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S. Alfonso Maria de Liguori
Vittorie dei Martiri

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CAP. II.

Argomento.

Persecuzione generale col discacciamento di tutti i missionarj. I cristiani si provvedono di pali per esservi bruciati. Tormento de' sacchi. Costanza di più fanciulli. 2. Conversione e morte di un bonzo. 3. Fortezza di un cavaliere nomato Tito. 4. Martirio di Clemente e Massenzia sua moglie e di due figli. 5. Morte di due valenti cristiani Gioachimo e Tommaso. 6. Morte di un buon vecchio nomato Adamo. 7. Ravvedimento di un cristiano. 8. Il principe Michele pubblica un editto contro i cristiani, ma di poi è privato del regno. 9. Martirio di Paolo Tarasuco. 10. Cinque cristiani bruciati per la fede. 11. Patimenti de' cristiani nella prigione di Omura. Un cavaliere nomato Lino muore per non voler giurare per gli dei del Giappone. 12. Martirio di Iacopo. 13. Martirio di Baldassarre tesoriere, e costanza di sua moglie Lucia e di Tecla sua figlia e di un altro figlio, fanciullo di quattro anni nomato Iacopo, che volle morire insieme col padre. 14. Martirio di molti nobili e dame coi loro bambini, bruciati tutti con essere legati a due in ogni palo. 15. Martirio di Marta, che volle morir bruciata abbracciata colla madre. 16. Martirio nel fuoco di una dama nomata Monica. 17. Generosa morte d'Ignazio, bruciato vivo. 18. Conversione e martirio di un bonzo. 19. Morte di un cristiano chiamato Mattia, che morì fra' tormenti. 20. Morte in croce di cinque cristiani; e morte generosa tra essi di Simone e di Maddalena sua moglie. 21. Martirio di due cristiani, le mogli de' quali pretendevano che ad esse toccasse la morte, non ai mariti. 22. Morte di Lione, martirizzato per lo zelo della fede. 23. Un fanciullo colla sua costanza converte il padre pervertito. 24. Gioachimo ed Anna sua moglie decapitati. 25. Ventuno religiosi di diverse religioni con trenta secolari martirizzati. 26. Martirio di tre dame: Giusta, Maria sua figliuola di quattordici anni, ed Agata sua nuora, di anni diciassette. 27. Strazj e morte dati ad un vecchio di 80. anni nomato Paolo. 28. Martirio di 24. cristiani, fra cui vi furono 6. dame con 18. fanciulli. 29. Morte di un nobile, custode del re di Bigen: sua ammirabile costanza. 30. Martirio di Mattia. Martirio d'un altro cristiano nomato Giovanni. 31. Molte dame sono fatte morire, con un figliuolo nomato Paolo, insieme con un fratello di nove anni. 32. Martirio di una madre con quattro figli. 33. Morte di Michele e di Orsola sua moglie con un fanciullo e due fanciulle loro figli. 34. Glorioso fine di questa famiglia: intrepidezza del figliuolo nominato Giovanni e di Orsola.

1. La collera dell'imperatore avea fulminato sino allora solo sovra il regno di Arima; ma nell'anno 1614. la tempesta venne sovra tutto il Giappone, in cui tutti i cristiani furono condannati. E primieramente fu ordinato che fossero discacciati tutti i ministri sacri, e tutte le chiese fossero demolite; di più che si scrivessero tutti i nomi de' cristiani, acciocché fossero privati di vita tutti quelli che non rinunziavano alla fede. Essendo stata poi portata all'imperatore la lista de' cristiani di Meaco, egli se la prese col governatore per averli lasciati tanto moltiplicare, e diede l'incumbenza di esterminare i fedeli di Sangamidono, ch'era un signore e capitano; ed a tale effetto il governatore mandò a Meaco con truppe scelte a pubblicare ivi che tutti i cristiani che non rinnegavano, non aveano che a prepararsi al patibolo, ove sarebbero legati e bruciati vivi. Ma nel giorno seguente si vide che la maggior parte de' cristiani aveano posto un patibolo, ossia palo avanti le loro porte, per far sapere che erano pronti ad essere bruciati prima che perder la fede. Vi fu fra gli altri un povero uomo che vendette la sua veste per comprare il suo palo: ed una donna per comprarsi un palo vendette la sua cintura. Il tiranno vedendo ciò, pensò ad altri mezzi: fece bruciar nella piazza quei patiboli, ed ordinò ai commissarj de' quartieri che usassero tutte le diligenze per fare che i cristiani notati alla lista acconsentissero di esser cassati da quella. Alcuni ingannati acconsentirono. Altri, essendo stati cassati contro il loro volere, tacquero. Molti altri poi pubblicarono da per tutto che erano stati cassati senza il loro consenso. Eravi in Meaco un quartiere pieno di cristiani. Ivi furono prese le donne, e furono poste legate strettamente dentro dei sacchi, e lasciate in quelli per un giorno ed una notte al freddo. Vi furono più


