... Peccata venialia.... caritati... contrariantur... quantum ad fervorem actus, qui excitatur per hoc sacramentum. Ratione cuius peccata venialia tolluntur.» S. THOMAS, Sum. Theol., III, qu. 79, a. 4, c. et ad 1.



74 «Ogni esercizio che ella faceva, ancorchè faticoso, le era preparazione alla comunione. Anzi negli stessi esercizi fu talvolta rapita in estasi, e così estatica andava a comunicarsi. Il che intervenne in particolare una volta che ella faceva il pane: nel qual mentre sonando il cenno della comunione, ella sbracciata, e con due pani di pasta in mano senza accorgersene, andò a comunicarsi.» PUCCINI, Vita, 1671, cap. 92.



75 «Quando vedeva alcune che per pusillanimità e per soverchio timore di non sapersi preparare a ricevere questo SS. Sacramento, s' astenevano da quello, dava loro animo, e diceva: «Offerite a Dio per preparazione tutte le azioni che fate, e fatele con intenzione di piacere a Sua Divina Maestà, e andate con purità di cuore, e con umiltà, in memoria della sua Passione, come egli ci ordinò.» La stessa Opera, cap. 94.



76 «Ella aveva preso per costume di dire: «Padre, io ho fame; date per l' amor di Dio  il cibo all' anima mia.» B. RAIMONDO DA CAPUA, Vita, parte 2, cap. 12, n. 4.- «Ella, voltandosi a me, disse: «Oh! se sapeste, o Padre, quanto ho io fame!» Ed io intendendolo dissi: «E' già quasi passata l' ora di celebrare, ed io son così stanco, ch' appena potrei dispormi a celebrare.» Ciò inteso, ella per un poco si tacque, ma dopo un breve spazio di tempo, non potendo celare il suo desiderio, di nuovo disse d' avere una gran fame. per la qual cosa io volli compiacerle... Celebrai la Messa, ed avendo consagrato una piccola ostia per la sua comunione, dipoichè lo aveva già preso il Sagramento... sol colla mente dissi: «Vieni, o Signore, alla sposa tua.» Nè io so in qual modo pensassi a queste cose, ma subito che io ebbi formato un tal pensiero, l' Ostia sagra, prima ch' io la toccassi, per se stessa si mosse e venne verso di me.» Ibid., Op. cit., l. c., n. 6.



77 «Si no es por nuestra culpa, no moriremos de hambre, que de todas cuantas maneras quisiere comer el alma, hallarà en el Santisimo Sacramento sabor y consolaciòn. No hay necesidad, ni trabajo ni persecuciòn que no sea fàcil de pasar si comenzamos a gustar de los suyos.» S. TERESA, Camino de perfecciòn, cap. 34. Obras, III, 162.- Dopo averci descritto le sue angoscie e tentazioni e l' intimo martirio dell' anima sua, la Santa Madre soggiunge: «Algunas veces, y casi ordinario, almenos lo màs contino, en acabando de comulgar descansaba, y aun algunas, en llegando a el Sacramento, luego a la hora quedaba tan buena, alma y cuerpo, que yo me espanto.» Libro de la Vida, cap. 30. Obras, I, 244.



78 «Vidde (nell' anno 1589) l' anima d' una monaca del suo monastero defunta, coperta d' un ammanto di fuoco, e di sotto vestita d' una candida veste; la quale stava adorando il SS. Sagramento... Intese che quella veste le era stata conceduta da Dio in premio della verginità....; l' ammanto di fuoco.... l' era dato in pena d' alcuni suoi difetti; e lo stare con detto ammanto avanti al SS. Sagramento, l' era dato in pena dell' avere più volte in vita sua tralasciato per negligenza la santa comunione; ed intese che per questa negligenza doveva stare ogni giorno per un' ora in detto modo avanti il SS. Sagramento... Non molto tempo dopo, la vidde andare gloriosa agli eterni riposi.» PUCCINI, Vita, 1671, cap. 64.



