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S. Alfonso Maria de Liguori
Vita del Rev. P. D. Paolo Cafaro

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Testo


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Nacque il padre d. Paolo Cafaro a' 5. del mese di luglio nell'anno 1707., nella diocesi della Cava, e proprio nel casale detto de' Cafari, da pii ed onesti parenti. Il padre si chiamò Giovan Nicola Cafaro, e la madre Cecilia, collo stesso cognome di Cafaro. La madre fu donna di pietà; ma il padre fu di una vita molto esemplare tra' secolari: era egli fratello di congregazione, a cui non mancava; facea la sua orazione mentale, e l'insegnava alla sua famiglia; ogni giorno faceva la dottrina cristiana a' suoi figli; ubbidiva al suo padre spirituale, ed era scrupoloso in tale ubbidienza; onde quando morì disse questo suo direttore alla di lui moglie: Hai un santo in paradiso. I mentovati genitori ebbero sei figli, quattro femmine e due maschi, de' quali d. Paolo fu il secondo. Fin dalle fasce fu egli così placido e mansueto, che la madre doveva svegliarlo per dargli latte. Indi passò la sua fanciullezza senza essere fanciullo, alieno da quelle leggerezze, da cui negli altri ordinariamente quella prima età suol essere accompagnata. Ebbe una gravissima infermità, essendo di dieci anni, e la soffrì con tanta pazienza, senza mai lagnarsi, che il medico ne rimase ammirato, e disse di volerlo andar predicando. Alla scuola non fu mai battuto o ripreso dal maestro, perché sempre fu trovato modesto ed attento allo studio, onde sin d'allora erasi egli renduto l'ammirazione de' maestri e degli scolari e di tutti gli altri, che con lui conversavano.

 

Sin da fanciullo, subito che ne fu capace, cominciò a frequentare i sagramenti e l'orazione, che specialmente


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faceva avanti il ss. sagramento dell'altare con tanta divozione, che era l'edificazione di tutti. La madre, vedendolo così divoto, e ben costumato, gli diede la cura delle sorelle, alla quale egli per ubbidire alla madre stava molto attento, specialmente in evitare che le sorelle uscissero fuori di casa: se mai trovava, che alcuna di loro fosse uscita fuori per qualche tempo, la castigava senza batterla, ma con assegnarle per carcere una camera della casa, secondo il tempo ch'ella era stata fuori, e secondo la distanza per cui si era allontanata.

 

Fatto chierico, entrò in seminario di tredici anni, dov'era di tanta edificazione, che il rettore di quel tempo d. Dante della Monica dicea: Quando vedo questo figliuolo mi sento tirare a Dio, e bisogna che mi compunga. Onde lo fece zelatore sopra tutti i seminaristi: ed egli non lasciava mai per alcun rispetto umano di accusare i discoli: talmenteché una volta quelli, trovandolo solo, in vendetta molto lo maltrattarono. Ma esso non per questo cessò di zelar come prima; per lo che il rettore riposava in mano sua, avendo a lui, benché giovinetto, raccomandato tutto il seminario. Quando i seminaristi gli cercavano di andare a qualche festa, o in altro luogo di divertimento, rispondea: Se vuol venire Paolo a guidarvi, andate. Un giorno essendo stati invitati i seminaristi ad assistere nella chiesa del monastero di Preato, ed essendosi fatto tardi, le monache volevano far restare ivi i seminaristi a pranzo; si mandò ad impetrarne la licenza dal rettore (allora d. Simone Sambiase), il quale rispose in un biglietto con queste parole: Faccia Paolo; e se egli vuol restarsi per loro guida, io sono contento. Vedasi qui il contento che avevano tutti i rettori della sodezza e prudenza del nostro d. Paolo, anche nel tempo della sua adolescenza.

 

In tal tempo, essendo appena chierico, cominciò a dimostrare lo zelo che avea per il profitto spirituale degli altri. In tutte le feste se ne andava di casale in casale insegnando la dottrina cristiana a' figliuoli ed alle persone più ignoranti ed abbandonate: e procurava che facessero lo stesso gli altri chierici suoi compagni. Ma la sua maggior cura fu di aiutare questi medesimi chierici, acciocché riuscissero poi dotti e santi sacerdoti, atti a salvare anime; e perciò attendeva a far loro scuola, ed insieme insegnava loro il modo di far l'orazione mentale. Ed in ciò s'impiegò per sette anni continui, e si sa che quei chierici divennero poi buoni sacerdoti ed operari.

 

In questo tempo poi della sua giovinezza fu così mortificato, ed amante insieme della vita nascosta, che per non far vedere le astinenze e mortificazioni che praticava, se ne stava ritirato e solitario in una stanza, e neppure andava a mangiare alla mensa cogli altri, ma si faceva portare il pranzo nella sua camera, e colà prendendo quel poco che gli pareva sufficiente, il resto lo calava in un cestino per la finestra a' poveri che l'aspettavano; rimanendo egli contento o d'un poco di pane o d'altro poco cibo, che spesso era solito condire con erbe amare. In ogni settimana faceva almeno due digiuni in pane ed acqua. Altre volte contentavasi della sola minestra, senza pane; ed in tutta la sua gioventù privossi per sempre della carne e delle frutta, cosa in un giovine di somma mortificazione. Inoltre, dentro alla sua camera non lasciava di mortificarsi con discipline e cilizj. Sin da che era di tredici anni adoperava sulle sue carni una catena di ferri aculeati che faceva orrore a vederla; e le fu tolta a forza dalla madre che se ne accorse. Dormiva sulla tavola, ed altre volte sopra la nuda terra, appoggiando la testa ad un banco.

 

Pensando poi di dover essere sacerdote, e pensando che niuno può esser mai buon sacerdote, se non è dotto, attese con molta diligenza a ben istruirsi prima nella lingua latina e greca sotto il sacerdote ed insigne maestro d. Ignazio


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della Calce (oggidì professore della lingua ebraica negli studj pubblici); e poi nella filosofia, e specialmente nella teologia, così morale, della quale egli nella Cava introdusse l'accademia, e per molti anni la seguitò, essendone esso il capo ed il mantenitore; come scolastica e dogmatica, di cui fu poi lettore nella nostra congregazione, componendone dottamente gli scritti, i quali ora da noi si conservano per divozione, poiché s'è introdotto nella congregazione a far fare gli studj a' nostri giovani sopra de' libri, per essersi conosciuto colla sperienza, che con tal modo i giovani, meglio si approfittano, avanzano più tempo, e si liberano dall'incomodo dello scrivere, che molto pregiudica alla sanità.

 

Fatto sacerdote d. Paolo, per ubbidienza del suo direttore, procurò di stringersi più con Dio; onde si diede ad una vita tutta santa. La sua applicazione da allora in poi non fu altra, che fare orazione e faticare per tirare anime a Dio. Faceva quattro ore di orazione, assegnategli dal padre spirituale, due nel giorno avanti al ss. sagramento, e due la notte. Inoltre spesso praticava il consiglio di s. Agostino: Ite iuvenes, ite senes, ad sepulcra patrum vestrorum. Pertanto spesso se ne andava nel giorno dentro il cimitero della parrocchia, ed ivi si tratteneva più ore in mezzo alle ossa di quei defunti a meditar la morte; ed in molte notti restavasi a dormir in quello. Talvolta prendeva in mano lo scheletro del morto suo padre, ivi seppellito, e dicea: O padre mio, come sei fatto leggiero! Di più in quel tempo ritiravasi di quando in quando per più giorni in un certo romitaggio molto solitario, dove non attendeva ad altro, che ad orare e macerarsi con penitenze.

 

Poco dopo che fu sacerdote, fu fatto confessore, e prefetto della segreta degli ecclesiastici. E in questo tempo ebbe la consolazione di convertire colla sua dolcezza e dottrina, ma più colle orazioni e penitenze, due nobili calvinisti capitati alla Cava. Dopo un anno del sacerdozio volle in ogni conto il vescovo ch'egli fosse parroco nella chiesa di s. Pietro; il quale officio da lui non fu accettato che per ubbidienza, e dopo molte ripugnanze. e ciò fu nell'anno 1735., essendo egli in età di 28. anni.

 

Fatto parroco, s'impiegò tutto nell'aiuto delle anime della sua parrocchia. Basta in ciò sapere quel che attestò un sacerdote, ch'era inteso delle di lui opere: d. Paolo, disse, nel tempo che fu parroco, non tralasciò alcuna fatica che conosceva poter giovare al profitto de' suoi parrocchiani. Egli, per trovarsi pronto ad accorrere agli infermi, quando fosse stato chiamato, dormiva vestito la notte; ond'era che, chiamato in sua casa in qualunque ora della notte, subito scendeva ed andava. E talvolta, con maraviglia di chi andava a chiamarlo fu ritrovato vicino alla porta di sua casa, come già sapesse la chiamata che aveva da venire, e pronto rispondeva: Eccomi, andiamo. Anzi, nel mese che specialmente a lui toccava nella parrocchia (essendovi ivi più parrochi), se ne restava la notte nella chiesa, avendo data già prima la voce, che quando lo voleano, fossero venuti a trovarlo nella stessa chiesa, dove appena prendeva un poco di sonno seduto in un confessionario. Era poi così attento e anelante di trovarsi pronto a servire ognuno della sua parrocchia che a lui ricorreva, che la mattina, andando il sagrestano ad aprire la chiesa, lo ritrovava ivi già venuto due o tre ore prima, inginocchioni avanti la porta; e non mai accadde che il sagrestano non lo trovasse venuto prima di lui.

