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S. Alfonso Maria de Liguori
Vittorie dei Martiri

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§. 12. Di s. Teodoto tavernaio.

1. In questo santo si avvera che non vi è stato alcuno di vita, in cui l'uomo non possa farsi santo. S. Teodoto fu di Ancira, capitale della Galazia. Era egli ammogliato, ed esercitava il basso mestiere di tavernaio. Quantunque poi la vita che menava in quella città, fosse una vita comune agli occhi degli uomini; nondimeno ella era santa al cospetto di Dio. Poiché egli, ammaestrato nel timore di Dio da una santa vergine per nome Tecusa, sin da giovine praticò la temperanza, la castità ed anche la mortificazione della carne con digiuni ed opere afflittive; ed amando di esser povero, dispensava a' poveri quanto poteva. La sua taverna era l'albergo de' bisognosi, lo spedale degl'infermi e la scuola della pietà e della religione. Egli liberò molti dal fango dell'impudicizia e da altri vizj, e trasse anche alla fede molti gentili e giudei: sì che non pochi usciti da questa scuola giunsero alla gloria del martirio. Ed egli giunse a far miracoli anche in vita, specialmente con guarire gl'infermi, imponendo su di loro le mani, ed invocando il nome di Gesù.

2. Ardeva a suo tempo la persecuzione di Diocleziano; e di quella provincia era ministro il governatore Teotecno, così chiamato, uomo crudele, il quale comandò che per tutti i luoghi si demolissero le chiese, e si uccidessero tutti quei che voleano seguitar Gesù Cristo. Onde i gentili animati dalla crudeltà del governatore entravano per le case de' cristiani e ne portavano quanto voleano; e chi si lamentava era trattato da ribelle. Tutto giorno si vedeano mettere in prigione i fedeli ed anche le donne nobili erano strascinate per le strade: onde molti si nascosero nelle caverne e ne' boschi, riducendosi a vivere di erbe come bestie.

3. Teodoto restò in Ancira, dove non attendeva che ad assistere ai cristiani carcerati ed a sovvenire i bisognosi, ed anche a seppellire i corpi de' martiri. Di più, perché il governatore avea proibito di vendere il pane e il vino a chi non fosse idolatra, Teodoto ne provvedea i poveri, ed anche somministrava a' sacerdoti il pane e vino che serviva per le messe; sicché la sua taverna era divenuta ai cristiani il loro tempio e il loro rifugio per la carità di Teodoto.

4. In questo tempo sapendo egli che un certo Vittore suo amico era stato carcerato per cagion della fede, andò a trovarlo di notte, e l'animò dicendo: Un cristiano non dee avere altra cura che di mantenersi fermo nella sua fede. E sapendo che gli erano state promesse grandi cose, se sacrificava agli dei, gli soggiunse: Credimi, Vittore mio, che le promesse degli empj non tendono che alla nostra perdizione, e ci addormentano per non farci vedere la morte eterna a cui ci conducono. Vittore animato da queste parole andò con coraggio al luogo de' tormenti: ma dopo averli sofferti per qualche tempo, chiese tempo per deliberare; onde fu ricondotto alla prigione, dove tra poco morì per li tormenti già patiti, lasciando così gran dubbio della sua eterna salute, con gran dolore di Teodoto.

5. Dopo ciò Teodoto si abbatté con


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un sacerdote per nome Frontone in un certo luogo di campagna chiamato Malo, e gli disse che quel luogo gli parea molto a proposito per collocarvi le reliquie de' martiri. Rispose il prete che prima di cominciarvi la fabbrica bisognava procurare le reliquie. Allora disse Teodoto: Questa sarà cura di Dio; pensate voi a fabbricarvi la chiesa, perché le reliquie verranno presto; ed in pegno di questa promessa ch'io vi fo, conservate questo anello. E gli consegnò l'anello che teneva al dito, e licenziandosi ritornò ad Ancira. Indi cavò da uno stagno, in un modo prodigioso i corpi di sette vergini, che per la fede erano state ivi gittate: poiché sorse un ventoforte, che, spinte le acque alle sponde dello stagno, comparvero nel fondo i corpi delle sante; onde così poteronsi di cavare e trasportare in un vicino oratorio. Del che essendo stato poi Teodoto accusato, andò da se stesso a presentarsi a' magistrati.