79 «Quando sapeva che alcuna avesse lasciato di comunicarsi di propria volontà.... andava a trovare quella tale... e diceva: «Voi non sapete, sorella, di quanto bene vi siate privata: oh! quanto bene avete perduto questa mattina!» PUCCINI, Vita, 1671, cap. 94.- «Mentre che vedeva esser (la mensa eucaristica) frequentata freddamente e con poca diligenza, restava sopraffatta da gran cordoglio, e diceva: «Io son pur certa che una comunione fatta  con vero spirito e sentimento, è atta a far che l' anima venga a gran perfezione di vita.» Altra volta chiamava a sè qualche sorella, e con molti sospiri e lagrime diceva: «Preghiamo il Signore, o sorella, che ci conceda lume a non esser tanto agghiacciate e fredde nel servizio suo, e particolarmente nel frequentare il cibo di vita.» Op. cit., l. c.



80 «Io vorrei anzi morire, che mancare una sol volta alla comunione, se l' ubbidienza non contradice.» PUCCINI, Vita, Venezia, 1671, in fine: Detti e sentenze, § 1, n. 32.



81 «Sicut... perfectum contra imperfectum dividitur, ita sacramentalis manducatio, per quam sumitur solum sacramentum sine effectu ipsius, dividitur contra spiritualem manducationem per quam aliquis percipit effectum huius sacramenti, quo spiritualiter homo Christo coniungitur per fidem et caritatem... Sacramentalis manducatio quae pertingit ad spiritualem, non dividitur contra spiritualem, sed includitur ab ea... Effectus sacramenti potest ab aliquo percipi, si sacramentum habeatur in voto, quamvis non habeatur in re. Et ideo, sicut aliqui baptizantur baptismo flaminis... ita etiam aliqui manducant spiritualiter hoc sacramentum antequam sacramentaliter sumant.» S. THOMAS, Sum. Theol., III, qu. 80, c., ad 2, ad 3.



82 «Quoad usum (admirabilis huius sacramenti), recte et sapienter patres nostri tres rationes hoc sanctum sacramentum accipiendi distinxerunt. Quosdam enim docuerunt sacramentaliter dumtaxat id sumere, ut peccatores. Alios tantum spiritualiter, illos nimirum qui voto propositum illum caelestem panem edentes, fide viva quae per dilectionem operatur, fructum eius et utilitatem sentiunt. Tertios porro sacramentaliter simul et spiritualite.» CONCILIUM TRIDENTINUM, Sessio 13, Decretum de SS. Eucharistiae Sacramento, cap. 8.- L' esortazione che segue, nel medesimo capitolo, manifestamente riguarda anche la comunione spirituale.



83 «Comunicavasi ella quasi ogni giorno, perchè, affermata di questo divin cibo, non avrebbe potuto vivere, se ne fosse stata molto tempo digiuna... Supplicò un giorno il suo Sposo che le manifestasse se gli eran grate le sue così frequenti comunioni; ed egli... apparendole le fè vedere due vasi, uno di oro, l' altro di argento.... «In questo d' oro, disse, conservo le tue comunioni che fai sagramentalmente; in quest' altro di argento, quelle che fai spiritualmente,» perchè.... si comunicava spiritualmente molte volte il giorno.... «e le conservo per il giorno del giudizio.» Domenico MARCHESE, O. P., Vita... di Suor Paola di S. Teresa (già Vittoria Maresca), Sagro Diario Domenicano, I, Napoli, 1668, pag. 77, 7 gennaio.



84 «Procurava di congiungersi col Santissimo Sacramento quelle più volte ch' ella potea; e quando non l' era concesso così spesso, in ispirito si comunicava: che... una comunione spirituale continua la vita sua chiamar si potea... Stando ella un giorno in... estasi... rapita, il Signore le disse che molto care teneva quelle comunioni spirituali.... Molte volte dir soleva: «O Signore mio, che dolcezza è questa! che facil modo- quando in altro non si possa- di comunicarsi!... Che frequenti dolcezze ricevo così dalla Maestà vostra, e vengo da voi in vita sostentata, io misera peccatrice indegna di sì alto dono... Che misericordia è questa, mio dolce Gesù, che con una indegna e miserabile schiava, opra così vostra divina Maestà!» Bartolomeo CIMARELLI, O. M., Croniche dell' Ordine dei FF. MM., parte 4, col. 1, lib. 2, cap. 7, pag. 135. Venezia, 1621.- Non abbiamo potuto finora rinvenire la Vita di questa Beata (Terziaria, + 1534), scritta da Pietro Navarro. Principale fonte della sua storia è un libro, in 28 capitoli con 160 fogli in 4°, scritto «per una monaca, discepola della B. Giovanna, chiamata Suor Maria Evangelista.» Op. cit., pag. 204.- «La B. Giovanna della Croce dice che ogni volta ch' ella si comunicava in questa maniera (spiritualmente), il Signore le dava l' istesse grazie, come se si fosse comunicata sagramentalmente. «O la bella maniera di comunicarsi- aggiungeva essa- senza parlare al confessore, senza domandar licenza, senza parlare ad altro che a voi, o Dio mio: tutto è fatto.» Paolo de BARRY, Solitudine di Filagia, giorno 10, meditazione 2. Milano (senza data), p. 338.



