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S. Alfonso Maria de Liguori
Vittorie dei Martiri

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§. 44. Di s. Albano e di altri martiri.

Poiché i seguenti racconti di martiri sono brevi, ma speciosi e notabili, mettonsi qui insieme nello stesso paragrafo.

1. Di s. Albano ecc.

1. Albano era inglese e di religione pagana. Ebbe egli la sorte a tempo della persecuzione dell'imperator Diocleziano di dar ricetto in sua casa ad un buono ecclesiastico che fuggiva da' persecutori. Albano, osservando la buona vita del suo ospite, che stava quasi sempre in orazione, era parco nel cibo, umile, mansueto, e sapendo che era cristiano, lo pregò ad istruirlo della sua legge. Quegli allora gli fece conoscere le stravaganze dell'idolatria, e le verità della legge di Gesù Cristo; onde Albano illuminato dalla grazia abbracciò la fede cristiana.

2. Indi seppesi che quell'ecclesiastico cercato da' nemici stava in casa di Albano; onde il governatore mandò subito a prenderlo. Ma venuti che furono i soldati, Albano lo fece segretamente uscir di casa, e vestendosi del di lui abito si presentò al governatore, il quale stava allora offerendo un sacrificio a' suoi dei, e vedendo Albano, da lui già prima conosciuto, con quella nuova foggia di veste, e che si era fatto cristiano, gli minacciò che se egli non lasciava quella religione, gli avrebbe fatto soffrire i tormenti che aveva preparati a colui, le vesti del quale egli teneva indosso. Il santo rispose che non avrebbe mai lasciata quella fede che avea già conosciuta esser l'unica vera. Il giudice allora lo fece crudelmente frustare; ma Albano soffrì quel tormento e tutti gli altri che gli furono aggiunti appresso con tanta allegrezza, che il governatore, disperando di vederlo mutato, lo condannò a perder la testa.

3. Il santo andava al supplicio come ad una festa; ma quando fu alla sponda del fiume, che doveva passare per giungere al luogo destinato per la giustizia, vi trovò tanta gente accorsa, che non era possibile arrivare al ponte avanti sera. Onde il santo, anelando di dar presto la vita per Gesù Cristo, fece orazione a Dio, e le acque dividendosi lasciarono il guado per passare facilmente all'altra riva. A questo miracolo si convertì il carnefice che dovea decapitare il santo, e confessando Gesù Cristo meritò di conseguire insieme con s. Albano la corona del martirio.

2. Di s. Pietro.

1. Nella persecuzione di Decio a Lampsaco città dell'Ellesponto un giovine per nome Pietro essendo stato presentato al proconsole, questi intendendo da lui ch'era cristiano gli ordinò che sacrificasse alla gran dea Venere. Pietro rispose: Io mi stupisco come vogliate ch'io sacrifichi ad una donna, le di cui impudicizie è una vergogna il raccontare. I sacrifici conviene piuttosto offerirli al vero Dio. Il tiranno a questa risposta lo fece stendere e legare sovra una ruota, che girando per certi pezzi di legno posti dintorno, rimase il santo colle ossa tutte stritolate; ma dopo quel tormento, alzando gli occhi in cielo disse: Vi ringrazio, Gesù Cristo mio, che mi fate patire per amor vostro. Il proconsole, vedendo quella costanza del santo, gli fece tagliar la testa.

3. Di s. Cirillo fanciullo.

1. In Cesarea vi fu s. Cirillo il


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quale, essendo fanciullo, per essere egli cristiano fu dal padre idolatra maltrattato ed anche discacciato di casa. Il giudice sapendo ciò, chiamò a sé Cirillo, ed intendendo ch'egli spesso pronunziava il nome di Gesù, gli disse che se prometteva di non nominarlo più, l'avrebbe fatto ripigliare in casa dal padre. Il santo fanciullo rispose: Io son contento di essere scacciato dalla mia casa, perché ne avrò un'altra più grande nel cielo; né ho paura della morte, poiché ella mi acquista una vita migliore. Il giudice per intimorirlo fecelo legare, come per esser condotto alla morte, ma con ordine segreto al carnefice che non l'offendesse. Cirillo fu portato vicino ad un gran fuoco, ivi fu minacciato di gittarvelo dentro, ma egli si dimostrò pronto a perdervi la vita. Dopo ciò fu richiamato dal giudice che gli disse: Figliuol mio, hai veduto il fuoco? Lascia di esser cristiano, se vuoi rientrare in casa di tuo padre e godere de' suoi beni. Rispose Cirillo: Io non temo il fuoco né la spada, e sospiro una casa più desiderabile e ricchezze più durevoli di quelle di mio padre. Iddio è quegli che mi ha da ricevere. Affrettatevi voi a farmi morire acciocché io presto vada a ritrovarlo.

