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S. Alfonso Maria de Liguori
Vittorie dei Martiri

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§. 41. Di s. Leone.

1. In Pataro città della Licia celebravasi una festa in onore di un certo idolo; onde molti corsero ad assistervi, alcuni per proprio genio altri per timore di un editto, con cui ordinavasi che tutti dovessero intervenirvi. S. Leone ch'era buon cristiano, se ne uscì dalla città, e se ne andò a fare orazione ove giaceano le reliquie di san Paregorio, che poco prima era stato martirizzato per la fede. Ma ritornato in casa, gli apparve in sogno s. Paregorio, che, stando dall'altra parte di un torrente, l'invitava a seco unirsi.

2. S. Leone da questa visione concepì una grande speranza del suo martirio; onde andando ne' seguenti giorni a visitare di nuovo il sepolcro di s. Paregorio, e passando vicino ad un tempio ove ardeano molte lampane in onore dell'idolo della Fortuna, spinto da particolare impulso dello Spirito Santo, entrò ivi e gittò a terra tutte quelle lampane. Gl'idolatri irritati dal disprezzo fatto a quel loro idolo, proruppero in alte gride contro di lui, in modo che avvisato di tal rumore il presidente che governava quel luogo ordinò che il santo fosse preso e condotto alla sua presenza. Presentato che gli fu s. Leone, gli rimproverò l'oltraggio fatto agli dei celesti contro gli ordini del sovrano. Il santo animato dal suo zelo rispose: Voi mi parlate degli dei celesti, come ve ne fossero molti; ma non vi è che un solo Dio, ed un solo Gesù Cristo suo Figliuolo. Le lampane che si accendono d'intorno a' simulacri a che servono? Poiché queste statue di pietra o di legno non hanno alcun sentimento. Se voi conosceste il vero Dio non fareste onore a cotesti falsi dei. Deh lasciate questa vana religione, e adorate Gesù Cristo nostro Creatore e Salvatore.

3. Il giudice gli replicò: Voi dunque mi esortate ad esser cristiano? È meglio che vi uniformiate a fare come fanno gli altri, se non volete esser punito qual temerario che siete. Il santo allora con maggior coraggio ripigliò a dire: Io vedo già la moltitudine di coloro che disprezzano il vero Dio, e seguitano l'errore, ma io son cristiano, e seguito i precetti degli apostoli; se perciò merito castigo, eseguitelo presto, mentr'io son pronto a soffrire ogni pena, per non farmi schiavo del diavolo. Facciano gli altri quel che vogliono, pensando solo alla vita presente, e non alla futura che si acquista per mezzo di queste afflizioni che passano, dicendo la scrittura che la via, la quale conduce alla vita eterna, è stretta. Replicò il giudice: Dunque giacché la via di voi cristiani è stretta, attenetevi alla nostra ch'è larga e comoda. S. Leone rispose: Ho detto che la via è stretta, perché bisogna esser preparato


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a soffrire le afflizioni e le persecuzioni per la giustizia; ma del resto per chi la cammina, ella è spaziosa, poiché tale la rende la fede e la speranza dell'eterna salute. L'amore della virtù rende piano ciò che a voi altri sembra duro; all'incontro la via del vizio in verità è angusta, e conduce al precipizio eterno. Questo parlare non piaceva a' gentili; onde gridarono che si facesse tacere quest'empio che discreditava la lor religione. Pertanto il giudice disse a s. Leone che si risolvesse di venerare i loro dei; ma il santo rispose essere ciò per lui cosa impossibile. Il giudice ordinò allora che s. Leone fosse flagellato. Mentre i carnefici si affaticavano a tormentarlo, il santo tutto soffriva senza neppur lamentarsi. Il giudice intanto gli minacciava maggiori tormenti se non sacrificava agli dei, e il santo rispondeva: Io non conosco questi dei, né mai sarò per sacrificare ad essi. - Almeno, soggiunse il tiranno, dite che i nostri dei sono grandi, mentr'io compatisco la vostra vecchiaia. - Sono grandi, rispose s. Leone, per rovinare le anime che li credono.

4. Infuriato il giudice disse: Io comanderò che siate strascinato sovra le pietre, e così moriate di spasimo. E il santo rispose: Qualunque genere di morte mi è cara, perché mi conduce al cielo ed a quella vita che in partir da questo mondo mi sarà data da Dio, acciocché io abiti insieme co' santi. Il tiranno seguiva a dirgli che ubbidisse, o almeno confessasse che gli dei salvavano dalla morte. E s. Leone rispose: Parmi che voi siate assai debole, mentre non fate che minacciare, senza venire ai fatti. Da queste parole irritato anche il popolo costrinse il giudice a pronunziar la sentenza, che il santo fosse legato per i piedi, e strascinato per un torrente. S. Leone vedendosi già vicino al suo desiderio di morir per Gesù Cristo, alzati gli occhi al cielo, disse: Vi ringrazio, o Padre di Gesù e mio Signore, che mi date presto il favore di seguitare il vostro servo Paregorio. Vi lodo, perché così per mezzo del martirio ricevo il rimedio per cancellare i miei peccati. Consegno l'anima mia in mano dei vostri angeli, acciocché io sia per sempre salvo dalla dannazione apparecchiata agli empj. Vi prego per quel poco che ora mi tocca a patire, ad aver pietà di color che patire mi fanno, dando loro la grazia di riconoscervi per Signore del mondo, giacché voi non volete la morte del peccatore. Tutto dunque ciò che io soffro in nome di Gesù Cristo, sia a vostra gloria ne' secoli de' secoli. Amen. E dopo aver detto amen in quel supplicio rendette lo spirito a Dio, e andò a riunirsi col suo Paregorio, come avea desiderato. I carnefici gittarono il corpo del santo in una voragine per vederlo stritolato; ma indi fu cavato e trovato intiero, solo con certe piccole lividure, e colla faccia lieta e ridente.




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