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S. Alfonso Maria de Liguori
Vittorie dei Martiri

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§. 7. Di Filippo vescovo di Eraclea e de' compagni martiri.

1. Nella Tracia, dove metropoli della provincia era la città di Eraclea, Filippo fu eletto vescovo per lo splendore delle sue virtù; ed egli ben corrispose all'aspettazione del suo popolo, in modo che il popolo l'amava, ed egli amava tutti del suo popolo. Ma fra coloro amava particolarmente due suoi discepoli, Severo prete ed Erme diacono, che poi ebbe compagni nel martirio nella persecuzione sotto di Diocleziano insorta; nella quale il santo fu consigliato a ritirarsi dalla città, ma egli non volle partirsi, dicendo che voleva uniformarsi alle disposizioni di Dio, che sa bene rimunerare chi patisce per suo amore, e perciò non dovea temere le minacce e i tormenti de' tiranni. Un giorno dell'anno 304., mentre il santo esortava nella chiesa il popolo alla pazienza, venne un soldato, il quale per ordine del governatore, chiamato Basso, fatto uscire il popolo, chiuse le porte della chiesa, e le sigillò. Filippo allora gli disse: Credi tu che Dio abiti fra queste mura, e non già nelle nostre anime?

2. Non potendo poi Filippo entrar più nella chiesa, non volle però abbandonarla, ma si fermò presso le porte di quella insieme col suo popolo, ed ivi procurò di separare i buoni da' cattivi, confortando i primi ad esser costanti nella fede, ed i secondi a far penitenza de' loro peccati. Basso, trovandoli così adunati in quel luogo, li fece tutti arrestare, e poi dimandò chi di loro fosse il maestro. Filippo allora si fece avanti, e rispose: Io sono quegli, che domandi. E Basso disse: Avete intesa la legge dell'imperatore che in niun luogo si adunino i cristiani, acciocché tutti o sacrifichino agli dei o periscano? Indi ordinò loro che gli consegnassero tutti i vasi d'oro o d'argento e tutte le scritture che trattavano della legge cristiana; altrimenti sarebbero posti ai tormenti. Rispose s. Filippo: Per me io son pronto a patir come vuoi in questo corpo già cadente per la vecchiezza, ma levati dal pensiero di avere potere sopra il mio spirito. I vasi sacri, prendili a tuo arbitrio, ma le scritture divine tocca a me di non farle cader nelle tue mani. Irritato Basso da questa risposta, chiamò i carnefici, e fece tormentare il santo crudelmente, e per lungo tempo. Il diacono Erme, essendo presente a quegli strazj del suo vescovo, disse al governatore che quando gli fosse riuscito di avere in mano tutte le sacre scritture, non lascerebbero i buoni cristiani d'insegnar agli altri a seguir Gesù Cristo, ed a rendergli l'onore che si merita. A queste parole seguì una tempesta di battiture sopra il santo diacono.

3. Indi ordinò Basso che si prendessero i sacri vasi dal sacrario, e le scritture fossero bruciate, e che Filippo cogli altri carcerati fossero dai soldati condotti nel foro al supplizio, affin di rallegrare gl'infedeli con tale


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spettacolo, e spaventare i cristiani. Giunto Filippo al foro, ed informato del bruciamento delle scritture, fece un lungo discorso al popolo, in cui parlò del fuoco eterno minacciato da Dio agli empj; ma in mezzo al discorso venne un sacerdote degl'idoli, chiamato Catafronio, e portò seco alcune carni di vittime sacrificate a' demonj. Erme vedendo ciò, disse: Questa cena diabolica è stata portata per forzarci a gustarne, e così contaminarci. Ma s. Filippo l'esortò a non inquietarsene. Frattanto giunse al foro il governatore, e comandò a Filippo che subito sacrificasse ai suoi dei, e rispose il santo: Ma, essendo io cristiano, come posso venerare le pietre? Sacrifica almeno all'imperatore: soggiunse Basso; e il santo replicò: La mia religione mi ordina di ossequiare i principi, ma di non sacrificare se non a Dio. Ma questa bella statua della fortuna, disse il governatore, non merita che tu le offerisca una vittima? Rispose il santo: Ella può tirarsi l'ossequio di voi che l'adorate, ma io non posso adorarla. Soggiunse Basso: Almeno ti muova questo bel simulacro di Ercole. Allora il santo alzò la voce, e rimproverò la pazzia di coloro che venerano come dei le statue, che, essendo tratte dalla terra, meritavano, come terra, essere calpestate, non già adorate. Basso si rivolse ad Erme, e gli comandò che almeno esso avesse sacrificato a quei numi. Il santo risolutamente rispose ch'era cristiano, e che non potea farlo. Ma tu sarai dato alle fiamme, disse quegli, se non sacrifichi. Ed Erme rispose: Tu mi minacci queste fiamme che poco durano, perché non sai la forza delle fiamme eterne, nelle quali ardono i discepoli del diavolo. Basso sdegnato comandò che fossero condotti in carcere i santi. Nel cammino gl'insolenti, urtando quel santo vecchio Filippo, lo fecero cadere a terra più volte, ed egli senza turbarsi con faccia allegra si rilevava.