2. I circostanti piangeano in sentirlo così parlare, ma egli dicea loro: Voi dovreste non piangere, ma rallegrarvi ed animarmi a patire, per andar così a quella casa che desidero. E stando costante in questi sentimenti, soffrì allegramente la morte. Gli atti del suo martirio sono riferiti dal Ruinart.

4. Di s. Potamiena.

1. Si aggiunge qui il martirio di s. Potamiena che fece una fine molto gloriosa. Questa santa verginella ebbe per madre una donna cristiana chiamata Marcella, la quale ebbe una gran cura di allevar la figlia nel timore di Dio. S. Potamiena era nata schiava ed era stata dotata da Dio d'una rara bellezza; onde il padrone, ch'era pagano ed uomo dissoluto, prese verso di lei una gran passione, e più volte la tentò ad atti impuri. Ma la santa ributtandolo sempre con isdegno, l'impudico ricorse al prefetto d'Egitto e gli promise una gran somma, se la riduceva a contentare i suoi voleri; altrimenti, lo pregò a farla morire, mentre ella era cristiana.

2. Il prefetto nomato Arla fece presentarsi Potamiena, e facendole vedere gli strumenti preparati contro di lei, se non ubbidiva a' suoi ordini, le ordinò che contentasse il padrone; ed in ciò adoperò tutte le sue diligenze per vincerla: ma la santa si dimostrò sempre intrepida in rigettare l'iniqua dimanda, e rimproverandogli la di lui iniquità gli disse: E come mai può trovarsi un giudice tanto ingiusto, il quale abbia a condannarmi perché non voglio soddisfare le voglie d'un impudico? Arla stizzato dalla negativa e più da quel rimprovero, adoperò contro di lei un supplicio troppo crudele; poiché fece mettere al fuoco una gran caldaia di pece, e quando la pece alzò il bollore, ordinò che la santa vergine vi fosse gittata dentro. Allora s. Potamiena lo pregò che, dovendo ella morire così, le avesse fatta la grazia di farla calare nella caldaia, non tutto insieme, ma poco a poco, acciocché ella avesse potuto patire qualche cosa di più per amore del suo sposo crocifisso: e soggiunse queste parole al tiranno: E vedrai quanto sia grande la pazienza che dona ai suoi servi quel Gesù Cristo che tu non


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conosci. Il prefetto, benché fosse rimasto commosso dalla generosa preghiera della santa verginella, nondimeno acconsentì alla sua richiesta; e comandò a' soldati che l'avessero posta nella caldaia, come ella avea domandato. Specialmente raccomandò la barbara esecuzione ad un soldato nomato Basilide, il quale, benché facesse eseguir la sentenza, tuttavia ebbe l'attenzione di tenere indietro alcuni giovani insolenti che in tale occasione ardivano d'insultare la santa; ed allora Potamiena disse a quel soldato che dopo la sua morte avrebbe pregato Iddio per esso. Finalmente fu la santa posta nella caldaia bollente, prima co' piedi e poi colle altre membra; e, come narra il p. Orsi, durò il tormento per molto tempo: ma quando la pece arrivò al collo, spirò la santa, e volò quell'anima bella ad abbracciarsi con Dio, per cui amore avea sofferta una morte così dolorosa. Avvenne questo martirio nella città di Alessandria circa l'anno 210. E nel medesimo tempo anche la sua buona madre Marcella morì bruciata viva.

3. S. Potamiena tre giorni dopo la sua morte apparve gloriosa al soldato Basilide, e, postagli in capo una corona, gli disse: Io ho pregato per voi il mio Dio che già possiedo, e sappiate ch'egli presto vi ammetterà alla gloria di cui ha fatta me partecipe. L'evento ben fece conoscer veridica la visione; poiché Basilide abbracciò la fede cristiana e ricevette il battesimo, e poi gli fu troncata la testa per ordine del prefetto. Gli atti del martirio di s. Potamiena si rapportano dal Ruinart, e ne fa anche menzione il Tillemont nelle sue notizie ecclesiastiche.

