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S. Alfonso Maria de Liguori
La vera Sposa di Gesù Cristo

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CAPO XXII - Dell'amore a Gesù.

§ 1 - Dell'obbligo che ha una religiosa di amar Gesù Cristo.

1. L'intento d'una religiosa in questa vita non dee esser altro che l'amare il suo amabilissimo sposo Gesù Cristo.

Il primo e principal precetto che c'impone il Signore è che l'amiamo con tutto il cuore: Diliges Dominum Deum tuum ex toto corde tuo (Deut. VI, 5). Egli, perché ci ama assai, vuol esser amato assai da noi; e perciò con tanta premura, ci chiede il nostro amore e vuole tutto il nostro cuore: Fili mi, praebe cor tuum mihi (Prov. XXIII, 26). E che altro, dice Mosè, pretende da te il tuo Dio, se non che l'ami con tutto il tuo cuore? Quid Dominus Deus tuus petit a te, nisi ut diligas eum et servias in toto corde tuo? (Deut. X, 12).1 Egli al nostro amore promette in mercede tutto se stesso: Ego protector tuus sum et merces tua magna nimis (Gen. XV, 1). I monarchi della terra a' loro sudditi fedeli danno in premio poderi, onori e feudi; ma il nostro Dio a chi l'ama non dona meno di tutto sé. Ma s'altra ricompensa non avesse il nostro amore, dovrebbe bastarci il sapere che chi ama Dio è amato da Dio. Egli in tanti luoghi della Scrittura si protesta che ama tutti coloro che lo amano: Ego diligentes me diligo (Prov. VIII, 17). In altro luogo dice: Qui manet in caritate, in Deo manet, et Deus in eo (I Io. IV, 16): Chi sta nell'amore, sta in Dio, e Dio sta in esso. In altro luogo disse Gesù Cristo: Qui... diligit me, diligetur a Patre meo, et ego diligam eum (Io. XIV, 21).

2. Tutta dunque la nostra perfezione consiste nell'amore a Dio, poiché l'amore è quella sola virtù che ci unisce a Dio,


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come dice S. Agostino: Caritas est virtus coniungens nos Deo.2 Tutte le altre virtù, senza la carità, a niente giovano. All'incontro la carità porta seco tutte le altre virtù, mentre ella, come insegna l'Apostolo (I Cor. XIII, a vers. 4), è paziente, è benigna, non si gonfia, non ambisce onori, non cerca i suoi vantaggi; ma tutto soffre, tutto crede e tutto spera. L'amore, dice lo stesso Apostolo, è la pienezza della legge: Plenitudo legis dilectio (Rom. XIII, 10). Quindi dicea S. Agostino: Ama, et fac quod vis.3 Chi ama una persona, si guarda di darle ogni minimo disgusto, ed all'incontro va studiando di far quanto può per compiacerla, e così parimente chi ama Dio abborrisce come la morte ogni minima offesa, e cerca quanto puo di piacergli.

3. Intendiamo poi che la carità perfetta consiste in amare Dio per se stesso. Chi ama Dio come sua propria felicità, questo è amore di concupiscenza, il quale propriamente s'appartiene non alla carità, ma alla speranza; chi poi ama Dio perché lo merita da se, per esser bontà infinita, questo è l'amore d'amicizia, ch'è la vera carità.

Ma qui bisogna avvertire che la speranza niente si oppone, e non è d'impedimento alla perfetta carità. Fu già errore condannato del vescovo di Cambrai,4 che ammetteva uno


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stato di carità che escludesse ogni speranza. Noi amiamo Dio, perché lo merita per se stesso, e l'ameressimo ancorché non vi fosse premio; ma vedendo ch'egli vuol darcelo, anzi ci comanda di sperarlo, noi siam tenuti a sperarlo e desiderarlo. Oltreché il desiderare il paradiso, affin di possedere Dio e di meglio amarlo, è vera e perfetta carità, mentre la gloria eterna è la consumazione dell'amore. Ivi l'anima, scordata affatto di se stessa e spogliata d'ogni amor proprio, ama il suo Dio con tutte le forze, con purissimo amore; e ciò è quello che dicesi de' beati, che in cielo felicemente perdono se stessi in Dio.