 

Non solo predicava sempre che poteva nella parrocchia, ma se ne andava ancora cappella per cappella aiutando la povera gente, che non veniva alla parrocchia, or predicando, ora istruendo, ed ora prendendo le confessioni. Nelle feste se ne andava il giorno col crocifisso girando per quei casali e visitando specialmente le botteghe ed i luoghi più sospetti affine d'impedire


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qualche peccato. Nella sera poi soleva ritornarvi verso le due o tre ore di notte, anche in tempo d'inverno, intimando con brevi sentimenti le verità eterne e i divini castighi, per atterrire coloro che si ritrovavano in disgrazia di Dio. Una sera, predicando avanti la casa d'un gentiluomo, che verisimilmente vivea lontano da Dio, fu da colui insultato con molte ingiurie e trattato anche da pazzo; egli altro non rispose: No signore, non sono pazzi quelli che fanno l'officio loro, io fo l'officio mio d'aiutare le anime a me commesse.

 

Colle sue fatiche liberò molte donne dal peccato, altre trasportandole in luoghi lontani, altre alimentandole a sue spese; e quando non avea modo di soccorrerle di proprio danaro, andava mendicando in giro per le case; siccome specialmente fece una volta, in cui tolse una donna dalla mala pratica, e per assicurarla, la trasportò in altra casa, e così mendicando la sostentò fin tanto che si fece il matrimonio con quell'uomo che prima la possedea. Spesso ancora andava mendicando tozzi di pane per soccorrere i poveri, e carico di quelli poi gli andava dispensando. Un giorno trovandolo il suo fratello in tal officio di carità, ed avendo a scorno di vederlo andar facendo il pezzente, gli fece una grande invettiva in una pubblica via, dicendogli, che svergognava la casa e se stesso; ma di tali rimproveri poco egli curavasi, e seguiva ad impiegarsi in queste opere di carità; e così ridusse molte peccatrici a vivere in grazia di Dio. E che non ebbe a patire per ciò nell'impedire gli scandali! Più volte fu minacciato anche di morte.

 

Egli introdusse in quei luoghi il pio costume della confessione e comunione generale de' fanciulli una volta il mese, e la frequenza de' sagramenti per gli altri, non solo nella sua parrocchia, ma quasi in tutta la diocesi. Egli ancora introdusse l'esercizio dell'orazione mentale in comune nella chiesa, e della visita al ss. sagramento. Inoltre egli si affaticò e dispose le cose acciocché si erigesse una congregazione di dodici preti, i quali avessero cura particolare delle genti abbandonate della diocesi, cioè de' carcerati, de' marinari, de' figliuoli e de' poveri; che perciò questa congregazione dovea chiamarsi la congregazione degli abbandonati. E col suo indirizzo già si fecero le regole, e furono anche approvate dal vescovo, e già più sacerdoti si erano offerti a congregarsi; ma poi la cosa non ebbe effetto, perché non poté ritrovarsi luogo dove potessero convenire a radunarsi.

 

Opera sua fu ancora, che i preti della Cava andassero facendo gli esercizj spirituali per tutti i casali, che nella Cava sono molti, almeno ne' luoghi più bisognosi. Specialmente procurò che questi esercizj si facessero ogni anno nella cappella di s. Rocco al Borgo, per esser quel luogo molto bisognoso e pieno di gente che poco pensa all'anima, come sono calessieri, tavernarj, macellarj, e simili sorta di persone. Egli poi in quel tempo degli esercizj andava di notte girando da per tutto, raccoglieva tutti coloro che poteva in quella cappella ed ivi gl'istruiva e predicava loro, o pure assisteva agli altri che predicavano, ed allora per lo più se ne restava nella chiesa o nella sagrestia, senza mangiare, dicendo che non ne aveva bisogno, per esser egli forte di complessione. In somma esso prendeasi il pensiero di tutti; perlocché monsignor di Liguori, vescovo della Cava, solea nominarlo Sollicitudo omnium ecclesiarum. E perciò quando d. Paolo si ritirò nella nostra congregazione, quei della Cava se la prendeano con noi, dicendo: Oh Dio, che avete fatto! ci avete levato un santo, un apostolo. Era tanto stimato d. Paolo da' suoi paesani (cosa rara), che una volta, essendosi detto, che era morto in un luogo dove era andato a far la missione, quando poi ritornò, andò ad incontrarlo per allegrezza una moltitudine di popolo, non solo della Cava, ma anche di Salerno.

 

Ma con tutto che d. Paolo adempisse così bene le parti di parroco, nulladimanco stava così angustiato dagli scrupoli,


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temendo che non soddisfacesse come doveva al suo obbligo, che continuamente pregava il confessore che gli desse licenza di rinunziare il suo officio, ma il confessore sempre ricusava, vedendo che i suoi erano meri scrupoli, poiché in effetto egli facea più di quello a che era tenuto; onde quando d. Paolo ritornava a domandargli il permesso della rinunzia, gli rispondea che non ci pensasse. Ma d. Paolo con tutto ciò gemea continuamente oppresso da' suoi timori. Un giorno, stando egli in casa sua, i parenti l'intesero piangere dirottamente a singhiozzi; spaventati l'interrogarono, che cosa mai gli era accaduta? egli, seguitando a piangere, rispose: Per carità aiutatemi ad aver la grazia di rinunziar la parrocchia; il confessore non mi vuol dar la licenza, ed io mi sento morire per gli scrupoli. Alquanti giorni appresso i parenti lo trovarono chiuso in una cappella, dove, seguendo a piangere, sfogava il suo dolore; e perciò dove prima gli contraddicevano, poi mossi a compassione, essi medesimi si adoperarono a fargli ammettere la rinunzia; la quale già finalmente fu ammessa nel 1740. con suo molto contento, ma con incredibile rammarico de' suoi parrocchiani; benché dopo la rinunzia egli non cessasse di attendere come prima colla stessa sollecitudine al bene delle anime della sua parrocchia.

 

E ben fu disposizione del Signore ch'egli facesse questa rinunzia, mentre Iddio lo volea in altro stato di vita ed in tutto fuori del mondo. Onde cominciò ad ispirargli il pensiero di lasciarlo affatto, imprimendogli un gran desiderio di entrare nella nostra congregazione a far vita di ubbidienza, facendogli intendere che 'l sacrificio più gradito al Signore è lo spogliarsi della propria volontà. Egli di questa sua ispirazione ne scrisse un giorno a me che ora scrivo queste notizie della sua vita, ed allora dirigea la sua coscienza. Io per accertarmi se la sua fosse vera vocazione, gli risposi che, sempreché gli venisse tal pensiero, lo discacciasse; stando io certo che se veramente veniva da Dio, Dio stesso glie l'avrebbe confermato. Procurò egli di far l'ubbidienza; ma il Signore che lo volea tutto per sé, quanto più esso cercava di discacciare il pensiero di ritirarsi alla congregazione, tanto più glie ne accresceva il desiderio. Finalmente, dopo molte riflessioni e dibattimenti, prima di far l'ultima risoluzione, il nostro d. Paolo se ne andò solo a far gli esercizj spirituali nel romitorio detto della Croce, che sta nella Cava sulla cima d'un monte, ed ivi finalmente, ancorché non avesse mai amato il mondo, risolse di lasciarlo in tutto per darsi tutto a Dio, come egli stesso spiegò ad una religiosa, quando stava per ritirarsi, dicendo: Io non voglio aver più pensiero di cose di terra; voglio esser tutto di Dio, non voglio pensare più a me, e perciò vo' mettermi in mano d'altri e pensare solo all'eternità.

 

Indi si ritirò nella congregazione, partendosi dalla sua casa senza aver fatta parola ad alcuno della sua risoluzione, e venne ad accompagnarsi meco nella Barra, casale di Napoli, dove io con altri miei compagni mi tratteneva allora ad abitare, stando in quel tempo a servire l'eminentissimo signor cardinale Spinelli, allora arcivescovo di Napoli, il quale avea chiamata la nostra congregazione a coltivar la sua diocesi colle missioni, mantenendoci a sue spese in una casa nel mentovato luogo della Barra. Ivi per allora venne ad aiutarmi il p.d. Paolo, ed ivi giunse da poi il suo fratello, dopo che seppe la di lui risoluzione di lasciar la casa, il quale per due ore continue non fece altro che caricarlo di rimproveri con gridi ed ingiurie; ma d. Paolo prudentemente tacque sempre, senza rispondere neppure una parola. Dico prudentemente, perché in verità tutte le parole e ragioni anche evidenti non hanno forza di persuadere un animo appassionato; anzi quanto più sono forti e chiare, più l'indurano ed inaspriscono. Il suo vescovo allora monsignor


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de Liguori, ben anche intese con molto dispiacere la sua ritirata, onde molto se ne lagnò; ed avendolo incontrato un giorno per via, fece fermar la carrozza e cominciò a persuadergli il ritorno alla Cava; ma vedendo che d. Paolo stava forte nella risoluzione fatta, finalmente gli disse: Or giacché è questo, non mi comparite più davanti, né voglio che vi accostiate più alla mia diocesi.