6. Entrato che fu nella sala dell'udienza, il governatore Teotecno gli disse che se sacrificava agli dei l'avrebbe fatto primo sacerdote d'Apollo, e di più gli promise altri onori e altre ricchezze. Teodoto, disprezzando tutto, si pose a dimostrare al governatore le grandezze di Gesù Cristo, e l'enormità dei vizj che gli stessi pagani attribuivano ai loro falsi dei. Ma Teotecno irritato da tal discorso comandò che il santo fosse steso sull'eculeo, dove i carnefici l'uno dopo l'altro per lungo tempo gli lacerarono le carni con unghie di ferro. Di più il tiranno su quelle piaghe fece versare aceto ed anche applicare fiaccole ardenti. Il santo, sentendo il puzzo della sua carne bruciata, volse un poco la faccia indietro: il governatore, credendo da ciò ch'egli cominciasse a cedere per lo dolore de' tormenti, si accostò e gli disse: Teodoto dov'è quella bravura che mostravi poc'anzi? Tu non saresti ridotto a questo stato, se avessi rispettato l'imperatore. Tu sei tavernaio, di un mestierevile: per l'avvenire non te la prendere più cogli imperatori che hanno potestà sulla tua vita. Rispose Teodoto: Se voi mi aveste arrestato per qualche delitto, allora avrei timore; ma ora nulla temo, e son pronto a patir tutto per amore di Gesù Cristo. Inventate nuovi tormenti, il mio Signor Gesù Cristo mi forza a non farne conto. Il governatore a tali parole gli fece rompere talmente le mascelle colle pietre, che il santo buttò dalla bocca i denti rotti, e poi disse: Quando anche mi tagliaste la lingua, Iddio esaudisce i cristiani senza che parlino. Il governatore lo fece tornare in prigione, ed egli passando mostrava a tutti le sue piaghe, per fare intendere a tutti la forza che comunica Gesù Cristo a' servi suoi, e diceva: È giusto offerirgli queste piaghe, giacché egli le patì prima per noi.

7. Cinque giorni appresso, stando il governatore seduto nel soglio in una piazza, fece condurvi Teodoto, e gli fece riaprire le piaghe, e di nuovo lacerare i fianchi coi ferri, e poi lo fece distendere sovra alcuni cocci infocati di creta rotta. Allora, scrive il p. Orsi 1 il santo sentendosi penetrato sin nelle viscere da un acuto dolore, ricorse a Gesù Cristo e lo pregò che glielo mitigasse alquanto; e da lui confortato, proseguì a soffrire con fortezza quell'aspro tormento.


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8. Il tiranno lo fece mettere di nuovo la terza volta sull'eculeo, facendolo straziare e lacerare come prima. Ma finalmente disperato di poterlo vincere, lo condannò a perdere la testa e ad esser bruciato il corpo dopo la morte. Giunto il santo al luogo del supplicio, ringraziò il Signore di avergli data la grazia di superare i tormenti, e lo pregò a render la pace alla chiesa, e poi rivolto a' cristiani che gli stavano d'intorno, e si struggeano in lagrime, li consolò. Volle ch'essi ancora dessero grazie a Dio per la sua vittoria, ed avendo promessa loro l'assistenza in cielo delle sue orazioni, porse il collo al carnefice, e conseguì la corona. Il suo corpo fu posto sulla pira per esser bruciato, ma comparve quello risplendente di una lucegrande, che niuno ardì di toccarlo, e fu lasciato colà guardato da' soldati.

9. Ora in quello stesso giorno venne in Ancira il prete Frontone, che tenea l'anello lasciatogli da Teodoto, in pegno della promessa fattagli che Dio l'avrebbe provveduto delle reliquie, per collocarle nel luogo di Malo riferito di sopra. Avvenne ch'esso prete conduceva un'asina carica di buon vino, e l'asina cadde vicino al luogo ove stava il corpo del martire; e così essendo già notte, i soldati che lo guardavano sotto una capanna ivi fatta, invitarono il prete a cenare con essi. Frontone accettò l'invito, e per gratitudine fece loro parte del suo vino, dal quale ben riscaldati i soldati, si posero a dormire. Allora il prete, ammirando la provvidenza divina, prese il corpo di Teodoto, e rimessogli in dito il suo anello, lo caricò sull'asina, la quale da se stessa andò al detto luogo di Malo, e si fermò in un sito, dove poi fu edificata una chiesa sotto il nome di s. Teodoto. Il di lui martirio seguì nel principio della persecuzione di Diocleziano nell'anno 303. La storia poi di questo santo, dice il p. Orsi, fu scritta da un certo Nilo, il quale fu grande amico di Teodoto, e fu testimonio oculare delle cose narrate.




1 Lib. 9. num. 11.




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