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fanciulli, per contentare i quali bisognò mettere essi pure ne' loro sacchi. Quelle donne poi furono portate dentro i loro sacchi con ludibrio per tutte le vie della città, e poi furono sciolte per far credere che avessero rinnegato; ma elle gridavano sempre che erano cristiane. Il tiranno passò di poi ad Ozaga, ove praticò le stesse crudeltà; ma i fedeli dimostrarono la stessa costanza. Gli stessi strazj ebbero quelli di Sacay, i quali ebbero la medesima fortezza in confessare la fede. In Firoxima città del regno di Aqui dominava il principe Tayudono. Egli aderendo all'editto dell'imperatore, ordinò a quattro suoi capitani che ubbidissero: ma quelli gli risposero da faccia a faccia che erano cristiani, e che per non abbandonar la fede erano pronti a perdere tutti i loro beni ed anche la vita. Vi fu anche un suo paggio fanciullo che gli disse: Signore, io sono pronto ad ubbidirvi in tutto; ma se è cosa vietata dal vero Dio, ecco il mio capo, son pronto a perderlo. E così dicendo, si scopre il collo e lo presenta; molti allora temettero che il principe glielo troncasse di propria mano, ma quegli si astenne dal farlo.

2. Nella città di Fungo vi furono anche molti esempj di fortezza. Vi fu un bonzo nomato Benedetto, il quale essendosi convertito, fu preso insieme con altri cristiani. Furono essi portati nudi per una lega ad un luogo chiuso, dove furono legati dentro di un sacco e gettati l'uno sopra l'altro. Benedetto stando di sotto venne meno; onde le guardie lo trasportarono di in una casa, dove fu importunato a lasciar la fede. Egli stette forte a non cedere, e perciò di nuovo lo riposero sotto gli altri nel suo medesimo sacco; ma stando in procinto di morire, fu ricondotto alla stessa casa dove poco appresso morì chiamando Gesù e Maria. Un certo signor del Giappone, cristiano, essendo stato esortato dal re di Cungo ad ubbidire all'imperatore, risolse di andargli a parlar in persona. Mentre andava, fu avvisato che il re veniva a trovarlo e già era per la strada. Giunto pertanto alla sua presenza gli disse: Sire, sommamente vi ringrazio che vogliate onorare la mia casa; ma se è per farmi mutar religione, sappiate ch'io sto risoluto di morir cristiano. Se questo è delitto, ecco ora potete qui tagliarmi la testa. E ciò detto si scopre le spalle, ed attende il colpo. Allora un suo figliuolo di nove anni corre e s'inginocchia appresso suo padre; e col figliuolo venne ancora sua madre e sua ava, che presentarono il collo perché loro fosse troncato. Il principe si ritirò al suo palazzo e poi diede a tutti l'esilio.