 

Dopo ciò d. Paolo entrò nel noviziato, dove diede una somma edificazione, specialmente in esercitar l'ubbidienza, cosa la più dura e difficile a chi entra in qualche comunità avanzato in età ed avvezzo per tanti anni a far la volontà propria, benché fosse stato impiegato in opere sante. Accrebbe allora le penitenze, e particolarmente l'orazione, giungendo a farne sette o otto ore il giorno. Nel tempo del noviziato, ed in tutto il rimanente della sua vita, anche nel tempo della sua amara desolazione, come diremo, colla quale il Signore volle provarlo negli ultimi sei anni della sua vita, egli non ebbe mai alcuna minima tentazione contra la sua vocazione. Venne il tempo di far l'obblazione (coi voti di povertà, castità, ubbidienza e perseveranza, secondo il nostro istituto) e la fece con tanto amore e compunzione, che le lagrime l'impedivano di proferir le parole che nella formola si recitano dagli obblati.

 

Uscendo dal noviziato, subito fu egli impiegato da' superiori nell'esercizio delle sante missioni. E qui fermiamoci ad ammirare alcune virtù speciali che esercitò in sua vita questo buon sacerdote. E parlando primieramente dello zelo che avea per la salute delle anime, egli molto amava l'opera delle missioni, delle quali, per dir così, era innamorato sin da che fu sacerdote. Anche da parroco, sempre che potea senza pregiudizio della cura, non lasciava di andare alle missioni co' suoi compagni missionarj della Cava, i quali attestano che nelle missioni era d. Paolo infaticabile, e non si risparmiava per un momento, non badando neppure al rischio di sua vita. Stando egli alla Cava, occorse un anno, che doveva andarsi ad un certo luogo di campagna di dalla terra d'Eboli, chiamato Piesti, luogo di mal'aria, ed allora erano tempi già sospetti. Tutti gli altri si scusarono, ma egli si offerì e vi andò volentieri, non ostante il pericolo della vita, e vi stette per sette giorni, predicando e sentendo le confessioni di tutta quella gente solo, e per grazia del Signore se ne ritornò sano e tutto contento. Era tanto l'amore che avea per le missioni, che, dopo avere rinunciata la parrocchia, ma prima di risolversi ad entrar nella congregazione, pensò di andarsene sconosciuto girando per lo regno, con mendicare il vitto, facendo missioni per i luoghi più destituti di soccorso spirituale; ed in fatti ne scrisse ad un vescovo delle Calabrie; ma quegli, perché non lo conoscea, lo licenziò. Ne scrisse ancora al vescovo di Capaccio, offerendosi a faticare in quella vasta diocesi; e questi neppure volle accettarlo.

 

Quando egli fu poi nella nostra congregazione, fe' voto di non ripugnar mai di andare a qualunque missione a cui i superiori l'avessero mandato. Fe' anche voto di andare alle missioni degl'infedeli, sempre che vi fosse stata la volontà del superiore. Sul che è bene qui notare la lettera che ne scrisse al nostro p. Mazzini suo direttore: «Padre mio, non so se mi spinge a scrivere a V.R. lo spirito di Dio o lo spirito della superbia, esponendole l'antico mio desiderio di offerirmi al p. rettore per le missioni degl'infedeli. Io sin dal tempo ch'era novizio feci voto di ubbidire al superiore pro tempore ad ogni cenno di missione, anche degl'infedeli; e questo voto lo feci con gran desiderio e speranza di conseguirne l'intento. Poi questo desiderio cominciò a raffreddarsi, ma non mai tanto che non vi rimanesse la preparazione d'animo di andarvi di buona voglia. La conclusione è che io sin dal noviziato sono stato con questo desiderio.


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Mi vedo, come sono, pieno di difetti, conservando solamente uno spirito d'invidia verso coloro che vedo raccolti; e confrontando il tempo passato col presente, mi trovo molto di sotto; e questo ancora mi è di motivo a desiderare di andarmene a missioni d'infedeli, considerando, ch'essendomi imbarcato, mi sarebbe necessaria (diciam così) l'annegazione di me stesso e d'ogni comodo; perciò tengo sempre in bocca quella sentenza di s. Agostino (se non erro): Felix necessitas quae ad meliora compellit. Onde considerando che nelle missioni degl'infedeli avrei da fare quasi per necessità il bene, e per necessità avrei da patire e forse anche morire per Gesù Cristo; perciò ne ho il desiderio. È vero che il mare non si confà collo stomaco mio e che forse nel viaggio vi morirei; ma con tutto ciò mi metterei al mare, e poi quel che ne viene viene. Padre mio, mi metto in mano sua ecc». Ed in fatti, ottenuto dal mentovato suo direttore il permesso di fare la suddetta domanda, la fece di poi a me con molta istanza, chiedendomi questa grazia come la maggiore che io potessi fargli.

 

Nelle nostre missioni poi era d. Paolo veramente infaticabile, in niente si risparmiava, e specialmente nel penoso officio d'ascoltar le confessioni. E qui dee notarsi ch'egli nell'amministrare il sagramento della penitenza non era molto sciolto, anzi era molto angustiato, sempre temea di non usarvi tutta la diligenza dovuta. Onde era che il prender le confessioni per d. Paolo era un martirio: in tale impiego si osservava alle volte, che quasi agonizzava. Ma in ciò specialmente noi tutti ammiravamo allora lo spirito e lo zelo immenso del p.d. Paolo: egli la mattina era il primo ad andare in chiesa e l'ultimo ad uscirne, occupandosi ivi sempre a sentir le confessioni, senza perdere un momento, e per lo più le confessioni degli uomini, che ordinariamente sono le più intricate e fastidiose. Nella sera poi in casa, finita la predica, subito metteasi di nuovo a sentir le confessioni, senza pigliarsi un momento di riposo; e quando avea già soddisfatto a' penitenti che gli stavano d'intorno, usciva fuori della camera a cercare se vi era alcun altro che volesse da lui confessarsi, con tutto che ogni confessione, come di sopra abbiamo detto, gli costasse una morte. In alcuna missione, dove non v'era l'orologio a sveglio, esso per più ore della notte vegliava, affine di potere svegliare i compagni al tempo assegnato; e perciò di quando in quando si alzava scalzo dal letto per andare ad osservar l'orologio che vi era a mostra, e vedere se mai era giunta l'ora. In una missione, benché stesse colla febbre sopra, non lasciò di predicare e di ascoltar le confessioni. In somma ne' tempi d'inverno e di primavera egli stava occupato in continue fatiche nelle missioni; negli altri tempi poi, stando in casa, s'impiegava in dar gli esercizj agli ecclesiastici, e secolari e ad ognuno che lo richiedea, senza mai ripugnare a qualunque fatica o incomodo in aiuto delle anime. Stando una volta nel collegio di Nocera, intese che uno era stato ferito a morte; egli subito corse ad aiutarlo, come si trovava, senza mantello, senza cappello e senza scarpe; anzi per giungere più presto si tolse le pianelle che teneva a' piedi, e andò così colle pianelle in mano a trovare l'infermo.

 

Nel predicare poi parlava con un fervore e spirito ammirabile. Le sue prediche, come confessano tutti, facevano un'impressione straordinaria, differente dalle prediche degli altri. Anche ne' sermoni famigliari che facea tra di noi nel capitolo, il che era una volta la settimana, le sue parole pareano, per così dire, saette che ci ferissero: le proferiva egli con una forzapenetrante, che ognuno di noi conoscea già uscire dall'intimo del cuore. Specialmente quando parlava dell'eternità, facea tremare ognuno che l'udiva.

 

Da questo suo zelo divorante, come ben potea chiamarsi lo zelo di d. Paolo,


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uscirono poi quelle sue lettere di fuoco che inviava a varj soggetti da lui conosciuti, atti a portare anime a Dio, animandoli a studiare ed a faticare per le anime. Da questo suo zelo nascevano ancora, quando vacava qualche vescovado, le molte preghiere ch'egli mandava a Dio, e le gran premure che faceva, per quanto potea dal canto suo, acciocché fossero eletti buoni prelati: ed unica opera del suo zelo fu già che un prelato il quale oggi vive ottenesse la chiesa che al presente governa con molto spirito e con gran profitto del suo gregge.

