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S. Alfonso Maria de Liguori
Vittorie dei Martiri

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PARTE SECONDA – DEI MARTIRI NE' REGNI DEL GIAPPONE

CAP. I.

Argomento.

1. Croce maravigliosa ritrovata nel Giappone. 2. Martirio di un vecchio cristiano chiamato Iorammo. 3. Coraggio de' cristiani. 4. L'imperatore Taycusama fa arrestare i religiosi Francescani. 5. Fortezza di Giusto Ucondono. 6. Fortezza di due nobili giovani. 7. Un altro nobile nomato Andrea si prepara con suo padre alla morte. 8. Dame risolute di morire per la fede. 9. Più fanciulli morti per la fede. 10. Molti cristiani crocifissi per ordine di Taycusama. 11. Dayfusama si usurpa l'imperio. Martirio del cavaliere d. Giovanni. 12. Martirio del cavaliere d. Simone. 13. Martirio della madre e moglie di esso d. Simone; e di un'altra dama e d'un fanciullo di sette anni, tutti morti in croce. 14. Dayfusama si dichiarò imperatore. Martirio di un giovane nobile chiamato Iacopo. 15. Martirio di d. Melchiorre signor grande del Giappone, con quello di sua moglie, de' figliuoli ed altri. 16. Morte di un cieco cristiano. 17. Martirio di Lione cavaliere. 18. Morte di due altri gentiluomini e de' due loro figli, uno di 12. anni, l'altro di 6. 19. Morte di d. Gasparo signore di una terra, e di d. Orsola sua moglie. 20. Esilio dato a tutti i cristiani. Penitenza e buona morte del principe Giovanni re di Arima, morto per false accuse del suo figlio il principe Michele. 21. Molti vogliono soffrir la morte più presto, che farsi mettere sulla testa il libro de' Cami e Fotochi. Morte di d. Tommaso capitano del re d. Michele. 22. E di d. Maria sua madre, di d. Giusta sua moglie e di tre figliuoli maschi. 23. Morte de' due piccioli fratelli del principe Michele. 24. Michele cerca pervertire i cristiani per mezzo de' Bonzi. Fa bruciare otto suoi gentiluomini, a' quali assistono 20. mila cristiani. Morte di Iacopo fanciullo di 11. anni.

1. La missione di molti nos

tri sacerdoti europei, entrata che fu nel Giappone, ebbe a principio felice progresso; ma nell'anno 1589. Iddio fece conoscere con più segni la lunga e sanguinosa persecuzione che le sovrastava. Fra gli altri vi fu il seguente: Il re di Arima per nome d. Protasio, buono e zelante cristiano, ebbe una visione in cui gli apparvero due personaggi di sembianza celeste, che gli dissero le seguenti parole: Sappiate che nelle vostre terre si trova il segno di Gesù. Onoratelo e amatelo molto, perché non è opera di uomini. Dopo sei mesi avvenne che un fervoroso cristiano nomato Lione mandò un suo figliuolo per nome Michele ad un bosco a tagliar legna pel fuoco. Il figliuolo giunto ivi vide un albero quasi secco di quelli che ivi si chiamano tara; lo trovò alto di dodici piedi in circa e grosso sette palmi, lo tagliò, e portatolo in casa, l'aprì per mezzo, e vi trovò una croce di colore oscuro ben formata, e come incastrata in mezzo, ma sì bene che a tutti diede stupore. Il re d. Protasio andò a posta a vederla, e vedendola allora disse: Ecco il segno di Gesù, che mi fu detto essere nascosto nelle mie terre, non lavorato per mano d'uomini. Indi in ginocchioni la venerò con lagrime, e la fece trasportare in Arima, dove la fece coprire d'un nobile cristallo. E quella miracolosa croce convertì poi in quei paesi da ventimila idolatri.

2. Ma veniamo ai martiri. Il primo martirio che trovo descritto nel Giappone fu quello che soffrì un buon vecchio cristiano in Funay nomato Iorammo. Questi essendo soldato aveva abbracciata la fede cristiana, ed avea convertita tutta la sua famiglia; indi si affaticava ad istruire i pagani e ad assistere i fedeli. Il re di Bungo, avendo apostatato, ordinò a tre suoi ministri che lo facessero morire.


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Vanno quelli a trovarlo; ma perché Iorammo era stato nelle guerre di molto valore, portarono seco cento uomini per loro cautela. Iorammo avvisato della lor venuta va a licenziarsi da sua moglie e da' figli, li manda in altro luogo, ed egli resta solo nella sua casa apparecchiandosi alla morte. Non volle tener seco neppur la sua spada, e la notte in cui dovea essere ucciso la spese tutta orando avanti un crocifisso. Sulla mezza notte i soldati si accostano per vedere se egli stava in armi. Il buon vecchio vedendoli disse loro che non temessero, perché ei non fuggiva, ma gli attendeva. Ed allora si prese una croce in mano, si pose una corona al collo, e si buttò ai loro piedi, ringraziando Dio che lo faceva morire, ed essi soldati che colla morte gli procuravano la felicità eterna; indi dopo essere stato tre volte ferito nel petto presentò la testa pronunziando i nomi di Gesù e di Maria, quelli gli tolsero la vita con tre colpi di scimitarra. I fedeli rapirono il corpo di Iorammo e lo seppellirono. Il re di Bungo, di ciò sdegnato, fece morire la di lui moglie ed i figli e molti altri cristiani.

3. Ma benché il tiranno con quelle sue prime mosse avesse spaventati tutti i cristiani, nondimeno coloro, avendo intesa la morte di Iorammo e di quegli altri cristiani e specialmente di un altro buon cristiano chiamato Gioachimo, che anche era morto per ordine del re, in vece di atterrirsi, si posero una corona al collo, e camminavano per le vie dimostrando che non temeano, ma desideravano la morte. Una dama chiamata Maria, alla quale il re, essendo ancora fedele, avea prima donata una corona, ebbe il coraggio di entrare in palazzo. Il re le domandò perché tenesse quella corona. Maria gli rispose: Signore, si debbono pregiare i doni dei re; vostra maestà mi ha donata questa corona e perciò mi glorio di portarla. Il principe vedendo i fedeli risoluti di morire, e temendo qualche tumulto, si contentò per allora di tener nascosto l'odio che loro portava, per vendicarsene a tempo più opportuno.

4. Nell'anno 1596. ai 9. di dicembre l'imperatore Taycusama ordinò al governatore di Ozaca di arrestare i religiosi di s. Francesco, ed insieme mandò ordine che si stendesse un catalogo de' cristiani che frequentavano la chiesa di essi religiosi. Onde tutti i fedeli allora si disposero al martirio. Il p. Commissario ad un religioso del suo ordine, dopo che Taycusama condannò alla morte tutti i fedeli, scrisse così: Nel primo giorno che le guardie furono poste alla nostra casa, i cristiani si confessarono, e passarono tutta la notte in orazione. Noi fummo assicurati che nel seguente dovevamo morire. Io diedi la comunione a tutti i nostri fratelli per l'ultima volta che aveano a riceverla. Ognuno poi si provvide di croce per portarla in mano nell'andare alla morte. I nostri cristiani mi rapiscono il cuore col desiderio ardente che hanno di morire per Gesù Cristo. Molti sapendo ch'essi stavan condannati a morte, son venuti ad unirsi loro da varj luoghi. Bisogna morire un giorno; noi tutti desideriamo che ciò sia per gloria di Dio, e lo preghiamo a farcene la grazia. Aiutateci voi ad ottenercela dalla sua divina bontà.

