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S. Alfonso Maria de Liguori
Vittorie dei Martiri

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§. 13. De' ss. Trifone e Respicio.

1. Questi due santi martiri, Trifone e Respicio, furono nativi della Bitinia. Erano essi giovani; ma perché sin dall'infanzia erano stati educati nella fede cristiana, menavano una vita virtuosa ed esemplare. Aquilino, ch'era il governatore della provincia, avendo saputo ch'essi erano cristiani, li fece arrestare. Eglino in vedersi presi da' soldati, ne rendettero grazie a Dio che gli facea degni di patire per amor suo; onde gli si offerirono in sacrificio, pregandolo nello stesso tempo che desse lor vigore di perseverare nella fede sino alla morte. Furono condotti poi a Nicea, ed ivi posti in prigione. Aquilino, avendoli fatti venire alla sua presenza, gl'interrogò del loro stato e della loro fortuna. Risposero: I cristiani non sanno che cosa sia la fortuna; mentre credono che Dio sia quello che regoli tutte le cose giusta la sua volontà e la sua infinita sapienza. I ministri che assisteano al governatore loro dissero: Tutti quelli che sono della vostra religione, debbono esser bruciati vivi, se non sacrificano a' nostri dei; perché tale è l'ordine degl'imperatori. Allora risposero i santi prigionieri: Noi non abbiamo timore di patire per la nostra religione, anzi lo desideriamo.

2. Il governatore riprese a dir loro: Ma voi già siete in età di sapere


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ciò che si conviene di fare. - Si, rispose Trifone, ben lo sappiamo, e perciò seguitiamo Gesù Cristo; e tutto quel che desideriamo è di giungere alla perfezione di questa sapienza. Sappiamo ancora che non vi è strada per giungervi più sicura di quella che ora cominciamo a camminare. Intendea parlare della via dei patimenti. Il giudice vedendo che stavano forti nella fede, li pose ambedue alla tortura. Essi in udire il comando da se stessi cavaronsi le vesti, onde subito furon posti su l'eculeo, ed ivi furono tormentati per tre giorni intieri, senza lamentarsi o dar segno di debolezza. Non aprirono in tutto quel tempo la loro bocca, se non per invocare in aiuto il nome di Gesù Cristo, e per fare intendere ad Aquilino la dannazione eterna, a cui egli si esponea, seguendo ad adorare gl'idoli. Ma Aquilino disprezzò tutti i loro detti, e partendo di per andare alla caccia, lasciò l'ordine che i santi martiri fossero esposti ad una freddissima brinata, che in quel tempo correva, sino al suo ritorno. E così fu eseguito; onde pel freddo le loro gambe creparono in più parti.

3. Tornato che fu il tiranno dalla sua caccia, si fece di nuovo presentare i santi martiri e disse loro: In somma non volete diventare una volta più savj? - Questo appunto, rispose Trifone, è quel che procuriamo di conseguire per mezzo del culto che rendiamo al nostro Dio. Il governatore li rimandò in prigione, e dopo diversi viaggi ritornò a Nicea, dove fece venir di nuovo i santi, parlò ad essi con piacevolezza, promettendo loro onori e ricchezze, se ubbidivano agl'imperatori. Ma vedendo che stavano costanti: Abbiate pietà, loro replicò, della vostra gioventù; non vi perdete i favori che da noi potete godere. Ripigliò Trifone: Non possiamo noi seguir meglio i vostri consigli, che perseverando in confessare Gesù Cristo.

4. Allora finalmente adirato Aquilino prima li fece strascinare per le vie della città, indi li fece crudelmente flagellare sino a straccarsi i carnefici: di più volle che lor fossero scorticati i fianchi e le coste con unghie di ferro; di poi fece bruciar le loro piaghe con fiaccole ardenti. Ma in mezzo a tanti strazj i santi martiri diceano: O Gesù, nostro Signore, per cui combattiamo e soffriamo, non permettete che il demonio ci vinca; esaudite le nostre preghiere, fate che giungiamo al temine della nostra carriera. E così i santi seguivano a parlare con Gesù Cristo, senza più rispondere ad Aquilino, il quale, mentre essi erano tormentati, non lasciava d'importunarli a sacrificare agli dei; onde il tiranno, vedendo che ci perdeva il tempo, il condannò finalmente a perder la testa, e così fu eseguito circa l'anno 251. I loro atti sono rapportati dal Ruinart.




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