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S. Alfonso Maria de Liguori
Via della salute

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IN MORTE SI PERDE TUTTO

 

"Iuxta est dies perditionis" (Deut. 29. 21).1 Il giorno della morte si chiama il giorno della perdita, perché allora si perde dall'uomo quanto si è acquistato in vita, onori, amici, ricchezze, feudi, regni, tutto allora si perde. Che serve dunque l'acquistar tutta la terra, se in morte tutto


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si ha da lasciare? Tutto resta sul letto del moribondo. Vi è forse alcun re (disse S. Ignazio2 al Saverio, quando lo tirò a Dio) che nell'altro mondo si ha3 portato un filo di porpora in segno del suo dominio? Vi è alcun ricco, che si ha4 portata morendo una moneta o un servo per suo comodo? Nella morte tutto si lascia. L'anima entra sola nell'eternità, e solamente dall'opere sue va accompagnata. Povero me, dove sono l'opere mie, che possono accompagnarmi all'eternità beata? Altre non vedo che quelle che mi fan meritevole dell'inferno.

 

Gli uomini in venire al mondo vengono disuguali: chi nasce ricco, chi povero: chi nobile, chi plebeo. Ma nell'uscirne5 tutti muoiono egualmente. Affacciati ad una sepoltura, vedi se puoi scorgere tra quei cadaveri, chi è stato il padrone e chi il servo: chi il re e chi il vassallo. La morte eguaglia, come scrisse Orazio, alle zappe gli scettri: "Sceptra ligonibus aequat".6

Mio Dio, si procurino pure gli altri le fortune di questo mondo, io voglio che la sola grazia vostra sia la mia fortuna. Voi solo avete da essere l'unico mio bene in questa e nell'altra vita.

 

In somma ogni cosa di questa terra ha da venire a fine. Finiranno le grandezze, e finiranno le miserie: finiranno gli onori, e finiranno le ignominie: finiranno i piaceri, e finiranno i patimenti. Beato in morte non già chi ha abbondato di ricchezze, di onori e di piaceri: ma chi ha sopportata con pazienza la povertà, i disprezzi e le pene! Allora non consola il possesso de' beni temporali, solo consola quel che si è fatto e patito per Dio.

Gesù mio, staccatemi da questo mondo, prima che me ne stacchi la morte. Aiutatemi colla vostra grazia; già sapete quanto io son debole.


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Non permettete che abbia da esservi più infedele, come ho fatto per lo passato. Mi pento, Signor mio, d'avervi tante volte disprezzato. Ora v'amo sopra ogni bene, e propongo di perdere mille volte la vita che la grazia vostra. Ma l'inferno non lascia di tentarmi; per pietà non m'abbandonate. Non permettete ch'io mi separi più dal vostro amore.

O Maria speranza mia, impetratemi voi la santa perseveranza.

 




1 [30.] Deut., 32, 35.

2 [2.] D. BARTOLI, Vita di S. Ignazio di Loiola, l. II, c. 22; Venezia 1735, 97 ss. O. TORSELLINI, Vita del B. Francesco Saverio, l. I, c. 2; Milano 1606, 6-7.

3 [3.] si ha) si sia B B1 B2. 

4 [4.] si ha) si sia B B1 B2. 

5 [10.] uscirne) escirne NS: forma errata di Stasi.

6 [14.] Da MANSI, Bibl. moralis praedicabilis, tit. 50 (mors); III, Venetiis 1703, 278, o da LOHNER, Bibl. manualis concionatoria, tit. 98 (mors); III, Venetiis 1738, 106. Vedi S. ANTONINUS, Summa theologica, tit. 14, c. 8; IV, Venetiis 1740, 812: «Mors dominum servo, mors sceptra ligonibus aequat»: attribuisce il verso al «poeta» senza indicarne il nome. Forse le parole provengono da V. BELLOVACENSIS, Speculum morale, p. I, l. II, dist. 2; Venetiis 1591, 124, col. 2: «Mors sceptra ligonibus aequat. Est commune mori, mors nulli parcit honori. Nobilis et fortis veniunt ad funera mortis». Il concetto si trova in ORAZIO, Od., I, 4, 13-14: «Pallida mors aequo pulsat pede pauperum tabernas regumque turres».




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