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S. Alfonso Maria de Liguori
Vittorie dei Martiri

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§. 56. Di s. Gennaro vescovo.

1. È questione fra i napoletani e i beneventani quale fosse la patria di s. Gennaro: i primi vogliono che fosse la città di Napoli, i secondi la città di Benevento, e dicono che fosse di una delle famiglie più antiche discendenti da' sanniti, che aveano tenuta guerra co' romani, ed erano padroni e duchi di Benevento. Non vi è notizia sicura delle azioni de' primi anni di s. Gennaro; quel che si sa di certo è che i suoi genitori erano cristiani. Anche è certo che s. Gennaro, quando vacò la sede della chiesa di Benevento, era stimato il più santo e dotto del clero; onde di comun consenso il clero e il popolo lo elessero per loro vescovo. Il santo ricusò risolutamente di accettare il vescovado per la sua umiltà, ma fu costretto a sottoporsi per ubbidienza alla carica datagli dal papa s. Caio, o pure s. Marcellino.


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2. Appena che s. Gennaro cominciò a regger quella chiesa in quei tempi infelici della persecuzione degl'imperatori Diocleziano e Massimiano contro i cristiani, che fece palese lo zelo ch'egli nudriva per la fede di Gesù Cristo. Egli non solo attendeva a propagarla e mantenerla nella sua diocesi, ma scorrea per tutte le città vicine, affin di convertir gl'idolatri e dar soccorso e coraggio a' fedeli.

3. Il santo nella città di Miseno trovò un giovane diacono chiamato Sosio, che con gran fervore serviva quella chiesa: con esso strinse amicizia, ed un giorno che Sosio leggeva il vangelo al popolo, vide splendere una fiamma sul di lui capo; onde presagì che Sosio sarebbe coronato col martirio. E il presagio presto si effettuò; poiché Sosio dopo pochi giorni fu arrestato come cristiano, ed essendo stato presentato a Draconzio governatore della Campagna, questi cercò pervertirlo colle promesse e poi colle minacce, ma vedendo la costanza di Sosio, lo fece crudelmente flagellare, lo fece mettere alla tortura, e poi lo fece chiudere in carcere, in cui subito fu visitato il santo da tutti i cristiani del paese, specialmente da Proculo diacono e da Eutiche ed Acuzio suoi concittadini. E il nostro s. Gennaro, subito che lo seppe, andò anch'egli a visitarlo e a dargli coraggio.

4. Il governatore Draconzio fu dall'imperatore trasferito altrove, e gli successe nel governo Timoteo, il quale, essendo andato a Nola, ed avendo ivi intese le conversioni che faceva s. Gennaro per tutti quei contorni, e l'assistenza che prestava ai fedeli, subito mandò a catturarlo, e quando gli fu condotto legato le mani e i piedi, gli ordinò che presto sacrificasse agli dei. Il santo rigettò con orrore e disprezzo l'iniquo comando; onde Timoteo ordinò che fosse gettato in una fornace accesa. Fu subito eseguito l'ordine; ma da quelle fiamme uscì senza minima lesione. Il miracolo fece stupire tutti coloro che vi furon presenti, ma in vece di far ravvedere il tiranno, lo rendette più furioso e crudele. Per lo che acceso di rabbia comandò che il corpo del santo fosse talmente stirato sull'eculeo, che gli restassero spezzati tutti i nervi.

5. In Benevento, poi, avendo Festo diacono di s. Gennaro, e Desiderio di lui lettore inteso l'avvenuto al santo lor vescovo, subito partirono, ed andarono a visitarlo in nome di tutta la sua chiesa. Ma Timoteo, avendo saputo il loro arrivo, li fece prendere, e gl'interrogò del motivo del loro viaggio. Risposero che essendo essi ministri sacri del lor santo prelato, eran venuti per assisterlo nella prigione. Il tiranno udendo ciò fece loro mettere le catene a' piedi, ed ordinò che essi insieme col santo andassero innanzi al suo carro sino a Pozzuoli, per esser tutti esposti poi alle fiere. Giunti che furono i santi a Pozzuoli, subito furon posti sull'arena. Allora s. Gennaro disse loro: Coraggio, fratelli miei; ecco il giorno del nostro trionfo. Confidiamo, e diamo la vita per Gesù Cristo, che diede la sua per noi. Allora si fecero uscir le fiere alla vista di un gran popolo accorso, ma le fiere, benché corressero verso i santi martiri, in vece poi di porsi a sbranarli, si gettarono avanti di essi a leccare i loro piedi in atto di riverenza. Il miracolo fu patente a tutti;


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onde si udì nell'anfiteatro un segreto mormorio della gente che diceva: Il Dio de' cristiani è il solo vero Dio.