5. Di s. Nicandro e s. Marciano.

1. Questi due santi erano soldati di professione, ma perché erano buoni cristiani, furono denunziati al governatore Massimo nel tempo della persecuzione di Massimiano. Il governatore, fattili a sé venire, gli obbligò a sacrificare. Rispose Nicandro: Cotesto comando riguarda coloro che vogliono sacrificare; ma noi che siamo cristiani, non possiamo eseguirlo. Massimo soggiunse: Ma perché ricusate anche di ricevere il danaro che vi tocca per le vostre cariche? Replicò il santo: Non possiamo riceverlo, perché il danaro degli empj è peste per chi serve a Dio. - Almeno, disse Massimo, offerite l'incenso agli dei. E il santo: Come può un cristiano abbandonare il vero Dio per adorare le pietre ed i legni? E come può dal loro quel culto che solo a Dio si dee?

2. Era presente a questo discorso Daria moglie di Nicandro, la quale animata dallo spirito di Dio disse al marito: Nicandro, guardatevi di ubbidire al governatore; non rinunziate a Gesù Cristo. Ricordatevi di quel Dio al quale avete obbligata la vostra fede; egli è il vostro protettore. Allora Massimo esclamò: Donna malvagia, perché procuri tu la morte a tuo marito? Rispose Daria: Acciocché egli possieda presto la vita eterna. Replicò Massimo: Di' meglio, perché desideri cambiar marito, e perciò vorresti ch'egli muoia. E Daria: Se sospettate di ciò, fatemi, se vi é permesso, morire per Gesù Cristo prima di lui. Rispose Massimo ch'egli non avea ricevuto l'ordine di far morire le donne; ma tuttavia subito la mandò in prigione.

3. Rivolto poi a Nicandro gli disse: Non date orecchio alle parole di vostra moglie, che vi costerebbero la morte.


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E poi aggiunse: Io vi do tempo a deliberare se vi torna più conto il vivere o il morire. Nicandro rispose: Il tempo che volete darmi è già passato; la deliberazione è già fatta: io altro non desidero che di salvarmi. Massimo allora esclamò: Lodato sia Dio! credendo che Nicandro per salvare la vita volesse sacrificare. E Nicandro pronunziò le stesse parole: Lodato sia Dio. Il governatore già se ne andava allegro per la vittoria creduta; ma udì allora Nicandro che ringraziava Dio e lo pregava a voce alta che lo liberasse dalle sozzure di questo secolo. Massimo attonito a quella preghiera, disse a Nicandro: Come! poco fa volevate vivere, ed ora volete morire? - No, rispose Nicandro, non voglio morire, ma vivere in eterno; e perciò disprezzo questa vita, di cui mi parli: esercita sopra il mio corpo la podestà che ti è data; io son cristiano. Allora il governatore si voltò a Marciano: E voi, gli disse, che pensate di fare? Marciano rispose: Io dico e voglio lo stesso che dice il mio compagno. - Dunque, replicò Massimo, andate ora in prigione e preparatevi a pagar la pena che meritate.

4. Dopo venti giorni li richiamò e dimandò loro: Che dite? Volete ubbidire agli imperatori? Gli rispose Marciano con gran coraggio: Le vostre parole non mai ci faranno volgere le spalle al nostro Dio. Noi sappiamo che Dio ci chiama; dunque non ci trattenete più, mandateci presto a quel Dio crocifisso che noi adoriamo e voi bestemmiate. Massimo disse allora: Giacché volete morire, morite. E Marciano: Fate presto, non già perché ci spaventino i tormenti, ma perché desideriamo di presto unirci a Gesù Cristo. Il governatore riprese a dire: Io sono innocente della vostra morte; non sono io che vi condanno, ma gli ordini degli imperatori. Se voi state sicuri di passare a stato migliore, io con voi me ne rallegro. Ed allora li condannò alla morte; ed i santi dissero: Massimo, la pace sia con voi; e pieni di giubilo si avviarono al martirio benedicendo Dio.