85 «Fuit vir quidam plebeus laborator, simpliciamus mundo, sed Deo... prudentior; in civitate Nurembergensi... meo tempore civis... Filius confessionis hic exstitit praedecessoris mei in prioratu Nurembergensi, fratris Eberhardi videlicet, viri, ut adiacens mihi testari potest, patris fide digni valde: huius enim relatione didici quae sequuntur. Hic igitur simplicanus.... non mendicus fuit, sed rebus vivebat secundum saeculorum mediocriter;» ma, essendo molto divoto, «de labore et rebus propriis pauperibus erogabat largiter,» faceva ogni tanto de' lunghi pellegrinaggi di penitenza, e meditava assiduamente la Passione di Nostro Signore. Crescendo l' amor divino nel suo cuore, vi crebbe pure continuamente il desiderio di comunicarsi «aliquoties in anno». Ma era uso- a Norimberga - che le donne si accostassero ai sacramenti più spesso che gli uomini, e ne ottenevano più facilmente il permesso dai parroci. Per non comparir singolare, quel servo di Dio, temeva di domandare «crebrius contra morem» «sacramentum quod cordis aestu affectabat.» «Excogitabat tandem divino nutu modum aliquem quo mediante acquireret per aequipollentiam quod sumere nequibat per Sacramenti praesentiam.» Sapendo che Dio «voluntatem bonam pro facto acceptat» qualora l' opera esterna non venga omessa per negligenza, fece tutto quello che dipendeva da lui per prepararsi alla comunione, specialmente quando non c' era speranza di ottenerla dal parroco. Si confessava; la vigilia della desiderata comunione, prendeva un cibo più scarso, «vice ieiunii»; si eccitava alla divozione con meditazioni, e si offriva a Dio «in ara cordis»; in tempo della Messa, e specialmente alla comunione del sacerdote, pregava con ardentissimo desiderio la divina clemenza «ut se tanti sacramenti participem efficeret, et bonam voluntatem pro facto acceptaret»; poi, per non ometter nulla di quel che fosse in suo potere, ed apriva la bocca. «El ecce mira res. Nam divino - ut pie credi potest- miraculo accidit, ut, quando ita se disposuit, illico linguae eius Hostiae consecratae quaedam particula adhaerere coepit devote, dulciter, et sensibiliter,» in modo che dovesse per forza, o rigettarla dalla bocca, od inghiottirla: e l' inghiottiva. Meravigliato, e in dubbio se fosse cosa reale e divina, un giorno, «certiorari volens, digitum ori imposuit, linguam tangere voluit, sed digito alba quaedam particula, ut visus ostendit, inhaesit sensibiliter, quam ori reimpositam sumpsit ut antea. Sed deinceps,» quantunque perseverasse nel medesimo tenor di vita, «per decursum suae vitae, numquam simile meruit percipere.» Ioannes NIDER, O. P. (+ 1438), Mymecia bonorum sive Formicarius (titolo ispirato dal Vade ad formicam, o piger, Prov. VI, 6), Duaci, 1602, lib. 1, cap. 1, pag. 12, 13.



86 «Ubi sacerdos Christi Corpus rite confecerit.... rogabitis etiam ipsum Christi Corpus ut, spiritali quadam communione sui, haud abnuat tectum animae vestrae succedere; quo communionis genere incitabitur in vobis avditas quaedam tanti mysterii, oblectantibus interim vos et proxime suscepti memoria, et spe denuo suscipiendi. Haec communionis quotidianae ratio erit veluti quaedam animi praeparatio longe efficax ad ipsum sacramentum Corporis Domini.» Relicta a FABRO monita Parmensi Caritatis sodalitati; anno 1540. Nic. ORLANDINUS, Historia Societatis Iesu, pars 1, lib. 2, n. 109.



