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S. Alfonso Maria de Liguori
Via della salute

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CAPO III - PRATICA DELLE VIRTÙ CRISTIANE

 

§. I. PRATICA DELL'UMILTÀ

 

Chi non è umile, non può piacere a Dio, il quale non può soffrire i superbi. Egli ha promesso di esaudir chi lo prega, ma se lo prega un superbo, il Signore non l'esaudisce; agli umili all'incontro diffonde le sue grazie: "Deus superbis resistit, humilibus autem dat gratiam" (Iac. 4. 6). L'umiltà si distingue in umiltà d'"affetto" ed umiltà di "volontà". L'umiltà d'affetto consiste nel tenerci noi per quelli miseri che siamo, che niente sappiamo e niente possiamo, se non far male. Quanto abbiamo e facciamo di bene, tutto viene da Dio. Veniamo alla pratica. In quanto all'umiltà d'affetto dunque, per I. non mettiamo mai confidenza alle nostre forze ed a'1 nostri propositi; ma diffidiamo e temiamo sempre di noi. "Cum metu, et tremore vestram salutem operamini" (Phil. 12).2 Dicea S. Filippo Neri:3 "Chi non teme, è caduto". Per 2. non ci gloriamo mai delle cose nostre, come de' nostri talenti, delle nostre azioni, della nostra nascita, de' nostri parenti e simili. Perciò è bene che non parliamo mai dell'opere nostre, se non per dire i nostri difetti. Ed il meglio è non parlar mai di noi, né di bene, né di male: perché anche nel dirne male, sorge spesso in noi la vanagloria d'esser lodati, o almeno d'esser tenuti per umili, sicché l'umiltà si riduce a superbia.

 

Per 3. non ci sdegniamo con noi stessi dopo il difetto. Ciò non è umiltà, ma superbia, ed è anche arte del demonio per farci diffidar


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in tutto e lasciar la buona vita. Quando ci vediamo caduti, diciamo come dicea S. Caterina da Genova:4 "Signore, questi sono i frutti dell'orto mio". Allora umiliamoci e subito rialziamoci dal difetto commesso con un atto d'amore e di dolore, proponendo di più non ricadervi e confidando nell'aiuto di Dio. E se per disgrazia ritorniamo a cadervi, sempre facciamo così. Per 4. vedendo le cadute degli altri, non ce ne ammiriamo; ma compatiamoli e ringraziamo Dio, pregandolo a tenerci le mani sopra; altrimenti il Signore ci punirà con permettere che cadiamo negli stessi peccati e forse peggiori di quelli. Per 5. stimiamoci sempre i maggiori peccatori del mondo; e ciò quantunque sapessimo che altri abbiano più peccati de' nostri; poiché le nostre colpe commesse dopo tanti lumi e grazie divine peseranno più avanti a Dio, che le colpe degli altri, benché in maggior numero. Scrive S. Teresa:5 "Non credere d'aver fatto profitto nella perfezione, se non ti tieni per lo peggiore di tutti, e non desideri d'esser posposto a tutti".

 

L'umiltà poi di "volontà" consiste nel compiacerci d'essere disprezzati dagli altri. Chi si ha meritato l'inferno, merita d'essere calpestato da' demonii per sempre. Gesu-Cristo vuole che impariamo da lui ad essere mansueti ed umili di cuore: "Discite a me, quia mitis sum, et humilis corde" (Matth. 11. 29). Molti sono umili di bocca, ma non di cuore. Dicono: "Io sono il peggiore di tutti: merito mille inferni". Ma poi se uno li riprende, o lor dice una parola che non piace, si voltano con superbia. Questi fanno come i ricci,6 che subito che son


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toccati, si fanno tutti spine. Ma come? voi dite che siete il peggiore di tutti e poi non potete soffrire una parola? Il vero umile, dice S. Bernardo,7 si stima vile e vuol essere riputato vile anche dagli altri.

 

Per I. dunque, se volete esser vero umile, quando ricevete qualche ammonizione, ricevetela con pace e ringraziate chi v'ammonisce.8 Dice il Grisostomo9 che il giusto, quando è corretto, si duole dell'errore commesso; ma il superbo si duole che sia conosciuto l'errore. I santi anche quando son incolpati a torto, non si difendono, se non quando la difesa è necessaria per evitare lo scandalo degli altri, altrimenti tacciono e tutto offeriscono a Dio.