4. Se sapessimo che in un regno della terra vi è un principe bello, santo, dotto, cortese, pietoso, pure si tirerebbe il nostro amore, ancorché egli non ci avesse fatto alcun bene. Ma che han che fare le qualità di questo buon principe colle qualità di Dio? Dio possiede tutte le perfezioni, e le possiede in infinito: egli ha tutte le parti ed attrattive per essere amato, e bontà infinita, è bellezza infinita, infinita sapienza, infinita misericordia. Solo dunque per questa sua bontà merita da noi tutto l'amore.

Narrasi nelle Vite de' Padri che, stando nel deserto due monaci ch'erano fratelli, il demonio disse ad un di loro che il fratello era prescito: il semplice ciò lo credette, onde ne stava molto afflitto: l'altro fratello un giorno lo richiese della causa di questa sua mestizia, ed allora li dichiarò la rivelazione, com'egli credea, della di lui dannazione. Ma quegli umilmente rispose così: Se il Signore cosi vuole, sia sempre benedetto; ma ciò non ostante io voglio amarlo in questa vita quanto posso, giacche io non l'amo per timor dell'inferno ne per la speranza del paradiso, ma solo perché merita d'esser amato. Ma dopo ciò nella notte seguente apparve un angelo


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e disse al monaco ingannato che il fratello era scritto nel numero degli eletti.5

5. Dobbiamo dunque amare il nostro Dio, perché lo merita per se stesso. Dobbiamo almeno amarlo per gratitudine, vedendo l'amore che ci ha portato.

Se si unissero gli amori di tutti gli uomini, di tutti gli angeli e di tutti i beati, non giungerebbero alla minima parte dell'amore che Dio porta ad un'anima sola. Dice S. Giovan Grisostomo che Iddio ama più noi, che noi non amiamo noi stessi.6 Io, dice Dio stesso a ciascuno di noi, ti ho amato sin dall'eternità, e solo per amore ti ho cavato dal niente e ti ho posto nel mondo: In caritate perpetua dilexi te (Ier. XXXI, 3). I primi ad amarci in questo mondo sono stati i nostri genitori, ma essi non ci hanno amati se non dopo di averci conosciuti; ma Dio ci amava prima che noi avessimo l'essere. Non erano ancora su questa terra né i nostri padri né le nostre madri, e Dio già ci amava; anzi non era ancora creato il mondo, e Dio ci amava; e quanto tempo prima di crearsi il mondo ci amava Dio? mille anni, mille secoli prima? Non occorre a moltiplicare anni e secoli: intendiamo


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che Dio ci ha amati sino ab aeterno. Sicché Iddio, sin da ch'è stato Dio, sempre ci ha amati; da che egli ha amato se stesso, ha amati ancora noi.

Avea ragione dunque quella santa verginella, S. Agnese, di dire: Ab alio amatore praeventa sum.7 Quando il mondo e le creature le cercavano il suo amore, ella rispondeva: No, mondo, creature, io non vi posso amare; se il mio Dio è stato il primo ad amarmi, è giusto ch'io solo a Dio consagri tutto il mio cuore.

6. Dunque il nostro Dio, da che è stato Dio ci ha amati, e solo per amore ci ha estratti dal niente; e fra tante creature possibili che potea creare, ma non creerà mai, ha scelti noi e ci ha posti nel mondo. Per amor vostro ancora ha create tante altre belle creature, cieli, pianeti, colline, mari, fonti e tutte le altre cose che sono in questa terra. Ma non si è contentato di donarvi solamente queste creature; l'amor suo non era contento, s'egli non giungeva a donarci anche se stesso: così ha fatto: Dilexit nos et tradidit semet ipsum pro nobis (Gal. II, 20).8

Prese l'occasione dalla rovina a noi cagionata dal peccato: il peccato maledetto aveaci fatta perdere la divina grazia, aveaci chiuso il paradiso e renduti schiavi dell'inferno. Poteva il Signore in molti altri modi redimerci da' nostri mali, ma no: elesse di venire egli stesso in terra a farsi uomo per riscattarci dalla morte eterna, ed ottenerci la divina amicizia e 'l paradiso perduto, facendo con tal prodigio d'amore stupire il cielo e la natura. Qual maraviglia sarebbe vedere un re della terra, che per amore d'un suo schiavo si facesse egli schiavo? più, se per amore d'un verme si facesse verme? Ma fu un amore infinitamente maggiore il vedere il Figlio di Dio abbassarsi a farsi uomo per amor dell'uomo: Semetipsum exinanivit, formam servi accipiens,... et habitu inventus ut homo (Philip. II, 7). Vedere un Dio vestito di carne! Et Verbum caro factum est (Luc. II, 14).9

7. Ma cresce la maraviglia in vedere poi quel che ha fatto e patito questo Figlio di Dio per amore di noi vermi miserabili.


