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S. Alfonso Maria de Liguori
Vittorie dei Martiri

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§. 3. Di s. Vincenzo diacono.

1. San Vincenzo fu uno de' più celebri martiri delle Spagne. Nacque egli in Saragozza di una delle migliori famiglie di quella città. Sin dalla sua gioventù fu posto sotto la direzione di Valerio vescovo di quella chiesa, che l'istruì abbondantemente nei dogmi della religione ed anche nelle lettere umane: onde essendosi Vincenzo fatto molto dotto, Valerio l'ordinò diacono; e perché questo prelato era alquanto impedito di lingua, gli diede il carico della predicazione, e il nostro santo ben adempì il suo officio convertendo gran numero di peccatori ed anche di gentili.

2. In quel tempo, cioè nell'anno 103., le Spagne erano sotto l'imperio di Massimiliano, e Daciano era governatore della provincia di Tarragona, nella quale stava Saragozza. Daciano fu un uomo crudelissimo e gran nemico de' cristiani, onde sentendo i gravi progressi di Vincenzo a pro della religion cristiana, lo fece venire insieme con Valerio suo vescovo in Valenza, ove egli risiedea. Prima li fece molto patire in prigione, per renderli co' maltrattamenti più facili a pervertirsi. Ma presto si avvide che un tal mezzo poco avea giovato al suo intento. Poiché, avendoli fatti a sé presentare, prima loro parlò con dolcezza: rivolto a Valerio gli espose che la sua età cadente domandava riposo, e che questo ben l'avrebbe ritrovato coll'ubbidire agli ordini degl'imperatori; e se no, avrebbe provato l'effetto del loro giusto sdegno: indi volgendosi a Vincenzo, gli disse: Voi siete giovine; aspettatevi i favori della fortuna che vi si presenta; basterà per meritarli che abbandoniate la vostra religione. Figliuol mio, ubbidite agl'imperatori e non vi esponete col rifiuto ad una morte ignominiosa.

3. Allora Vincenzo si volse a Valerio che nulla avea risposto alle parole del presidente e gli disse: Padre, se vi piace, risponderò io per voi. Il santo vescovo, che stava disposto già a soffrir tutto per Gesù Cristo, gli rispose: Sì, figlio, siccome io vi ho commesso di predicare per me la divina parola, così ora vi commetto di palesar la nostra fede. Onde Vincenzo dichiarò a Daciano che essi non adoravano che un solo Dio e non poteano adorare i demonj che erano gli dei dell'imperio. E poi soggiunse: «Del resto non credete di scuoterci colle minacce della morte né colle promesse degli onori, perché nulla vi è nel mondo che possa mettersi in paragone coll'onore e col piacere che noi troviamo


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nel morire per Gesù Cristo». Daciano adirato da questa libertà del santo diacono disse con furore: «O voi offrirete incenso agli dei o pagherete il disprezzo che ne fate colla morte». E s. Vincenzo, alzando la voce, disse: «Io già vi ho detto che questo è il maggior piacere ed onore che potete farci, di farci morire per Gesù Cristo. E state sicuro che più presto vi stancherete voi di tormentarci che noi di soffrire i tormenti».

4. Daciano allora mandò Valerio in esilio, e si pose a sfogare tutto il suo sdegno contro Vincenzo. Prima lo fece legare sopra un cavalletto, dove gli furono talmente stirati i piedi e le mani con quella orrenda macchina, che subito si udì anche dagli altri il romore dello slogamento delle ossa, in modo che le membra del santo non rimasero unite insieme, se non col mezzo de' nervi. Ma vedendo il tiranno la placidezza del santo in quel tormento e udendo, come scrive il Fleury, che diceva: Ecco ciò che ho sempre desiderato che mi avvenisse; ecco il fine de' miei sospiri; se la prese coi carnefici, facendoli battere colle verghe, pensando che per loro difetto il santo non sentisse i tormenti. Indi ordinò che gli fosse lacerato il dorso ed i fianchi colle unghie di ferro sino ad apparir le coste scoperte. Indi sapendo quanto cresce il dolor delle piaghe quando elle sono riaperte dopo essersi raffreddate, ordinò che di nuovo gli fossero stracciati i fianchi colle unghie; e fu ciò eseguito sino a scoprirsi le viscere del santo, scorrendo il sangue a ruscelli. Ma frattanto s. Vincenzo insultava il presidente, dicendogli, come scrive il p. Orsi: Giacché a' tuoi ministri sono mancate le forze, perché non vieni tu, che sei il primario carnefice, in loro aiuto? Mettici anche tu le mani e sazia la tua sete nel mio sangue. T'inganni, se credi vincermi coi tormenti; dentro di me vi è un altr'uomo avvalorato da Dio che tu non puoi vincere. Almeno, gli disse il tiranno, vedendo la di lui costanza, almeno consegnami i sacri libri che conservi per poterli gittare nel fuoco. Rispose s. Vincenzo che il fuoco era serbato non già per bruciare i sacri libri, ma per castigare in eterno gli scellerati: e non ripugnò di avvisarlo, che se egli non abbandonava il culto degl'idoli, a questo fuoco un giorno sarebbe stato condannato in eterno.