5. Giusto Ucondono, il quale era uno de' più vantaggiosi nel regno, prima


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fu perseguitato dall'imperatore Nabunanga per la fede, e poi da Taycusama, con essere stato nell'anno 86. esiliato alle isole Filippine. Ma in quest'ultima persecuzione non si dimostrò men fedele; onde prima di essere fatto morire andò a licenziarsi dal re di Canga Chicugendono, che l'avea favorito nel suo esilio, e quegli l'assicurò che nella corte non si pensava a lui. Ma Giusto rispose: Mio principe, il maggior piacere che posso avere nel mondo, è di morire per la fede che professo. Del resto per quanto voi mi assicuriate, io vado a prepararmi alla morte. E se ne tornò a Meaco.

6. Simile poi a quello di Giusto fu il fervore di due figli di Ghenifonio governatore di Meaco, ch'era pagano. Egli si chiamò il primogenito nominato Paolo. Questi, avuta la nuova che tutti i padri insieme col vescovo erano prigioni, spedì due corrieri a Meaco e ad Ozaca per informarsi della verità, e frattanto andò cercando il mezzo più proprio per giungere al martirio. Prima pensò di farsi vedere ad Ozaca, per esser preso; ma riflettendo che non vi sarebbe stato chi avrebbe ardire di mettergli le mani sovra, vedendolo vestito come era, si fece radere, e si mascherò da prete con otto de' suoi servi cristiani e fedeli. Di un solo di essi dubitava, perché da poco tempo era battezzato; ma quello gli rispose: Signore, io ben conosco quanto dee stimarsi l'anima; se la via del martirio è la più breve per salvarla, io non fo conto della mia vita più che della polvere che calpesto. Paolo contento della risposta entra nel suo gabinetto, e prega prostrato a terra il Signore a farlo degno di morire per suo amore, e poi scrive una lettera a suoi genitori, avvisandoli che, essendo egli cristiano, era risoluto di morire per la fede. E con tal animo fece una confession generale, e si preparò alla morte.

Di poi il mentovato Ghenifonio si chiamò l'altro figlio nomato Costantino, il quale aveva un suo cugino chiamato Michele, e trovandosi insieme in Meaco, gli disse: Oh quanto siamo venuti a tempo per essere martiri! Andò poi a Fuximi. Ivi trovò suo padre, ed allora gli palesò ch'esso era cristiano: il padre che era pagano e che l'amava con tenerezza, lo chiamò in disparte e gli disse: Mio figlio, se l'imperatore mi comanda di far morire tutti i cristiani, fra quelli dovrete morire ancor voi. Costantino rispose: Padre mio, v'ho detto di esser cristiano, non per evitare la morte, ma affinché ordiniate i vostri interessi. Io son pronto a morire per mano de' carnefici ed anche per mano vostra, per non disubbidire a Dio. Io mi persuado che voi non vogliate ch'io mi precipiti nell'inferno per piacere al principe. Ghenifonio tutto afflitto ne diede parte alla moglie, disperato in vedersi obbligato a toglier la vita al suo figliuolo. Il cugino d. Michele frattanto andò a trovar la madre di Costantino, e ritrovò anch'essa immersa nel dolore di dover perdere due figli. Ella lo pregò a persuadere a Costantino che non volesse abbreviarsi i giorni così presto. Intanto d. Michele con d. Costantino se ne ritornano a Meaco, aspettando ivi l'occasione di essere scritti nel ruolo de' martiri.

7. In quel tempo, cosa ammirabile! due gentiluomini giunsero a Meaco, affine di essere fatti martiri; ma


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non avendo potuto ottenerlo, pregarono alcuni che ne gli avessero avvisati, sempre che vi fosse stata speranza. E qui è degno di esser mentovato un certo Andrea nobile di Bungo, il quale di notte tolse la croce che portava al collo il buon Iorammo (di cui si disse al num. 2.) dopo ch'ei fu martirizzato. Questo buon cavaliere seppe poi che in Ozaca stendeasi un catalogo di cristiani destinati alla morte. Allora egli non solamente si preparò a morire, ma volle anche disporvi suo padre, ch'era un vecchio di 80. anni, ed era stato battezzato sei mesi prima, animandolo a conseguir la gloria de' martiri, che non si ottenea col valore dell'armi, ma coll'umiltà e colla pazienza. Ma come, rispose il vecchio ch'era stato soldato, come un uomo d'onore si lascerà uccidere come un poltrone? Andrea vedendo che tutta quella superbia nascea dalla sua poca cognizione delle massime cristiane, gli disse: Mio padre, voi avete date molte prove del vostro valore; onde non vi sarà mai chi voglia imputarvi a viltà il morire per Gesù Cristo senza difendervi. Tuttavia se questo modo non vi piace, almeno ritiratevi per qualche tempo in campagna, e così conserverete la vostra vita e la vostra gloria. Rispose il padre che egli non mai avrebbe commessa questa viltà maggiore della prima, ch'era di fuggire. Ma Andrea ebbe poi il suo intento per altra via: poiché esso padre trovando la dama sua moglie a lavorare una veste, e tutti i domestici che preparavano le loro corone o croci o reliquiarj per portarli nel giorno del loro martirio, dimandò che cosa facessero; risposero con volto allegro che preparavansi a morire per Gesù Cristo. Queste poche parole fecero tale impressione nel di lui animo, che rigettando le massime del mondo, prese anch'egli una corona e disse che volea morire in loro compagnia.

8. Parimente in quel tempo si vide l'animo generoso di molte dame cristiane di Meaco, le quali, sapendo la persecuzione mossa, si raccolsero in casa di un'altra dama nomata Maria, acciocché si trovassero pronte al martirio; ed ognuna portava seco la veste nuziale, cioè quella in cui volea morire. E fra queste ve ne fu una delle più nobili, che temendo di non esser presa dalla giustizia, andò segretamente in casa di Maria, per andare colle altre alla morte. Fra costoro ve ne fu un'altra la quale disse: Io son risoluta di morir per la fede, ma vi prego, mie compagne, se mai nel trovarmi vicina alla morte mi vedeste tremare, vi prego a strascinarmi per forza a piè de' carnefici, affinché io abbia parte nella vostra corona.

9. Non minor coraggio in quella occasione dimostrarono in Meaco tre fanciulli. Uno era nomato Tommaso di sedici anni. A questo figliuolo scrisse il padre, il quale stava lontano, che, essendo egli risoluto di morire per Gesù Cristo, gli lasciava col suo testamento le sue ricchezze. Il santo giovinetto, letta la lettera, ed andando a trovar suo padre, gli disse che non era giustizia di farlo erede dei beni ch'ei lasciava in terra, ed escluderlo da quelli ch'egli andava a possedere in cielo; ond'era risoluto di accompagnarlo alla morte. E questi morì anch'esso crocifisso cogli altri di cui si parlerà al num. 10 e seguenti. Un altro fanciullo per nome Lodovico,