87 Abbiamo detto altrove (Vol. I, pag. 100, nota 76), non essendovi, nel secondo o nel terzo Ordine di S. Domenico, alcuna Venerabile o Beata o Santa di questo nome, come ci venne assicurato e con documenti dimostrato dal cortesissimo Archivista Generale dell' Ordine- doversi forse legegre: B. Agata della Croce (1546-1623). Nella Introduzione alle Visite S. Alfonso loda appunto questa beata, dicendo «la B. Agata della Croce ne faceva (cioè: comunioni spirituali) duecento ogni giorno». Noi non abbiamo avuto sinora la fortuna di aver in mano la Vita della medesima, scritta da uno dei suoi confessori, Fr. Antonio dei Martiri, O. M., a cui rimanda anche l' Année Dominicaine, avril, pag. 563; Lyon. 1889.



88 «Est quaedam voluptas carnis, cui panis dulcis est ille caelestis.... Si animus non habet voluptates suas, unde dicitur: Filii autem hominum sub tegmine alarum tuarum sperabunt: inebriabuntur ab ubertate domus tuae, et torrente voluptatis tuae potabis eos: quoniam apud te est fons vitae, et in lumine tuo videbimus lumen (Ps. XXXV, 8-10)? Da amantem, et sentit quod dico. Da desiderantem, da esurientem, da in ista solitudine peregrinantem atque sitientem, et fontem aeternae patriae suspirantem: da talem, et scit quid dicam. Si autem frigido loquor, nescit quid loquor.» S. AUGUSTINUS, In Ioannem, tract. 26. n. 4. ML 35-1608.



89 Vedi sopra, nota 84.



90 Nella ediz. napolet. del 1768 e '81, mancano queste parole.



91 «O allegrezza e contento degli Angeli, che utilità avete che una vil creatura vi ami? Perchè stimolate il suo amore con nuove invenzioni? Come suole un innamorato, desideroso che si risponde alla sua affezione, cercaste con bocconi d' affatturare, per così dire, il mio amore, quando istituiste quell' amoroso Sacramento, nel quale ci lasciaste il vostro Sangue, desiderando che noi vi amassimo e ci unissimo con voi, siccome voi siete uno con vostro Padre: non volendo allontanarvi di luogo da noi, nemmeno dalla nostra sostanza.» Gio. Eus. NIEREMBERG, S. I., Dell' affezione ed amore che devono avere a Gesù le anime da lui redente, cap. 16. Opere spirituali, II, Venezia, 1715, pag. 288.



92 «Ninguna lengua criada puede declarar la grandeza del amor que Cristo tiene a su Esposa la Iglesia, y por consiguiente a cada una de las ànimas que estàn en gracia, porque cada una de ellas es tambièn esposa suya. Pues queriendo este Esposo dulcisimo partirse de esta vida, y ausentarse de su Esposa la Iglesia- porque esta ausencia no le fuese causa de olvido- dejòle por memorial este Santisimo Sacramento, en que se quedaba el mismo, no queriendo que entre El y ella huviese otra prenda que despertase su memoria, sino sòlo El.» S. PEDRO DE ALCANTARA, Tratado de la oraciòn, meditaciòn y devociòn, parte primiera, cap. 4, El Lunes.



93 «Queria también el Esposo, en esta ausencia tan larga, dejar a su Esposa compañia, porque no se quedase sola; y dejòle la de este Sacramento, donde se queda El mismo, que era la mejor compañia que le podia dejar.» La misma obra, l. c.



94 «Puedo tratar como con amigo, aunque es Señor; porque entiendo no es como los que acà tenemos por señores, que todo el señorio ponen en autoridades postizas. Ha de haber oras de hablar y señaladas personas que los habien; si es algun pobrecito que tiene algun negocio, màs rodeos y favores y trabajos le ha de costar tratarlo; u que si es con el Rey, aqui no hai tocar gente pobre y no caballerosa, sino preguntar quién son los màs privados, y a buen siguro, que no sean personas que tengan el mundo debajo de los pies; porque éstos hablan verdades que no temen ni deben; no son para palacio; que alli no se deben usar, sino callar lo que mal los prece; que aun pensarlo no deben osar por no ser desfavorecidos.- ¡Oh Rey de gloria y Señor de todos los reis, còmo no es vuestro reino armado de palillos, pues no tiene fin! Còmo no son menester terceros para Vos!.... Es imposible dejar de ver que sois gran Emperador en Vos mesmo, que espanta, Señor mio, mirar con ella vuestra humildad y el amor que mostràis a una como yo.- En todo se puede tratar y hablar con Vòs como quisièremos.» S. TERESA, Libro de la Vida, cap. 37. Obras, I, 323-324.