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Bastavagli per salvarci che avesse data una sola goccia di sangue, una lagrima, una semplice preghiera; poiché questa lagrima o preghiera, venendo offerta all'Eterno Padre per la nostra salute da un Uomo-Dio, sarebbe stata ella d'infinito valore, e perciò bastante a salvare il mondo ed infiniti mondi. Ma no, perché Gesù Cristo non solo volea salvarci, ma, per l'amor immenso che ci portava, voleva ancora guadagnarsi tutto il nostro amore; pertanto si scelse una vita penosa e disprezzata, ed una morte la più amara e la più ignominiosa fra tutte le morti, per farci intendere quanto egli ci amava. Humiliavit semetipsum, factus obediens usque ad mortem, mortem autem crucis (Philip. II, 8). Oh Dio, se il nostro Redentore non fosse stato Dio, ma un semplice uomo nostro amico, che potea far di più per noi che dar la sua vita? Maiorem, egli disse, hac dilectionem nemo habet, ut animam suam ponat quis pro amicis suis. (Io. XV, [13]).

Che dite? credete voi che Gesù Cristo è morto per amor vostro? Lo credete, e potete pensare ad amare altr'oggetto fuori di Gesù Cristo? Prima dell'Incarnazione del Verbo, dice un autore, potea l'uomo dubitare se Dio l'amasse con tenerezza; ma dopo l'Incarnazione e la morte di Gesù Cristo, come può averne più dubbio? E qual maggior tenerezza poteva egli dimostrarci del suo affetto, che in patire tante pene, tanti disprezzi e morire in fine per noi crocifisso? Oimè, che abbiam fatto l'orecchio a sentir nominare Incarnazione, Redenzione, un Dio nato in una stalla, un Dio flagellato, un Dio coronato di spine, un Dio morto in croce! O santa fede, illuminateci voi e fateci conoscere qual tratto di amore è stato mai questo del nostro Dio, di farsi uomo e morire per noi.

8. Ma quel che più dobbiamo ammirare è l'intendere il desiderio ch'ebbe Gesù Cristo di patire e morire per noi. Baptismo autem habeo baptizari - così egli andava dicendo in sua vita, - et quomodo coarctor usquedum perficiatur (Luc. XII, 50): Io debbo esser battezzato col battesimo del mio medesimo sangue, non per lavar me, ma gli uomini da' loro peccati; e quanto patisco sin tanto che non giungo ad eseguire questo mio desiderio. Oh Dio, che Gesù Cristo non si ama dagli uomini, perché non vogliono essi neppur pensare all'amore che loro ha portato questo amante Redentore. Un'anima che vi pensa, com'è possibile che possa vivere senza amarlo? Caritas...


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Christi urget nos (II Cor. V, 14). Dice S. Paolo che un'anima che considera quest'amore di Gesù Cristo, si sente quasi costretta ad amarlo. I santi considerando la Passione del Salvatore, bruciavano d'amore, e prorompeano talvolta in urli di stupore e di tenerezza. Vidimus Sapientem prae nimietate amoris infatuatum, esclamava S. Lorenzo Giustiniani:10 Abbiam veduto, diceva, un Dio che per noi quasi è impazzito, portato dall'amore che ha per noi! Così parimente S. Maria Maddalena de' Pazzi, un giorno stando in estasi e presa in mano una immagine del Crocifisso, lo chiamava pazzo d'amore: Sì, Gesù mio, andava gridando, che tu sei pazzo d'amore; lo dico e sempre lo dirò che sei pazzo d'amore, o Gesù mio.11