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udendo da un ministro che sarebbe liberato dalla morte, se volea restare a servirlo, e rinunziar alla fede, esso rispose: Io non voglio vivere sotto questa condizione; poiché per una vita breve e misera perderei una vita beata ed eterna. Di questo fanciullo poi si narra che quando giunse al luogo della croce, corse ad abbracciarla, come la cosa più cara che avesse trovata. Un altro fanciullo di tredici anni per nome Antonio, vedendo che la corte non volea porlo nella lista per essere troppo piccolo, si pose a piangere talmente, che per quietarlo furon costretti a scriverlo. Nella morte poi furono stupende le azioni di questo figliuolo: poiché stando egli vicino al patibolo, l'andarono ad incontrare il padre e la madre, e questi benché fossero cristiani, tuttavia vinti dalla tenerezza l'esortarono a dissimulare per qualche tempo la sua fede, unendo le lagrime alle parole: Dunque, rispose Antonio, voi per conservare la mia vita temporale volete ch'io perda l'eterna? Non mi tentate più coi vostri discorsi e coi vostri pianti, perché son risoluto di morire per Gesù Cristo. E così ebbe la sorte di morire per Gesù C. insieme cogli altri. Di più un'altra fanciulla della stessa età, nipote di Maria nominata di sopra, udendo dalla sua zia che si ritirasse in casa di suo padre per non essere crocifissa cogli altri cristiani, le rispose gridando e dicendo: Io voglio morire con voi, mia cara zia, perché io pure son cristiana. Non temete per me; purché io sia con voi non temerò la morte. Ciò detto, si licenziò da' suoi genitori, ed invitò un altro compagno che le stava a fianco, a cantar seco il salmo Laudate pueri Dominum; e proseguì a cantarlo finché fu trafitta dalla lancia. Più oltre poi si leggeranno altre ammirabili vittorie di fanciulli.

10. Intanto l'imperatore comandò al suo ministro Gibonoscio di condurre all'esecuzione della giustizia i prigioni per le strade in alcune carrette, e di far troncare loro il naso e le orecchie, e che nel secondo giorno di gennaio avesse fatto crocifiggere i prigioni in Nangasachi; benché Gibonoscio non volle così disfigurarli e si contentò di far loro tagliar solamente l'estremità dell'orecchio sinistro. Ai tre di gennaio tutti 24. i prigionieri furon tratti dalla carcere e condotti all'esecutore della giustizia in una via, dove fu loro troncata l'estremità d'un orecchio. Indi furono condotti per le strade di Meaco, di Ozaca e di Sacay con un ministro innanzi che sovra una picca teneva un cartello, in cui si leggeva la sentenza fulminata contro loro per aver predicata la legge cristiana vietata nell'imperio. Movea tutti a lagrime il vedere la modestia e la mansuetudine con cui camminavano tutti i condannati. Dentro una delle carrette vi erano tre fanciulli che cantavano per le strade il Pater noster e l'Ave Maria con aria così tenera, che tutti piangeano, e molti cristiani pregarono allora i soldati a porli nel numero de' condannati per morire insieme con essi, ma ciò fu loro negato.

Giunte le carrette alla carcere, furono fatti scendere i prigionieri, i quali prima di essere posti a cavallo si abbracciarono con allegrezza, lieti per la vicina morte che aspettavano. Le guardie stupefatte diceano: Chi sono questi che stanno così allegri in


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mezzo a tanti strazj ed obbrobrj? Indi giunsero a Nangasachi dopo un lungo viaggio i 24. prigioni. Quando furono a vista delle croci, fecero festa. Il p. Commissario intonò il cantico Benedictus, e gli altri religiosi compagni l'accompagnarono. Saliti che furono tutti sul loro Calvario furono attaccati subito ognuno alla sua croce. Quando poi i carnefici presero le loro lance per ferire i crocifissi, tutti i cristiani gridarono Gesù e Maria, e terminata la carnificina passarono per mezzo delle guardie per andare a raccogliere ne' loro fazzoletti il sangue de' martiri e porzione delle loro vesti. Dicesi che si vide poi sovra i loro corpi una luce celeste e molte stelle per lungo tempo su quella collina.

11. Nell'anno 1598. venne a morte l'imperator Taycusama in età di 64. anni, ben carico di meriti per l'inferno, avendo sparso tanto sangue de' fedeli di Gesù Cristo. Egli lasciò ordinato che dopo sua morte fosse posto fra gli dei. Lasciò un solo figlio piccolo di 6. anni sotto la cura di dieci reggenti dell'imperio, fra i quali fu Dayfusama, che poi col tempo divenne imperatore, e più barbaro de suo antecessore, come si vedrà. I primi che soffrirono il martirio sotto la di lui potenza, furono due nobili giapponesi, d. Giovanni e d. Simone; benché non per comando suo diretto, ma di Canzugedono re di Fingo, il quale costrinse tutta la nobiltà a rinunziare la religion cristiana. I governatori della città strascinarono per forza d. Giovanni in casa di un bonzo per fargli mettere da quello sul capo il Fochexus, che era un segno di apostasia. Maddalena moglie di d. Giovanni e buona cristiana lo seguì gridando: Guardate, d. Giovanni mio, quello che fate. Se mancate alla vostra fede, io non voglio parlarvivedervi più, e vi rinunzio per marito. Giunto che fu il bonzo, si pose in trono, e volle metter sulla testa a d. Giovanni l'infame libro; ma questi, non potendo far altro, gli sputò sopra.

12. D. Simone fu dello stesso sentimento, e non volle accostarsi alla casa del bonzo. Onde Canzugedono informato di ciò, ordinò che, così a d. Giovanni, come a d. Simone fosse troncato il capo, e che i loro parenti fossero crocifissi; e perciò fossero condotti a Cumamoto per esser ivi giustiziati. Il governatore, ch'era amico di d. Simone, volea salvargli la vita; onde se lo chiamò da parte, e lo pregò a contentare il re e salvarsi la vita. Quegli rispose che era pronto a perdere i beni e la vita in servizio del re, ma ch'era pronto all'incontro a perder mille vite, prima che l'anima sua ch'era eterna. In fine il re informato della costanza di ambedue questi cavalieri, ordinò che fossero fatti morire: e prima morì d. Giovanni, il quale a questo effetto fu condotto in una gran sala, dove prima ebbe a deporre la spada; passando poi avanti incontrò tre soldati che doveano torgli la vita, e due altri comparvero appresso con un coltellaccio in mano. Allora d. Giovanni si pose in ginocchioni, espose il collo, e pronunziando i santi nomi di Gesù e di Maria, quelli con quattro colpi gli troncarono il capo in età di 35. anni. Vedremo appresso come fu trattata la sua famiglia.

