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S. Alfonso Maria de Liguori
Apparecchio alla Morte

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PUNTO III

«Fili, peccasti? Non adiicias iterum, sed de pristinis deprecare, ut tibi dimittantur» (Eccli. 21. 1). Ecco quel che ti avverte, cristiano mio, il tuo buon Signore, perché ti vuol salvo: Figlio, non tornare ad offendermi, ma d'oggi innanzi1 attendi a chiedere il perdono de' peccati fatti. Fratello mio, quanto più hai offeso Dio, tanto più dei tremare di non offenderlo più, perché un altro peccato che commetterai, farà calar la bilancia della divina giustizia, e sarai dannato. Io non dico assolutamente, che dopo un altro peccato per te non vi sarà più perdono, perché questo nol so, ma dico che può succedere. Onde quando sarete tentato, dite: E chi sa se Dio non mi perdona più, e resto dannato? Ditemi di grazia, se fosse probabile che in un cibo vi fosse il veleno, lo prendereste voi? Se probabilmente credeste che in quella via vi fossero i vostri nemici per torvi la vita, vi passereste voi, avendo un'altra via sicura? E così qual sicurezza, anzi qual probabilità avete voi che tornando a peccare, appresso ne avrete vero


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dolore e non tornerete più al vomito? e che peccando, Dio non vi faccia morire nello stesso atto del peccato, o che dopo quello non vi abbandoni?

Oh Dio, se voi comprate una casa, voi fate già tutta la diligenza per assicurar la cautela e non buttare2 il vostro danaro. Se prendete una medicina, cercate di bene assicurarvi che quella non vi possa nuocere. Se passate un torrente, cercate di assicurarvi di non cadervi dentro. E poi per una misera soddisfazione, per un diletto di bestia, volete arrischiare la salute eterna, con dire: Spero di confessarmelo? Ma io vi domando: Quando ve lo confesserete? Domenica. E chi vi promette d'esser vivo sino a Domenica? Domani. E chi vi promette questo domani? Dice S. Agostino:3 «Diem tenes, qui horam non tenes?» Come potete promettervi di confessarvi domani, quando non sapete di avere neppure un'altra ora di vita? «Qui poenitenti veniam spopondit, (siegue a dire il santo),4 peccanti diem crastinum non promisit; fortasse dabit, fortasse non dabit». Dio ha promesso il perdono a chi si pente, ma non ha promesso il domani a chi l'offende. Se ora peccate, forse Dio vi darà tempo di penitenza, e forse no; e se non ve lo , che ne sarà di voi per tutta l'eternità? Frattanto voi per un misero gusto già perdete l'anima e la mettete a rischio di restar perduta in eterno. Mettereste voi a rischio mille docati5 per quella vil soddisfazione? Dico più: fareste voi per quel breve gusto un vada tutto, danari, casa, poderi, libertà e vita? No? e poi come per quel misero piacere, volete in un punto far già perdita di tutto, dell'anima, del


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paradiso e di Dio? Ditemi: Son verità queste cose che insegna la fede, o son favole, che vi sia paradiso, inferno, eternità? Credete voi che se vi coglie la morte in peccato, sarete perduto per sempre? E che temerità, che pazzia condannarvi già da voi stesso ad un'eternità di pene, con dire: Spero appresso di rimediarvi? «Nemo sub spe salutis vult aegrotare», dice S. Agostino.6 Non si trova pazzo, che si pigli il veleno con dire, può essere che poi con rimedi mi guarisca; e voi volete condannarvi ad una morte eterna, con dire: Può essere che appresso me ne liberi? Oh pazzia che n'ha portato e ne porta tante anime all'inferno! Secondo già la minaccia del Signore: «Fiduciam habuisti in malitia tua, veniet super te malum, et nescies ortum eius» (Is. 48. 10).7 Hai peccato fidando temerariamente alla divina8 misericordia, verrà improvvisamente su di te il castigo, senza saper donde viene.

Affetti e preghiere

Ecco, Signore, uno di questi pazzi, che tante volte ha perduta l'anima e la grazia vostra, colla speranza appresso di ricuperarla. E se Voi mi aveste fatto morire in quel punto, o in quelle notti, nelle quali io stava in peccato, che ne sarebbe di me? Ringrazio la vostra misericordia, che mi ha aspettato, ed ora mi fa conoscere la mia pazzia. Vedo che Voi mi volete salvo, ed io mi voglio salvare. Mi pento, o bontà infinita, di avervi tante volte voltate le spalle, e v'amo con tutto il cuore. E spero a'9 meriti della vostra passione o Gesù mio, di non esser più pazzo. Perdonatemi presto, e ricevetemi nella vostra grazia, ch'io non voglio lasciarvi più. «In te, Domine, speravi, non confundar in aeternum».10 Ah no, spero, o mio Redentore di non aver più a patir


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la disgrazia e la confusione di vedermi in avvenire privo della grazia e del vostro amore. Concedetemi Voi la santa perseveranza, e fate ch'io sempre ve la domandi, specialmente quando sarò tentato, con chiamare in aiuto il santo nome vostro e della vostra S. Madre, dicendo: Gesù mio, aiutatemi; Maria mia, aiutatemi.