9. Se la fede non ci assicurasse della verità di questo gran mistero della nostra Redenzione, e chi mai potrebbe credere che il Creatore del tutto abbia voluto patir tanto e morire per le sue creature? Oh Dio, se Gesù Cristo non fosse morto per noi, chi mai tra gli uomini avrebbe potuto aver l'ardire di chiedere a Dio che si fosse fatto uomo, e morendo, così ci avesse salvati colla sua morte? Non sarebbe sembrata una pazzia il solo pensarlo? Ed in fatti i Gentili, quando lor si predicava la morte di Gesù Cristo, la stimavano una favola, e chiamavanla pazzia da non potersi credere, come ci attesta l'Apostolo: Nos autem praedicamus Christum crucifixum:


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Iudaeis quidem scandalum, Gentibus autem stultitiam (I Cor. I, 23). Sì, dice S. Gregorio, parve loro un'azione di pazzia che l'autor della vita volesse morire per gli uomini: Stultum visum esse ut pro hominibus auctor vitae moreretur (Hom. 6).12 E come mai, dicevano i Gentili, possiamo credere che un Dio, il quale di niuno ha bisogno, felicissimo in se stesso, abbia voluto scendere in terra, vestirsi di carne umana, e morire per gli uomini sue misere creature? Ciò sarebbe lo stesso che credere un Dio diventato pazzo per amore degli uomini. Ma pure è verità di fede che Gesù, vero Figlio di Dio, per amore di noi miserabili ed ingrati s'è abbandonato ai tormenti, alle ignominie ed alla morte: Dilexit nos et tradidit semet ipsum pro nobis (Ephes. V, 2).

10. E perché l'ha fatto? L'ha fatto, dice S. Agostino, acciocché l'uomo intendesse l'amore immenso che Dio gli porta: Propterea Christus advenit, ut cognosceret homo quantum eum diligat Deus.13 E prima ciò lo disse Gesù medesimo: Ignem veni mittere in terram, et quid volo, nisi ut accendatur? (Luc. XII, 49). Io, disse, son venuto in terra ad accendere il santo fuoco del divino amore, ed altro non desidero che di vedere i cuori degli uomini ardere di queste beate fiamme. S. Bernardo si fa a considerare Gesù quando nell'orto fu ligato qual reo da' soldati; e poi esclama così, rivolto al suo ligato Signore: Quid tibi et vinculis?14 Gesù mio, gli dice, che han che fare con voi le funi e le catene? queste toccano a noi, servi e peccatori; ma voi siete il re del cielo, e siete santo.


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E chi mai v'ha ridotto a tale stato che abbiate a far comparsa d'un malfattore il più vile e scellerato fra tutti gli uomini? Quis hoc fecit? Amor dignitatis nescius; triumphat de Deo amor (Serm. 84, in Cant.).15 Siegue a parlare il santo: E chi mai ha fatto ciò? l'ha fatto l'amore, che non riguarda dignità, quando si tratta di guadagnar l'affetto della persona amata. Iddio in somma, conclude, il quale da niuno può esser vinto, è stato vinto dall'amore; l'amore che ha per gli uomini l'ha ridotto, dopo aver presa carne umana, a consumar la sua vita divina in un mare di dolori e di obbrobri: Triumphat de Deo amor.

11. In altro luogo il medesimo S. Bernardo contempla il nostro Redentore quando fu condannato a morte da Pilato; e poi si fa a chiedere a Gesù Cristo: Quid fecisti, innocentissime Salvator, ut sic iudicareris?16 Ditemi, amato mio Signore: voi siete la stessa innocenza; che male avete fatto mai onde meritaste questa barbara sentenza di morir crocifisso? Ma ben intendo, ripiglia il santo, la causa della vostra morte; intendo il delitto che voi, Gesù mio, avete commesso: Peccatum tuum est amor tuus.17 Il vostro delitto è l'amore che avete portato agli uomini; questo, non già Pilato, vi condanna a morte e vi fa morire.

