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S. Alfonso Maria de Liguori
Via della salute

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IL GRAN PENSIERO DELL'ETERNITÀ

 

Così chiamava S. Agostino1 il pensiero dell'eternità: Il gran pensiero: "Magna cogitatio". Questo è quel pensiero, che ha mandati tanti solitari a vivere ne' deserti, tanti religiosi (anche re e regine) a rinserrarsi ne' chiostri, e tanti martiri a finir la vita ne' tormenti, affin di acquistarsi l'eternità beata del paradiso e di evitare l'eternità infelice dell'inferno. Il ven. Giov. Avila2 convertì una certa dama con queste due parole: "Signora, le disse, pensate a queste due parole: Sempre e mai". Un certo monaco3 si chiuse in una fossa, ed ivi non faceva altro che esclamare: "O eternità! O eternità!"

Ah mio Dio, quante volte io mi ho meritata l'eternità dell'inferno! Oh non vi avessi mai offeso! Datemi dolore de' peccati miei, abbiate pietà di me.


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Dicea lo stesso P. Avila4 che chi crede all'eternità e non si fa santo, merita star chiuso nella carcere de' pazzi. Ognuno che si fabbrica una casa, molto si studia per farla venire comoda, ariosa e bella, e dice: "Fatico, perché in questa casa ci ho da stare tutta la mia vita". E poi per la casa dell'eternità tanto poco si pensa! Giunti che saremo all'eternità, allora non si tratterà di stare in una casa più o meno comoda, più o meno ariosa; si tratterà di stare o in una reggia piena di tutte le delizie, o in una fossa piena di tutti i tormenti. E per quanto tempo? non per quaranta o cinquant'anni, ma per sempre, mentre5 Dio sarà Dio. I santi per salvarsi hanno stimato far poco, menar tutta la lor vita in penitenze, orazioni ed opere buone. E noi che facciamo?

Ah mio Dio, già son passati tanti anni di mia vita, già la morte si accosta, e finora che bene mi trovo fatto per voi? Datemi luce, datemi forza a vivere per voi questi giorni che mi restano. Basta quanto vi ho offeso; ora vi voglio amare.

 

"Cum metu, et tremore vestram salutem operamini (Phil. 2. 12). Per salvarci bisogna che tremiamo di dannarci, e tremiamo non tanto dell'inferno, quanto del peccato, che solo può condurci all'inferno. Chi trema del peccato, fugge le occasioni pericolose, spesso si raccomanda a Dio, piglia i mezzi per conservarsi in grazia. Chi fa così, si salva; e chi non fa così, è moralmente impossibile che si salvi. Ed avvertiamo quel che dice S. Bernardo:6 "Nulla nimia securitas, ubi


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periclitatur aeternitas". Non v'è sicurtà7 che basta, per assicurare la eternità.

Ah mio Redentore, il sangue vostro è la mia sicurtà.8 Io era già perduto per li peccati miei, ma voi m'offerite il perdono, s'io mi pento d'averli commessi. Sì che mi pento con tutto il cuore d'avere offeso voi, bontà infinita. Io v'amo, sommo bene, più d'ogni bene. Vedo che voi mi volete salvo, ed io voglio salvarmi per amarvi in eterno.

O Maria Madre di Dio, pregate Gesù per me.

 




1 [9.] S. AUGUST., Enarrat. in Ps. LXXVI, n. 8; PL 36, 976: «Cogitavi dies antiquos et annorum aeternorum memor fui. Qui sunt anni aeterni? Magna cogitatio. Videte si vult ista cogitatio nisi magnum silentium». CC. 39, 1058.

2 [14.] C. A. CATTANEO, Esercizio della buona morte, disc. XI; Milano 1713, 47: «Il celebre per tutte le Spagne Maestro Giovanni d'Avila, vedendo venir verso di sé una dama tutta vanità, fissatole sopra gli occhi, che mettevan fuoco e grondavan lagrime, le disse in voce di tuono: Sempre e Mai. Intendete, o misera seguace e del mondo e del senso. All'inferno morir sempre e non finirla mai... Le meditò e le intese anche mezzamente e come al soffiar de' venti autunnali cadon giù da sé tutte le foglie, senza che vi abbisogni alcun altro scotimento, così al soffio di questo Sempre e Mai certo che le caddero di testa i capricci e di dosso tutte le vanità».

3 [15.] Forse si tratta di san Giovanni il recluso (sec. V), che visse in una cella murata, meditando la morte e l'eternità; Teodoreto lo visitò e ne scrisse un profilo: Historia ecclesiastica, XXI; PG 82, 1431 ss. Vedi pure DREXELIUS, Infernus damnatorum carcer et rogus, c. 11, §. 5; Opera, I, Lugduni 1658, 173; (DU SAULT), Avvisi e riflessioni, c. 15; Venezia 1748, 361.

4 [1.] Da LOHNER, op. cit., tit. 72 (infernus); II, Venetiis 1708, 225: «Dicatur recte olim dixisse Ioannem Avilam plerosque homines aut inquisitionis carcere aut stultorum cavea dignos sibi videri; aut enim credunt, inquiebat, quae Deus de caelesti gloria et inferorum suppliciis revelavit, aut non credunt; si posterius, haeretici sunt, et proin ad inquisitionis carcerem ablegandi: si prius, stultissimi plane sunt, si nihilominus peccare et se in tam manifestum periculum aeternae gloriae amittendae, poenaeque infernalis accusandae periculum praecipitare pergant». Cfr. P. G. D'AVILA, Lettere, lett. 23; Roma 1668, 102 ss.; Obras completas, I, Epistolario, p. III, carta 149; Madrid 1952, 776 ss. 

5 [9.] mentre) finché B B1 B2.: correzione dell'editore Remondini.

6 [22.] H. ENGELGRAVE, Lux evangelica, emblema I, §. 4; I, Coloniae Agrippinae 1677, 11: «Haec nos semper et ubique sollicitos teneat illudque melliflui doctoris pro aculeo animis infixum haereat: Nulla satis magna securitas, ubi periclitatur aeternitas». Vedi anche G. CRASSET, La morte dolce e santa, Venezia 1743, 215. Nel libro dei Prodigi della grazia espressi nella conversione di alcuni grandi peccatori morti da veri penitenti nel monastero della Trappa, Firenze 1715, 58 (trad. dal francese) il detto è attribuito a san Gregorio Magno. Lo stesso san PAOLO DELLA CROCE, Lettere, 25 ott. 1768; IV, Roma 1924, 77 scriveva: «Ci assicura generalmente san Gregorio che nulla satis magna securitas, ubi periclitatur aeternitas». Il concetto non manca in san Gregorio come in Moral. in Iob, l. IX, c. 45; PL 75, 897; ibid., l. XII, c. 39; PL 75, 100; ibid., l. XX, c. 3; PL 76, 139; così pure in san Bernardo, come in Sermones de diversis, sermo 30, n. 1; PL 183, 622, ecc.

7 [1.] sicurtà) sicurità NS; basta) basti B B1 B2.

8 [3.] sicurtà) sicurità NS.




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