5. Dietro a Nicandro andava Daria sua moglie ed un suo figliuolo fanciullo portato in braccio da Papiano fratello di un altro martire, Pasicrate. Daria, quando il martire stava per essere decollato, volea passare a parlargli da vicino per dargli animo, ma non potea passare per la folla; onde Marciano le porse la mano e la presentò a Nicandro, il quale, come licenziandosi da lei, con volto sereno le disse: La pace sia con voi. Ed ella, standogli presso intrepida, l'animò dicendo: State allegramente, signore; compite il vostro sacrificio. Io mi consolo di vedervi andare alla gloria, e stimo grande la mia sorte di esser moglie di un martire. Rendete dunque a Dio l'amore che gli dovete, e pregatelo che liberi anche me dalla morte eterna.

6. All'incontro dietro a Marciano andava anche la sua moglie con altri suoi parenti; ma questa andava stracciandosi le vesti e gridando: Misera me! Marciano, perché così mi disprezzi? Abbi pietà di me; almeno guarda il tuo figliuolo. Marciano la interruppe e le disse con fortezza: E sino a quando il demonio ti accecherà? Ritirati e lasciami terminare il mio martirio. Ma la moglie seguiva a piangere e giunse a gettarsegli addosso impedendogli il camminare. Marciano allora disse ad un buon cristiano


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nomato Zotico: Di grazia, trattenete mia moglie. E quando giunse al luogo del supplicio, disse a lei: Ritiratevi in nome del Signore, perché essendo voi posseduta dal diavolo, non potete vedermi terminare il mio martirio. Indi abbracciò il figliuolo, ed alzati gli occhi al cielo disse: Mio Dio, prendete voi la cura di questo mio figlio. Finalmente Nicandro e Marciano, abbracciandosi si diedero il bacio di pace, e il carnefice avendo bendati gli occhi ad ambedue i santi, troncò loro le teste. Gli atti di tal martirio sono riportati dal Ruinart.

7. De' ss. Giovanni e Paolo.

1. Questi due santi fratelli erano italiani e di nascita distinta e molto affezionati alla religion cristiana. Avvenne a loro tempo che Costanza figlia di Costantino il Grande, guarita da una molesta infermità per intercessione di s. Agnese, risolvette di far vita divota, e fece voto di verginità; onde l'imperatore per compiacerla, tenendola ritirata in sua casa, le assegnò questi due fratelli acciocché la servissero. Inoltre avvenne che, essendo entrati gli sciti nella Tracia con un formidabile esercito, Costantino elesse ad opporsi loro Gallicano ch'era stato console, e che per le tante vittorie ottenute contro i barbari si era sperimentato per un capitano di gran valore; onde l'imperatore lo nominò generale dell'esercito: ma Gallicano non volle accettare il carico, se non colla condizione che tornando vittorioso, sposasse la principessa Costanza; e l'imperatore gliela promise.

2. Accadde che nella battaglia restò quasi sconfitto l'esercito de' romani; sicché Gallicano fu in punto di porsi a fuggire: ma essendo andati con esso a questa guerra i nostri santi Giovanni e Paolo, gli consigliarono a far voto di abbracciare la fede cristiana, se fosse restato vincitore. Gallicano fece il voto, ed allora i nemici mirabilmente spaventati deposero l'armi e si resero a discrezione. Dopo a tal fatto Gallicano ritornò in corte, e non più col disegno di sposare la principessa Costanza, ma colla risoluzione di ricevere il battesimo e poi lasciare il mondo per darsi tutto a Dio. Ed in fatti si ritirò in Ostia con s. Ilarino, ove fece edificare un grande spedale, in cui egli stesso imprese a servire tutti gl'infermi che vi capitavano. L'imperatore Giuliano l'apostata che successe al governo dell'imperio, gli mandò ordine che o adorasse gl'idoli o uscisse d'Italia. Gallicano andò ad Alessandria, dove continuò a vivere da santo, ed ivi finalmente ottenne la gloria del martirio ai 25. di giugno, nel qual giorno la chiesa ne fa memoria.

3. Intanto i santi Giovanni e Paolo erano ritornati in corte a servire la principessa, ed essendo poi ella morta, furono mantenuti nei loro impieghi. Ma quando Giuliano salì al trono e dichiarò la guerra contro i cristiani, eglino lasciarono la corte, e si posero a menare una vita privata e divota. All'incontro Giuliano, sapendo la costanza ch'essi conservavano nel promuovere la fede di Gesù Cristo e gli aiuti che davano ai cristiani, ordinò a Terenziano capitano delle sue guardie di dir loro da sua parte che egli li voleva in corte ad esercitarvi le loro cariche. I santi risposero che essendo essi cristiani non potevano servire ad un imperatore dichiarato nemico di Gesù Cristo. Giuliano rispose che dava loro dieci giorni di tempo, dopo i quali se non si risolveano


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di venire a servirlo, impose a Terenziano che gli avesse fatto morire. I santi risposero che né dieci giorni né dieci anni bastavano a far che essi abbandonassero la loro religione, per cui erano pronti a dar la vita.