 

Per 2. allorché ricevete qualche affronto, soffritelo con pazienza ed accrescete l'amore a chi vi disprezza. Questa è la pietra paragone per conoscere, se una persona è umile e santa. Se ella si risente, ancorché facesse miracoli, dite ch'è canna vacante. Dicea il Padre Baldassarre Alvarez10 che il tempo delle umiliazioni è tempo di guadagnare tesori di meriti. Guadagnerete più in ricever con pace un disprezzo, che se faceste dieci digiuni in pane ed acqua. Son buone le umiliazioni, che facciamo da per noi [davanti]11 agli altri, ma molto più vale l'accettar le umiliazioni che dagli altri vengono fatte a noi, perché in queste vi è meno del nostro, e vi è più di Dio; onde vi è assai maggior profitto, se lo sappiamo soffrire. Ma che sa fare un cristiano, se non sa soffrire un disprezzo per Dio? Quanti disprezzi Gesu-Cristo ha sofferti per noi? schiaffi, derisioni, flagelli, sputi in faccia? Eh se portassimo amore a Gesu-Cristo, non solo non faressimo12 risentimento negli affronti, ma ce ne compiaceressimo,13 vedendoci disprezzati, come fu disprezzato Gesu-Cristo.

 




1 [13.] alle nostre... a' nostri) nelle nostre... ne' nostri B B1 B2.

2 [15.] Philipp., 2, 12.

3 [12.] BACCI, op. cit., lib. II, c. 13, n. 16; Bologna 1686, 142: «E soggiungea che non vi era maggior pericolo in questa materia (castità), quanto non temere il pericolo, e che quando alcuno non dubitava o non temeva, allora esso lo tenea spedito».



4 [2.] Forse dal Diario spirituale, pratica dell'umiltà; Napoli 1760: «Ond'è che nelle sue cadute solea dire: Questa è un'erba del mio orto, e poi si umiliava assai». Per l'autore di questo libro vedi O. GREGORIO, Ricerche intorno all'autore del Diario spirituale del '700, in Spicil. histor. C. SS. R., 13 (Roma 1965) 358 ss. Vedi anche A. COPPO, C. M., De auctore vulgatissimi libri cui index «Diario spirituale» nova testimonia, in Vincentiana: Commentarium officiale alternis prodiens mensibus, 3, Roma 1966, 37 ss. Cfr. MARABOTTO-VERNAZZA, Vita ammirabile e dottrina celeste di S. Caterina da Genova, c. 16, n. 3; Padova 1743, 66.

5 [14.] Forse dal Diario spirituale, Umiltà (12 febbraio): «Non credere d'aver fatto profitto nella perfezione, se non ti tieni per lo peggiore di tutti, e se non desideri di essere posposto a tutti. S. Teresa». Cfr. S. TERESA, Cammino di perfezione, c. 18; Op. spirit., I, ed. cit., 184: «Or per conoscer, figliuole, se avete fatto profitto, veggasi se ciascuna si tiene per la più cattiva di tutte, e se nelle sue opere si scorge ch'ella abbia questo concetto di sé, per utile e bene dell'altre». Cfr. Obras, III, 85.



6 [24.] Riccio (ericius) è un animale mammifero insettivoro terrestre notturno con corpo coperto di aculei che si appallottola: vive tra i cespugli spinosi: vedi AELIANUS, De natura animalium, Parisiis 1858, 102, 112, 115.

7 [3.] S. BERNARDUS, In Cantica, ser. 16, n. 10; PL 183, 853: «Verus humilis vilis vult reputari, non humilis praedicari». Ibid., ser. 42, n. 6; PL 183, 990.

8 [5.] v'ammonisce) vi ammonisce B B1 B2.

9 [6.] CHRYSOST., Hom. in Matth., hom. 26 (al. 27), n. 8; PG 57, 343: «Scitis porro quam amarum sit cum peccata evulgantur, et quanto sit opus animo ut a multis accusatus vir, totque habens scelerum testes, non prorsus concidat». Sant'Alfonso riassume l'omilia secondo il metodo a lui familiare. Vedi pure Ibid., hom. 68 (al. 69); PG 58, 639.

10 [14.] Ven. LUDOV. DA PONTE, op. cit., c. 40, paragr. I; Roma 1692, 398: «Grandini d'oro e di perle preziosissime sono i disprezzi per far arricchir coloro, che sanno bene stimarli e meglio sofferirli». 

11 [18.] La frase «da per noi agli altri» non ha senso; evidentemente manca «davanti» tra «noi» e «gli altri».

12 [24.] faressimo) faremmo B B1 B2.

13 [25.] compiaceressimo) compiaceremmo B B1 B2.




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