95 «Si os da pena no verle con los ojos corporales, mirà que no nos conviene.... Y viendo tan gran Majestad, ¿còmo osaria una pecadorcilla como yo, que tanto le ha ofendido, estar tan cerca de El? Debajo de aquel pan, està tratable; porque si el rey se distraza, no parece se nos daria nada de conversar sin tantos miramientos y respetos con El; parece està obligado a sufrirlo, pues se disfrazò. ¡Quien osara llegar con tanta tibieza, tan indinamente, con tantas imperfeciones! ¡Oh, còmo no sabemos lo que pedimos, y còmo lo mirò mijor su sabiduria!» Camino de perfecciòn, cap. 34. Obras, III, 164.- «Cuando yo me llegaba a comulgar, y me acordaba de aquella Majestad grandisima que habia visto, y miraba que era el que estaba en el Santisimo Sacramento, y muchas veces quiere el Señor que le vea en la Hostia, los cabellos se me espeluzaban y toda parecia me aniquilaba. ¡Oh Señor mio! Mas si no encubriPrades vuestra grandeza, ¿quién osara llegar tantas veces a juntar cosa tan sucia y miserable con tan gran Majestad? Bendito seàis, Señor. Alòbenos los àngeles y todas las criaturas, que ansi medis las cosas con nuestra flaqueza, para que, gozando de tan soberanas mercedes, no nos espante vuestro gran poder, de manera que aun no las osemos gozar como gente flaca y miserable.» Libro de la Vida, cap. 38. Obras, I, 337, 338.



96 «Dixit forte ei e familiaribus unus: Domine, utinam a Christianis urbs Hierusalem possideretur, ut paulatim eo commigrare liceret, sanctisque illis locis emori ubi Christus nostram operatus est salutem.» Audita re, solita animi pausa reposuit: «Nonne habes sacrosanctum Altaris Sacramentum? Eius dum venit mihi in mentem, quaecumque in terris sunt fastidio.» LUDOVICUS GRANATENSIS, O. P., Vita Magistri Ioannis Avillae, lib. 2, § Quam deditus Eucharistiae Sacramento fuerit. Opera, III, Coloniae Agrippinae, 1626, pag. 840, col. 1.



97 «Observatum est Malacae a sociis eum fere in sacrario, quasi alterum Samuelem, humi cubitare solitum; intempesta inde nocte in templum obrepere et ante... sacrosanctam Eucharistiam submissis genibus orare: cruribus autem defatigatis, super arae gradus proiectum aut manibus innixum, perseverare in negotio, donec aut somni necessitas aut aurorae lux superveniret»TURSELLINUS, Vita, lib. 6, cap. 5.



98 «De la paroisse de Saint-Pierre-des-Machabées, (Règis) passa à celle le Saint-Bonnet-le Froid, que l' on appelle ainsi à cause du froid excessif qui s' y fait sentir. Le curé, s' étant aperçu que Régis sortait secrètement toutes les nuits de sa chambre, eut un jour la curiosité de savoir où il allait et ce qu' il faisait... Il le trouva devant la prote (de l' église), à genoux, les mains jointes et la tête nue, malgré une bise violente qui soufflait... Le voyant déterminé à continuer ses entretiens avec Dieu, il lui donna la clef de l' église... Régis continua de passer toutes les nuits dans l' église, malgré la rigueur du froid qui fut intolérable cette année-là.- L' hiver étant venu, il reprit ses missions de la campagne. Il choisit d' abord le bourg de Monregard... Il n' y put arriver que fort tard et de nuit... Il alla... droit à l' église, qu' il trouva fermée, et se mit à genoux à la porte... Des payans... l' aperçurent prosterné contre terre, presque tout couvert de neige... Ils le pressérent de se retirer dans une maison voisine... et c' est tout ce qu' on put faire que de l' y résoudre.» DAUBENTON, Vie, liv. 4.