3. Inoltre vi fu un cavalier cristiano chiamato Tito, che fu per tutte le vie sollecitato dal principe a lasciar la fede; ma resistendo egli con coraggio, gli fu ordinato che giunto a casa gli mandasse il suo figliuolo secondogenito, fanciullo di nove anni. Ebbe gran pena Tito a mandarlo, temendo che il figlio restasse privo o della vita o della fede; ma vedendosi costretto dalla forza, l'abbraccia, l'esorta a star forte, e lo manda al palazzo. Il principe dopo due giorni fece dire al padre che avea fatto già morire il figliuolo, perché non avea voluto rinnegar le fede; gli comandava allora che gli mandasse la sua figliuola. Questa fu un'altra crudel


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ferita al padre ed alla madre, ma fu necessario mandarla al palazzo. Dopo qualche altro tempo il re fece sapere a Tito che la figliuola anche era morta, e gli ordinò di mandargli il suo primogenito. Pianse il padre a quest'ultimo colpo più doloroso; si chiamò il figlio e gli disse: Figlio mio, vostro fratello e vostra sorella sono morti per Gesù Cristo; essi vi chiamano in cielo: andate e mostratevi vero cristiano; preparate un luogo a me ed a vostra madre, perché ben presto vi seguiremo. Dopo ciò il figlio s'inginocchia, dimanda la loro benedizione, e con animo grande si avvia al palazzo. I buoni genitori sentivano la pena di esser rimasti privi de' figli, ma si consolavano di averli coronati in cielo e si preparavano alla stessa morte. Ecco che il re fa sapere a Tito che gli mandi sua moglie. Fu dolorosa la divisione, ma pure egli ubbidì. Finalmente il re gli mandò a dire che, essendo morti tutti i figli e moglie, bisognava che perdesse la testa, se non voleva ubbidire; e Tito rispose che non potea ricevere nuova più grata di questa. Se ne va pertanto allegro al palazzo, e prega il principe che faccia a lui la grazia che avea già concessa a tutta la sua famiglia. Il re muta la scena, gli fa vedere sua moglie ed i suoi figli vivi, e tutti li rimanda a vivere nella loro casa, secondo la religion cristiana tanto da essi amata.

4. Di poi avvenne il trionfo glorioso di tre martiri. Nello stesso regno vi era un gentiluomo nomato Clemente, il quale in principio della persecuzione stette forte. Pubblicato l'editto dell'imperatore, i due suoi figliuoli Michele e Lino dissero che non avrebbero mai lasciata la loro fede; ma Clemente il padre vilmente sottoscrisse di propria mano che egli ed i suoi due figliuoli rinunziavano alla religion cristiana. I due figliuoli, subito che seppero quel che avea fatto il padre, palesarono che essi non aveano mai sottoscritto. E lo stesso Clemente rimproverato da' figli, si ritrattò poi di quanto avea detto; onde il governatore subito fece arrestare così il padre, come i due figli e di più Massenzia moglie del primo figlio Michele, e fece mettere Lino, Massenzia e il di lei figliuolo maggiore legati dentro i sacchi. Il figliuolo di Massenzia fanciullo, vedendosi stretto nel suo sacco, animava la madre ad aver pazienza; e rivolto ai pagani, disse loro: Guardatevi di dire che io avessi rinnegata la fede; se lo fate, io stesso vi accuserò come falsarj. Stettero essi tre giorni legati senza potersi voltare da una o dall'altra parte. Dopo sette giorni Michele e Lino furono condannati ad essere bruciati vivi. Michele in uscir di prigione, vedendo Lino il fratello, gli disse: Dunque la sorte di morir per Gesù Cristo è caduta a noi, e non a' nostri genitori? Giunti che furono poi tutti al luogo del supplicio, vi trovarono piantati tre patiboli. Michele e Lino corsero ciascuno subito ad abbracciare il suo. Mentre essi venivano legati, Massenzia domandava d'esser legata ancor ella; ma le fu negato, affinché soffrisse un tormento più crudele in veder morire il marito. Si mette il fuoco al rogo, Massenzia volea lanciarsi nelle fiamme, ma fu arrestata, finché vide il marito spirato sulle brace. Voleano di poi atterrirla con porle una spada alla gola. Ella disse: Non


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è questo il modo di spaventare un cristiano; se volete spaventarmi, minacciatemi di lasciarmi in vita. Quindi s'inginocchiò e presentò il collo al carnefice dicendogli: Fa l'officio tuo; e quello gli troncò il capo.