Ma, Signore, esclamò da lontano il santo Giobbe: Quid est homo, quia magnificas eum? aut quid apponis erga eum cor tuum? (Iob VII, 17). Mio Dio, che cosa mai è quest'uomo, volea dire, che voi tanto l'onorate? che bene mai da quest'uomo avete voi ricevuto, che verso lui pare che abbiate occupato tutto il vostro cuore, per beneficarlo e fargli conoscere


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l'affetto che gli portate? Dice S. Tommaso che il Signore ha amato a tal segno l'uomo, Quasi homo Dei deus esset, quasi sine ipso beatus esse non posset;18 come se l'uomo fosse dio di Dio, e come se Dio non potesse esser felice senza che l'uomo felice ancora non fosse. Ed in fatti, ditemi voi, sorella benedetta, se voi stata foste il dio di Gesù Cristo, che più avrebbe potuto far egli per voi, che vivere una vita così stentata per tanti anni, e far poi una morte così spietata? Se il Redentore avesse avuta a salvare la vita al suo medesimo Padre, che più avrebbe potuto fare di quel ch'ha fatto per voi? Ma, oh Dio, la gratitudine dov'è? Se un vostro servo avesse patito per voi quel che ha patito il vostro Sposo, potreste voi scordarvene e vivere senza amarlo? Ah che ciascuno di noi, considerando la morte di Gesù Cristo, dovrebbe andar continuamente esclamando, quasi uscito di senno per amore di Gesù Cristo, come esclamava S. Pasquale: L'amor mio è stato crocifisso per me! l'amor mio è morto per me!19

12. Ma quel che non si è fatto sinora possiamo farlo, e Dio ci tempo di farlo. Gesù è morto per noi, acciocché col suo amore, dice S. Paolo, si guadagnasse l'intiero dominio de' nostri cuori: In hoc... Christus mortuus est... ut et mortuorum et vivorum dominetur (Rom. XIV, 9). Il nostro Salvatore è morto, dice il medesimo Apostolo, acciocché noi non vivessimo più a noi stessi, ma solamente a quel Dio che ha data per noi la vita: Pro omnibus mortuus est Christus, ut et qui vivunt, iam non sibi vivant, sed ei qui pro ipsis mortuus est (II Cor. V, 15).

Così han fatto i santi; essi considerando la morte e l'amore con cui Gesù Cristo morì per noi uomini, hanno stimato far poco con lasciare e perder tutto per suo amore, beni,


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onori e vita. Quanti gran signori, quanti re, quante regine ed imperatrici han lasciate le loro ricchezze, parenti, patrie ed anche regni, per andare a chiudersi in un chiostro, e vivere al solo amore di Gesù Cristo! Quanti milioni di martiri hanno stimata per sé una gran sorte il potergli, tra i più orribili tormenti, sagrificargli la vita! Quanti giovani e quante verginelle nobili, rinunziando alle nozze de' primi grandi di questa terra, sono andati giubilando alla morte, per render così qualche ricompensa all'affetto d'un Dio morto per loro amore! E voi, sorella, andate pensando che cosa di grande avete fatto sinora per amore di Gesù Cristo? qual prova o contrassegno gli avete dato sinora dell'affetto che gli portate? È certo che, siccome egli è morto per li santi, per S. Lucia, per S. Agata, per S. Agnese, così è morto ancora per voi.

13. Aggiungete le grazie speciali che ha fatte a voi, ed ha negate a tante altre vostre pari. Quante donzelle nobili, quante principesse ha fatte nascere ne' paesi degl'infedeli o degli eretici, le quali ivi miseramente si perdono, prive di sagramenti, prive di prediche e degli altri aiuti necessari per salvarsi. Ed a voi ha data la sorte di farvi nascere in seno della vera Chiesa. In oltre vi ha fatta nascere di sangue nobile, acciocché aveste avute più comodità e più mezzi per acquistare l'eterna salute. Vi ha scelta in oltre per sua sposa fra tante altre vostre compagne, che son restate nel secolo in mezzo a' pericoli del mondo; e da questi liberando voi, e forse contra vostra voglia, vi ha portata nella sua casa, dove continuamente vi assiste co' lumi e colle chiamate interne, co' sagramenti, con prediche, cogli esempi delle vostre buone sorelle e con tanti altri aiuti per la salute eterna. Aggiungete poi le molte misericordie che v'ha usate, in perdonarvi tante volte l'offese che gli avete fatte e nel secolo e nella religione. Gli è bastato che voi, pentita, gli abbiate cercato il perdono, ed egli subito v'ha perdonata; voi ingrata avete ritornato ad offenderlo, ed egli collo stesso amore ha tornato a perdonarvi: ed in vece di castighi alle vostre colpe moltiplicate, ha moltiplicate le grazie, i lumi, le chiamate e le tenerezze. Ed eccolo, a quest'ora in cui leggete cotesto libro, egli già siegue a chiamarvi al suo amore. Che pensate? che risolvete? Non resistete più. Che aspettate? aspettate orse che il Signore non vi chiami più, e v'abbandoni?