13. Indi morì d. Simone. Ma prima che morisse, il suo amico Cacuzaimone andò in sua casa, e trovando


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ivi la sua madre, le disse: Mia signora, vostro figlio non vuol seguir il mio consiglio; rimediate voi alla morte di lui e di tutta la sua famiglia, e non mi costringete a bagnarmi le mani nel suo sangue. Ma la madre rispose con fortezza: Mio signore, se si trattasse di beni di terra, buono sarebbe il vostro consiglio: ma trattandosi di beni eterni non dee preferirsi una vita che presto si perde, ad una felice che non mai finisce. Io invidio la fortuna del mio figlio, e vorrei, se potessi, essergli compagna. Allora l'amico entrato in collera fece intendere a Ioxivava parente di d. Simone che il re aveva condannato a morte d. Simone; che perciò toccava a lui troncargli la testa in sua casa, e glielo impose da parte del re. Andò il parente alla casa di d. Simone, bussò le porte mentre era notte, lo trovò in orazione, e gli palesò l'ordine avuto colla sentenza che portava scritta. D. Simone rispose: Mio signore, non potevate recarmi la miglior nuova. Mi date un poco di tempo a prepararmi alla morte? Quegli glielo concesse. Entra egli nella sua camera, si prostra davanti a nostro Signore coronato di spine, indi passa dove stavano sua madre e sua moglie, e loro notizia della sua morte. Quelle dame niente atterrite, subito comandarono a' servi che preparino dell'acquacerimonia de' giapponesi lavarsi in esser invitati ad un banchetto): d. Simone si lava, si veste delle vesti più ricche, si licenzia da sua madre e sua moglie ed anche da' suoi servi. Tutti quelli piangevano a singulti, allora egli disse loro: Come? Questo è godere della mia felicità? Dov'è la nostra fede? Dove la virtù cristiana che avete mostrata sinora? Allora la sua moglie nomata Agnese gli si gettò a' piedi e lo pregò a tagliarle i capelli, affinché, diceva, se io vivo dopo di voi, non si creda che io voglia altro sposo. D. Simone ricusava di farlo; ma pregato poi dalla madre, le recise i capelli. Indi si fece venire i tre suoi fratelli, come gli fu concesso, e loro disse: Fratelli miei, e qual sorte è la mia di morire martire di Gesù Cristo? Che mai ho fatto io per meritar questa grazia? Gli rispose un di loro per nome Gioachimo: Voi siete fortunato; pregate Iddio quando sarete al cielo, che ci faccia parte della vostra gloria. Indi si posero tutti ginocchioni, d. Simone disse il Confiteor, e tre volte il Pater noster e l'Ave Maria; stette alquanto in silenzio parlando con Dio, e di poi, avendo fatto portare l'immagine del Salvatore, vi fece accendere le candele, prese sua madre con una mano e sua moglie coll'altra, e disse loro: Mie signore, vi dico l'ultimo addio. Io non vi vedrò più in questo mondo, ma spero presto vedervi nell'altro. Vado il primo a spianarvi la via. Pregherò Dio che vi faccia partecipi di mia felicità e presto vi chiami al paradiso. Ciò detto s'incamminò in loro compagnia alla sala, ove doveva essere giustiziato. Uno dei fratelli portava il crocifisso, gli altri due a' suoi lati portavano le candele, e d. Simone seguiva, tenendo con una mano la madre e coll'altra la moglie, ed in fine seguivano i domestici struggendosi in pianto. Giunto alla sala il martire, s'inginocchia davanti all'immagine del Salvatore: la madre e la moglie si ritirano un poco da parte, ed indi si fecero il segno della croce e recitarono il Confiteor e tre volte il


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Pater e l'Ave. In questo mentre entrò ivi un gentiluomo che avea rinnegato, e ferito dal rimorso di sua coscienza, benché non osasse allora di dichiararsi pentito, nondimeno domandò a d. Simone un grano benedetto, e d. Simone glielo diede con patto di tornare a Gesù Cristo, e il gentiluomo glielo promise. Finalmente d. Simone essendosi per l'ultima volta raccomandato a Dio, abbassa il collarino della sua veste, fa riverenza al Salvatore toccando la terra colla fronte, e, pronunziando Gesù e Maria, porge il capo, che con un colpo gli fu troncato. Subito lo prese uno de' fratelli e per venerazione lo pose sopra del suo. Tutti gli astanti, quando gli fu dato il colpo, gridarono; ma la madre e la moglie come insensibili restarono in silenzio. Dopo qualche tempo la madre prese la testa del figliuolo, la baciò più volte, e disse: Beata testa, che ora sei coronata di gloria! O felice Simone, che hai data la vita a colui che ti ha data la sua! Mio Dio, che avete sacrificato il vostro Figlio per amor mio, ricevete il mio figliuolo che si è sacrificato per voi. Andò anche Agnese la moglie, e baciò anch'ella la testa del suo sposo, e bagnandola di lagrime disse: Eccomi contenta; ho uno sposo martire che ora sta nel cielo. O Simone, chiamatemi quanto prima con voi per vedervi ed insieme con voi lodare Iddio. Morì d. Simone ancora in età di 35. anni. I soldati che guardavano il suo corpo, deposero avere veduta la stessa notte una gran luce che veniva dal cielo e risplendeva sovra la casa del martire.

Le mentovate dame d. Giovanna madre e d. Agnese moglie furono di poi visitate da quello stesso gentiluomo ravveduto, il quale le trovò piangenti; onde disse loro: Ma come, mie signore? voi avete veduto morir d. Simone con tanta costanza, ed ora ch'è morto v'abbandonate al dolore? Risposero che non piangeano per altro che per essere restate in vita e per timore di non essere fatte degne del martirio. Rispose colui per consolarle che stessero allegre, poiché Maddalena vedova di d. Giovanni era stata già condannata alla morte. A questa nuova elleno si posero in ginocchioni a ringraziarne Dio, e passò da loro ogni mestizia. Quindi si avanzarono a chiedere a Cacuzaimone la grazia di poter morire insieme con d. Maddalena, la quale fu condotta nella loro casa verso la sera, con un piccolo fanciullo di sette anni nomato Lodovico, nipote del morto d. Giovanni, e che da essa d. Maddalena era stato adottato. Stando ivi unite si abbracciarono con tenerezza, contente di dover morire sovra una croce, come morì Gesù Cristo, secondo avea già ordinato l'imperatore. Si rivolse poi d. Maddalena al piccolo Lodovico che era stato condannato a morir con essa, e gli disse che si preparasse ad andare in cielo, e che stando in croce non lasciasse di dire sino alla morte Gesù e Maria. E il fanciullo rispose: Madre mia, non me ne scorderò, finché sarò in vita.

Quando fu notte, furono avvisate per andare al luogo del supplicio. Si posero le vesti più belle, si raccomandarono a Dio, e si avviarono. Alla porta trovarono tre palanchini, cioè tre sedie, ognuna portata da due uomini. Il fanciullo Lodovico entrò in quella di d. Maddalena. Stando vicine ai patiboli, d. Agnese disse: Gesù mio Salvatore andò al calvario a piedi,


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ed io anderò in lettiga? Ma le fu impedito uscir dalla lettiga, essendole detto che i ministri non l'avrebbero promesso. Giunte finalmente tutte al luogo destinato, si posero in ginocchio per venerare le loro croci. La prima ad esser crocifissa fu d. Giovanna madre di d. Simone, la quale dalla sua croce parlò alla gente ivi accorsa, e disse: Io vado a rendere conto a Dio di tutte le mie azioni, ed ora mi protesto che nel mondo non vi è legge da potersi salvare che la cristiana. Aprite gli occhi e lasciate i falsi dei. E voi, cristiani, non vi atterrite per la morte che soffriamo; non vi è cosa più dolce che morire per colui che per noi è morto. Volea continuare, ma il ministro stese la lancia; e non l'uccise al primo colpo, ma al secondo mandolla a ricevere la sua corona.

