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S. Alfonso Maria de Liguori
Vittorie dei Martiri

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§. 58.

In questo paragrafo si uniscono diverse vittorie di alcuni santi, le storie de' quali, perché sono brevi, ma speciose, si è pensato di porle qui unite.

1. Di s. Genesio.

1. Il martirio di s. Genesio si crede accaduto in Roma nel principio dell'imperio di Diocleziano verso l'anno 285., e si rileva da' monumenti autentici che si riportano dal Ruinart. S. Genesio era un capo commediante e molto nemico de' cristiani, ancorché fossero suoi parenti. E perciò, essendosi egli informato de' riti con cui nella chiesa si amministra il battesimo, volle una volta dar piacere all'imperatore ed al popolo romano, col mettere in deriso questo santo sacramento.

2. Onde un giorno, contraffacendo sul teatro un infermo che chiedeva di esser battezzato, fece comparir sulla scena un finto prete che gli diede il battesimo colle solite cerimonie. Ma che avvenne? In quel punto Genesio fu illuminato dalla grazia. Quando dunque il prete di scena seduto accanto a Genesio gli domandò :Figliuol mio, perché mi avete chiamato? Egli rispose, non già fintamente, ma con tutta la serietà: Io desidero di ricevere la grazia di Gesù Cristo, per essere liberato dai peccati che mi opprimono. Indi seguirono le altre cerimonie, e confessò Genesio che da vero credea quanto gli venne proposto, e ricevette realmente il battesimo. Nello stesso tempo egli vide scendere dal cielo un angelo splendente di luce, che tenendo in mano un libro in cui erano scritti tutti i di lui peccati, l'immerse in quell'acqua stessa del battesimo dato, e poi gli fece vedere quel libro divenuto tutto bianco e limpido.

3. Terminata la funzione del battesimo, fu vestito Genesio cogli abiti bianchi, secondo si usa coi novelli battezzati; e di poi comparvero i soldati, che avendo preso Genesio lo presentarono come cristiano all'imperatore. Ma il santo, quando fu davanti a Diocleziano, manifestò la visione avuta nell'atto di esser battezzato, e protestò il suo desiderio che tutti confessassero, come egli faceva, esser Gesù Cristo il vero Dio, da cui solo possiamo ottener la salute. Diocleziano stupefatto insieme ed irritato, lo fece subito caricar di bastonate, e poi lo consegnò a Plauziano prefetto del pretorio, affinché coi tormenti lo costringesse a rinunziare a Gesù Cristo.

4. Plauziano lo fece stendere sull'eculeo, dove s. Genesio fu tormentato con uncini di ferro, e bruciato con torce ardenti, ed in tali strazj il


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santo ripeteva: Non vi è altro re che Gesù Cristo. Questo io adoro, ancorché mi faceste soffrir mille morti. Tutti i tormenti non potranno mai togliermi Gesù Cristo dal cuore e dalla bocca. L'unico mio dolore è di aver perseguitato il suo santo nome e di averlo adorato così tardi. Alla fine fu fatto decollare dal tiranno, e presto andò a riceverne il premio in cielo.

2. Di s. Ippolito.

1. Sant'Ippolito fu prima uno di quei cinque preti della chiesa romana che aderirono allo scisma di Novaziano, il quale, sottraendosi dall'ubbidienza di s. Cornelio papa, ardì di farsi consecrar furtivamente vescovo di Roma. Ma Dio fece la grazia ad Ippolito di fargli purgare il suo peccato col martirio, che soffrì nell'anno 250. nella persecuzione di Decio. Egli stava già carcerato come cristiano. Il prefetto di Roma che dovea giudicarlo, stando ad Ostia, o pure a Porto, si fece venire ivi tutti i cristiani imprigionati. Fra questi vi era Ippolito, il quale nell'andare fu dimandato chi fosse il vero papa. Egli rispose: Fuggite l'indegno Novaziano, abbandonate lo scisma, e tornate alla chiesa cattolica. Ora io vedo le cose in altro aspetto, e mi pento di quello che ho fatto.

