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S. Alfonso Maria de Liguori
Vittorie dei Martiri

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§. 36. Di s. Cecilia vergine e de' santi Valeriano e Tiburzio.

1. Santa Cecilia è una vergine e martire molto celebre nella chiesa, ad onore della quale sin dal quarto secolo era in Roma dedicata una chiesa: di lei si fa menzione in tutti i martirologi, ed anche nel canone della messa. Nell'ottavo secolo si era sparsa voce che Aistulfo re de' longobardi avesse tratto da Roma il corpo della santa, e trasportatolo altrove; ma la medesima santa apparve in sogno al papa s. Pasquale I., e gli disse che Dio non aveva permesso quel trasporto preteso da' longobardi; e l'animò a ricercare le sue reliquie, come il santo pontefice già fece, e le ritrovò nel cimiterio di Pretestato sulla via Appia; e nell'anno 821. le rispose dentro Roma nella mentovata chiesa, che fece rifabbricare da' fondamenti. Avvenne non però che nel 1599. dopo otto secoli fosse di nuovo ritrovato il corpo di s. Cecilia (del quale erasi anche perduta la memoria) in una cassa di cipresso dentro un'altra di marmo con i panni lini tinti del sangue della martire; del che fu testimonio il cardinal Baronio. Onde il papa Clemente VIII. fece riporre quella cassa di cipresso, ove stava il corpo della santa, dentro un'altra preziosa cassa di argento, in cui al presente giace.

2. Parlando poi della storia di s. Cecilia, quantunque alcuni scrittori abbiano fatti dubbj sovra gli atti antichi, noi esporremo il di lei martirio secondo questi atti antichi; mentre questi sono stati universalmente ricevuti nella chiesa latina e greca per lo spazio di quattordici secoli. S. Cecilia fu una fanciulla romana delle più antiche famiglie di Roma. Nacque, secondo l'opinione più comune, verso il principio del terzo secolo, da genitori, non si sa se cristiani o pagani; ma è noto ch'ella fu cristiana dalla sua infanzia. E perché era ornata di tutti i pregi naturali, era desiderata da' giovani romani più ricchi e più nobili. Ella non però sottraevasi da tutte le richieste di nozze, poiché erasi tutta dedicata all'amore di Gesù Cristo, eletto da lei per suo unico sposo. Credesi ch'ella si compiacesse di suonare stromenti musicali, sui quali dilettavasi cantare poi le divine lodi; e ciò le serviva ancor di pretesto a starsene più ritirata. Dicono ancora i suoi atti che portava seco di continuo il libro de' sacri evangeli per seguirne le massime ed i consigli; e perciò la sua vita non era ad altro applicata, che all'orazione ed alla mortificazione del suo corpo. Intanto i suoi genitori conclusero di darla in matrimonio ad un giovane nobile chiamato Valeriano. La santa


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udendo ciò non si perdette di coraggio, ma in quei tre giorni che precedettero le sue nozze, osservò un rigoroso digiuno, si armò con un aspro cilizio, che da lei di poi non fu più lasciato; e perseverando in una continua orazione, non cessava di pregare Gesù Cristo a non permettere ch'ella perdesse quella verginità che ad esso avea già consacrata. Onde il Signore la consolò; poiché per mezzo del suo angelo custode fatto a lei visibile le fece sapere che egli l'avrebbe assistita, e che Valeriano destinato per suo sposo non l'avrebbe offesa, e con tal sicurezza ella acconsentì a sposarlo.

3. Nella sera delle nozze s. Cecilia, parlando con Valeriano, gli disse: Valeriano, sappi ch'io son cristiana, e sin dalla mia fanciullezza mi sono consacrata a Dio, con dedicargli la mia verginità; egli mi ha assegnato un angiolo del cielo che mi custodisca e difenda da ogni insulto: perciò bada a non commettere verso di me qualche cosa che irriti lo sdegno di Dio contro di te. Valeriano udendo ciò non ardì di toccarla, anzi disse ch'egli avrebbe creduto in Gesù Cristo se gli fosse fatto vedere il suo angiolo. Allora la santa piena di giubilo a questa risposta, gli replicò che non poteva esser fatto degno di tal grazia, se prima non prendesse il battesimo. Valeriano, preso dal desiderio di vedere l'angiolo, rispose che era pronto a volersi battezzare. Perloché la santo l'esortò di andar a trovare il papa Urbano, che stava nascosto per cagion della persecuzione nei sepolcri dei martiri presso la via Appia. E Valeriano ubbidiente alla voce della santa sua sposa ed alla voce di Dio che già l'avea accettato per suo servo e per suo martire, come seguì, andò, trovò s. Urbano, il quale avendolo bastantemente istruito lo battezzò.