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Preghiera.

Caro mio Redentore, già vedo che troppo voi mi avete obbligata ad amarvi; troppo vi costa l'anima mia. Sarei troppo ingrata se amassi altra cosa fuori di voi, o se amassi poco un Dio, che mi ha dato il sangue e la vita. Se voi, Gesù mio e sposo mio, siete morto per me misera vostra serva. è ben giusto ch'io muoia per voi, mio Signore e Dio. Io licenzio da me l'amore di tutte le creature, e consagro tutto il mio cuore al solo vostro amore. Io v'eleggo per unico mio bene, unico mio amore.

V'amo, amor mio, io v'amo. Lo replico e voglio sempre replicarlo: V'amo, amor mio, io v'amo. Voi volete che io v'ami assai e volete ch'io non ami altra cosa fuori di voi. Sì, mio Salvatore, io voglio contentarvi, voglio amarvi assai, e voglio voi solo solo amare, mio Dio, mio tesoro, mio tutto. Aiutatemi voi per pietà e fate ch'io vi contenti appieno.

O Maria, madre mia, aiutatemi ancora voi; voi siete la dispensiera di tutti i doni divini e specialmente del sommo dono del divino amore; questo dono a voi lo cerco, e da voi senza meno lo spero.




1 Praebe, fili mi, cor tuum mihi. Prov. XXIII, 26.- Et nunc. Israel, quid Dominus Deus tuus petit a te, nisi ut diligas eum, ac servias Domino Deo tuo in toto corde tuo et in tota anima tua?.... Deut. X, 12.



2 «Agglutinata est anima mea post te. Ubi est ipsum gluten? Ipsum gluten caritas est. Caritatem habe, quo glutine agglutinetur anim atua post Deum.» S. AUGUSTINUS, Enarratio in Ps. 62, n. 17. ML 36-758.- «Quid est autem dilectio vel caritas nisi quaedam vita (nonne legendum: vittta?) duo aliqua copulans, vel copulare appetens, amantem scilicet et quod amatur?» IDEM, De Trinitate, lib. 8, cap. 10, n. 14. ML 42-960.



3 «Dilige, et quod vis fac.» S. AUGUSTINUS, In Epist. Ioannis ad Parthos (cioè in I Io., chiamata ad Parthos, perchè non pochi antichi ritengono con S. Agostino che S. Giovanni l' abbia scritta a quel popolo, allora così potente in vaste regioni dell' Oriente), tract. 7, cap. 4, n. 8.- Si può vedere il nostro primo vol., Appendice, 3, pag. 400, 401.



4 Con breve del 12 marzo 1699, il Papa Innocenzo XII condannò, «sive in obvio... verborum sensu sive attenta sententiarum connexione.» 23 proposizioni, cavate dal libro di Fénelon, intitolato Maximes des Saints: proposizioni che s' aggiravano attorno alla dottrina quietista (non già però quella nefanda del Molinos) sullo stato abituale di amore puro e disinteressato, a discapito della virtù teologale della speranza, e per conseguenza della stessa carità, la quale, come insegna S. Paolo, omnia sperat.- Il piissimo Arcivescovo di Cambrai edificò tutti colla piena accettazione della sua condanna: il giornostesso, 25 marzo 1699, in cui ricevette da Roma la notizia della condanna, predicò sulla sottomissione che si deve alla Chiesa: notificò ai diocesani la sua sottomissione con apposita Lettera pastorale; e fece dono alla sua chiesa metropolitana di un ostensorio rappresentante la Religione nell' atto di calpestare alcuni libri, tra i quali il suo: Maximes des Saints.- Chi volesse conoscere il testo delle 23 proposizioni, veda Alecta Iuris Pontificii, prima serie, Roma, 1855, pag. 1342 e seguenti. Il Commentario però, ivi annesso dal Terzago, vescovo di Narni- cavato cioè dalla sua Theologia historico-mystica, Venetiis, 1764- ci sembra, qua e là, più duro che non sia il Breve pontificio di condanna e che non richieda la giustizia.