4. Pertanto essendo passati i dieci giorni, andò Terenziano a trovarli nella loro casa, e portando seco una immagine di Giove, disse loro che l'imperatore si contentava che solo adorassero quella statuetta, ed altro non chiedeva. I nostri santi pieni di orrore in veder quell'idolo in loro casa, dissero: Ah Signore, toglieteci davanti quest'oggetto abbominevole. Chi non vede che non vi può essere che un solo Dio, e che tutte queste false deità sono favole ed empietà? - Ma se non volete ubbidire, replicò Terenziano, perderete la vita. Ed essi allora si posero in ginocchioni, ed alzando gli occhi al cielo, ringraziarono Iddio della grazia che lor faceva di morire per la fede.

5. I due santi erano molto stimati in Roma; onde la loro morte facea temere una sedizione del popolo, se si fosse fatta eseguire in pubblico; e perciò Terenziano li fece decapitare nella stessa loro casa sulla mezza notte; in segreto poi fece scavare una fossa nel loro giardino, ed ivi li fece seppellire, credendo così di far restare occulta la loro morte. Ma Dio dispose che nella mattina seguente molti indemoniati pubblicassero il martirio de' due santi fratelli. Lo stesso figliuolo di Terenziano, ch'era ossesso, pubblicava la loro morte; ed avendo poi ricevuto la guarigione quel giovine per intercessione de' santi martiri, ciò fu causa che Terenziano in quel punto si convertisse con tutta la sua famiglia, ed abbracciasse la fede cristiana. Indi nel medesimo luogo ove riposavano i corpi de' santi, sino dal quinto secolo fu fabbricata una nobile chiesa, che tuttavia oggi esiste in Roma in loro onore.

7. Di s. Teodoro.

1. San Teodoro di professione soldato (in lode di cui s. Gregorio Nisseno fece un nobile sermone) era cristiano e di santi costumi. Egli si trovava colla sua legione in Amasea città del Ponto, allorché Galerio e Massimino nell'anno 306. perseguitavano i cristiani. Il suo comandante sapendo che Teodoro era cristiano, gli ordinò di sacrificare agli dei secondo gli editti imperiali. Il santo si protestò ch'egli era fedele agl'imperatori, ma che all'incontro volea essere anche fedele al suo Dio, e che perciò non avrebbe abbandonata la fede quantunque avesse dovuto perdere i beni, l'onore e la vita.

2. Fu portato al governatore della città, che usò tutte le industrie per persuaderlo a rinunziare Gesù Cristo; ma l'eroe cristiano disprezzò tutte le promesse, le minacce, e disse: Io son disposto a conservar la mia religione, ancorché dovessi essere sbranato e bruciato vivo; è giusto che il mio corpo sia sacrificato per colui che l'ha creato. Dopo questa protesta il governatore lo mandò libero, dandogli tempo, come disse, a deliberare sovra la richiesta fattagli di ubbidire ai principi. Teodoro si servì di questo tempo per ottenere da Dio il soccorso nel combattimento che gli sovrasta.

3. Intanto egli proseguì a confortare i cristiani perseguitati, affinché stessero forti a non rinnegare Gesù Cristo. E di più spinto dal suo zelo fece un'azione molto gloriosa: poiché,


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animato da una straordinaria ispirazione di Dio, ebbe il coraggio in una notte di metter fuoco ad un famoso tempio che stava nella città dedicato alla dea Cibele, adorata da' pagani qual madre degli dei. Il tempio andò tutto in cenere tra breve tempo per un gran vento che allora soffiava. Il santo di poi in vece di nascondere il suo attentato, da se stesso pieno di giubilo andò pubblicando che egli aveva bruciato quell'esecrando tempio; onde subito fu arrestato, ed al governatore che gli minacciava gran tormenti, se non rimediava subito al suo delitto con sacrificare agli dei, rispose ch'esso trovavasi molto contento di averlo fatto.