4. Spirato frattanto il tempo del governo di Basso, giunse ad Eraclea Giustino successore, uomo più crudele di Basso, il quale, essendogli stato presentato s. Filippo, gli disse che, trovandosi egli in quell'età, avesse sacrificato, se non volea soffrir le pene intollerabili anche a' giovani. Rispose il santo: Voi altri per timore d'una breve pena ubbidite agli uomini, quanto più dobbiamo noi ubbidire a Dio, che punisce i malfattori con pene eterne? Tu potrai tormentarmi, ma non mai indurmi a sacrificare. Io ti farò strascinare, disse Giustino, per li piedi per tutta la città. Rispose il santo: Piaccia a Dio che ciò si eseguisca. La minaccia fu eseguita; il santo non morì in quel tormento, ma restò tutto lacerato nel corpo, e tra le braccia de' fratelli fu ricondotto in prigione.

5. Dopo ciò il governatore si fece presentare Erme, il diacono, e l'esortò a sacrificare, se volea liberarsi dai tormenti già apparecchiati. Rispose il santo: Io non posso sacrificare e tradir la mia fede; tu dunque a tuo piacere lacera pure e fa in pezzi il mio corpo. Parli così, disse Giustino, perché non comprendi le pene che ti aspettano: ben te ne pentirai quando le proverai. E il santo: Per quanto saranno atroci le pene, Gesù Cristo, per cui amore patisco, me le renderà leggiere e soavi.

6. Giustino fece riporre i santi in prigione, ove essi stettero a marcire


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per sette mesi. Indi li fece trasferire ad Adrianopoli, ove giunto egli ancora, si fece di nuovo presentare Filippo, e gli disse che avea differita la condanna, per dargli tempo di ravvedersi e sacrificare. Il santo rispose: Io ti ho detto che sono cristiano, e sempre dirò lo stesso; io non sacrifico alle statue, ma solo a quel Dio uno, al quale ho consacrato tutto me stesso. Il giudice adirato lo fece spogliare e battere con tanta crudeltà, che gli rimasero scoperte le ossa e le viscere. Ma il santo vecchio soffrì con tanta fortezza quella carnificina, che ne restò ammirato lo stesso Giustino. Ma dopo tre giorni di nuovo fece chiamare Filippo e gli disse: Dimmi, perché con tanta temerità ricusi di ubbidire agl'imperatori? Il santo rispose: Quel che mi muove non è la temerità, ma è l'amore che porto al mio Dio, che un giorno mi ha da giudicare. Io sempre ho ubbidito ai principi, ma ora si tratta di preferire la terra al cielo. Son cristiano, non posso sacrificare a' tuoi dei. Ciò udito Giustino, si rivolse ad Erme e gli disse: Giacché a costui per la vecchiaia è venuta a tedio la vita, tu almeno non la disprezzare; sacrifica e provvedi alla tua sicurezza. Erme prese con intrepidezza a parlare contro l'empio culto degl'idoli; ma Giustino sdegnato l'interruppe dicendo: Tu mi parli, come se sperassi di farmi cristiano. E il santo replicò: Io desidero che tali divengano non solo tu, ma tutti quei che mi odono. Finalmente il tiranno, vedendo la costanza de' due santi, proferì questa sentenza: Comandiamo che Filippo ed Erme, per avere disprezzati gli ordini imperiali, sieno bruciati vivi.

7. Udita la sentenza, i santi con giubilo si avviarono al luogo del fuoco, come due vittime consacrate al Signore: ma ambedue stavano così addolorati ne' piedi, probabilmente per cagion de' ceppi sofferti, che il santo vescovo dovette esser portato di peso al supplizio; ed Erme lo seguiva, ma con grande stento, e diceva a Filippo: Affrettiamoci, padre, non ci prendiamo cura de' piedi, de' quali non siamo per averne più bisogno. Giunti al luogo del martirio, secondo il costume del paese i condannati alle fiamme erano calati in una fossa e coperti di terra sino alle ginocchia, affinché non si potessero muovere, e così fu fatto. Erme nello scendere alla fossa, per l'allegrezza, proruppe in un gran riso. Finalmente, acceso il fuoco da' ministri, i santi finché poterono parlare non cessarono di rendere grazie a Dio della loro morte, e consumarono il loro sacrificio dicendo: Amen.

8. Severo, ch'era l'altro discepolo di s. Filippo, nella prigione, ov'era restato chiuso nel tempo che il suo santo vescovo avea nel fuoco consumato il martirio, intese la sua gloriosa morte; e stava afflitto di non aver potuto essergli compagno, onde pregava il Signore a non giudicarlo indegno di dare anch'egli la vita per la sua gloria. E fu esaudito, poiché nel giorno seguente anche esso ottenne la bramata corona. Tutto ciò che qui si è riferito di s. Filippo e de' suoi discepoli sta scritto dal p. Orsi nella sua storia 1 e dice averlo ricavato dal Ruinart 2.




1 Tom. 4. l.9. n. 33.



2 Act. Mart. n. 1.




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