La seconda posta in croce fu d. Maddalena. Il piccolo Lodovico, vedendo sua madre legata, andò da sé a presentarsi per essere anch'egli legato alla croce: i carnefici lo legarono alla picciola croce preparata per lui, ed allora gli disse la madre: Figliuolo, ce ne andiamo al cielo, fatevi animo, dite sempre Gesù e Maria. E mentre il fanciullo li proferiva, il carnefice stese la lancia, ma fallì il colpo. Il piccolo agnello senza spaventarsi attese il secondo, che l'uccise. E il carnefice poi, colla stessa lancia calda ancora del sangue del fanciullo si rivolse alla madre e parimente l'uccise. Restava d. Agnese, la quale era uscita dalla sua lettiga. Ella prima si raccomandò a Dio, e poi chiamò i ministri che la legassero alla sua croce; ma quelli in vece di legarla, inteneriti piangeano; onde ella si stesse da sé sulla croce. Ma non vi era chi avesse l'ardire di legarla: non pertanto certi idolatri per la speranza di qualche guadagno la legarono, ma tuttavia i carnefici non avevano animo di ferirla; onde gl'idolatri presero essi le lance, e, perché inesperti, non l'uccisero se non dopo molte ferite che le diedero. Molte persone degne di fede attestarono aver veduto un lume risplendente sopra i corpi de' martiri nel punto in cui resero le anime a Dio. La storia del loro martirio è stata scritta dallo stesso vescovo del Giappone, Lodovico Cerqueira.

Cacuzaimone dopo la loro morte restò più irritato contro i cristiani: ma Iddio dispose ch'egli cadesse dalla grazia del re; onde fu privato del governo e chiamato a render conto di sue azioni. Così punisce Iddio coloro che per piacere a' principi si macchiano l'anima; essi perdono insieme l'anima e la grazia del principe.

14. Fra i reggenti del piccolo imperatore figlio di Taycusama era Dayfusama; il quale, finché ebbe nemici, nascose il suo disegno, ma dacché vide stabilita la sua autorità, si tolse la maschera e si dichiarò imperatore del Giappone. Ma prima di questo tempo ammiriamo la costanza di un giovanetto gentiluomo cristiano chiamato Iacopo. Egli non aveva che quattordici anni, ma avea una bella statura e un grande spirito. Il re di Sassuma gli prese affetto, e pensò di maritarlo con una sua parente. Un giorno glielo disse da faccia a faccia, ma nello stesso tempo gl'impose che lasciasse la religione cristiana. Il giovane, il quale stava già in sua corte, rispose ch'egli non avrebbe lasciata la sua fede per tutto il mondo. Il re tentò un'altra via


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per guadagnarlo; mandò quattro cavalieri alla madre di Iacopo, acciocché lo riducesse a' suoi voleri. La virtuosa dama rispose con coraggio che ciò non poteva ella fare in coscienza. Fu tanto lo sdegno che il re prese da questa risposta, che mandò ad ucciderli ambedue madre e figlio. Onde eglino si ritirarono quella notte dentro una cappella che avevano in casa, aspettando ivi la morte. Ma il re per timore che il Cubo non approvasse la sua risoluzione, se li faceva morire, si astenne per allora di più molestarli; di poi non si sa che cosa avvenisse di loro.

15. Tra questo medesimo tempo vi fu il martirio di un gran signore del Giappone, nominato d. Melchiorre Bugendono, il quale era signore di Miri, piazza riguardevole nel regno di Aqui, ed era capitano e ministro di molto valore di Morindono re di Amangusci. Egli era da diciotto anni cristiano e dabbene. Il re idolatra, quantunque molto stimasse d. Melchiorre, l'obbligò nondimeno a venerare gli dei del Giappone. Il buon cavaliere rispose agl'inviati del re ch'egli era pronto a perdere la vita, ma che non poteva abbandonare la sua fede. Dopo tal risposta il re mandò a dirgli che gli farebbe vedere quanto costa il disprezzare il suo principe. D. Melchiorre già si accorse che gli era vicina la morte; ma egli che la desiderava, mandò a dire al re che volendolo far morire, l'avesse fatto strascinare per le strade della città con un araldo davanti che pubblicasse essere egli a ciò condannato per essere cristiano. Il re avrebbe voluto allora per la stizza farlo morire; ma dubitando del consenso di Dayfusama, aspettò miglior tempo, e dopo quattro anni, avendo il tempo opportuno, un giorno mandò un distaccamento di mille soldati alla casa di d. Melchiorre con un bonzo ed un cavaliere, il quale gl'impose da parte del re che gli consegnasse il figlio e il nipote in ostaggio, acciocché non resistesse all'esecuzion della giustizia. Nel giorno appresso, che fu il 16. di agosto 1605., vennero due ministri e gli presentarono la sua sentenza. D. Melchiorre la lesse senza turbarsi; altro non disse se non ch'egli non moriva per altro delitto, che per esser cristiano. Non poté ottenere di essere strascinato come aveva chiesto. I carnefici gli dissero che, volendo morire, morisse da valoroso con tagliarsi il ventre, come si fa nel Giappone; ma il buon cavaliere disse ch'egli voleva morire, non da giapponese disperato, ma da cristiano rassegnato al voler di Dio. Indi postosi in ginocchioni nella sua camera davanti le immagini di Gesù e di Maria, mentre raccomandava il suo spirito a Dio, gli fu troncata la testa. Ne fu portata la nuova al barbaro principe, che, non contento della morte del padre, ordinò che fossero uccisi i suoi figliuoli, i nipoti e la moglie, e tutti poi bruciati, il che fu presto eseguito. Di poi il re fece morire anche un suo genero cristiano e più di cento de' loro servi. Il vescovo del Giappone prese poi le informazioni del martirio e le inviò a Roma.

16. Aggiungiamo alla morte di questo piissimo signore la morte di un povero cieco cristiano chiamato Damiano. Egli si era battezzato l'anno 1585: e perché era dotato di molto talento, sin d'allora andava da per tutto spiegando e propagando la fede: e perché in Amangusci da una


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chiesa era stato discacciato un sacerdote che istruiva i cristiani, egli si pose in sua vece ed ivi di continuo predicava e battezzava in caso di necessità. Il re Morindono informato di ciò mandò a trovarlo da due suoi officiali, da' quali chiamato Damiano subito si presentò. Essi gli promisero da parte del re gran vantaggi, se lasciava la religion cristiana, altrimenti gli minacciarono la morte. Damiano subito rispose: Signori, voi mi proponete la vita e la morte: io eleggo la morte, e questa la preferisco a tutti i beni che mi promettete. Ed indi dimostrò quanto era vera la religione cristiana. Ma quelli non facendone conto risolsero di farlo morire: temendo nondimeno di qualche tumulto, nella notte seguente lo posero sopra un cavallo per condurlo al luogo del supplicio. Damiano udendo ch'era condannato a morte per esser cristiano, scese allegro da cavallo e si pose in orazione; e dopo qualche tempo ringraziando Gesù Cristo che lo facea morire per suo amore, stese il collo per ricevere il colpo della morte. Il carnefice tenendo la sciabola alzata sul di lui capo, gli disse che sarebbe liberato se volea rinnegar la fede; Damiano rispose: Voglio morir cristiano; fa l'officio tuo. E così quello gli troncò il capo.

17. Succede qui il martirio di un valoroso cavaliere, nomato Lione, della città di Sassuma. Egli, dopo che fu battezzato, non sapea parlare che di Dio; se gli amici l'invitavano a giuocare a divertirsi, rispondea che essendo la vita sì breve, non avea tempo da perdere per guadagnarsi quella vita che non avea più fine. Egli era vassallo del Tono, il quale volealo morto se non lasciava la sua fede; Lione rispondea ch'era pronto a morire per la sua legge. Il Tono interpose tutti i suoi parenti ed amici per farlo prevaricare; ma egli sempre rispondea che non poteva essere infedele al suo Dio. Onde il Tono finalmente lo condanna a perdere il capo. Manda un giorno otto soldati ad ucciderlo nella di lui casa. Lione li accoglie, e li assicura a non temere ch'esso voglia difendersi; onde si veste come in una festa solenne, si licenzia dalla moglie ch'era pagana e le dice: Signora, se mi amate e volete esser meco dopo la mia morte, fatevi cristiana; altrimenti saremo separati per sempre, quanto è separato il cielo dall'inferno. Indi si volta al primo suo figliuolo ch'era di 17. anni ed era anche pagano, e gli dice: Figlio, se ami tuo padre, seguirai il suo esempio, e verrai a trovarlo ove ti attende. Si volta poi al secondogenito ch'era stato già battezzato e gli dice: Figlio mio, addio; impara da me a perder prima la vita che la fede. Quindi si avvia alla piazza, in cui volle morire, per far intendere a tutti che moriva cristiano. Depone la spada e il pugnale, e prendendo la corona ed una immagine di Gesù Cristo, si raccomanda a Dio e poi fa segno al soldato che faccia il suo dovere; e il soldato gli troncò la testa.