2. Giunto ad Ostia fu presentato al prefetto, il quale fece tormentare molti cristiani, ed in fine li condannò tutti a morte. Indi rivolto al santo, di cui gli fu detto dagli astanti ch'era il capo de' cristiani, gli dimandò il suo nome, ed essendogli risposto che si chiamava Ippolito: Dunque, disse, faccia costui la morte d'Ippolito, e sia strascinato a coda di cavallo; volendo alludere al favoloso Ippolito che i poeti finsero caduto dal cocchio, ed intrigatosi fra le redini de' cavalli fu da quelli strascinato e fatto in pezzi. I ministri presero due cavalli indomiti, gli accoppiarono, e posero in mezzo di quelli una lunga fune, alla quale attaccarono i piedi del martire, e poi con urli e sferzate diedero la mossa ai cavalli. Le ultime parole che si udirono uscir dalla bocca di s. Ippolito furono queste: Signore, sia pur lacerato il mio corpo, purché sia salva l'anima mia. I cavalli correndo fra sassi e bronchi, lasciarono la strada tinta di sangue, e seminata delle membra del santo, che poi furono raccolte con diligenza dai fedeli, i quali colle spugne ne raccolsero anche il sangue. Le reliquie del santo scrive Prudenzio che indi furono portate a Roma, dove fu molto venerato dai romani.

3. S. Sinforiano.

1. Questo santo figliuolo di Fausto della città di Autun nella Francia, e buon cristiano, onde Sinforiano aiutato dalla buona educazione del padre, e più dalla divina grazia si avanzò tanto nelle virtù, che divenne l'oggetto della stima di tutti i fedeli. All'incontro nella città di Autun vi erano molti idolatri, ed ivi specialmente in onore di Cibele, chiamata da essi madre degli dei, ogni anno se ne portava la statua in processione sovra di un ricco carro. Sinforiano incontrandosi un anno a passare per dove faceasi quella festa, parlò pubblicamente in disprezzo di quell'idolo, onde fu preso e presentato ad Eraclio governatore della città, il quale attualmente facea la ricerca de' cristiani per costringerli a rinnegar Gesù Cristo.

2. Eraclio dimandò al nostro santo


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perché avesse ricusato di adorare la dea Cibele. Sinforiano gli rispose: Io son cristiano, e come tale adoro il vero Dio che regna in cielo, e non già i simulacri del demonio; che se me lo permettete, son pronto a stritolarli a colpi di martello. Allora Eraclio dimandò se quell'uomo era di quella città, e risposero i ministri che sì, e ch'era d'una famiglia nobilissima. Dunque, ripigliò il giudice rivolto al santo, dunque la vostra nascita vi rende disubbidiente e temerario? Ma voi non sapete i decreti dell'imperatore? E perciò fece leggere l'editto di Marco Aurelio, dove si ordinava che chi ricusava sacrificare agli dei, vi fosse costretto co' tormenti. E poi Eraclio soggiunse: Avete inteso che voi siete reo di due delitti: di sacrilegio verso gli dei e di disubbidienza verso la legge; dunque, se non ubbidite sarete punito colla morte. Sinforiano rispose: Quel Dio che adoro, quanto è liberale nel premiare, tanto è rigoroso nel punire; ed io non potrò mai giungere all'eternità beata, se non persevero in questa santa fede.

3. Data questa risposta, il giudice lo fece flagellare colle verghe e poi lo mandò in prigione. Dopo alcuni giorni Eraclio lo chiamò di nuovo e gli disse che se voleva adorare gli dei de' romani, esso gli avrebbe procurati onori e posti vantaggiosi; ma Sinforiano l'interruppe e replicò: Un giudice troppo avvilisce la sua dignità quando tenta l'innocenza. Io non temo di nulla, perché presto o tardi si ha da morire; né riconosco altri beni, se non quelli che mi promette Gesù Cristo, i quali sono beni immensi ed eterni. I vostri beni all'incontro sono come il gelo che al primo raggio di sole si scioglie. Niuno fuori del nostro Dio può darci una felicità che dura, dandoci parte della sua gloria, che siccome non ha avuto principio, così non avrà mai fine.