 

Nello stesso tempo poi che stava tutto applicato alla salute delle anime, procurava di occuparsi quanto più potea nell'esercizio dell'orazione. L'orazione può dirsi che fu la più forte passione, o sia delizia di d. Paolo. Sin da' suoi primi anni, da che era chierico, facea più ore di orazione; specialmente nel giorno dopo pranzo tratteneasi per due ore continue in orazione davanti al ss. sagramento, parte inginocchiato, e parte seduto, ma con tanta divozione, che le genti s'invitavano tra loro dicendo: Andiamo a vedere il santo. E ciò oltre le tante volte in cui se n'andava al cimitero, dove se ne stava per molto tempo a meditar la morte e l'eternità. Quando poi stava nella nostra congregazione, oltre l'orazione di un'ora e mezza che prescrive la regola, egli se ne facea due altre in chiesa, alla presenza del venerabile, ed un'altra mezz'ora nella sua camera la notte prima di andare a letto: avrebbe egli desiderato di prolungar questa orazione della notte, ma da' superiori non gli fu permesso. Del resto, nel giorno spesso era da' nostri ritrovato nella sua stanza in atto di orazione, inginocchiato in mezzo di quella. Uscendo talvolta a passeggiare nel bosco, come fu osservato, si nascondeva sotto d'un albero, ed ivi inginocchiato metteasi a fare orazione. Stando in missione, sempre che poteva avere un poco di tempo, o se ne andava ad orare avanti al ss. sagramento, o pur raccoglievasi dove si trovava, solendo dire: In ogni luogo vi è Dio.

 

Quando imparava la predica, lo faceva inginocchioni; sicché tutto quel tempo era per lui tempo d'orazione; e perciò le sue prediche faceano poi tanto profitto, perché erano tutte frutto d'orazione. Perciò ancora io penso, ch'egli nelle sue prediche spesso parlava della morte e dell'eternità, perché questo era forse il soggetto più usuale delle sue meditazioni. Già di sopra si è detto, quanto egli amava i cimiterj. Parlando egli una volta di ciò con una monaca la quale si ammirava del tanto tempo per cui egli solea trattenersi nel cimitero, le disse: Io mi ci farei tutti i giorni di mia vita. Essendo parroco non lasciava ogni sera, insieme con un altro buon sacerdote col quale abitava, di fare dopo lo studio un'ora incirca di meditazione sopra la morte, mettendosi amendue in un cantone della stanza, ed in un certo sito, come fossero già morti. O morte! o eternità! queste parole erano continue nella bocca del servo di Dio, o stesse solo, o accompagnato. Talvolta stando in conversazione tra di noi, dimandava ad alcun fratello: Dimmi, se ora venisse la morte, come la sentiresti? Della morte e dell'eternità spesso parlava nelle lettere che scriveva a' suoi penitenti e amici. Ad una persona scrisse: Le cose presenti presto finiscono, e non avranno poi da servire più per tutta l'eternità. Ad un'altra: In conclusione si pensi all'eterno, perché il temporale finisce. Ad un'altra: Si armi collo scudo della fede, cioè colla considerazione dell'eternità. Rifletta che il tutto finisce, ma l'eternità non finisce mai. Rifletta ch'è meglio essere servo di Dio, che l'essere ogni gran cosa in questo mondo. Rifletta a ciò che in punto di morte potrà desiderare d'aver fatto in vita. Per tanto le prediche sue più frequenti e più forti erano quelle della morte e dell'eternità. Quando era parroco, di quando in quando menava il popolo nel cimitero, ed ivi pigliando l'ossa de' morti, con quelle in mano predicava, cercando


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così d'imprimere nella mente de' vivi il timor della morte, la vanità del mondo, e 'l pensiero dell'eternità. E quasi in ogni sermone che faceva in pubblico vi frapponea sempre il pensiero della morte, o dell'eternità.

 

Ma torniamo a parlare della sua orazione. Eccettuati i primi anni, nei quali d. Paolo provò molte dolcezze nell'orazione, appresso, benché orando avesse gran lumi, specialmente della grandezza di Dio, della quale compose poi una predica, che, facendola, lasciava gli uditori attoniti e stupiditi), nondimeno tutto succedeva senza alcuna consolazione sensibile. La sua orazione quasi tutta riducevasi a preghiere, ch'egli numerava colla corona, replicando quasi sempre queste parole: Signore, liberami da peccato, e fammi santo; o pure: Dio mio, aiutami, aiutami presto: Deus, in adiutorium meum intende etc. E lo stesso modo di orare consigliava agli altri. Ad un suo penitente scrisse: Senza orazione e senza umiltà l'uomo non può mantenersi né in istato di fervore, né di grazia. Umiltà, umiltà: Preghiera, preghiera incessante. Chi prega ottiene. Bisogna pregar sempre. V.R. faccia sempre il pezzente alla porta della divina misericordia: almeno un'ora fra 'l giorno la spenda in orazione di petizione. Un'altra volta scrisse al medesimo: Vi vuole orazione; senza orazione non arriveremo mai, laddove coll'orazione arriveremo all'intento. La prego a non cessar di pregare. Questo è il primo, il secondo, il terzo e l'ultimo mezzo per vincere.

 

Perché poi talvolta se gli aumentava tanto la desolazione di spirito, che pareagli di stare in peccato, anzi d'esser abbandonato da Dio, prorompeva a piangere: e ricordandosi delle antiche tenerezze avute d'amore verso Dio, esclamava con gran dolore: Signore, un tempo io ti amava, ora non ti amo più. Una volta fu interrogato da uno de' nostri se mai avesse avuta la contemplazione: L'ho avuta una volta (rispose), ma poi l'ho perduta. Ciò però non ostante più volte accadde che quando alcuno andava a parlargli e lo trovava orando, vi volevano più scosse per averne udienza. Del resto dopo l'età della sua gioventù, come si è detto, Iddio lo trattò da anima forte, riducendolo ad uno stato di puro patire, giacché d'indi in poi la sua vita non fu che un continuo complesso e vicenda di aridità, di tentazioni e di spaventi.

 

Egli per altro ne godeva colla parte superiore, e desiderava che il Signore lo trattasse sempre così; sapendo già che l'amare Dio non consiste nelle dolcezze, ma nell'adempire in mezzo alle pene la divina volontà, come dice s. Teresa, e come egli stesso insinuava sempre a' suoi penitenti. Ad uno scrisse così: Quanto sia preziosa una croce portata per Dio, è cosa d'anime illuminate il comprenderlo. Si vedrà nell'altra vita, essere maggior grazia questa, che l'esser re di tutto il mondo. Preghiamo però il Signore, che ci dia forza di sopportare; altrimenti la fiacca natura verrà meno per la strada; e frattanto manteniamo sempre viva la fede della vita eterna. Al medesimo un'altra volta scrisse: I travagli lavorano i santi, non l'orazione. E vediamo che alcuni fanno molta orazione, ma non si fanno santi, perché non hanno travagli; laddove altri si son fatti santi per i molti travagli, con tutto che non abbiano potuto far molta orazione. L'orazione serve di mezzo per patir con fortezza, e così dar gusto a Dio. Su via pazienza, e l'orazione serva per aver pazienza nei patimenti. Ad un altro padre della nostra congregazione scrisse così: La sua lettera rapporta guai insieme e consolazioni; ma vorrei, che si compiacesse più nelle tribolazioni, che nelle delizie. Le croci sono buone, avendole Gesù C. santificate col morire crocifisso; anzi debbono desiderarsi sempre più dolorose, e sino a tanto che anche noi arriviamo a morirvi inchiodati in compagnia del ss. Redentore.

 

Così dunque il nostro d. Paolo stimava ed amava le croci, e volea che le amassero anche gli altri; nondimeno non poteva


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non sentire le tante spine de' suoi combattimenti e timori, che continuamente li tormentavano. Specialmente negli ultimi anni di sua vita ebbe una prova la più penosa che possa patire un'anima che conosce ed ama Dio. Il sigillo, al quale io mi obbligai, non mi permette il manifestarla; ma se potessi scriverla, farei muovere a compassione, per così dire, anche le pietre. Può dirsi che in questi anni egli patì un martirio il più crudele che abbia sofferto qualunque martire di Gesù Cristo. Era in tale stato di desolazione e di spavento, che temeva di essere abbandonato da Dio; e pieno di amarezza, diceva piangendo: Oimè! ho perduta la via, e non so dove vado a parare. Ad un padre de' nostri che stava infermo e disperato da' medici, il quale scrisse a lui che lo raccomandasse a Dio per il buon passaggio, rispose così: Avessi io questa bella sicurezza, che ha V.R. Le cose mie sono dubbie, e perciò la prego a parlare per me, quando sarà arrivata innanzi a Dio. Ad un altro padre scrisse: La prego a volermi raccomandare a Gesù Cristo, perché laboro quasi in incertum, e lo stato della mia coscienza altri che Gesù Cristo non può saperlo. Allo stesso padre scrisse un'altra volta: Se V.R. avesse i miei guai, certamente le passerebbe ogni allegrezza, ma stia pure allegra, e frattanto lasci piangere a me miserabile. Miseremini mei, saltem vos amici mei; manus Domini tetigit me. E se volete sapere in che maniera mi ha toccato Iddio, lo dico: Mi ha toccato con ritirar la sua mano benefica in castigo delle mie incorrispondenze. Dite voi: Oh che umiltà! Ed io rispondo ch'è verità irrefragabile. Pregate Dio per me.