18. Questa morte fu seguita da quella di due gentiluomini, Giovanni e Michele, che da quattro anni erano prigioni per Gesù Cristo. Il principe Canzugedono, udendo ch'essi stavan prigioni per la fede, ordinò che fosse loro tagliata la testa, come anche ai loro figli. Sentendo eglino che doveano esser decapitati, Michele pregò il capo della giustizia a farlo morir crocifisso, come morì Gesù Cristo, e Giovanni


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pregò di esser tagliato a pezzi, e il ministro glielo promise, ma intendea farlo dopo la morte. Andando al supplicio Michele camminava veloce, ma Giovanni giva lentamente, sì per una gran malattia da cui poco prima era uscito, sì perché teneva al collo una fune così stretta, che appena lasciavalo respirare.

Mentre erano in via il ministro mandò a prendere i loro figli. Tommaso figlio di Michele era di 12. anni. Pietro figlio di Giovanni ne avea 6. Tommaso udendo che Giovanni il padre andava già alla morte, ebbe tal desiderio di morire, che uscì dalle porte della città, ed ivi, giunto che fu il padre, gli disse: Padre, ecco Tommaso vostro figlio che morrà insieme con voi per la fede di Gesù Cristo. Io non temo la morte, ma la desidero, andremo insieme al cielo. Si aspettava il piccolo Pietro, ma tardando, il ministro volle che si affrettasse l'esecuzione. A Michele il padre fu prima tagliata la testa; onde il ministro volle tirare in disparte Tommaso il figlio acciocché non si atterrisse in vedere ucciso il padre, ma il fanciullo gridò: Io voglio morire vicino a mio padre. E così condotto dappresso al corpo del padre con faccia ridente presentò il capo, e pronunziando egli Gesù e Maria, gli fu reciso. Indi fu decapitato Giovanni. Era rimasto il figliuolino Pietro, il quale stava in casa di suo avo, la quale era più distante; egli sentendo pochi giorni prima che il padre sarebbe stato ucciso per la fede, disse: Insieme con mio padre sarò fatto morire anch'io che son cristiano.

Giunti i soldati alla casa dell'avo, trovano il fanciullino che dormiva, lo svegliano e gli dicono che suo padre l'aspettava a morire con lui; e Pietro subito s'incamminò co' soldati che lo conducevano per mano, ed egli si affrettava come più poteva: cosa che moveva a piangere ognuno che lo vedea. Giunto al luogo s'inginocchia allegro, e vedendo sfoderata la sciabola, unisce le piccole mani e presenta il collo. Ma il soldato a tal vista intenerito, ripone la sciabola nel fodero e si ritira dicendo che non avea cuore di uccidere quell'agnello. Furono mandati due altri a far quella giustizia, ma essi parimente si ritirarono piangendo; né si trovò altri ad eseguirla che uno schiavo, il quale, poco sapendo far quell'officio, prima gli diede un gran colpo sulle spalle che lo gittò a terra; ne replicò due altri sul collo, ma non avendogli neppure troncato il collo, fu costretto a segarglielo con forza; crudeltà che neppure una fiera l'avrebbe usata. Michele poi aveva una figliuola che da' cristiani fu salvata e mandata in Arima. Ivi un nobile la cercò per moglie d'un suo figliuolo. Gli dissero ch'ella non avea dote; e quegli rispose: Basta che sia figlia di un martire. E fece fare il matrimonio.

19. In Firando furono fatte morire tre altre persone nobili per la fede. Vi era un cavaliere cospicuo chiamato d. Gasparo, signore di una terra chiamata Iamanda. Questi maritò una sua figlia nomata Maria col figliuolo di un certo governatore di un'isola, nomato Condochisano: ma perché egli era idolatra, non potea vedere in casa la sua nuora cristiana; ed era così molesto a volerla pervertire, che un giorno la nuora Maria per non poterlo più soffrire lasciò la sua casa e si ritirò in casa del padre d. Gasparo. Di ciò offeso l'idolatra, scrisse


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a Maria che se ne tornasse in sua casa, altrimenti l'avrebbe accusata al re di Firando, che non permettea la religion cristiana ne' suoi stati. Rispose la santa dama che la religione le impediva il ritorno, e che, essendo cristiana, non la spaventava la morte, ma era l'oggetto de' suoi desiderj.

Condochisano subito accusò l'uno e l'altra al re che era pure idolatra. Onde presto fu chiamato d. Gasparo alla casa de' bonzi, ove si faceva il processo contro de' cristiani. Giunto che fu d. Gaspare a quella casa, si spinsero due soldati per legarlo. Egli dimandò la causa: risposero i bonzi: Voi siete cristiano, e perciò siete condannato a morte. E d. Gasparo disse: E giacché è per questa causa, legatemi quanto volete, né temete ch'io mi difenda.

Nella seguente mattina venne a visitarlo il governatore e l'esortò a rinnegar la fede se volea salvar la sua vita, quella di sua moglie e di suo figlio. D. Gasparo rispose che egli era pronto a morire per Gesù Cristo, e che la grazia che chiedeva era di morire in croce, come Gesù Cristo morì. Il governatore rispose che in ciò vi bisognava il volere del principe; onde lo fece condurre al luogo ove doveva essere decollato, e per fargli onore esso stesso gli volle tagliar la testa. Nel medesimo giorno andarono i soldati alla sua casa e presero la sua moglie Orsola e il suo figliuolo Giovanni, i quali, sapendo che d. Gasparo era stato già martirizzato, andavano allegri a morire per la fede. Per la strada un soldato diede ad Orsola un gran colpo colla sciabola, la quale sdrucciolò e non l'uccise, onde la buona dama ebbe tempo d'inginocchiarsi, ed allora invocando Gesù e Maria ebbe il secondo colpo che le tolse la vita. Giovanni che andava innanzi si rivolse, e vedendo morir la madre, si pose anch'egli ginocchioni, e parimente gli fu troncato il capo.