5. Il presidente credendosi vilipeso da quella risposta, pieno di stizza lo condannò ad esser bruciato sovra una graticola di ferro tutta armata di acute punte. S. Vincenzo, inteso l'ordine barbaro dato, prevenne i carnefici da se stesso, andò e salì sovra quella graticola dove ardea già il fuoco di sotto, e vi fu legato con catene per le mani e per i piedi. Di più, mentre i carboni l'arrostivano, da' carnefici gli erano applicate lame arroventate sovra le carni lacerate del petto e del ventre. Di più sulle piaghe erano gittati pezzi di sale che cadendo poi sul fuoco, si lanciavano con violenza verso quelle carni abbrustolite e lacere.

6. Frattanto Vincenzo tra que' tormenti se ne stava col volto ridente e cogli occhi rivolti al cielo, benedicendo il Signore che accettava il suo sacrificio. Tutti ammiravano la forza prodigiosa che Dio comunicava al santo giovine; gli stessi pagani gridavano, miracolo, miracolo! Onde Daciano fu


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costretto a far togliere dalla vista del pubblico quello spettacolo di pazienza. Ordinò che Vincenzo fosse condotto in carcere, dove, non contento di tanti strazj che gli avea dati, volle che gli fossero serrati i piedi nel ferale strumento chiamato nervo, in cui talvolta i santi confessori lasciavano la vita. Di più che fosse coricato supino sovra molti cocci di vasi rotti, che riaprendogli le piaghe colle aguzze lor punte, gli recavano un acutissimo dolore. Di più ordinò, affin di stancar la pazienza del santo, che niuno si fosse accostato a dirgli qualche parola di conforto; ma Dio rendette vani i suoi disegni, poiché venne egli stesso a consolarlo con invitarlo al paradiso. Nel profondo della notte vide il santo un grande splendore; vide anche separarsi i due legni del nervo che gli teneano serrati i piedi, e nello stesso tempo sentì ricrearsi da un dolore celeste: ed indi vennero molti angeli a visitarlo da parte di Gesù Cristo ed annunziandogli il fine delle sue pene l'invitarono alla gloria celeste. I custodi svegliati da' raggi di quella luce che usciva dalle fessure della porta, si accostarono a quella, ed avendo intesi gli angeli che insieme col martire lodavano Dio, tutti abbracciarono la fede cristiana.

7. Daciano informato di tutto ciò, ordinò che Vincenzo tolto dalla prigione fosse posto a giacere in un morbido letto e che gli fossero curate le piaghe, affinché, ristorato che fosse, avesse potuto di nuovo porlo a' tormenti. I fedeli avvisati di ciò corsero a visitare il santo ed a sollevarlo: chi gli baciava le piaghe, chi le asciugava con pannilini, per serbarli poi come gioie in sua casa. Ma venuto finalmente il tempo del trionfo per Vincenzo, egli spirò su quel letto tra gli abbracci de' suoi fratelli ed a vista degli angeli che lo assistettero e poi l'accompagnarono al regno beato.

8. Il tiranno, avendo intesa la sua morte, comandò che 'l corpo del santo fosse lasciato esposto per pascolo delle fiere; ma il Signore destinò un corvo, che colle unghie e col rostro lo difese da quelle e specialmente da un lupo ch'era venuto a divorarlo. Daciano non sapendo più che fare contro del santo, ordinò che il suo corpo fosse gittato in alto mare chiuso in un sacco. Fu eseguito il comando; ma il sacco, benché vi fosse appeso un gran sasso, restò galleggiando come una piuma sovra dell'acqua, e spinto da' venti si rivolse verso Valenza: i marinari si affaticarono per raggiungerlo, ma il corpo del santo prima del loro arrivo fu dall'onde depositato sulla spiaggia, ove fu subito coperto dall'arena. Comparve poi il santo ad una santa donna chiamata Ionica, e le insegnò il luogo ove stava il suo corpo; onde colei subito vi andò con altri cristiani, e trovate quelle sante reliquie, le depositò per allora in una piccola chiesetta. Ma renduta la pace alla religione, furon trasportate in un magnifico tempio presso Valenza, ove sono state sempre venerate con gran divozione. Scrive s. Agostino 1: Quae hodie regio, quousque christianum nomen extenditur, natalem non gaudet celebrare Vincentii? Gli atti del martirio di questo gran santo sono anche trascritti dal Ruinart.




1 Serm. 276. n. 4.




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