4. Eraclio con volto austero disse: Orsù la mia pazienza è stanca: o tu sacrifica a Cibele, o io ti condanno a morte, dopo che avrai sofferti molti tormenti. Sinforiano rispose: Io temo solo il mio Dio ch'è onnipotente. Il mio corpo è in vostro potere, ma nulla voi potete sopra l'anima mia. Indi si pose a deridere le falsità de' pagani e le confutò con tanta forza che Eraclio subito fulminò contro di lui la sentenza che gli fosse tagliata la testa acciocché non acquistasse seguaci. Mentre Sinforiano era condotto al martirio, la sua buona madre gli fece coraggio, dicendo: Figlio, pensa a Dio e non temere una morte che ti conduce ad una vita eterna. Alza gli occhi al cielo e mira il tuo Signore che ti aspetta nella sua gloria. Oggi non perdi la vita, ma la commuti in un'altra molto migliore. E così Sinforiano felicemente compì il suo sacrificio. Gli atti di questo santo son riportati dal Ruinart.

§. 4. De' ss. Bonoso e Massimiliano.

1. Regnava l'empio Giuliano apostata nell'anno 361., ed avea per principale ministro della sua empietà un altro Giuliano suo zio materno, che per compiacerlo aveva ancora apostatato dalla fede. A costui, mentre risiedeva in Antiochia, coma conte dell'Oriente, furono accusati Bonoso e Massimiliano, che, essendo officiali dell'esercito, riteneano ne' loro stendardi la figura della croce, insieme col santo nome di Gesù Cristo; quando l'imperatore ordinava che negli stendardi tutte le figure fossero degl'idoli. Onde li


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mandò a chiamare e loro comandò che cambiassero quelle figure e venerassero gli dei. I due santi apertamente si protestarono che non poteano fare né l'uno né l'altro. Allora il conte Giuliano sdegnato fece prima legare Bonoso e crudelmente battere coi flagelli armati di piombo sino a trecento e più colpi. Mentre Bonoso stava soffrendo i flagelli, il conte gli fece più dimande: il santo per lungo tempo tacque, ma finalmente disse: Noi adoriamo il vero Dio, e non sappiamo chi siano quegli dei che voi adorate.

2. Giuliano poi si rivolse a Massimiliano, il quale gli diede le stesse risposte di Bonoso, e soggiunse: Se volete che adoriamo i vostri dei, fate prima che essi diventino capaci di udire e di parlare; poiché ci è proibito di adorare dei sordi e muti. Il conte montato in maggior furia pose ambedue i santi nel tormento dell'eculeo, e poi scorgendoli sempre allegri e tranquilli, li fece gettare in una caldaia di pece bollente, ma da quella essi ne uscirono senza lesione; solo restarono loro alcuni segni che servivano per testimonj del tormento sofferto. Gl'idolatri, secondo il solito, tacciarono i santi di magia; ma il prefetto del pretorio, chiamato Secondo Salustio, benché gentile, volle vedere il prodigio cogli occhi proprj, e trovò nel tempo che i martiri stavano nella caldaia, che essi lodavano Dio, come fossero in un bagno d'acqua fresca. Onde sorpreso dallo stupore disse a Giuliano che bisognava dare una simile prova sovra i sacerdoti degli dei; perché se quel prodigio era opera del demonio, dovevano gli dei per loro onore difendere anche i loro sacerdoti, come il Dio de' cristiani avea difesi i suoi servi. Il conte non osando contraddire, consegnò i sacerdoti pagani al prefetto, il quale avendoli fatti gettare nella caldaia, subito rimasero arsi.

3. Il tiranno ordinò a' custodi della prigione che non dessero ai nostri santi altro pane che quello ch'era figurato con una certa figura idolatrica; ma i santi martiri dissero di voler più presto morire che cibarsi di quel pane. Fra questo tempo il conte Ormisda, ch'era fratello del re Sapore, e stava da molto tempo ritirato nell'imperio romano sin da che vi regnavano gl'imperatori Costantino e Costanzo, essendo egli buon cristiano, volle per sua divozione visitare i nostri santi. Da questa visita maggiormente sdegnato Giuliano, intimò ai due santi che se non mutavano fede gli avrebbe esposti alle fiere. Rispose Bonoso: Noi abbiamo Dio con noi; onde non temiamo né gli uomini né le fiere. E Giuliano soggiunse che gli avrebbe fatti bruciar vivi in una fornace. Allora i cristiani presenti gli dissero in faccia che essi anche voleano esser compagni del martirio de' nostri santi. E Giuliano, allora temendo di qualche tumulto, procurò che il prefetto Salustio entrasse in suo luogo a far di nuovo tormentare i santi. Ma il prefetto ricusò di assumersi quest'officio, anzi, quantunque fosse egli pagano, pregò Bonoso a pregare il suo Dio per lui.