 

Perché poi molto amava l'orazione, perciò molto amava ancora il silenzio e la solitudine, che sono i compagni e custodi dell'orazione. Anche mentr'egli era parroco immerso in tante fatiche che faceva e sempre studiava di fare in aiuto delle anime, non lasciava di ritirarsi di quando in quando in certi luoghi solitarj a trattare da solo a solo con Dio tra continue orazioni e penitenze. E perciò d. Paolo tanto amava il nostro collegio d'Iliceto, situato nelle montagne della Puglia, dove spesso ritiravasi in una picciola grotta che ivi sta sotto la nostra casa, chiamata la grotta del beato Felice; o pure se n'andava al bosco che sta ivi contiguo a far orazione, parendogli di godere in quel luogo la solitudine dei monaci antichi, siccome scrisse ad un sacerdote suo amico, dicendo: «In questa nuova casa della Madonna della Consolazione in Iliceto mi par di godere la solitudine che godevano gli anacoreti dell'Egitto. Qui ritirati noi dopo le missioni che si fanno nel verno e nella primavera, stiamo così quieti e soli, ed esenti da' tumulti del mondo, che oramai non sappiam che cosa nel mondo si faccia. Stiamo lontani dal commercio degli uomini. Stiamo dentro di un bosco di buon'aria, di amena veduta, emulando il pietroso di s. Pietro d'Alcantara. Sia benedetto Dio che mi ci ha condotto; ma piango insieme la mia ingratitudine, perché non mi fo presto santo; ma spero farmi coll'aiuto del Signore». Perciò gustava ancora di leggere spesso le vite de' santi solitarj. Stando poi in Nocera de' Pagani, ivi perché allora stava fabbricandosi il collegio, trattenevansi i nostri padri in una casa particolare; ora in questa casa, per esser ella molto stretta, poco poteva godersi la solitudine, a cagione delle genti che spesso venivano ivi a trattare; ed egli che faceva? anche in tempo d'estate, dopo gli atti comuni si ritirava sopra la soffitta, nella quale, essendo quella bassa e piena di paglia, vi era un caldo insoffribile, e 'l servo di Dio, verso le diciotto ore, che sono le ore più calde del giorno, se ne andava in mezzo a quella paglia infocata per godere ivi un poco di solitudine, col trattenersi da solo a solo con Dio.

 

Fu ben anche d. Paolo molto amante della virtù dell'ubbidienza, così a rispetto delle regole, come degli ordini de' superiori. In quanto alle regole,


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egli fu l'esempio dell'osservanza in qualunque minuzia di quelle. In tutti gli anni che visse nella congregazione, niuno de' nostri poté mai notare in lui una minima trasgressione di regola. Una volta, giungendo nel collegio della ss. Trinità della terra di Ciorani, venne tutto bagnato dalla pioggia; onde gli fu detto che andasse alla cucina a riscaldarsi; ma egli rispose: No, perché è difetto contra la regola, mentre ora è tempo di silenzio. Quindi fu, che il nostro padre d. Cesare Sportelli, al presente anche passato nell'altra vita, il quale parimente fu molto esatto nell'osservare le regole, parlando un giorno di d. Paolo, disse: Io credeva che il padre d. Paolo fosse un gran penitenziario; ma ora mi accorgo che ancora è un grande osservante delle regole. E come egli amava tanto le regole, così volea che le amassero tutti i nostri; e perciò quando vedeva qualche inosservanza in alcuno, sentiva tal pena, che parea non poterla soffrire; e perciò avveniva che in quella casa, dove egli stava per superiore, fioriva maggiormente l'osservanza delle regole.

 

Così anche era d. Paolo attento in ubbidire ad ogni cenno de' superiori. Egli sin da fanciullo era ubbidientissimo a' suoi genitori. Attestava sua madre, non averla esso mai contraddetta, né mai averle dato alcun disgusto. Egli poi da giovane voto di ubbidienza al suo confessore. Ed appunto per vivere totalmente all'ubbidienza degli altri egli si ritirò nella nostra congregazione, come già disse ad una religiosa, quando si licenziò dal monastero, dove allora stava per confessore: Dio mi chiama a vivere sotto ubbidienza. Perciò soleva poi dire, esser meglio la santità della congregazione, che quella del secolo. Ciò anche scrisse ad un sacerdote, d. Francesco Margotta, che stava deliberando di ritirarsi tra noi, come in fatti poi si ritirò: Scrivo a V.R. inginocchioni per la divozione che le professo a riguardo della sua risoluzione di ritirarsi nella nostra congregazione. Io non mi fido di spiegar la consolazione che ne sento. Sia sempre benedetto Gesù Cristo che ha dato a V.R. questo coraggio di dar l'ultimo addio al mondo per farsi tutto di Dio. Sinora d. Francesco Margotta mi è paruto santo, ma a modo suo, ora mi accorgo che vorrà esser santo tutto a modo di Gesù Cristo. Tutti l'aspettiamo, faccia presto.

 

Era tanto il rispetto e l'amore ch'egli portava all'ubbidienza, che, ricevendo lettere del rettor maggiore, le leggeva inginocchioni, e così ancora gli rispondeva. Portava poi sempre sopra di sé le lettere circolari che 'l rettor maggiore suole ogni anno mandare in giro per i collegj, dando alcuni ordini particolari per il buon regolamento della congregazione, e queste lettere spesso egli le rileggeva, affine di osservare puntualmente ciò che in esse ordinavasi. E quando tra' compagni vi era disparere di quel che doveva farsi in qualche caso, egli quietava tutti, esponendo su ciò il sentimento dato in caso simile dal superiore. Un certo superiore un anno gli ordinò che lasciasse l'orazione comune, che tra noi si fa nel giorno prima del vespro, per compire gli scritti della teologia scolastica, ch'egli dovea leggere agli studenti; ed esso, quantunque fosse così geloso dell'orazione, ubbidì senza replica e senza punto turbarsi. Un altro giorno il superiore gli impose che consegnasse ad un fratello de' nostri tutti gli strumenti che teneva di penitenza; questa ubbidienza fu per lui molto dura, ma pure egli, senza replicare parola, ubbidì.

 

Più dura fu l'ubbidienza che ebbe da eseguire un giorno per ragione del martirio che venne a soffrire la sua umiltà. Stando egli nella casa di Nocera, dové farsi un quadro grande (che oggidì si vede già nella porteria del collegio), ove rappresentasi il nostro padre monsignor Falcoia, vescovo di Castellammare, che fu a principio il direttore della nostra congregazione, in atto che consegna a' nostri padri le regole da lui formate. Desiderava il


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rettor di quella casa far ritrarre dal pittore in quel quadro il padre d. Paolo in uno de' personaggi che ivi si dipingevano; onde impose al pittore, che destramente avesse procurato di ritrarlo, mentre d. Paolo fosse stato ivi presente. Pertanto fece venire colà d. Paolo: e per trovare un giusto pretesto di farlo ivi trattenere senza tormentare la di lui umiltà, gli disse che mentre si formava il quadro vi assistesse un poco per dire se vi desiderava qualche altra cosa. Venne ivi d. Paolo, ma posto già in sospetto (come si crede) di ciò che si trattava, andava egli girando la testa or da una, or dall'altra parte, sì che il pittore si protestò che non poteva far niente. Allora il superiore chiaramente disse a d. Paolo: Or via sedete, e state fermo, perché vogliamo qui farvi ritrarre, e non replicate. Ed allora il povero d. Paolo legato dall'ubbidienza, si fermò colla testa su quella sedia senza muoversi, ma se gli vide la faccia divenuta accesa come di fuoco, segno del martirio crudele che patì la sua verecondia in tutto quel tempo. Terminato poi il ritratto, esclamò col superiore, dicendo: Ah! che il Signore giustamente mi ha castigato; io, giorni sono, feci una forte riprensione ad un sacerdote che avea voluto farsi fare il ritratto, ed ora Dio ha disposto che io stesso mi facessi ritrarre. Così parimente fu egli ubbidiente al suo padre spirituale, senza il cui permesso niente faceva, come si vedrà specialmente da una sua lettera che appresso riferiremo, parlando della sua mortificazione esterna. Un giorno, fra quel tempo in cui stava desolato ed angustiato nello spirito, andò a confessarsi, e cavò di saccoccia una carta de' suoi peccati per fare la confessione generale; ma al primo cenno che gli fe' il confessore, dicendogli che non serviva, lacerò la carta e si quietò.