4. Indi ritornato a s. Cecilia, la ritrovò in orazione, ed insieme con essa ebbe già la sorte di vedere l'angiolo risplendente di uno splendore celeste che l'assisteva. Allora Valeriano ristorato che si trovò dall'orrore avuto di quella divina visione, e pieno di giubilo pensò di procurare con tutte le sue forze di ridurre anche Tiburzio suo fratello, ch'egli molto amava, a farsi cristiano, e gli narrò tutto l'accaduto nella sua persona. S. Cecilia, che trovossi presente a questo discorso, si pose a dimostrare a Tiburzio la verità della religion cristiana, e che la religione de' gentili ch'egli professava non era che un mucchio di favole e di falsità inventate dal demonio per far perdere le anime. Ma mentre la santa parlava, la grazia di Gesù Cristo tirò a sé il cuore di Tiburzio, il quale cercò di essere quanto più presto battezzato. Onde subito andò anch'egli a trovar s. Urbano, da cui ritornò parimente battezzato.

5. Or questi due santi fratelli, fatti già seguaci di Gesù Cristo, subito si diedero colle limosine a sollevare i poveri, e si applicarono a consolare i carcerati per la fede, ed a seppellire i corpi de' martiri. Delle quali cose essendo poi informato Almachio prefetto di Roma, nemico dei cristiani, mandò a chiamare i due fratelli e li rimproverò di ciò che faceano, mescolandosi co' cristiani. Essi, che già si erano affezionati alla fede, risposero che illuminati dalla luce divina conoscevano che tutte le cose di questo mondo sono vanità e bugia,


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e ch'è una pazzia per questi beni di terra perdere i beni eterni del cielo. Il prefetto replicò: Chi vi ha insegnati questi sogni e follie? Risposero: Signore, è follia adorare in vece di un Dio una statua di pietra o di legno, e preferire una vita che dura pochi giorni, ad una felicità eterna. Per lo passato anche noi siamo stati pazzi, ma da oggi avanti non vogliamo esser più pazzi. E voi, Almachio, dopo la vostra morte confesserete anche la vostra pazzia, se seguirete a venerare i falsi dei; ma allora non vi sarà più rimedio alla vostra ruina eterna.

6. Almachio sdegnato li fece ambedue battere con tanta crudeltà, ch'ebbero a lasciar la vita in quel supplicio; nel quale i santi confessori non faceano altro che benedire Gesù Cristo in farli degni di spargere il sangue per suo amore. Indi ordinò che essi fossero portati al tempio di Giove, comandando che, se avessero ricusato ivi di sacrificare, fossero fatti morire. E con tal ordine furono consegnati ad un officiale chiamato Massimo, per essere condannati a morte. Vedendo Massimo che i santi martiri andavano allegri alla morte, dimandò loro donde nascesse quella tanta loro allegrezza. Rispose Tiburzio: E come non dobbiamo rallegrarci, vedendoci prossimi al termine di questa vita infelice, per cominciarne una tutta felice che non avrà più fine? Allora Massimo replicò: Dunque vi è un'altra vita dopo la presente? - Senza dubbio, ripigliò Tiburzio: l'anima nostra è immortale: sicché dopo questa vita, ch'è sì breve e piena di travagli, vi è la vita eterna pienamente felice, apparecchiata da Dio a' suoi servi fedeli.

7. Commosso Massimo da queste parole, e più dalla grazia divina che l'illuminò disse: Se è così, io voglio esser cristiano. Ond'egli differì l'esecuzione della sentenza data contro i due santi al giorno seguente, ed in quella notte si fece istruire e ricevette il battesimo alla presenza ancora di s. Cecilia che animò tutti tre al desiderio del martirio. Nel seguente, nel punto che i due santi fratelli furono decapitati, Massimo vide le loro anime, come due stelle lucenti, condotte dagli angeli al cielo; ed allora piangendo di allegrezza disse: O beati voi, servi del vero Dio! E chi può comprendere la vostra gloria come io la vedo! E giacché io son cristiano come voi, perché non posso avere la medesima sorte? Almachio udendo la conversione di questo suo officiale, seguita da quella di molti altri, ordinò che Massimo fosse percosso co' bastoni; e l'ordine fu eseguito con tanta crudeltà che il santo martire spirò tra quelle battiture. Le reliquie de' due santi fratelli prima furono seppellite in un luogo distante quattro miglia da Roma, ma poi furono trasportate nella città nell'anno 821. dal papa Pasquale che le collocò nella stessa chiesa dedicata a s. Cecilia.