4. Il governatore, vedendo che Teodoro rideasi delle minacce, tentò guadagnarlo colle promesse, gli disse che l'avrebbe innalzato al pontificato dei suoi dei, se avesse loro sacrificato. Rispose il santo: Io giudico infelici i sacerdoti de' vostri idoli; e tanto più i pontefici, giacché chi tra i cattivi tiene il primo luogo , è peggiore degli altri. Chi vive piamente gode di essere abbietto nella casa di Dio. Il tiranno sdegnato da queste parole, lo fece mettere sull'eculeo, in cui gli furono co' ferri stracciate le coste così crudelmente che gli restarono scoperte le ossa. E il santo in mezzo a quella carnificina, allegramente cantava quel verso del salmo: Benedicam Dominum in omni tempore; semper laus eius in ore meo.

5. Il governatore attonito a tanta pazienza gli disse: Miserabile! non ti vergogni di metter la tua fiducia in quel tuo Cristo che fu fatto morire con tanta ignominia? Ma Teodoro diede una santa risposta: Questa è un'ignominia, della quale si vantano tutti quelli che invocano il nome di Gesù Cristo. Il governatore lo rimandò in prigione, sperando col tempo di vincerlo; ma il santo nella notte seguente in quel carcere fu visitato dagli angeli, che insieme con esso cantavano le divine lodi, e riempirono quel luogo oscuro d'una splendida luce che fece stupire il custode. Alcuni giorni appresso il governatore, trovando Teodoro colla stessa costanza, lo condannò a morir bruciato vivo. Il santo abbracciò quella morte con allegrezza, e giunto alla vista del rogo, si fece il segno della croce, e nel fuoco consumò intrepidamente il suo sacrificio, sempre benedicendo Dio sino all'ultimo fiato.

8. Di s. Perpetua e di s. Felicita.

1. Sant'Agostino fece grandi elogi di queste due sante nelle sue opere, e spesso le proponeva al popolo, per animare tutti ad essere fedeli a Gesù Cristo. L'imperator Severo aveva ordinato che fossero fatti morire tutti i cristiani che ricusassero sacrificare agli dei; onde Minuzio proconsole, che comandava in Africa, fece tra gli altri arrestare in Cartagine cinque giovani, ch'erano ancora catecumeni, ed insieme le mentovate due sante Perpetua e Felicita, con altri due santi, Saturnino e Secondolo.

2. Perpetua era una dama giovine di 22. anni, che menava una vita molto divota. Era ella maritata, ed aveva un solo figliuolo. Felicita poi era più giovane, ed era anche maritata e di santi costumi. Indi stando in una casa custodite da' soldati le sante martiri, venne il padre di s. Perpetua a visitarla, e perché era pagano, pose in opera tutte le industrie e sino le lagrime per tirarla ad abbandonar la fede. Qui giova sapere che s. Perpetua


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ella stessa nel giorno antecedente alla sua morte scrisse la storia del suo martirio, come si trova negli atti antichi 1, dove sta distesa a lungo. Noi qui ne descriveremo le cose più sostanziali: «Mio padre (son le parole scritte dalla santa) adoperò tutte le arti per pervertirmi: io gli rispose risolutamente: Padre mio, io sono cristiana. Egli allora tutto sdegnato si avventò per cavarmi gli occhi, e mi caricò di mille ingiurie. Pochi giorni appresso ricevemmo tutti il santo battesimo, e di poi fummo posti in prigione, ove io restai spaventata dall'oscurità, dalla puzza e dal calore che vi era, per cagione dei molti carcerati che vi stavano. Ottenni ivi la grazia di aver meco il mio figliuolo, e ciò mi consolò. Venne a trovarmi colà mio fratello, e mi disse che io avessi pregato il Signore a farmi conoscere se mi aspettava il martirio. Io mi posi a fare orazione, e mi fu data a vedere una scala d'oro che si stendeva al cielo, ma molto angusta, e dai lati era ella piena di rasoi e punte di ferro. A piè della scala vi era poi un dragone che minacciava ingoiare chiunque volesse ascendervi. Il primo che vi salì, fu un certo cristiano chiamato Saturo che mi invitò a salirvi. Io ascesi, e mi trovai in un gran giardino, in cui incontrai un uomo di bello aspetto che mi disse: Siate ben venuta, mia figliuola. E dopo tal visione conobbi che noi tutti eravamo destinati al martirio e lo dissi al mio fratello.