 

Parliamo ora della grande umiltà che d. Paolo conservò verso se stesso in tutta la sua vita. Può dirsi che l'umiltà fu la pupilla degli occhi suoi. Sopra questa virtù facea la sua orazione, e questa era la preghiera continua presso Dio: Humilem fieri, igne flagrari, in sanctum cito converti, pati et contemni pro te; e queste parole, pati et contemni pro te le ripetea più volte con grande veemenza di spirito. Di questa virtù parlava ancora spesso cogli altri, e ne parlava con tal fervore, che discorrendone sembrava uscir fuori di sé. Ad un suo discepolo scrisse così: In quanto allo stato di grazia, può tenerlo per certo. In quanto alle tenerezze che gode, nec laudo nec vitupero. In quanto al desiderio del martirio, può esser cosa buona, quando non venisse dal demonio, per mantenerlo con queste velleità in qualche segreta compiacenza e vanagloria. In quanto poi all'interno sentimento nelle disattenzioni che se gli fanno, sono questi effetti dell'amor proprio che non è tutto morto. Ad un altro suo penitente scrisse: Senza umiltà l'uomo non può mantenersi in grazia. Questa umiltà le incarico. Mi piacerebbe che si formasse una cella immaginaria dentro l'inferno, se mai si ricorda averselo meritato, anzi dentro l'abisso delle miserie de' suoi peccati, se mai ne ha commessi. Pensiamo a farci santi più che ad esser dotti. O vincere o morire. Ad un altro padre de' nostri scrisse: L'orazione di un'anima desolata dee essere pazienza, conformità e preghiera. E quando ella non può raccogliersi in Dio, si raccolga almeno in se stessa, cioè nelle proprie miserie, nella quale considerazione troverà sempre raccoglimento.

 

In quanto poi a se medesimo si stimava il peggiore di tutti; che per ciò nel suo libretto di memoria si ritrovarono scritti, dopo sua morte, molti improperj ch'egli dava a se stesso. Essendo superiore, più volte si accusava in pubblico de' suoi difetti, e dava l'ubbidienza agli altri che l'accusassero di tutte le mancanze in lui osservate e gli mettessero i piedi in faccia. Un'altra volta, non essendo già rettore, ma solamente ministro in un collegio, pregò il zelatore che l'avesse accusato dei suoi difetti in pubblico refettorio; e


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quegli avendolo fatto, ne fu appresso da lui ringraziato. Ma dicendo o facendo queste cose, non era d. Paolo della fatta di coloro che chiamansi degni di tutti i vituperi del mondo, ma poi non possono soffrire una parola di disprezzo o qualche minima disattenzione. Egli nel ricevere i disprezzi non solo non si rammaricava, ma ne godea nello spirito. Era egli comunemente desiderato da tutti a sentirlo predicare, perché in fatti (come si disse) predicava con tale zelo, che movea, per dir così, anche le pietre a compunzione: ma in una terra della Puglia fu mandato dal superiore a farvi la missione; essendo perciò andato, ed avendo ivi fatta la prima predica, quella non piacque a quegli uditori, e talmente non piacque, che giunsero scortesemente a licenziarlo; ed egli se ne ritornò con pace, contento d'aver ricevuto un tal sensibile dispregio. Un'altra volta (e vi fui io presente), un religioso, ora defunto, discorrendo con esso d'una questione teologica, e difendendo la sentenza a lui contraria, lo trattò espressamente da ignorante, tanto che quegli, avvedendosi del suo eccesso, venne dipoi a cercargliene perdono; ma d. Paolo all'incontro si ammirò dell'umiltà di quel padre, dicendo: Vedete che umiltà! cercarmi perdono d'una parola scappata!

 

Il libro poi suo più diletto era il libro della Vita nascosta, di cui dicea, non aver tra tutti i libri spirituali ritrovato il migliore. Stando egli infermo in certo tempo colla febbre sopra, lo lesse e riflesse cinque volte. Per l'amore intanto che portava alla vita nascosta dicea: Se fossi infamato di gravi delitti, poi degradato e giustiziato in mezzo ad una piazza, allora potrei fare qualche cosa per Dio. Così, benché non volendo, andava d. Paolo spiegando gl'interni desiderj del suo cuore. Non vi era cosa di sua maggior pena, che sentirsi lodare. Una volta gli disse una persona: Padre, voi siete santo: ed egli , arrossendo come un carbone acceso, rispose con un certo risentimento: Che santo! che santo! Quando mangiava, ei si mortificava (il che era di continuo); ma se accorgeasi che altri l'osservasse, subito cercava di coprire la sua mortificazione. Una volta, predicando nella Cava alla presenza del vescovo 1, fu dal medesimo molto lodato; ma egli poi in un'altra predica avanti lo stesso prelato, per oscurare l'onor ricevuto nella prima, parlò sconciamente, buttando le sentenze senza ordine. Inoltre finse in fine di essersi imbrogliato, o scordato, e così restò mutolo nel meglio del sermone; ma tutti si avvidero ch'egli l'aveva fatto apposta per riparare alle lodi prima ricevute. Stando in morte, per quanto durò l'infermità, la quale durò per tredici giorni in circa, il servo di Dio non volle parlare; appena proferì poche parole, che avrebbero potuto numerarsi; e si giudicò ch'egli ciò facesse per umiltà, temendo che gli altri notassero le sue parole; mentre soglion notarsi le parole che i gran servi di Dio dicono in fine della loro vita.

 

Sommamente poi attese alla mortificazione di se stesso, così interna come esterna. In quanto all'interna, procurava egli di vincersi circa tutte le sue inclinazioni; e questo era uno de' suoi più forti e risoluti propositi che facea negli esercizj spirituali, come si ritrova da lui notato nel suo libretto di memoria. Ma perché questi atti erano interni, poco a noi sono noti; son noti solamente a quel Dio che al presente glie li sta rimunerando in cielo, come speriamo. In quanto poi alla mortificazione esterna, già si disse di sopra ch'egli cominciò a praticarla con fortezza sin da fanciullo, privandosi dei frutti e della carne per più anni; anzi in quanto all'astenersi dalla carne, ne fe' voto speciale. Per mortificarsi avvezzossi ancora a prender cibo una sola volta il giorno, ed in questa volta mangiava sì poco, che talora giungeva a sentirsi venir meno: cose ch'egli stando poi fra di noi chiamava indiscrezioni


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e sciocchezze da fraschetto. Nel tempo quando era parroco, spesso il suo pasto non era altro che un poco di pane con una bevuta d'acqua, che prendeva in un cantone della chiesa. Ed in quel tempo il suo sonno non giungeva più che a quattro o cinque ore e dormiva sempre vestito. Entrato poi nella congregazione, costretto dall'ubbidienza e per non rendersi singolare, cibavasi bensì due volte al giorno, ma ordinariamente digiunava, prendendo poche oncie la sera: e la mattina era tanto poco il suo cibo, ch'egli s'alzava da mensa quasi sempre morto di fame; talmente che i superiori doveano forzarlo a prendere più cibo: e questo cibo spesso egli lo condiva con erbe amare, e talvolta con corteccie di aranci fracidi. Bevendo a mensa (poiché non mai bevea fuori di mensa), per mortificar la sete, beveva a sorso a sorso.

 

Stando nel secolo, attese a privarsi sempre di ogni divertimento, e non fu veduto mai prendersi alcuna soddisfazione terrena. Non mai si vide accostare né a' giuochi né a commedie né a spassi né a cacce. Dalla sua casa nella Cava suol godersi la caccia, che si fa ivi ogni anno delle palombelle, ch'è lo spasso de' paesani, e specialmente de' fanciulli; ma d. Paolo, anche da fanciullo, si astenne di andarla a vedere. Un anno, stando egli nel nostro collegio di s. Maria della Consolazione in Iliceto, ch'è luogo freddo, e trovandosi egli colà superiore, attese già a far provvedere gli altri delle vesti d'inverno, ma niente disse per sé, e 'l sartore si dimenticò di provvedere lui, ed egli se ne restò in tutta quella invernata colla sola sottana e camicia, senza farne parola. Viaggiando spesso gli occorrea di restar la notte fuori delle nostre case; ed egli per mortificarsi sfuggiva di andare alle case dei nostri benefattori, sapendo che ivi sarebbe stato ben trattato; e se ne andava all'osterie, dove alle volte gli bisognò dormire sopra un poco di paglia e talvolta sulla nuda terra. Parlando poi degli strumenti di penitenza che usava, si disse già di sopra, ch'essendo d. Paolo di dodici anni, praticava le discipline a sangue e portava sulle carni una cintura aculeata, che faceva orrore a vederla. Egli, quando stava nel secolo, avea fatto voto d'ubbidienza al confessore; e perché quegli era inclinato alle mortificazioni esterne, concedeva a d. Paolo tutto ciò che 'l di lui fervore gli domandava; e d. Paolo, quanto il direttore gli concedea così di mortificazione, come di orazione, tutto eseguiva con obbligo stretto di voto. Le discipline a sangue eran già cose ordinarie; e per quelle si avvaleva talvolta di fascetti di spine che procuravasi nella campagna; ma ordinariamente si serviva di una canna grossa piena di piombo, e tutta armata di aghi lunghi e grossi, e con quelli non solo si pungea, ma si trafiggea le carni. In oltre si tormentava con coscialetti e braccialetti di catenelle aculeate, e queste le adoperava anche mentre predicava e sentiva le confessioni; del che essendosi accorto il superiore, in una missione glie le tolse e dielle a conservare al fratello laico. Anche mentre andava passeggiando per il bosco d'Iliceto nel tempo di divertimento, fu venduto andar battendo le mani sulle spine. In somma per d. Paolo non vi erano mai divertimenti e sollievi; altro non era la sua vita e 'l suo pensiero, che un continuo contraddirsi e negarsi ogni propria soddisfazione, e tormentarsi colle penitenze quanto poteva. Quindi più volte s'intese dire: Bisogna agonizzare per farci santi, ed agonizzare sempre, sempre, attendendo a mortificarci in tutto, nel cibarci, nel bere, nel dormire, nel sedere, ed in ogni altra cosa. Bella massima de' santi, ma non praticata, se non da coloro che da vero si sono dati tutti a Dio.

