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S. Alfonso Maria de Liguori
Via della salute

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QUAL BENE SIA LA GRAZIA DI DIO, E QUAL MALE LA SUA DISGRAZIA

 

Non conosce l'uomo il valore della divina grazia: "Nescit homo pretium eius";1 e perciò la cambia per niente. Ella è un tesoro infinito:


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"Infinitus enim thesaurus est hominibus" (Sap. 7).2 I gentili diceano essere impossibile che la creatura diventi amica di Dio. Ma no, la divina grazia fa che Dio chiami l'anima, che sta in grazia, amica sua: "Surge, propera, amica mea" (Cant. 2).3 "Vos amici mei estis" (Io. 15).

Dunque, mio Dio, quando l'anima mia stava in grazia vostra, ella era vostra amica, ma poi peccando diventò schiava del demonio e vostra nemica. Vi ringrazio che mi date tempo di ricuperar la vostra grazia. Signor mio, mi pento con tutto il cuore4 perduta; donatemela di nuovo per pietà; e non permettete ch'io5 la perda più.

 

Come si stimerebbe fortunato chi giungesse ad essere amico del suo re! Sarebbe audacia d'un vassallo pretendere che il suo principe lo tenesse per amico; ma non è audacia il pretendere un'anima d'essere amica di Dio. Se voglio esser amico di Cesare (dicea quel cortigiano, come riferisce S. Agostino),6 difficilmente l'otterrò; ma se voglio esser amico di Dio, a me sta: "Amicus autem Dei, si voluero, ecce nunc fio". Un atto di contrizione, un atto d'amore ci rende amici di Dio. Dicea S. Pietro d'Alcantara:7 "Niuna lingua è bastante a poter dichiarare la grandezza dell'amore, che Gesù porta ad un'anima, che sta in grazia sua".

Ah mio Dio, ditemi, sto in grazia vostra o no? So certo che un tempo l'ho perduta, e chi sa se non l'ho ricuperata ancora? Signore, io v'amo8 e mi pento d'avervi offeso; perdonatemi presto.

 

Oh la miseria all'incontro di un'anima in disgrazia di Dio! Ella è separata dal suo sommo bene. Ella non è più di Dio, e Dio non è più suo. Ella non è più amata da Dio, ma odiata ed abborrita. Prima la benedicea come figlia, poi la maledice come nemica.

Ecco dunque lo stato infelice in cui sono stato un tempo, mio Dio, quando io stava in disgrazia vostra. Spero d'esserne uscito, ma se mai non ne fossi uscito ancora, cacciatemene voi, o Gesù mio, colla


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vostra mano. Voi avete promesso di amare che v'ama: "Diligentes me diligo".9 Io v'amo,10 mio sommo bene, amatemi ancora voi; non voglio vedermi più in disgrazia vostra.

O Maria, soccorrete un vostro servo, che a voi si raccomanda.

 




1 [23.] Iob, 28, 13. Senso accomodatizio: Giobbe tesse l'elogio della sapienza; ecco la versione odierna: 12: «Ma la sapienza donde si trae, e qual è il posto della intelligenza?» 13: «L'uomo non ne conosce la via, né si trova nella terra dei viventi».

2 [1.] Sap., 7, 14.

3 [4.] Cant., 2, 10. Io., 15, 14.

4 [8.] d'averla) di averla B1 B2.

5 [9.] ch'io) che io B1 B2.

6 [14.] S. AUGUST., Confess., l. VIII, c. 6, n. 15; PL 32, 755-56. CSEL 33, 182-83.

7 [17.] S. PIETRO D'ALCANTARA, Trattato dell'orazione e meditazione, p. I, c. 4; Roma 1706, 26: «Niuna lingua umana è bastante a poter dichiarare la grandezza dell'amore, che Cristo porta alla Chiesa sua sposa, e conseguentemente a ciascuna dell'anime che sono in grazia, perché ogn'una d'esse è parimente sua sposa».



8 [22.] v'amo) vi amo B1 B2.

9 [1.] Prov., 8, 17.

10 [1-2.] v'ama... v'amo) vi ama... vi amo B1 B2.




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