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S. Alfonso Maria de Liguori
Via della salute

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L'UOMO PECCANDO AFFLIGGE IL CUORE DI DIO

 

Così appunto parla de' peccatori il profeta regale: "Exacerbaverunt Deum excelsum" (Psal. 77. 56). Iddio non è capace di dolore, ma se ne fosse capace, ogni peccato degli uomini basterebbe ad affliggerlo ed a fargli perdere la pace.

Ecco, mio Dio, la ricompenza, ch'io ho renduta al vostro amore! Quante volte ho posposta la vostra amicizia ad una miserabile mia soddisfazione! Bontà infinita, perdonatemi, perché siete bontà infinita.

 

Aggiunge di più S. Bernardo1 e dice che il peccato mortale è di tanta malizia, che in quanto a sé, "perimit Deum", uccide Dio. Se Dio potesse morire, il peccato mortale lo priverebbe di vita. E come? risponde il P. M. Medina:2 "Destrueret Deum eo quod esset causa tristitiae infinitae". Quale pena è per noi il vederci offesi da taluno, che da noi è stato con modo speciale beneficato ed amato? Ora il vedere Iddio un uomo, al quale ha fatti tanti benefici e gli ha portato


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tanto amore, ch'è giunto per esso a dare il sangue e la vita; e poi vedere che colui gli volta le spalle e disprezza la sua grazia per niente, per uno sfogo di rabbia, per un breve piacere; se fosse capace di pena e di mestizia, se ne morirebbe per l'amarezza che ne sente.

Caro mio Gesù, io sono la pecorella perduta, voi siete il mio buon pastore, che per le vostre pecorelle avete data la vita, abbiate pietà di me, perdonatemi tutte le amarezze che v'ho3 date. Mi dolgo, Gesù mio, di avervi offeso, e v'amo4 con tutta l'anima mia.

 

Ecco perché la vita del nostro Redentore fu così amara e penosa, perché egli l'amante Redentore ebbe sempre avanti gli occhi i nostri peccati. Ecco perché specialmente ancora nell'orto di Getsemani egli sudò sangue, e patì agonia di morte, dichiarando ch'era tanta la sua tristezza che bastava a torgli la vita. "Tristis est anima mea usque ad mortem".5 Chi lo fece così agonizzare e sudar sangue se non la vista delle nostre colpe?

Datemi dunque, Gesù mio, parte di quel dolore, che allora voi soffriste pe'6 miei peccati; fate che questo dolore mi tenga afflitto tutta la mia vita, e mi uccida ancora, se così vi piace. Gesù mio, non vi voglio dare più disgusto, non vi voglio affliggere più, ma vi voglio amare con tutte le mie forze, amor mio, vita mia ed ogni mio bene. Non permettete ch'io v'offenda7 più.

Maria, speranza mia, abbiate di me pietà.

 




1 [19.] S. BERNARDUS, Sermo III in temp. Resurrections, n. 3; PL 183, 290: «Ipsum, quantum in ipsa est, Deum perimit voluntas propria. Omnino enim vellet Deum peccata sua aut vindicare non posse, aut nolle, ea nescire. Vult ergo eum non esse Deum, quae quantum in ipsa est, vult eum aut impotentem aut iniustum esse aut insipientem».

2 [22.] IO. MEDINA, De poenitentia, tr. 3 de satisfactione, q. I; Ingolstadii 1581, 248: «Peccatum... de se est aptum auferre a Deo bonum infinitum, immo et totum suum esse, ex eo scilicet quia, si Deus esset capax tristitiae, sicut est homo, iniuria et offensa contra Deum commissa de se essent illativa tristiae Deo offenso, et ex consequenti privaret Deum sua felicitate, cum qua nulla tristitia se compatitur, et ex consequenti privaret eum divinitate et per consequens suo esse».

3 [7.] v'ho) vi ho B B1 B2.

4 [8.] v'amo) vi amo B B1 B2.

5 [13.] Matth., 26, 38.

6 [17.] pe') pei B B1 B2.

7 [21.] ch'io v'offenda) che io vi offenda B B1 B2.




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