20. Indi il Cubo imperversò maggiormente contro di tutti i cristiani, ai quali diede l'esilio. Fra questi vi fu il principe Giovanni re di Arima, il quale era nel suo esilio, ed ivi menava una vita penitente per tanti cattivi esempj che prima avea dati, e desiderava di espiare colla sua morte i mali commessi. Ed ecco come Iddio lo compiacque per mezzo del barbaro principe Michele suo figlio, che dopo avergli tolto il regno, gli tolse anche la vita in questo modo. Fece accusare il padre all'imperatore di alcuni falsi delitti, e quegli perché l'odiava, senza esame lo condannò a perder la testa; onde mandò 150. soldati ad eseguir la sentenza. È costume nel Giappone che quando vuol farsi morire un principe, le genti di sua corte lo difendano sino alla morte. Ma il principe Giovanni pregò le sue genti a lasciarlo morire, e quelle l'ubbidirono, benché con molta ripugnanza per l'amore che gli portavano. Ma egli non contentò di ciò, le costrinse a giurare di non aprirsi il ventre, come prevedeva che avrebbero fatto dopo sua morte. Quindi scrive una tenera lettera al barbaro suo figliuolo, e gli domanda perdono, se mai l'avesse offeso. Di poi si fa leggere la passione di Gesù Cristo, lo prega con lagrime a perdonargli i peccati della vita passata, indi si fa mettere innanzi un crocifisso fra due candele, e posto ginocchioni si prepara a ricevere la morte, e con pace riceve il colpo della morte. La buona


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principessa Giusta sua moglie che era presente, si prese in mano il suo capo, baciollo, e poi si ritirò nella sua camera, ove si recise i capelli, in segno che si licenziava dal mondo. Il tiranno suo figlio prese possesso de' beni del padre; ma non molto appresso ebbe il degno castigo del suo parricidio.

21. Il nuovo re di Arima, cioè l'empio parricida Michele, sdegnato in sentire che tutti i suoi sudditi erano pronti a morir per la fede, consigliato da' bonzi fece pubblicare un editto, ordinando che tutti i suoi sudditi dessero il giuramento di fedeltà, con farsi mettere il libro de' Cami e Fotochi sopra il capo; e dichiarò reo di lesa maestà chi avesse ricusato di farlo. Ma i cristiani tutti si protestarono ad alta voce ch'erano pronti ad ubbidire al re in tutto, non però in ricevere l'infame libro. E molti cristiani andarono a domandare il libro al governatore, non già per metterlo sul loro capo, ma sotto i piedi. Il principe informato di ciò, condannò tutti a morte; ma poi meglio consigliato ne fece morire alcuni e gli altri mandò in esilio. I condannati morirono con giubilo, ma gli esiliati restarono afflitti, per non aver ricevuta anch'essi la morte. Tuttavia il principe Michele spinto dal suo governatore Sifioyo avrebbe voluto uccidere tutti i cristiani suoi vassalli; ma temea di non essere punito di sua crudeltà dall'imperatore. Nondimeno avendo egli nella sua corte un prode capitano nomato d. Tommaso, e non potendo soffrire che fosse cristiano, gli ordinò che rinunziasse alla sua religione. D. Tommaso gli rispose ch'egli non potea tradire il suo Dio, alla cui sequela egli si era posto. Il principe, seguendo il consiglio di Sifioyo, ordina a' governatori di Arima che facciano morire Tommaso con tutta la sua famiglia. Tommaso dagli amici fu consigliato a fuggirsene di notte; ma il servo di Dio rispose ch'egli affin di morire per Gesù Cristo sarebbe venuto di dal Giappone. Onde passò la notte in orazione. La mattina seguente uno dei governatori lo fece chiamare sotto un altro pretesto. Tommaso presago già di sua morte abbraccia sua madre, sua moglie, i tre suoi figliuoli, e va a trovare il governatore, il quale volle tenerlo a pranzo: ma prima di porsi a mensa si fece portare una spada, e mostrandola a Tommaso gli disse: Che vi pare? Questa spada è ben atta per troncare un capo? Tommaso la prende e la restituisce dicendo ch'è ottima. Allora il governatore gliela caccia subito nel corpo e lo getta morto a terra. Lo stesso avvenne a Mattia suo fratello; il quale, tornato da un altro de' governatori, si licenziò anche dalla sua famiglia, apparecchiandosi alla morte, e giunto in casa del governatore, quegli subito con un colpo di spada lo privò di vita.

22. Di poi andarono i carnefici in casa di d. Tommaso, ove trovarono sua madre chiamata Marta, sua moglie chiamata Giusta e tre figliuoli di lui maschi. Entrati che furono, dissero alla madre che si apparecchiasse alla morte, insieme coi due suoi nipoti. Marta ringraziò Iddio per la grazia che le facea di chiamarla alla morte per causa della fede; indi si fece venire i due nipoti, il primo de' quali avea undici anni e il secondo nove, li abbraccia e loro dice: Figliuoli miei, vostro padre e vostro zio sono morti per Gesù Cristo, io sono


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ancora per morire insieme con voi. Siete contenti di andare a trovar vostro padre che ci attende in cielo? I fanciulli rispondono che lo desiderano con tutto l'animo; solo dimandano: E ciò quando sarà? Rispose Marta: Ora; andate dunque a licenziarvi da vostra madre, e preparatevi a morire. Marta si vestì subito di un abito bianco, e così fece anche vestire i due nipoti. Si licenziò da Giusta, la quale piangea per non poter morire insieme co' suoi figli; e la consolò, con darle speranza che un giorno anch'ella avrebbe perduta la vita per la fede, come poi successe. Intanto allora se gli fecero avanti i figli vestiti di bianco, che vennero a domandarle la benedizione, dicendole Iacopo: Madre, addio; io e mio fratello andiamo a morire, e siamo per essere martiri. La madre gli abbraccia ambedue, e piangendo dirottamente loro dice: Andate, figli miei, a morire per Gesù Cristo, e quando sarete al luogo del supplicio, dimostrate che siete cristiani. Vostro padre vi aspetta, e Gesù Cristo vi chiama al suo palagio. Andate, e morite per quel Signore ch'è morto per voi. Quando stenderete il collo per la morte, chiamate sempre Gesù e Maria. Quanto son io infelice, per non potervi far compagnia!

I soldati allora presero la loro avola in una lettiga insieme coi due nipoti: i quali, uscendo poi dalla lettiga nella piazza ove era accorsa molta gente, andavano vedendo chi fosse il carnefice che li dovea far morire. Videro uno colla spada ignuda, ed ambedue s'inginocchiarono a' suoi piedi, e colle mani giunte, chiamando Gesù e Maria, intrepidamente riceverono la morte. Marta, contenta della costanza de' suoi nipotini, si avanzò modestamente, si pose in orazione, e per un'ora intiera durò in quella; in fine porse la testa, che troncata con un colpo diede due salti.

23. Ritorniamo al principe Michele, il quale ad istigazione dell'empio Sifioyo avea già fatto morire suo padre: istigato poi dal medesimo imprese a far morire ancora i suoi due fratelli cristiani, de' quali temeva che in qualche occasione gli togliessero il regno di Arima. I due fratelli si nomavano Francesco e Matteo. Francesco non avea che otto anni, Matteo era di minore età; ma ambedue dimostrarono in quella tenera età l'amore che aveano per la fede. Quando la principessa Fima seconda moglie (o per meglio dire concubina del principe Michele, il quale avea ripudiata la prima e vera moglie) quando, dico, ebbe avanti i nominati due fanciulli, disse a Francesco: Volete voi rinnegare il Dio de' cristiani? Rispose il fanciullo con isdegno: Non lo rinnegherò mai. Ripigliò ella: Ma se non lo fate, l'imperatore vi farà morire. E il fanciullo replicò: Dio lo voglia: ciò non si teme, ma si desidera. Tentò l'empia di pervertire Matteo il minore, ma quegli si dimostrò forte, come il fratello; ond'ella si aggiunse con Sifioyo a persuadere il marito che facesse morire i due fanciulli. Pertanto presto furono essi mandati a Meaco, ed ivi furono chiusi in una camera; dove, come se avessero sentore della loro morte, vi si preparavano con orazioni e digiuni. Nella notte che fu l'ultima di loro vita disse il cameriere chiamato Ignazio a Francesco, che era tempo di coricarsi; rispose il fanciullo: Io penso alle pene sofferte da Gesù Cristo per noi, e ciò mi fa piangere. Che bontà,


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voler morire per noi! Poveri idolatri che non lo sanno! Prima poi di porsi a dormire, raccomandò alla santa Vergine l'anima sua, in caso che avesse dovuto morir quella notte. Ecco che in quella stessa notte viene un assassino mandato da' governatori, entra pian piano nella camera, si accosta a Matteo che dormiva, e con un pugnale l'uccide, e lo stesso fa con Francesco suo fratello; onde Ignazio il cameriere li trovò la mattina ambedue nuotando nel loro sangue. Di tal carnificina ne fu avvisata d. Giusta moglie del principe Giovanni e madre de' due fratelli uccisi. Ella perché stava già da gran tempo unita con Dio, alza gli occhi al cielo e lo ringrazia di aver chiamati a sé quei due agnelli suoi figli.