6. Timoteo avvisato di quel rumore, temette di qualche sollevazione, ed ordinò che subito i martiri fossero tutti condotti alla piazza per esservi decapitati. S. Gennaro, passando davanti al governatore, domandò a Dio che avesse tolta la vista a quel tiranno per confusione di lui e per bene del popolo: il Signore l'esaudì, e Timoteo restò cieco. Allora egli fece fermar l'esecuzione della sentenza data contro de' santi, e ravveduto alquanto della sua iniquità supplicò s. Gennaro a perdonargli i maltrattamenti che gli avea fatti, ed a pregare Iddio che gli restituisse la vista. Il santo di nuovo orando pregò e gli ottenne la grazia. Il miracolo fu tale, che nello stesso giorno convertì cinquemila pagani; ma Timoteo, non ostante la grazia ricevuta, per timore di perder la grazia dell'imperatore, diede ordine agli officiali che segretamente, senza far rumore eseguissero subito la sentenza.

7. Mentre il santo era condotto a Vulcano, luogo destinato al supplicio, un vecchio cristiano, piangendo lo supplicò a dargli qualche cosa del suo, per conservarla in sua memoria; il santo mosso dalla divozione del buon vecchio, gli disse che non aveva altro che dargli, che il suo fazzoletto, ma allora non potea darglielo, perché gli serviva per bendarsi gli occhi nel ricevere il colpo della morte; che però dopo la sua morte glielo avrebbe dato. Giunto il santo a Vulcano, da se stesso si bendò gli occhi col suo fazzoletto, e, dicendo: In manus tuas, Domine, commendo spiritum meum, fu decapitato insieme cogli altri suoi compagni, cioè Sosio, Festo, Proculo, Desiderio, Eutiche ed Acuzio, ai 19 di settembre verso la fine del terzo secolo.

8. I corpi de' santi martiri furono presi e collocati in diverse città. I cristiani di Pozzuoli si presero i corpi de' santi Proculo, Eutiche ed Acuzio: i corpi di s. Festo e di s. Desiderio furono presi da' beneventani, e portati a Benevento: e quello di Sosio a Miseno. Quello poi di s. Gennaro prima fu portato a Benevento, indi al monasterio di Monte Vergine, e di poi a tempo di Alessandro IV. fu trasportato a Napoli accompagnato da tutto il clero napoletano, e da una gran moltitudine di popolo, e fu deposto da s. Severo vescovo della città in una chiesa vicina alla città, e dedicata ad onore del santo; e finalmente da quella chiesa furono le reliquie di s. Gennaro trasferite insieme col sangue, il quale a tempo del suo martirio fu raccolto e conservato poi in due ampollette di vetro nella chiesa cattedrale, dove al presente si conserva da quattordici secoli con molta divozione da' napoletani; ed indi s. Gennaro fu preso per patrono principale della città e di tutto il regno. Iddio stesso ha continuato ad onorar questo suo santo con molti miracoli, e singolarmente colla protezione del santo contro gli orrendi incendj del monte Vesuvio, che più volte ha minacciata la ruina della città; ma alla presenza delle sante reliquie le lave di bitume liquefatto o sono cessate, o almeno han voltato cammino.

9. Il miracolo poi più stupendo, ch'è continuo ed è celebre per tutta la chiesa, è quello che si rinnova più volte l'anno, sempre che la testa


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del santo sta a vista del sangue: poiché allora il sangue prima congelato si liquefa e bolle come sangue vivo a vista di tutti. Alcuni eretici han cercato di far dubitare del prodigio per certe frivole incongruenze; ma il miracolo è così patente ad ognuno che vuole osservarlo, che chi lo nega bisogna che neghi l'evidenza.

10. Tutti i fatti poi narrati di s. Gennaro sono ricavati da monumenti troppo degni di fede; son ricavati dagli atti antichissimi, che presso di sé conservava il cardinal Baronio, dagli atti greci vaticani, dal menologio greco di Basilio; dagli scritti lasciati dal Diacono, autore di molto credito del secolo nono, e lodato anche dal Muratori; inoltre dagli officj molto antichi napoletani, salernitani, capuani e pozzuolani; e finalmente vengono confermati dalla tradizione de' nolani, che oggidì dimostrano la carcere ove s. Gennaro stette chiuso in Nola, il luogo ove gli furono slogate le ossa, e la fornace da cui uscì illeso. E da' monumenti di sopra mentovati si ricavano quasi le stesse cose da noi narrate, le quali tutte o quasi tutte stanno scritte negli atti baroniani, che, avvalorati dagli altri monumenti, meritano tutto il credito.