4. Finalmente Giuliano condannò Bonoso e Massimiliano insieme con altri cristiani carcerati ad essere decapitati. Andarono tutti al martirio con allegrezza, e vi furono accompagnati come in un trionfo da s. Melezio vescovo di Antiochia e da molti altri cristiani che rallegravasi coi nostri


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martiri della loro felice sorte; e così consumarono il loro sacrificio. Dopo tre giorni della loro morte il conte Giuliano fu preso da un orribile morbo che gl'infettò le viscere in modo che non faceva altro che vomitare un mucchio di vermi dalla bocca; ed in mezzo a quegli acerbissimi dolori, ch'egli stesso in fine, benché senza frutto, riconobbe essere effetti della divina vendetta, poco appreso disperatamente morì. Gli atti di questi santi anche son riferiti dal Ruinart.

5. Di s. Liberato e compagni.

1. Mentre regnava nell'Africa Unerico successore di Genserico e perseguitava i cattolici, nell'anno 485. cacciò un editto a suggestione de' vescovi ariani contro tutti i cattolici; onde tutti i ministri della cattolica chiesa furono esiliati in paesi rimoti, ove non aveano per cibo che parte di quella biada che si dava ai cavalli, e poi furono privati anche di quella. In questa occasione furono carcerati sette religiosi di un santo monasterio della provincia Bizzacena; cioè Liberato ch'era l'abate, Bonifacio diacono, Servo e Rustico suddiaconi, Rogato, Settimo e Massimo semplici monaci

2. A principio furon promesse loro dignità e ricchezze colla grazia del principe; ma essi risposero: Noi disprezziamo tutto ciò che ci promettete; noi non conosciamo che un solo Dio ed una sola fede. Fate di noi quel che vi piace; siamo pronti a soffrir tutte queste pene temporali, prima che le eterne. Dopo questa lor protesta furon mandati in prigione, con ordine a' custodi di maltrattarli in modo che si arrendessero. Ma i cristiani di Cartagine, guadagnando le guardie con danari, li visitavano e soccorrevano. Informato Unerico di ciò, ordinò che fossero più strettamente chiusi e che da niuno fossero visitati. Ma vedendo poi la loro costanza in soffrir tutto pazientemente, ordinò il barbaro che si riempisse di legna secche una barca, e che postivi legati i sette religiosi, fosse quella bruciata in mezzo al mare. Mentre essi andavano al supplicio esortavano i fedeli a star forti nella fede, e chiamavano quel giorno della loro morte il giorno della loro salute. I soldati che li conduceano tentarono di sedurre Massimo ch'era il più giovine, e l'esortavano a non seguire i suoi compagni pazzi, ma a fare una vita felice nella corte del re. Massimo rispose: In niun conto voglio separarmi da' miei fratelli, e voglio con essi patire il martirio. Dio farà che niuno di noi si divida da' compagni.

3. Entrati nella barca furono tutti legati sulle legna, e vi fu posto il fuoco, il quale da sé subito si estinse, benché i soldati più volte tornassero ad accenderlo. Il tiranno da tal miracolo più irritato comandò che a tutti fosse fracassata la testa a colpi di remi, e subito fu ciò eseguito. I corpi de' santi, gettati nel mare, dalle stesse onde furono tosto depositati nel lido; per lo che i fedeli col clero di Cartagine onorevolmente li seppellirono. La chiesa celebra la memoria di questi santi ai 17. di agosto.

6. Di s. Serapia vergine e s. Sabina vedova.

1. Santa Serapia era una fanciulla di Antiochia, nata da padri cristiani, che per la persecuzione passarono in Italia. Serapia, morti i genitori, a cagione della sua rara bellezza fu chiesta in maritaggio da' più riguardevoli romani; ma ella che avea risoluto di non avere altro sposo che Gesù Cristo,


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ricusò tutte le nozze offerte, e volle più presto mettersi per serva ad una dama romana chiamata Sabina, che essendo giovane era rimasta vedova. Sabina era pagana; ma Serapia appena dopo due mesi guadagnò il cuore di lei; e perché ella era piena dello spirito di Dio ben presto convertì la sua padrona, e la persuase, per isfuggire il tumulto di Roma, a ritirarsi in una delle sue terre che avea nell'Umbria.