99 «Come gli apostoli, quando miravano salire al cielo il Maestro loro, togliendosi loro di veduta, non per tanto lasciarono di mirare al cielo, ove sapean ch' era il suo soggiorno, avvegnachè alla lor vista nascoso: così questo sant' uomo, che era tutto uso a mirare il suo Signore nella contemplazione, non poeta rimuover gli occhi dal suo Sacramento, ove sapea ch' era coperto sotto quel velo.» Ven. Lod. DA PONTE, Vita, cap. 6, § 2.



100 «Sabe (la declarante) por relaciòn de dos o tres personas religiosas y muy graves lo que sigue: Muy poco después que muriò la Santa Madre, escribiò una de estas personas a otra que ya no se atrevia a sentir la ausencia de la Santa Madre Teresa de Jesùs porque reprendia mucho a quien la sentia y a quien se afligia por los trabajos, porque ninguna cosa, segùn la dijeron, porque ninguna cosa, segùn la dijeron en espiritu, màs le premiearon en el cielo que los que acà habia padecido, y que si por alguna cosa pudiera desear volver al mundo, fuera por sufrir màs; y viéndola en visiòn la misma persona, muy hermosa y llena de blanquisima luz, la dijo estas palabras que son las originales: «.... 2 Los del Cielo y los de la tierra seamos una misma cosa en pureza y amor. Los de acà gozando, los de allà padeciendo. Nosotros al Santisimo Sacramento, y di esto a mis hijas....» Todo lo que se ha dicho en las apariciones y hablas, suceo a uno de los confesores màs señalados que la Santa Madre tuvo.» Declaraciòn de la Ha Teresa de Jesùs (nipote della Santa Madre) en el segundo proceso de Avila (1610), n. 96. Obras, II, 356.- Cf. YEPES, Vita, lib. 2, cap. 39: RIBERA, Vita, lib. 5, cap. 4. Il testo di Yepes è questo: «Quelli di quà sù del cielo, e quelli di costà giù della terra, abbiamo da essere l' istessa cosa nell' amore e purità. Quelli di quà sù veggendo la divina Essenza, e quelli di costà giù adorando il Santissimo Sacramento: col quale avete a far voi di là, quello che noi di qua facciamo con l' Essenza: noi godendo e voi patendo, che in questo siamo differenti, e mentre più patirete, più goderete. Dillo alle mie figliuole,» Aggiunge Yepes: «Rimase a questa persona scolpito nell' anima: Sagramento e travagli.» Testo di Ribera: «Quelli di quassù del cielo e quelli di costà giù della terra, abbiamo da essere uno nell' amore e purità. Quelli di quassù vedendo la divina Essenza, e quelli di costò giù adorando il Santissimo Sagramento: noi altri godendo, e voi altri patendo, che in questo siamo differenti, e mentre più patirete, più goderete. Dillo alle mie figliuole.» Aggiunge pur il Ribera: «Rimase a questa persona scolpito nell'animo: Sacramento e travagli.» - Quello a cui fu fatta la rivelazione, dice Yepes essere stato «un religioso dell' Ordine degli Scalzi, molto servo di Nostro Signore;» e Suor Teresa di Gesù «uno de los confessores màs señalados que la Santa Madre tuvo». Questi connotati indicano chiaramente il P. Girolamo Graciàn della Madre di Dio. Il che viene confermato dalle Croniche dell' Ordine, lib. 25, cap. 51.



101 «La Venerabile Madre Maria di Gesù, fondatrice e primiera professa nel Monastero di S. Caterina in Tolosa, essendo un giorno interrogata perchè facesse tanta stima della sua vocazione, ella ne rese due ragioni: «La prima, perchè in Religione siamo tutte di Dio, per mezzo del voto dell' ubbidienza, sacrificandogli la nostra propria volontà; la seconda, perchè in Religione siamo alloggiate nell' istessa casa con Gesù, serbandosi negli alberghi dei Religiosi il Santissimo, con cui possiamo trattenerci di dì e di notte, rappresentandogli le nostre necessità, facendogli i nostri pianti amorosi, comunicandogli gli affari della nostra salute, ringraziandolo dell' immenso amore che ci ha mostrato, riamanendo sui nostri altari come prigione d' amore già per mille e seicento anni solo per nostra consolazione.» Paolo de BARRY, Solitudine di Filagia ottavo giorno, (Secondo trattenimento spirituale). Milano (senza data), p. 320.