 

Di più, egli fu molto amante della povertà. Anche nel mondo tenea fatto voto di povertà in mano del confessore, obbligandosi a non tener più di cinque carlini; e questi non li tenea ad altro fine, che per farne limosine a' poveri


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secondo l'officio che allora avea di parroco. Andava poi in quel tempo colle vestilogore, che vergognandosi il fratello di vederlo così lacero che parea un pezzente, una volta in mezzo ad una via pubblica gli fece un gran rimprovero, trattandolo da pazzo. Entrato poi nella congregazione, dove da tutti si fa tra gli altri anche il voto di povertà, era zelantissimo dell'osservanza di questo voto. Quando era superiore, usava in ciò tutto il rigore, non perdonando ad alcuno de' congregati qualunque minimo difetto contra la povertà religiosa. Trattandosi di povertà, giungeva a dare in certe estremità che per altro non convenivano alla giusta economia delle case, mentre non volea che si facessero le provviste per la casa, dicendo: Niun povero tiene provviste. Questa povertà poi con maggior rigore la praticava con se stesso. Tenea scritto nel suo libretto di memoria: Io debbo temere più di esser ricco, che d'esser povero; debbo amar la povertà più che i mondani non amano le ricchezze. Ed in esecuzione di tal suo proposito non servirsi mai di forbice, ago, filo, carta, inchiostro, o d'altra minima cosa, senza licenza de' superiori.

 

Essendo poi superiore nelle missioni, egli sceglieasi la peggior cavalcatura, il peggior letto, e 'l confessionario più scomodo. Dopo aver lavati i piatti, come si pratica nella nostra congregazione anche da' sacerdoti a vicenda in alcuni giorni della settimana per esercizio d'umiltà, dove gli altri per nettarsi le mani si avvagliono del sapone o della crusca, egli servivasi non d'altro che della cenere, dicendo che 'l servirsi d'altra materia era contra la povertà. Tra di noi è permesso il tener sopra con licenza del superiore qualche libretto spirituale, come il nuovo Testamento, il de Kempis, la visita al ss. sacramento, e simili, come anche il tener qualche figurina divota nel breviario o sul tavolino. Ma egli non volea tenere alcuna cosa di queste; e dicendosi tra di noi che queste cose non offendevano la povertà, esso parlando per sé rispondea: Niente, niente, niente. Stando in fine di vita nell'ultima sua infermità, ed avendo già perduta la parola, vide appeso al muro della sua stanza un orologio d'argento, ed egli, non potendo parlare, si sforzava con segni di dare ad intendere che si togliesse quell'orologio di , come cosa contraria alla povertà; ma il ministro della casa gli rispose che quello serviva per regolare le ore dei medicamenti, e così quietossi.

 

Quanto poi era distaccato dalle robe, altrettanto fu distaccato da' parenti. Stando egli nel collegio della ss. Trinità nella terra di Ciorani, mandò a pregarlo sua madre, la quale da più anni non l'avea veduto, che le permettesse di venire a vederlo; ma esso mandò a dirle per un sacerdote, che ne facesse di meno, perché quello era affetto di terra. Fe' nuove istanze la madre, dicendo che prima di chiudere gli occhi volea questa consolazione di venire a trovarlo, così per rivederlo, come per dargli l'ultima benedizione; rispose d. Paolo di nuovo che non occorrea venire, e che la benedizione glie la mandasse da lontano, perché tanto gli sarebbe valuta da lontano, quanto da vicino. Di più, sentendo una volta che la sorella stava gravemente inferma e che molto pativa, egli affatto non volle andare a vederla; altro allora non rispose, che queste sole parole: Io le desidero questi e maggiori patimenti, per vederla più conforme alla vita penosa di Gesù Cristo.

 

In quanto alla carità col prossimo d. Paolo quanto era austero con se stesso e co' parenti, tanto era caritativo e cortese cogli altri. Cercava di aiutare e sollevare ognuno che vedea tribolato da tentazioni o da altre afflizioni. Egli per altro era di natura severa, ma la santa carità rendealo dolce ed affabile con tutti, specialmente co' peccatori, che venivano da lui a confessarsi. Prima di entrar nella congregazione, andava alle carceri della Cava di Salerno; giunto ivi, a principio facea la predica


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a quei poveri carcerati, indi si metteva a sentir le loro confessioni, e dipoi dava loro una sporta di pane ed un carlino per ciascheduno. Ritrovandosi una certa religiosa in molta necessità di aiuto per la sua coscienza, d. Paolo l'assisté per otto giorni continui, e fu appunto nell'ottava del Corpus Domini, tempo in cui le notti sono molto brevi; e perché il servo di Dio non volea mancare al servigio della sua parrocchia, egli, per potersi ritrovare a tempo suo nella parrocchia a servire la gente, per tutti quegli otto giorni andò la mattina di notte a sentire la monaca: ciò si è saputo appresso per bocca della stessa religiosa. Quando poi stava tra di noi, essendo superiore, era molto attento al sollievo di tutti, e specialmente degl'infermi, non solo ammonendo gl 'infermieri affinché stessero vigilanti a servirli, ma con servirli egli medesimo. Una volta avvertì che un infermo giaceva in un letto alquanto scomodo; egli si tolse il suo e glielo diede. Quando era tempo di riposo, per non dare incomodo a coloro che stavano nelle loro stanze, camminava per i corridoi della casa sulle punte de' piedi.

 

Parlando della santa purità, egli ne fu molto geloso e sommamente attento a custodirla. Per quanto si è potuto appurare, d. Paolo non macchiò mai l'anima sua benedetta con peccato d'impudicizia. Sin da giovinetto odiò sempre questo vizio, né potea neppur sentirne parola. Essendo fanciullo, andava una volta con un altro figliuolo suo parente alla scuola; quegli disse una parola immodesta, ed egli arrossito si pose a fuggire e lo lasciò. Ma un'altra volta, replicando il medesimo compagno la stessa parola, non poté contenersi di non dargli uno schiaffo; ed allora propose di non accompagnarsi più con lui né con altri di simil fatta, come in effetto l'osservò. Tanto maggiormente poi fu restio in trattar colle donne. Non le guardava mai; anche parlando colle femmine vecchie stava sempre cogli occhi bassi; e per timore che qualche volta gli occhi non lo tradissero, pregò il Signore a diminuirgli la vista, ed in fatti ne ottenne la grazia. Anche colla madre e colle sorelle fu così cautelato in questa materia, che quelle poi quasi lagnavasi di non averle egli guardate una sola volta in faccia.

 

Nelle missioni il servo di Dio per lo più si metteva a sentire le confessioni degli uomini; e solo quando non vi erano uomini da confessare, egli per non istarsene disoccupato poneasi ad ascoltare le donne. Quando poi dovea trattar con esse per qualche affare necessario, osservava rigorosamente l'avvertimento di sant'Agostino: Cum feminis sermo brevis et rigidus; con poche parole ed austere se ne sbrigava. Quando dava gli esercizj a qualche monastero di monache, in quel tempo assisteva al confessionario mattina e giorno; ma dopo terminati gli esercizj, per quanto le monache lo desiderassero, senza precisa necessità, non ci si accostava più, per timore di non prender ivi qualche attacco.

 

Alla purità del corpo aggiunse quella dell'anima. Egli medesimo disse al parroco suo successore di non sapere d'aver commesso mai in sua vita peccato mortale, dicendo che solamente ne avea qualche dubbiezza; ma tali dubbj son dubbj de' santi che temono anche dove non v'è timore. Diceva il padre Baldassarre Alvarez che il peccato mortale è un mostro così orribile, che non può entrare in un'anima che ama Dio senza farsi chiaramente conoscere; quindi insegnano tutti i teologi che quando una persona timorata solamente dubita, e non è certa, d'aver perduta la divina grazia, allora è certo che non l'ha perduta. Ma parlando di d. Paolo, bench'egli asserisse di avere quel dubbio, nondimeno un sacerdote che intese l'ultima sua confessione generale nella di lui morte, assolutamente attestò essere il servo di Dio passato all'altra vita coll'innocenza battesimale.