2. Sabina infatti si ritirò nell'Umbria, accompagnata non solo da Serapia, ma anche da certe altre fanciulle cristiane che vollero seguirla; onde poi quel luogo divenne un ritiro di sante. Ma nell'anno 125. essendosi rinnovata la persecuzione contro i cristiani, il governatore dell'Umbria, chiamato Berillo, sapendo che in casa di Sabina vi erano molte fanciulle cristiane, comandò che tutte gli fossero condotte. Sabina ricusò di ubbidire; ma Serapia confidando in Gesù Cristo la pregò a permetterle di andar sola a parlare al giudice, sperando che il Signore l'avrebbe avvalorata. Sabina con gran pena glielo permise, ma volle accompagnarla alla casa del governatore. Berillo l'accolse con onore, sapendo il di lei merito, e le disse maravigliarsi che una persona della sua qualità si avvilisse a seguire la setta de' cristiani a persuasione di una maga, intendea Serapia, avendo saputo ch'ella avea convertita Sabina.

3. Il governatore per allora lasciò che Sabina si ritirasse in sua casa con Serapia, ma dopo pochi giorni fece prendere Serapia da' soldati. Sabina la seguì a piedi, e prese tutti i mezzi per impedire che maltrattassero la sua casa Serapia. Ma Berillo niente commosso domandò a Serapia se volea sacrificare agli dei. La santa donzella rispose ch'ella era cristiana e non conosceatemea che il suo unico Dio, e che stupivasi che le fosse proposto di adorare gli dei che non erano che demonj. Le replicò il giudice: Almeno lasciatemi vedervi sacrificare al vostro Cristo. Serapia rispose: Io notte e giorno gli sacrifico me stessa. - E qual sorta di sacrificio, replicò Berillo, è questo offerir voi a questo Cristo? Dice la santa: Questo sacrificio di una buona vita è il più grato che gli posso offerire. Berillo per oltraggiarla la consegnò alla brutalità di due infami giovani; ma un angelo gli spaventò in modo che caddero a terra semimorti: e quando la santa fu interrogata dal giudice, con quale incanto avesse operato quel prodigio, rispose che gl'incanti de' cristiani sono l'orazione e la confidenza in Dio, per cui egli li difende. Finalmente Berillo pieno di rabbia le disse: O sacrifica in questo punto a Giove, o aspetta la morte. Serapia rispose: Questa minaccia tutta mi consola, mentre mi stimo troppo felice di poter offerire la mia vita e il sangue al mio Dio. Il prefetto più irritato di prima, la fece battere crudelmente co' bastoni, ma scorgendola invincibile, le allora subito tagliar la testa.

4. S. Sabina informata del tutto procurò il corpo della santa e lo seppellire con nobili funerali. E ritirandosi in sua casa invogliata anch'ella di dare la vita per Gesù Cristo, dopo la morte della sua cara Serapia, notte e giorno si occupava nell'orazione, pregando Serapia che le impetrasse il martirio. E presto ottenne la grazia, perché Berillo, il


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quale avea lasciata in sua libertà Sabina, per lo rispetto che le portava, fu rimosso dalla prefettura e gli successe Elpidio, il quale si fe' chiamare Sabina, e maltrattandola con ingiurie, la mandò in prigione. Esultò di allegrezza ella entrando nella carcere, dicendo: Ed è possibile ch'io sia a parte con Serapia mia della stessa corona ch'ella gode? Ella certamente questa grazia mi ha ottenuta. Nel giorno seguente Elpidio chiamò a sé di nuovo Sabina e le disse: Come? voi vi siete avvilita a seguire i cristiani che si gloriano di esser mendici, e disprezzano gli onori e la vita? Bisogna avere un animo molto vile per prendere un sì vile partito. La santa rispose: Signore, avete falsa idea della religione cristiana e non conoscete quanto sia nobile ed eccellente. Non è viltà disprezzare i beni terreni per meritare quelli del cielo. Non è viltà pertanto l'esser cristiana: viltà ed infamia ad una persona è l'inginocchiarsi davanti agli idoli, che non hanno altro pregio che la materia di cui son fatti e la mano che gli ha formati.