«Mio padre venne a trovarmi anche alla prigione, e struggendosi in lagrime buttato a' miei piedi: Figlia, mi disse, abbi compassione di me povero vecchio, che ti son padre: almeno abbi pietà del tuo figlio; non esser la cagione colla tua ostinazione della ruina di tutti noi. Io m'intenerii, ma restai forte nel mio proposito. Nel giorno seguente fui presentata all'auditore Ilarione, il quale, essendo morto il proconsole, faceva da giudice, e meco si presentò anche mio padre col mio figliuolo in braccio; e il giudice mi disse: Perpetua, abbi pietà di tuo padre e di tuo figlio, e sacrifica agli dei. Io risposi ch'era cristiana, e che tutti noi altri eravamo pronti a morire per la nostra fede. Il giudice allora ci condannò tutti a morire sbranati dalle fiere; ma noi con allegrezza accettammo la sentenza, e fummo ricondotti in prigione, ove di nuovo mio padre venne, e strappandosi la barba ed i capelli, si gittò colla faccia a terra, lagnandosi di esser vivuto sino a quel tempo. Egli si sforzò per trarmi dal palco, ma il giudice lo fece discacciare con un colpo di bacchetta; il che mi intenerì, ma il Signore seguì a darmi fortezza».

3. Secondolo era morto nella carcere di puro stento. Saturo ebbe già la sorte di morir martire. Felicita desiderava morire cogli altri, ma essendo gravida, la legge non permetteva di giustiziarla; tutti non però pregammo Dio per lei, ed ella nello stesso giorno partorì una bambina. La santa si lagnava per li dolori del parto; onde uno gli disse: Tu ora ti lagni? E come farai quando sarai divorata dalle fiere? Ella rispose: Ora son io che patisco; ma nell'arena Gesù Cristo patirà per me, e colla sua grazia io soffrirò tutto per amor suo. Nel giorno della giustizia andavano tutti al campo con tanta gioia, che da per tutto si faceva palese. Gli altri


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santi morirono sbranati dalle fiere. Santa Perpetua e s. Felicita furono chiuse dentro alcune reti, per essere esposte ad una vacca stizzata. S. Perpetua fu investita ed alzata in aria dalla fiera, e, cadendo indietro, si pose a sedere; vide poi la sua veste lacerata dalla parte del fianco, e la tirò per coprirsi. Fu scossa di nuovo con più violenza dalla vacca. Ella si alzò in piedi, e vedendo s. Felicita tutta pesta, le diede la mano e la sollevò da terra. Il popolo se ne mosse a compassione tuttavia, e furono ambedue condotte in mezzo all'anfiteatro, ed ivi furono uccise dai gladiatori; e così andarono cogli altri martiri a prender possesso del paradiso ai 7. di marzo dell'anno 203. Le loro reliquie furono portate in Roma. S. Agostino cita gli atti di questo loro martirio, e Tertulliano e s. Fulgenzio fanno gloriosi elogi di queste due sante martiri. Di più la santa chiesa ne fa memoria speciale nel sacrificio della messa.

9. Di s. Aurelio, Natalia e compagni.

1. Nella Spagna al nono secolo i mori, seguaci di Maometto, fecero una strage di martiri. Tra questi vi fu Aurelio nato in Cordova di nobile e ricca famiglia. Suo padre era maomettano e sua madre cristiana; ma essendo restato egli orfano da fanciullo, fu allevato da una sua zia nella religion cristiana. I libri di Maometto che i mori gli fecero leggere, gli fecero più conoscere la falsità di quella setta, e maggiormente l'affezionarono alla religion di Gesù Cristo. Stimolato poi da' parenti, prese moglie, che fu Natalia, vergine cristiana e dedita alla pietà.