8. Ritorniamo a s. Cecilia. I santi Valeriano e Tiburzio aveano lasciati tutti i loro beni alla santa, acciocché ne disponesse a suo arbitrio; e la santa, vedendo che la sua morte non era lontana, li vendette tutti e ne dispensò a' poveri il prezzo. Almachio avendo saputo poi che Cecilia era cristiana la fece arrestare. Quelli che la conduceano piangeano in vedere quella giovine così nobile e dotata di tanta bellezza vicina ad essere


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condannata a morte; onde cercavano persuaderla a rinunziare a Gesù Cristo. Ma s. Cecilia all'incontro piangendo sovra la loro cecità, disse: Voi parlate così, perché non sapete qual sia la felicità di morire per Gesù Cristo. Sappiate che questo è il maggior desiderio che ho. E piena di santo zelo dimostrò a tutti quei pagani che l'udivano, quanto sia grande la sorte di coloro che credono al vero Dio e lasciano i beni miserabili di questo mondo, per acquistare la gloria eterna del paradiso. Parlò a lungo su queste verità eterne; indi dimandò loro se credessero a quanto avea detto. E quelli risposero tutti: Sì, lo crediamo e vogliamo essere cristiani. La santa allora mandò a chiamare s. Urbano il pontefice, il quale venne e battezzò nello stesso giorno tutta quella compagnia ch'era di 400. persone, la maggior parte delle quali diede loro la vita per Gesù Cristo.

9. Dopo tal gloriosa conquista ritornò la santa tutta giubilante alle carceri. Ed essendo stata di nuovo presentata ad Almachio, quegli rapito dalla bellezza di Cecilia e dallo spirito con cui gli rispose, sentivasi inclinato a licenziarla senza darle alcuna pena; ma avendo poi saputa la conversione di tanta gente fatta per mezzo della santa, si pose ad atterrirla con minacciarle la morte se non si rendeva. Rispose la santa: Signore, voi ci date la morte, ma il nostro Dio, in vece della vita presente piena di miserie, ci dona una vita eterna tutta felice; e poi vi stupite che i cristiani temano sì poco la morte? Voi adorate una statua di pietra formata a forza di scarpello, oppure un tronco di legno cresciuto nella foresta, e queste sono le vostre deità. I cristiani all'incontro adorano un solo Dio Signore del tutto; e voi perciò li condannate a morte? E perché? Perché ricusano essi di essere empj. Almachio a questo discorso restò come fuori di se stesso, ed altro non rispose se non che bisognava ubbidire all'imperatore. La santa replicò che più bisognava ubbidire a Dio. Il prefetto l'interruppe e la fece riporre in prigione. Non osando poi di farla morire in pubblico per timore di qualche sedizione, ordinò che fosse chiusa in una stufa, ove restasse soffocata dal fuoco. Ma intendendo poi che la santa non ne sentiva alcun incomodo, mandò un carnefice a troncarle il capo. Il carnefice replicò tre colpi di scimitarra sovra il collo di s. Cecilia con tutta la sua forza, ma non gli riuscì di tagliarle la testa; onde, perché dalle leggi era vietato il dare più di tre colpi, lasciò la santa bagnata di sangue, ma ancor viva. Visse ella tre altri giorni, come avea domandato a Dio, per confermar nella fede coloro che avea convertiti a Gesù Cristo, ed in quel tempo quella casa fu sempre piena di persone de' nuovi convertiti che dalla santa furono sempre più animati a star saldi nella fede. Finalmente nel terzo giorno ai 22. di novembre dell'anno 232., ella placidamente diede l'anima al suo Dio e andò a ricevere il premio di tanti suoi meriti. S. Urbano, che assistette alla sua morte, fece sotterrare il suo corpo nel cimiterio di Callisto e poi consacrò in una chiesa la casa della santa.




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