5. Elpidio a questa risposta lasciò le ingiurie e con dolcezza le disse: Ma gl'imperatori adorano i nostri dei: anche voi dovete adorarli; non mi obbligate a trattarvi con rigore. Sabina rispose: Signore, voi potete privarmi della vita, ma non della mia fede: io non adoro che il vero Dio. Elpidio in fine la condannò a perdere il capo; e la santa in udir la sentenza disse: Mio Dio, vi ringrazio della grazia che mi fate, raccomando nelle vostre mani l'anima mia. E ciò detto, il carnefice le troncò la testa. Il di lei martirio seguì ai 29. di agosto, nello stesso giorno in cui un anno prima era stata coronata s. Serapia. Verso l'anno poi 430. furono trasportati in Roma i corpi di queste due sante nella chiesa che fu allora fabbricata sul monte Aventino in onore di s. Sabina.

7. Di s. Cipriano e s. Giustina.

1. Cipriano fu nativo di Antiochia nella Siria di una famiglia nobile e ricca, ma pagana; onde l'allevarono nelle superstizioni de' falsi dei e specialmente nell'arte magica: e perché Cipriano era di molto talento, divenne il mago più famoso della Grecia. Essendosi egli pertanto fatto amico così familiare coi demonj non vi fu abbominazione ch'egli non abbracciasse: giungeva sino a svenare i fanciulli per offerire il loro sangue a' demonj. E fece questa vita empia sino all'età di trenta anni; ma allora Dio lo chiamò a sé.

2. Il fatto avvenne così. In Antiochia vi era una fanciulla nomata Giustina, la quale, benché i genitori fossero gentili, ella nondimeno avendo intesa una predica, abbracciò la fede cristiana, e sin d'allora consacrò a Gesù Cristo tutta se stessa colla sua verginità. Era ella di una rara bellezza; onde un giovane chiamato Aglaide, essendone preso, usò tutti i modi per averla sua: ma ella sempre lo ributtò. Il giovane ricorse a Cipriano affinché co' suoi incantesimi glie l'avesse guadagnata. Cipriano adoperò tutta la scienza, ma nulla ottenne. Scrive s. Gregorio che i demonj posero tutte le forze per farla cadere; ma la santa si raccomandava alla divina Madre, e così restava sempre forte a resistere. Cipriano rimproverava al demonio, com'egli non potesse vincere una fanciulla; ma il demonio rispose che quella donzella era difesa dal Dio de' cristiani e perciò


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esso non poteva vincerla. Cipriano udendo ciò disse: E giacché è questo, che il Dio de' cristiani è più potente di te, a questo Dio io voglio servire da oggi innanzi.

3. Indi andò a trovare un suo amico sacerdote per nome Eusebio. Questi gli diede coraggio, specialmente contro le tentazioni di disperazione che il demonio gli dava per tante scelleraggini commesse; e così Cipriano da un mostro d'inferno diventò un santo cristiano, in modo che convertì molti idolatri; ed asserisce un autore per cosa certa che morto il vescovo di Antiochia fu eletto Cipriano a tenere quella sede. Allora Diocleziano avvisato della santità di Cipriano ed insieme di quella della vergine Giustina, li fece prendere ambedue dal governatore della Fenicia nomato Eutolmo, il quale, trovandoli fermi nella fede, fece flagellare s. Giustina e lacerare s. Cipriano sino alle ossa con uncini di ferro. Indi li mandò in prigione divisi l'un dall'altro; e vedendo che dopo tutti i mezzi usati per farli prevaricare, nulla otteneva, li fece immergere ambedue in una caldaia di pece bollente. Ma i due santi restarono affatto illesi da quel supplicio; onde il giudice mandò i martiri a Diocleziano, il quale subito li fece decapitare, e ciò avvenne ai 26. di settembre. Le loro reliquie furono portate a Roma, dove una dama divota nomata Rufina fece fabbricare una piccola chiesa, donde poi furono trasportate nella chiesa di s. Giovanni in Laterano.