102 Nelle ediz. napolet. del 1768 e '81, manca: d' intorno.



103 «Voilà ce Cœur qui a tant aimé les hommes. qu' il n' a rien épargné jusqu' à s' épuiser et se consommer pour leur témoigner son amour; et pour reconnaissance, je ne reçois de la plupart que des ingratitudes, par leurs irrévérences et leurs sacrilèges, et par les froideurs et les mépris qu' ils ont pour moi dans ce Sacrement d' amour. Mais ce qui m' est encore le plus sensible, est que ce sont des cœurs qui me sont consacrés qui en usent ainsi.» Vie, par elle-méme. Vie et Œuvres, deuxième edition, Paray et Paris, 1876, II, 414.



104 Frase ancora in uso nel napoletano, nel senso di goder pienamente di una cosa. Remondini fin dalla prima edizione mutò il veder in valer.



105 Donna Anna Ponce de Leòn, che fu Contessa di Feria, nacque il 3 maggio 1527 a Marcena (Andalucia), morì il 26 aprile 1601. La via fu scritta dal P. Martino DE ROA, S. I. Ivi si legge (Roma, 1666), lib. 3, cap. 1. 67: «Il Padre (Maestro Avila) ordinolle.... che si comunicasse ogni giorno, come lo fece fin all' ultimo di sua vita, per tutto il tempo che fu in monastero, e alcuni mesi prima che vi entrasse, nella sua vedovanza.»- Libro 4, cap. 5, 130: «Il suo delizioso gabinetto era la tribuna della chiesa.»- Lib. 9, cap. 13, 155- «Raccolta in una cella, la quale ha la finestra corrispondente all' altare del Santissimo Sagramento, spende la maggior parte del tempo in assistere alla presenza del sovrano Signore.»- S. LEONARDO DA PORTO MAURIZIO, Manuale Sacro, parte 2, § 5, Roma, 1734, p. 58: «Serva di stimolo alla vostra divozione l' esempio della Contessa di Feria, la quale, rimasta vedova, prese l' abito di S. Chiara, e tutto il suo trattenimento era dinanzi all' altare, dove si deilziava col suo Gesù Sagramentato, sino ad esser chiamata la Sposa del Santissimo Sagramento. Interrogata una volta da una gran dama sua parente, che mai facesse e a che pensasse, in quel tmpo sì lungo in cui si tratteneva davanti al Santissimo; rispose: «Io vi starei per tutta un' eternità: e non è ivi il nostro buon Dio? Oh grande Iddio! e voi mi domandate che si fa davanti a lui? Si ama, si loda, si ringrazia, si offerisce, si domanda. Che cosa fa un povero avanti al ricco? che cosa fa un ammalato avanti al medico? che cosa fa un assetato avanti una fontana limpida e cristalina?» Così la discorreva quella buona serva del Signore.»



106 «Il Cardinale (Federigo Borromeo) lo volle comunicare per Viatico di propria mano. Or, appena entrò Borromeo in camera col Santissimo Sacramento in mano, che il santo vecchio in un subito, ancorchè prima... paresse come morto, aprì gli occhi, e con gran fervore di spirito disse ad alta voce, e con molte lagrime: «Ecco l' amor mio! ecco l' amor mio! Ecco tutto il mio amore e tutto il mio bene! Datemi prontamente il mio amore!».... Quando fu nell' atto di comunicarsi, tutto infervorato disse: «Vieni, vieni o Signore! vieni, amor mio!» BACCI, Vita, lib. 4, cap. 1. n. 4.



107 «Ella non venne mai al sagro altare, che molte cose non le fossero mostrate superiori ai sensi, e singolarmente quando ella riceveva la sacra comunione; poichè frequentemente vedea nascosto nelle mani del sacerdote un bambino, alcuna volta un fanciullo un poco più grande, altra volta una fornace d' ardente fuoco, in cui pareale ch' entrasse il sacerdote allorchè prendeva il Sacramento.» B. RAIMONDO DA CAPUA, Vita, parte 2, cap. 6, n. 3.