5 Quantunque parecchi autori ascetici- tra gli altri Scaramelli, Direttorio ascetico, tratt. 4, art. 1, cap. 3, n. 138- diano questo fatto come estratto dalle Vite dei Padri, non se ne trova ivi traccia alcuna.- Si può mettere utilmente a confronto quella terribile tentazione che ebbe a soffrire a Parigi San Francesco di Sales, in età di 17 anni, per sei settimane, suggerendogli lo spirito infernale che fosse reprobo. Scrisse e spesso rileggeva una protesta di abbandono a Dio e di eroica fiducia in lui. Intanto esclamava: «Oh Signore, se io non ho a vedervi, date almeno questo sollievo al mio affanno: non permettete che io abbia mai a bestemmiarvi e maledirvi! Oh amore! oh carità! oh bellezza alla quale ho consacrato tutti i miei affetti! non goderò dunque le vostre delizie!.... Oh Vergine amabilissima!... possibile che io non abbia a vedervi nel regno del Figlio vostro...! Oh checchè ne sia, Signore, se non posso amarvi nell' altra vita, giacchè niuno vi loda nell' inferno, almeno fate ch' io metta a profitto per amarvi tutti gli istanti della mia breve dimora quaggiù.» La tempesta cessò dopo che il santo giovane ebbe recitato il Memorare dinanzi alla statua di Maria SS., nella Chiesa di Saint-Etienne-des-Grés. Cf. Hamon, Vita, lib. 1, cap. 3.



6 «Pulam est Deum nos magis diligere, quam nos a nobis ipsis diligamur.» S. IO. CHRYSOSTOMUS, In Matthaeum, hom. 46 (al. 47), n. 1. MG 58-477.- «Neque enim tam bene scimus quid nobis expediat, quam ipse scit: neque sic nostra nos curamus, ut ipse salutem nostram; et omnia facit et molitur ut ad virtutem nos inducat et a diaboli manibus eripiat.» IDEM, in Genesim, hom. 40, n. 3. MG 53-372.- «Non tu tantopere tuam securitatem concupiscis, quantopere ille (Deus) tuam salutem expetit.» IDEM, Hom. in parabolam decemmillium talentorum debitoris. MG 51-26.



7 In festo S. Agnetis, 21 ian.: antiphona I in Noct. I.- Cf. la nota 13 del cap. 1 di questa Opera: vol. precedente, pag. 15.



8 Dilexit me el tradidit semetipsum pro me. Gal. II, 20.- Dilexit nos et tradidit semetipsum pro nobis. Ephes. V, 2.



9 Io. I, 14.



10 «Adaemus cum fiducia, non ad thronum gloriae, sed ad diversorium humanitatis eius (nempe praesepe Bethleemiticum), ut inveniamus gratiam in tempore opportuno. Ibi namque agnoscemus exinanitam maiestatem. Verbum abbreviatum, solem carnis nube oblectum, et sapientiam amoris nimietate infatuatam.» S. LAURENTIUS IUSTINIANUS, Sermo in Nativitate Domini. Opera, Lugduni, 1628, pag. 394, col. 2. Opera, Venetiis, 1721, pag. 328, col. 1.



11 «Una volta, essendo pure in ratto, tolto un Crocifisso in mano, si diede per lo convento a correre, e sfogando col Verbo divino amorosi avvisi e intensi affetti, esclamava: «O Amore, o Amore, o Amore!» Questo faceva con dolci sorrisi, e con volto sì colmo di gioia, che in rimirarla cagionava grandissima consolazione. Ora affissava gli occhi al cielo, ora al Crocifisso, ora se lo stringeva al petto e lo baciava con eccessivo fervore, ed in quel mentre non cessava di replicare: «O Amore, o Amore; non resterò giammai, o mio Dio, di chiamarti Amore, giubilo del mio cuore, speranza e conforto dell' anima mia.» Poi rivolta alle sorelle, che la seguitavano, soggiungeva: «Non sapete voi, care sorelle, che il mio Gesù altro non è che Amore, anzi pazzo d' amore? Pazzo d' amore dico che sei, o Gesù mio, e sempre lo dirò.» PUCCINI, Vita, Firenze 1611, parte 1, cap. 11, pag. 18.- «Pigliava talvolta, in questi eccessi amorosi, in mano un Crocifisso, e con l' istessa smania d' amore, correndo per il monastero, esclamava: «O Amore, o Amore,» ecc., come sopra. PUCCINI, Vita, Venezia, 1671, cap. 86, pag. 140, 141.