24. Il principe Michele avendo saputo il tutto, risolse di estinguere affatto la religion cristiana in Arima, non già colla morte dei suoi vassalli, che avrebbe recata la ruina al suo stato, ma per mezzo de' bonzi che avessero pervertiti i cristiani. Perciò fece venire alla corte uno de' bonzi più famosi; ma niun cristiano andò a visitarlo; fuori di alcuni forzati ad andarvi; i quali vi andarono colla corona al collo. Il bonzo predicava, ma non andava alcuno a sentirlo. Il principe vedendo che del bonzo non si faceva conto, lo fece venire nel suo palazzo, e volle che tutti prendessero dalle di lui mani una certa corona idolatrica in onore di Amida. Ma niun cristiano volle riceverla, né alcuna damigella, quantunque glielo ordinasse la principessa: anzi una di esse nomata Massenzia la gettò in faccia al bonzo. Ordinò parimente alle sue dame che buttassero la corona cristiana che portavano al collo. Tutte ricusarono di farlo; ond'ella impose ad un gentiluomo di loro toglierla per forza: ma questi rispose che ciò non poteva eseguirlo, perché non gli conveniva, e perché era cristiano. Il principe volle che almeno i paggi prendessero le corone dal bonzo, ma niuno l'ubbidì. Indi parlò ad una compagnia di otto suoi gentiluomini della sua prima nobiltà, pregandoli almeno a dissimulare per qualche tempo la lor religione; cinque di essi vi acconsentirono, ma tre resisterono con fortezza, e questi furono condannati al fuoco insieme co' loro figli e colle mogli. Sparsa poi la nuova che questi doveano esser bruciati vivi, si unirono ivi da ventimila cristiani, preparati non a combattere, ma a morir per la fede, se bisognava. In questo mentre di quei cinque gentiluomini che aveano apostatato, quattro si spingono in mezzo a quella moltitudine, ed in ginocchioni domandano perdono dello scandalo dato, e chiedono un sacerdote che li disponga alla morte. Inoltre di scrissero per ottenere dal principe l'essere anche essi condannati allo stesso supplicio de' compagni, ma non poterono aver la grazia richiesta. Intanto quei ventimila assisteano al supplicio dei tre condannati. Il principe Michele, temendo di quella moltitudine, ordinò che quelli tre fossero fatti morire segretamente nella casa, ove stavano in custodia: nondimeno, essendo stato poi il principe assicurato da' cristiani che essi altro non desideravano che di assistere alla morte de' loro fratelli per dar loro i convenienti funerali, si contentò che si erigesse in mezzo ad una pianura una casa di legno piena di legna secche e paglia, che servisse di rogo ai condannati.


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Pertanto nell'anno 1613. ai 7. di ottobre, essendo stati avvisati gli otto condannati, si abbracciarono fra di loro; ed in ginocchioni ringraziarono Dio della grazia che loro facea di farli degni di morir per suo amore, e si avviarono al luogo del supplicio, dove furono accompagnati dai cristiani, che distribuiti dai capi delle confraternite in diverse schiere, metà andavano avanti e metà appresso i martiri. Camminavano a sei a sei ordinatamente, cantando le litanie della s. Vergine: i cristiani della città di Arima portavano ognuno una candela accesa in mano, ed una ghirlanda in testa per onore di quel trionfo, e gli altri tenevano in mano una corona. Fra gli otto martiri andava Iacopo figlio di uno di quei tre gentiluomini, fanciullo di undici anni, il quale sentendosi chiamar martire, rispose con molto senno: Aspettate un poco, avete troppa fretta; vedo la corona, ma non la possiedo ancora. La strada era lunga; alcuni cristiani vollero prenderlo sulle loro spalle, ma egli ricusò dicendo: Seguitiamo il nostro capitano che salì al Calvario a piedi e carico di una pesante croce, che io non porto. Bisogna ora affaticarsi; l'eternità mi prepara un lungo riposo. Quando egli poi scoprì il luogo ove doveano esser bruciati, gli astanti piangeano, ed allora disse loro: Perché piangete? M'invidiate la mia felicità? Camminate allegramente, come io cammino. Giunsero finalmente i martiri al luogo del loro sacrificio, ed allora ciascuno di loro corse a baciare ed abbracciare la sua colonna a cui dovea esser legato. Uno di loro si pose ad un luogo più alto, alzò la voce e disse: Noi vediamo il fuoco che ci dee bruciare, ma lo vediamo senza timore, sapendo che le anime nostre se ne passano alla vita eterna. Fratelli, la sola religion cristiana è quella in cui possiamo salvarci. Perseverate nella fede né vi spaventino i nostri tormenti. La pena è leggiera e breve, il premio è grande ed eterno. Siateci testimonj che noi moriamo per la fede di Gesù Cristo. Legati che furono tutti, il capo della confraternita alzò uno stendardo in cui era dipinto il nostro Salvatore, nel tempo che fu condannato a morte, e disse: Ecco, fratelli, il vostro Salvatore, per amore del quale ora siete per morire. Egli nel cielo vi tiene apparecchiate le corone; morite costantemente per colui che per voi è morto. Dopo ciò fu acceso il fuoco, ed allora i cristiani si posero tutti ginocchioni a pregar Dio e la s. Vergine per li pazienti. Tutta quella pianura risonava di sospiri e pianti; chi gridava Gesù e Maria! chi dicea Dio mio, misericordia! ed i martiri attendevano in silenzio a raccomandarsi a Dio. Il piccolo Iacopo, avendo il fuoco bruciati i suoi legami, se ne corse fra le fiamme e sovra le brace ad abbracciarsi colla madre la quale gli disse allora: Figlio mio, guarda il cielo, di' Gesù e Maria. E l'innocente fanciullo, dopo aver detto tre volte Gesù e Maria, cadde morto a' suoi piedi, e la madre subito cadde anch'ella morta sopra di lui. Vi fu la giovane Maddalena sorella di Iacopo, la quale così arrostita come era si abbassò, e prendendo i carboni accesi se gli pose sul capo come una ghirlanda: dopo di che anch'ella cadde morta. Oh che bel trionfo della fede vide allora la chiesa! Spirati che furono i martiri, i cristiani passarono la steccata, e si presero le loro


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reliquie, e le seppellirono in una chiesa di Nangasachi; e il vescovo del Giappone, avendone prese le dovute informazioni, ne fece stendere un pubblico atto.




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