8. Di s. Pantaleone.

1. Pantaleone fu di Nicomedia. Suo padre si nomò Eustorgio, ed era pagano; sua madre Eubola, ed era cristiana: ma ella morì mentre Pantaleone era fanciullo. Egli pertanto sotto l'educazione del padre seguì ad esser pagano. Si applicò alla medicina, e vi riuscì a meraviglia; onde l'imperator Massimiliano lo prese per suo medico. Un giorno il santo s'imbatté a discorrere con un santo sacerdote nomato Ermolao, il quale lodò la sua scienza e il suo spirito, e poi gli disse: Ma che vi serviranno, amico, tutte le vostre belle cognizioni, se ignorate la scienza della salute? E quindi gli esplicò le verità principali di nostra fede in modo, che gli fece confessare che per esser felice bisognava essere cristiano. Dopo ciò avvenne che Pantaleone trovò sulla via un fanciullo morto pel morso di una vipera che gli stava accanto. Allora, così ispirato da Dio, disse al fanciullo che si alzasse in nome di Gesù Cristo, e il fanciullo risorse; ond'egli subito allora corse a trovar s. Ermolao e si fece dare il battesimo.

2. Fatto cristiano, imprese a fare cristiano anche suo padre: onde un giorno gli comparve innanzi con volto mesto. Il padre gli dimandò la cagione di quella mestizia; rispose: Padre, le stravaganze della nostra religione mi tengono confuso. Se i nostri dei sono stati uomini, come poi son divenuti dei? All'incontro vedo che della stessa materia di cui si fanno le pentole, si fanno ancora gl'idoli. Or come dunque noi offeriamo i sacrificj a questi idoli, che non hanno occhi per vederli, mentre sono statue cieche? Il padre restò commosso da questo discorso; ed essendo poi venuto un cieco a cercar rimedio, il nostro santo, avendo invocato il nome di Gesù sovra di colui, il cieco restò guarito; e con quel miracolo si convertirono e presero il battesimo


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il cieco ed il padre. Da questi fatti Pantaleone si scoprì da per tutto cristiano, e ne fu accusato all'imperatore. Massimiliano si fece chiamare il cieco, e volle sapere da lui il fatto, e quegli semplicemente disse come era stato, e che egli perciò si era fatto già cristiano. L'imperatore tentò di persuadergli ch'egli era stato guarito non da Gesù Cristo, ma dagli dei. E quegli rispose: Ma come volete, principe, che gli dei diano la vista, quando essi non vedono? Massimiliano sdegnato a questa risposta gli fece subito troncare la testa. Indi fece chiamare Pantaleone, e gli rimproverò la sua ingratitudine in farsi cristiano, dopo ch'egli l'avea colmato di onori e di ricchezze. Rispose il santo: Sire, non vi è di noi chi non sappia la nascita degli dei, e quindi le loro passioni e i loro delitti. E come possiamo questi uomini empj adorar come dei? Principe, uno è il solo vero Dio, ed è il Dio de' cristiani. E soggiunse: Facciamo qui la sperienza alla presenza vostra della verità della fede. L'imperatore si contentò. Si addusse un infermo di morbo incurabile: i pagani impiegarono sacrificj, orazioni, ma l'infermo restò qual era. S. Pantaleone poi facendo il segno della croce sull'infermo in nome di Gesù Cristo, quegli subito si trovò guarito e cominciò a gridare: Son sano, son sano, non vi è altro Dio che il Dio de' cristiani. L'imperatore gridò in vano: Incantesimo! magia! La maggior parte degli astanti si convertì, e da per tutto pubblicarono la potenza di Gesù Cristo.

3. Massimiliano da ciò più inasprito fa condurre Pantaleone in una piazza, e lo fa lacerare da ferri, e poi fa bruciargli le piaghe con torce accese: di poi lo fa buttare in una caldaia di piombo liquefatto, ma il santo in nulla restò leso da tali supplicj. Indi l'imperatore lo fa gettare nel mare con una pietra di molino legata al collo; ma il santo uscì dal mare sano e salvo. Di più lo fa legare ad un albero di ulivo per farlo ivi uccidere colle spade; ma il ferro diventa molle come cera. Finalmente gli fa troncare la testa. L'imperatore se la prese poi con s. Ermolao. Il santo si pose in orazione, e venne un tremuoto che fece cadere tutti gl'idoli della città; onde Massimiliano non sapendo più che fare, fece subito decapitare s. Ermolao. Le reliquie di s. Pantaleone furono trasportate prima in Costantinopoli e di poi in Francia. Dalla testa di s. Pantaleone uscì sangue e latte; e nella città di Ravello nel regno di Napoli si conserva un vaso del di lui sangue, che ogni anno si liquefa, e si vede asperso di sopra con latte, come l'ho veduto anch'io che scrivo questo libro.




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