12 «Stultum quippe hominibus visum est ut pro hominibus auctor vitae moreretur; et inde contra eum homo scandalum sumpsit unde etiam plus debitor fieri debuit.» S. GREGORIUS MAGNUS, XL homiliae in Evangelia, lib. 1, hom. 6, n. 1. ML 76-1096.



13 «Maxime propterea Christus advenit, ut cognosceret homo quantum eum diligat Deus.» S. AUGUSTINUS, De catechizandis rudibus, cap. 4, n. 8. ML 40-315.



14 «O Rex regum et Domine dominantium, quid tibi et vinculis?.... O Deus deorum, quantum ergo derogatum fuit libertati et potentiae tuae! Tot adeo ligaris vinculis, qui solus ligandi et solvendi potestatem habes!» Vitis mystica, seu tractatus de Passione Domini, cap. 4, n. 12. Inter Opera S. Bernardi, 184-644.- «O Rex regum et Domine dominantium, quid tibi cum vinculis?.... O Deus deorum (Ps. XLIX, 1), quantum ergo derogatum fuit libertati et potentiae tuae! Per tot vincula ligaris, qui solus liber es, ligaris qui solus ligandi et solvendi potestatem habes!» Id. op., cap. 4. Opera S. BONAVENTURAE, ad Claras Aquas, VIII, pag. 165, 166.- Se poi questo trattato si debba attribuire a San Bernardo o a San Bonaventura, vedi, nel vol. precedente, Appendice, 3, B, o meglio il nostro vol. V, Appendice, 2, 9°, pag. 452, 453.



15 «Capite nobis vulpes (Cant. II, 15). Vides quam socialiter loquitur, qui socium non habet. Poterat dicere: mihi, sed maluit nobis, consortio delectatus. O suavitatem! o gratiam! o amoris vim! Itane summus omnium unus factus est omnium? Quis hoc fecit? Amor, dignitatis nescius, dignatione dives, affectu potens, suasu efficax. Quid violentius? Triumphat de Deo amor. Quid tamen tam non violentum? Amor est. Quid tamen tam non violentum? Amor est. Quae est ista vis, quaeso, tam violenta ad victoriam, tam victa ad violentiam? Denique semetipsum exinanivit (Philip. II, 7), ut scias amoris fuisse quod plenitudo effusa est, quod altitudo adaequata est, quod singularitas associata est.» S. BERNARDUS, In Cantica, sermo 64, n. 10. ML 183-1088.



16 «Quid commisisti, dulcissime puer, ut sic iudicareris? Quid commisisti, amantissime iuvenis, ut sic tractareris?» S. ANSELMUS, Orationes, Oratio 2: ML 158-861.- Vedi il nostro vol. V, Appendice, 3, B, pag. 455.



17 Questa sentenza si deve piuttosto attribuire a S. Anselmo.- Vedi i lnostro vol. V, Appendice, 3, B, pag. 455.



18 «Quasi homo Dei deus esset... quasi sine ipso beatus esse non posset....» Opusculum 63, de Beatitudine, cap. 7. Opera S. Thomae, Romae, 1570, XVII, fol. 102, nella seconda parte del volume. Anche ivi, questo opuscolo, essendo stampato a caratteri minuti, è segnato come almeno dubbio, e non degno di S. Tommaso, come si ricava dalla nota «ad lectorem», posta a principio della seconda parte del volume, prima dell' opuscolo 41.- Vedi il nostro vol. I, Appendice, 104, A, pag. 534.



19 Più volte S. Alfonso attribuisce questa esclamazione a S. Pasquale: non sappiamo con quale fondamento. Certo è che fu prima di S. IGNAZIO MARTIRE: «Amor meus crucifixus est.» Epistola ad Romanos, n. 7. MG 5-694.






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