Sì, Regina mia, che ricorrendo a Voi, non sarò mai vinto. E se persiste la tentazione, ottenetemi ch'io non lasci di persistere ad invocarvi.




1 [21.] d'oggi innanzi) da ogg'innanzi BR2.



2 [5.] buttare) buttar via BR2.



3 [12.] S. AUGUST., Enarrat. in Ps. XXXVIII, n. 7: PL 36, 419: «Et tenes diem, qui unam syllabam non tenes?» CC 38: 409. Vedi anche Ps. LXXVI, n. 8; PL 36, 976: «De toto anno quid praesens tenes?… Et de ista hora quid tenes?» Cfr. CC 39, 1058.



4 [15.] Forse trattasi di un testo compilato mnemonicamente da diverse fonti, il cui nucleo principale appartiene a s. Agostino. S. AUGUST., In Ps. CI, sermo I, n. 10; PL 37, 1301: «Indulgentiam tibi Deus promisit; crastinum diem tibi nemo promisit». Cfr. CC 40, 1431. IDEM, In Ps. CXLIV, n. 11; PL 37, 1877: «Deus conversioni tuae indulgentiam promisit, sed dilationi tuae diem crastinum non promisit». Cfr. CC 40, 2097. S. GREGORIUS M., Homil. in Evang., l. I, hom. 12, n. 6; PL 76, 1122: «Sed qui poenitenti veniam spopondit, peccanti diem crastinum non promisit». Le ultime parole arieggiano una frase del Crisostomo riportata nel breviario. «Sed multis, inquis, dedit Deus spatium, ut in ultima senecta confiterentur. Quid igitur? Numquid et tibi dabitur? Fortasse dabit, inquis. Cur dicis fortasse? Contigit aliquoties? Cogita, quod de anima deliberas», ecc. (Dom. V august., in II noct., lect. V). Vedi CHRYSOST., In ep. II ad Cor., hom. 22; PG 61, 552.



5 [21.] docati) ducati VR BR1 BR2.



6 [6.] Ps. AUGUSTINUS, De fide ad Petrum sive de regula verae fidei, c. III, n. 40; PL 40, 766. L'autore dell'opera è S. FULGENTIUS Ruspensis, De fide seu de regula verae fidei ad Petrum, c. III, n. 38; PL 65, 690 (cfr. Glorieux, 27).

N. B. Pur rimandando per la dibattuta questione del «numero dei peccati» alla trattazione inserita ne L'ami du Clergé, 40 (Langres 1923), 87 ss., 347 ss., ci permettiamo un rapido rilievo. I predicatori, servendosi di questa Considerazione ed esasperandone il significato, hanno sovente reso responsabile delle loro troppe rigide idee lo zelantissimo Dottore. S. Alfonso non è stato l'inventore del sermone del numero dei peccati, ch'era di rito nel '600 e nel '700 tra i missionari popolari, come può vedersi in p. P. SEGNERI, Quaresimale, pred. 37, n. VII; Venezia 1733, 342; NEPVEU F., Riflessioni cristiane, I, Venezia 1721, 108; S. LEONARDO DA PORTO MAUR., Prediche quaresimali, pred. 18; Opere complete, VIII, Roma 1854, 194 ss., ecc. S. Alfonso, insigne e mite moralista, con saggio accorgimento soleva predicare prima del peccato la misura delle grazie e dopo ai peccatori annunziava l'infinita misericordia, tenendo una tattica opposta a quella del demonio, che prima del peccato stimola alla confidenza e dopo spinge alla disperazione. Egli mai intese di costruire una teoria che rifiuta ogni grazia ai peccatori dopo un certo numero di colpe; anzi combatté tale sistema. Alcune sue espressioni, che staccate potrebbero prestarsi ad interpretazioni sfavorevoli, vanno esaminate nel contesto per non metterlo a torto in contrasto con la dottrina tradizionale della sana teologia (cfr. O. GREGORIO, Il calcolo dei dannati in Divinitas, 2 (Roma 1963) 387-392).



7 [12.] Is., 48, 10-11.



8 [12.] alla divina) nella divina VR BR1 BR2.



9 [23.] a' meriti) ne' meriti VR BR1 BR2.



10 [26.] Ps., 30, 2.






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