11. E qui ripeto quel che già scrissi al principio di questo libro, cioè che sembra una specie di temerità il voler dubitare positivamente della verità di quei fatti che son riferiti da più autori antichi, quantunque non contemporanei, e di credito e diligenti in esaminar le cose, specialmente quando di tali fatti vi è una pacifica e vecchia tradizione.

12. È vero che giustamente dee dubitarsi di quei fatti antichi di cui vi è qualche forte argomento che sieno falsi; ma dimando quali poi sono gli argomenti che il Tillemont e il Baillet con alcuni altri pochi autori moderni impugnano i fatti del martirio di s. Gennaro? Dicono che la loro antichità è molto lontana da' tempo nostri: dicono che i tormenti che si narrano son troppo acerbi e perciò incredibili: dicono che tali fatti sono troppo in numero, con altre opposizioni simili e debolissime come queste, che tralascio per brevità. A tutte si risponde che in tal modo dovrebbero ributtarsi molti atti tenuti comunemente per sinceri, come quelli di s. Felice di Nola, di s. Carpo, di san Teodoto, di s. Taraco e di più altri che si leggono presso il celebre Ruinart ed altri buoni autori.

13. A quel che dicono poi il Tillemont e il Baillet han fatto applauso alcuni nostri autori coll'occasione di certi atti di s. Gennaro ritrovati in Bologna nel monasterio di s. Stefano dei padri Celestini. Ma io non so perché si ha da dar credito a questi atti, e non a quelli del Baronio e degli altri autori notati di sopra. Dicono, secondo il Tillemont, perché gli atti bolognesi sono più semplici, mentre in essi non si fa menzione de' miracoli descritti negli atti baroniani. E perciò si han da preferire? Mi si permetta uno sfogo. Il secolo presente oggidì si chiama il secolo illuminato, per ragion che si è perfezionato il buon gusto delle cose. Ma volesse Dio, e non fosse in più cose peggiorato, e non andasse tuttavia peggiorando, col voler misurare le cose divine col nostro debole intelletto. Alcuni letterati alla moda negano o mettono in dubbio la maggior parte de' miracoli che leggonsi registrati nelle vite de' santi.


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Dicono che il racconto di tanti miracoli fa che gli eretici deridano noi cattolici, come troppo creduli, e perciò non si uniscano alla nostra chiesa. Rispondo: gli eretici non credono ai nostri miracoli, non già perché ci stimano troppo creduli, ma perché fra essi non vedesi mai un miracolo, e perciò disprezzano tutti i miracoli nostri. Niente è vero poi che la nostra troppa credulità a' miracoli è loro di remora ad unirsi alla nostra chiesa. Poiché appunto per non volersi unire e sottoporre alla nostra chiesa non vogliono credere a' miracoli: e non vedono i miseri che col non voler sottoporsi alla chiesa si son ridotti a non credere più a niente; com'è palese pei libri che spesso sbarcano da' paesi riformati. Del resti essi ben sanno che la fede cristiana per mezzo de' miracoli si è propagata e mantenuta; così la propagò Gesù Cristo, e così la propagarono gli apostoli. E la ragione di ciò è chiara; perché le verità rivelate della nostra fede non sono evidenti alle nostre menti, onde è stato necessario il muoverci a crederle per mezzo de' miracoli, i quali superando la forza della natura, ci fan conoscere chiaramente essere Iddio quegli che parla in tali prodigj soprannaturali. E perciò nella chiesa, quando son cresciute le persecuzioni, il Signore ha fatti crescere i miracoli. Del rimanente nella nostra chiesa i miracoli operati da Dio per mezzo dei suoi servi, quando più, quando meno, non sono mai mancati. Ma torniamo al nostro intento.

14. Non è giusta ragione dunque il preferire gli atti del monasterio di Bologna a tutti gli altri rammemorati, perché sono più semplici e non vestiti di tanti miracoli, che raccontano il Baronio, il Diacono ed altri autori. Tanto più che questi atti bolognesi non sono più antichi del secolo XVI., come si è appurato. Inoltre un autore erudito, d. Saverio Rossi, in una sua dotta dissertazione stampata ha scritto che questi atti debbono stimarsi molto meno veridici degli atti da noi riferiti, per cagion che si vedono essi accumulati con altri atti falsi, o almeno inverisimili; e più perché si vedono scritti da persona ignorante, che gli ha affasciati insieme troppo rozzamente, e con molti errori di latino.




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