108 «Minister: O bonum praecipuum, amabilis Domine, hospes dulcissime, quaestinculam adhuc proponere perquam velim: ecquid tamen adferas animae te diligenti, quidve illi conferas et praestes vera illa praesentia tui in Sacramento, dum illa tecum amore et desiderio accipit.- Sapientia: Putas isthaec quaestio amantem deceat! Quid, oro, me ipso praestantius habeo? Qui ipso suo dilecto fruitur, ecquid illi praeterea requirendum est? Qui seipsum largitur, quid, quaeso, negare possit? Equidem me ipsum tibi do, et te ipsum tibi tollens, mihi copulo et coniungo. Amittis ergo te ipsum, et in me transmutaris. Ecquid sol radiantissimus aëri sereno ac neutiquam nubilo adfert? Quid lucifer oriens obscurae praestat nocti? Quid denique vernans aestatis amoenitas, iucunditatis et elegantiae efficit et producit post exactos gelidae hiemis algores?- Minister: Isthaec omnia, mi Domine, multa praeclara operantur et conferunt beneficia.- Sapientia: Praeclara haec tibi magnificaque videntur, eo quod oculis ea capere queas. Atvero, vel minimum ex me proficiscens donum in venerabili Sacramento, in omnem aeternitatem longe fulget radiatque splendidius, quam ullus solis huius splendor; multoque est illustrior atque micantior, quam lucifer iste conspicuus; denique sempiterno quodam decore ac pulchritudine longe te praeclarius exornat, quam ulla umquam aestas, qualibet amoena, terram ornaverit. An forsitan dubitas illustrissimam divinitatem meam quovis sole fulgentiorem; praeclarissimam animam meam qualibet stella micantiorem; atque gloriosum corpus meum, quantacumque aestatis amoenitate delectabilius esse? Quae quidem hodie revera percepisti in Eucharistia.» B. Henricus SUSO, Dialogus: Colloquuntur Sapientia et minister eius, cap. 23. Opera, Coloniae Agrippinae, 1588, pag. 142, 143.



109 «Avendo fatta una volta un' opera buona, il giorno seguente sul mattino, in tempo d' orazione, vide Nostro Signore carico sulle braccia d' innumerabili beni, e come afflitto da quel peso, bramoso d' esser scaricato, e come tenuto a chi l' alleggerisse, giacchè non avea ove dispondere sì preziosi regali, ma con tutta la brama che avea, non per tanto se ne alleggeriva: d' onde intese che la sua opera era accetta a sua Divina Maestà, e che per mezzo della carità si guadagnavano dè grandi beni, e che gli si mostrò in questa guisa acciocchè si animasse a simili opere, e risvegliasse anco altri ad esercitarle.» Ven. Lod. DA PONTE, Vita, cap. 7, § 2.



110 «Y plega vuestra bondad, Señor, que sea yo sola la ingrata, y la que haya hecho tan gran maldad, y tenido tan ecesiva ingratitud; porque aun ya de ella algùn bien ha sacado vuestra infinita bondad; y mientra mayor mal, màs resplandece el gran bien de vuestras misericordias. ¡Y con cuanta razon las puedo yo para siempre cantar! Suplicoos yo, Dio mio, sea ansi y las cante y sin fin, ya que habéis tenido por bien de hacerlas tan grandisimas conmigo, que espantan los que las ven, y a mi me saca de mi muchas veces, para poderos mijor alabar a Vos.... A las veces hace harto (mi alma) de dejar de ir adelante en alabanzas de Dios, como se le representa lo mucho que le debe.» S. TERESA, Libro de la Vida, cap. 14, verso la fine. Obras, I, 106.- «Sea bendito por siempre (Nuestro Señor), que yo espero en su misericordia nos veremos adonde màs claramente vuestra merced y yo veamos las grandes que ha hecho con nosotros, y para siempre jamàs le alabemos.» Carta que la Santa escribiò al Padre Garcia de Toledo remitiendole la Vida. Obras, I, 372.- Ad ogni passo, tanto nel Libro de la Vida quanto nelle altre sue Opere, la Santa Madre esalta le misericordie del Signore, e si ripromette di cantarle in eterno. Onde venne dipinta la sua immagine con quel motto svolazzante: Misericordias Domini in aeternum cantabo. Quel gentile senso di gratitudine, che ebbe dalla natura e fu per recarle gran danno, elevato poi ed arrivato dalla grazia, le fu potente stimolo a perenni lodi e ad eccelso amore.

 






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