 

Fu egli ancora molto divoto della


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passione di Gesù Cristo. Una volta, facendo appunto la predica della passione, fu veduto colla faccia così accesa, come fosse stata di fuoco, e trasformato in modo che pareva un angelo. Un'altra volta, predicando dell'amore di Gesù Cristo, nella terra di Oliveto, davanti al ss. sagramento, restò per molto spazio di tempo estatico, senza parlare, ed immobile; cosa che molto più commosse il popolo, che qualunque predica avesse fatta.

 

Fu similmente molto divoto della ss. Vergine. Sin da fanciullo egli verso questa divina Madre ebbe un affetto e tenerezza speciale; e questa tenerezza ben la dava a conoscere a tutti gli uditori quando predicava, ed a' penitenti quando sentiva le loro confessioni. Stando in morte, la sua delizia era guardare un'immagine di Maria che si tenea accanto. Correva allora la novena della di lei Assunzione, ed egli a ciò pensando, disse: Se non muoio prima de' quindici di agosto, non muoio più. Disse ciò come sperando che la sua Signora, dovendo egli morire, l'avrebbe fatto morire senza meno dentro quella sua novena; ed in fatti così avvenne.

 

Ma fra tutte le virtù più ammirabili del nostro d. Paolo, fu la costanza nel bene operare. Questa per altro egli sempre inculcava a tutti e a voce e per lettere: costanza ne' buoni propositi, costanza. E questa mirabilmente praticò sempre con se stesso, sempre fermo e sempre vigilante a mettere in esecuzione il suo intento di giungere alla maggior perfezione, ed a far quelle cose che erano di maggior gusto di Dio. In tutto il tempo che d. Paolo visse tra noi non vi fu alcuno de' nostri che avesse mai notato in questo buon fratello un minimo difetto volontario, un minimo rilassamento di spirito. E ciò che fu più notabile, fu l'aver egli proseguita questa sua costanza in mezzo ad una forte aridità che gli durò per sei anni continui, i quali furono gli ultimi della sua vita, senza alcun sollievo di spirito o alleviamento della sua sì tormentosa desolazione. Alcuni oggidì vantansi d'essere forti spiriti per non far conto delle verità e massime della fede, chiamate da essi pregiudizj di spiriti deboli. D. Paolo può dirsi veramente che fu spirito forte: egli sempre con fortezza perseverò ne' suoi buoni propositi, sempre si avanzò nel divino amore senza mai allentarsi dal suo fervore e desiderio d'acquistare la maggior santità che sia possibile ad un uomo. Un certo nostro congregato (persona di molto spirito e discernimento) dicea che se avesse avuto ad esprimersi in breve la virtuosa vita di d. Paolo, avrebbesi dovuto dipingerlo su d'una colonna di marmo, con questa iscrizione di sotto: semper idem. Ed in fatti egli fu sempre lo stesso nel suo fervore, lo stesso in cercar Dio e la sua maggior gloria: sempre costante nell'esercizio delle virtù, senza mai dare un passo indietro: sempre attento a contraddirsi e mortificarsi, senza mai prendersi alcun sollievo corporale: per lui non vi furono mai né spettacoliconvitimusichecaccegiuochiconversazioni o altri divertimenti di mondo. Sempre insomma egli fu eguale a se stesso, sempre uniforme, sempre fervoroso e sempre eroico nelle sue azioni. Che perciò compariva sempre col volto sereno in qualunque caso prospero o avverso che occorreva, mentre l'unico suo amore era il gusto di Dio: parola che spesso teneva in bocca e tenea scritta continuamente in una cartella davanti agli occhi sul suo tavolino: Gusto di Dio. La sua predica diletta che da lui solea farsi e che infervorava tutti coloro che l'udivano, era la predica del gusto di Dio.

 

Egli si protestava che non voleva esser niente più santo di quel che voleva Iddio; ma non lasciava di sempre aspirare alla maggior santità che può desiderarsi. Un giorno trovandosi in conversazione con un religioso, e dicendo colui che gli bastava di salvarsi giusto, giusto; egli si alzò e con zelo disse: Oh padre, che dici? noi altri religiosi abbiamo da salvarci da santi e da perfetti. E ciò seguì a provare con


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più argomenti; onde quel religioso giunse a dire: Così è, padre mio; ed io voglio emendarmi. Quando il servo di Dio leggea le vite de' santi che s'erano dati tutti a Dio, piangea di consolazione. E così similmente quando alcuno de' nostri della congregazione, dopo l'anno del noviziato, facea l'obblazione con soliti voti che si fanno secondo l'istituto, di povertà, castità, ubbidienza, e di rinunziare a qualunque dignità o beneficio ecclesiastico, e di perseveranza, egli non potea trattenere le lagrime. Quando vedeva alcuno inclinato alla pietà, non lasciava mezzo per vederlo dato tutto a Dio e tutto unito alla divina volontà. Di ciò vi sono bellissimi sentimenti nelle sue lettere. Ad una sua sorella, mentre ella stava tribolata, scrisse così: Attendete a non far altro che offerirvi a Dio senza riserba, abbandonandovi tutta nella sua divina volontà, acciocché ne faccia di voi ciò che gli piace. E persuadetevi che 'l far la volontà di Dio è la divozione di tutte le divozioni. Ad un altro suo penitente scrisse: Bisogna crepare per dar gusto a Dio. Fortezza, non tenerezze vuol Dio da noi. E parlando con noi suoi fratelli, parea che d'altro non sapesse parlare che di attendere a dar gusto a Dio ed a scegliere quelle cose che sono di maggior gusto di Dio.

 

Questa fu la vita del nostro p.d. Paolo in breve qui descritta; ed a questa vitavirtuosa ben corrispose la sua beata morte. Si ritrovava egli superiore nel collegio di santa Maria Mater Domini nella terra di Caposele, ed ivi più volte, prima di cadere infermo, si predisse la morte. Mesi prima di morire non si udiva parlare d'altro che di eternità e di paradiso, più volte interrogando i compagni: Ditemi, che si fa in paradiso? Una volta poi disse assolutamente: In quest'anno (che fu appunto l'anno in cui morì) io ho da morire. Indi, alli cinque d'agosto, stando ancora con buona santità, parlò più individualmente di sua morte, e disse: In questo mese me ne morrò, ed oggi mi verrà la febbre. E così fu, poiché nel giorno dopo pranzo già fu assalito dalla febbre e con sintomimaligni, che nel terzo giorno fu già disperato da' medici. Undici giorni durò la sua infermità; in tutti quelli egli fu l'ammirazione d'ognuno che lo visitò, in vederlo così placido, così paziente e così ubbidiente all'infermiere nel prendere tutti i rimedj ordinati dal medico, senza mai cercar niente né mai lagnarsi di niente. Non abbiamo che narrare de' sentimenti che avesse proferiti in questa sua ultima infermità; sempre tacque, ed in tutto quel tempo non disse che poche parole. E credesi indubitatamente (come di sopra notammo), ch'egli facesse ciò per effetto di umiltà; sapendo che si notano con modo speciale le parole che si pronunziano in punto di morte da coloro che sono tenuti per servi di Dio: esso a tal fine volle sempre tacere. Stavasi bensì continuamente raccolto, tenendo spesso gli occhi fissi alle sagre immagini del Crocifisso e della s. Vergine. Pregato da' fratelli che lasciasse loro qualche ricordo, non volle rispondere, anzi dimostrò qualche dispiacenza di tal richiesta, temendo appunto che avesse a tenersi conto dopo sua morte di tali ultimi suoi detti. Lo spronò uno de' nostri, ch'essendo egli allora superiore avesse data l'ubbidienza alla comunità di chiedere a Dio la di lui sanità per bene della congregazione; ed allora parlò e rispose: No; è spediente ch'io muoia. Similmente io, come rettor maggiore e suo superiore, sentendo la sua grave infermità, gli mandai da lontano l'ubbidienza, che guarisse, se così piaceva a Dio; egli, al sentirsi annunziare quest'ubbidienza, alzò la mano, e senza dir parola, fe' segno di non esser volontà di Dio che guarisse. Nel principio dell'infermità stette alquanto angustiato da' soliti suoi timori; ma dandogli l'ubbidienza il suo padre spirituale che si quietasse, si rasserenò totalmente, abbandonandosi nelle mani della divina misericordia; e con una pace di paradiso, tenendo gli occhi rivolti al Crocifisso, tra le lagrime de'


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suoi cari fratelli, a' 13. d'agosto dell'anno 1753. alle ore 19., rendé a Dio l'anima sua benedetta, in età d'anni 47., passando così (come piamente speriamo) al possesso di quel Dio, per compiacere il quale tanto si era affaticato e che solo avea cercato in tutta la sua vita. Al suonar della campana della sua morte vi fu un pianto universale, così de' nostri fratelli, come de' forastieri che si ritrovavano in casa. Prima di seppellirlo, gli fu aperta la vena, e subito mandò sangue. Molti dopo la di lui morte hanno ottenute, per mezzo delle sue reliquie, grazie prodigiose, le quali si sono notate, ed a tempo suo si pubblicheranno, quando il Signore si compiacerà di farlo onorare sugli altari, se sarà suo volere.

 

 




1 Monsignor de Liguori ch'era stato ed era un eccellente predic.






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