2. Aurelio era parente di un cristiano, Felice, il quale per debolezza avea rinnegato Gesù Cristo, del quale peccato si era pentito, ma non aveva animo di farsi conoscere cristiano; onde viveva da cristiano occulto colla sua moglie. Queste due famiglie erano tra loro strettamente unite. Un giorno Aurelio vide nella piazza tormentato colle verghe, e portato in giro per la città un mercante cristiano per nome Giovanni: onde tornato in casa disse alla sua moglie: Voi mi esortate a ritirarmi dal mondo: credo che sia giunta l'ora in cui Dio mi chiama a vita più perfetta; per lo che da oggi innanzi viviamo come fratello e sorella; attendiamo solo a Dio e prepariamoci al martirio. Natalia subito accettò il consiglio, e da allora si diedero a fare una vita santa di orazioni e mortificazioni. Aurelio tra le sue opere di pietà visitava i cristiani carcerati, e Natalia le donne, che anche stavano in prigione per la fede. Tra quei confessori vi era un santo prete chiamato Eulogio, che scrisse poi la storia del loro martirio. Costui consigliò Aurelio a metter le sue figliuole in luogo sicuro, e vendere i suoi beni per dispensarli a' poveri, lasciando però il mantenimento alle suddette figliuole. Accadde poi in questo mentre, che due vergini chiamate Maria e Flora, che erano state già nella carcere visitate da Natalia, patirono il martirio; e queste le apparvero di poi in sogno vestite di bianco e risplendenti di luce. Natalia a tal vista disse loro: Avrò io la sorte di seguirvi per quell'istessa via che vi ha condotte in cielo? Risposero: Si, voi anche aspetta il martirio, e tra poco avrete questa sorte. Natalia narrò il tutto ad Aurelio, e da allora in poi questi due santi consorti non pensarono che a prepararsi


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a morire per Gesù Cristo, e dispensarono tutte le robe a' poveri, secondo il consiglio di Eulogio.

3. In questo tempo giunse in Cordova un certo monaco di Palestina per nome Giorgio, che avea passati 27. anni nel monastero di s. Saba; egli era stato mandato dall'abate di un altro monasterio di 500. monaci in circa all'Africa a cercar limosine, ma trovò questa provincia oppressa dai mori: onde fu consigliato a passare a Spagna; dove essendo poi giunto trovò la religione perseguitata da' mori. Pertanto stando in dubbio di ciò che dovesse fare, andò a trovare un certo monasterio di santi religiosi, che stava a Tabane, per raccomandarsi alle loro orazioni. Ivi trovò Natalia, che in vederlo disse: Questo buon monaco sarà nostro compagno nel martirio. E così fu, perché nel giorno seguente andò Natalia col monaco Giorgio in sua casa a Cordova, ove trovarono Felice e Liliosa sua moglie, che con Aurelio parlavano del comune lor desiderio di morire per Gesù Cristo; onde tutti per impulso divino di consenso risolvettero di andare alla chiesa per farsi conoscere cristiani, e conseguire il martirio, come già l'ottennero.

4. Nella chiesa non furono arrestati, ma nel ritornare da quella furono interrogati da un officiale moro perché fossero andati a quella chiesa. Risposero: I fedeli sogliono visitare i sepolcri de' martiri, e ciò abbiam fatto noi che tutti siamo cristiani. L'officiale subito ne fece consapevole il giudice della città, e nel giorno seguente vennero i soldati, e giunti alla porta della casa, gridarono: Uscite di qua, miserabili, e venite alla morte, giacché avete in fastidio la vita. Uscirono i due martiri colle loro mogli con giubilo; ed allora vedendosi Giorgio il monaco trascurato dai soldati, disse loro: E perché volete voi forzare i cristiani a seguir la vostra falsa religione? Per queste parole subito fu maltrattato da' soldati con pugni e calci e gittato a terra; onde Natalia gli disse: Alzati, fratello, e andiamo. Ed egli rispose: Intanto, sorella, ho guadagnato questo poco. Si rialzò mezzo morto, e così fu presentato al giudice, il quale dimandò a tutti perché corressero così ciecamente alla morte, e fece loro grandi promesse se voleano rinunziare a Gesù Cristo. Essi di accordo risposero: Non ci servono queste promesse; noi disprezziamo questa vita presente, perché speriamo averne una migliore; noi amiamo la nostra fede, ed abborriamo ogni altra religione. Il giudice li mandò in prigione, da cui avendoli poi fatti uscire dopo cinque giorni, ed avendoli trovati fermi nella fede di Gesù Cristo, li condannò tutti a morte, fuori di Giorgio. Ma Giorgio dicendo allora che Maometto era discepolo del demonio, e che tutti i suoi seguaci erano dannati, perciò anche egli fu condannato a morte cogli altri. Mentre andavano al supplicio, Natalia animava il marito; del che irritati i soldati, si posero a percuoterla con pugni e calci, e così l'accompagnarono sino al luogo della giustizia, dove furono tutti finalmente martirizzati ai 27. di luglio nell'anno 852.




1 Boll. 7.




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