5. La chiesa di Facata stava in pace sotto il governo di Chicugendono; ma dopo l'editto dell'imperatore egli ordinò che tutti i cristiani di un certo quartiere della città in un giorno si presentassero a sottoscriversi tra coloro che rinnegavano la fede. Stante poi che gli abitanti di quella città erano i più ricchi del Giappone, tutti per timore di perder le robe furono deboli a resistere, eccettuati due soli fedeli, nomati Gioachimo e Tommaso. Gioachimo era medico, e medicava gratuitamente tutti, e specialmente i poveri. Egli dopo aver sofferti molti assalti dagli amici, finalmente fu condannato ad essere sospeso alla cima di un albero col capo in giù; e Tommaso ebbe la stessa condanna, stando di sotto a Gioachimo in quel medesimo albero. Stettero tre giorni in quello stato, né vi fu chi avesse ardire di dar loro da mangiare o da bere; ma eglino si consolavano insieme, pensando alla croce di Gesù Cristo: e dopo questo tormento furono decapitati. Un bonzo restòammirato della loro costanza, che non ripugnò di dire in pubblico: Chi dubiterà della salute di questi due cristiani, che hanno dato il sangue per la difesa della loro legge?

6. Nell'isola di Xiqui, quando uscì l'editto dell'imperatore, i sacerdoti che governavano quella chiesa, essendo obbligati a partire, ne lasciarono la cura ad un certo vecchio nomato Adamo. Questi perché ben adempiva il suo dovere, fu preso e presentato al governatore, che fece tutto il possibile per farlo prevaricare, ma gli rispose Adamo: Signore, quando metto la morte a confronto della vita eterna che Dio mi promette, stimo un bene tutto il male che mi si minaccia. Il principe perseguita i cristiani per conservare la sua corona; ed io non farò quel che debbo per guadagnare una corona immortale, e per piacere a Dio ch'è il sovrano di tutti i re? Il governatore entrato in collera lo fa spogliar nudo e lo fa condurre per la città con un banditore che gridava: Ecco un ribelle dell'imperatore. Indi lo fece sospendere a due pali, ove stette il povero vecchio per nove giorni, benché venisse sciolto la sera. Finalmente fu condannato a perder la testa, e fu giustiziato di notte sovra di un monte. Molti attestarono che il suo capo cadendo pronunziò due volte a voce alta Gesù e Maria.

7. Quivi un certo cristiano che per timore avea rinnegata la fede, dopo la morte di Adamo ebbe tal pentimento della sua infedeltà, che egli stesso presentossi a' giudici, e si protestò davanti più testimonj che egli era stato violentato a mancar nella fede, ma che esso volea vivere e morire cristiano. I giudici lo discacciarono con ludibrio; ma esso entrò in una casa vicina, prese un ferro infocato, e con quello s'impresse il segno della croce sulla fronte, e poi di nuovo entrò dove stavano i giudici, e disse: Ora, signori, non potete dubitare ch'io non sia cristiano. Quel Dio che mi ha data la forza di soffrir questa pena del fuoco, me la darà ancora per soffrire tutti i tormenti che voi mi darete. Il governatore


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volea condannarlo agli estremi supplizj, ma vedendo che se facea ciò avrebbe accresciuto il numero de' martiri, lo lasciò in pace.

8. Sul fine dell'anno 1614. il principe Michele, vedendo di non avere acquistata la grazia dell'imperatore, come desiderava, pensò di cattivarsela con rinnovar la persecuzione contro i fedeli di Arima; onde ordinò che tutti quei che aveano rendite doveano o perderle o lasciar la religione. Pubblicato questo editto, cinquanta famiglie delle più illustri del regno ebbero il coraggio di rinunziar a tutti i loro averi. Di più i fanciulli delle congregazioni, sentendo ciò, fecero fra loro questo giuramento: Ancorché siamo bruciati vivi, giuriamo di non lasciare mai la fede. Ma l'infelice principe Michele che avea accresciuta la persecuzione in Arima colla speranza che l'imperatore gli avesse a dare un regno più grande, dopo il suo barbaro editto ricevette ordine dall'imperatore che lasciasse il regno di Arima, e si ritirasse in Fionga, ch'era un regno miserabile. Giusto castigo alla sua malvagità in avere preferita la grazia dell'imperatore alla grazia di Dio.

9. Nell'anno 1616. seguì il martirio di Paolo Tarasuco. Era egli del regno di Iamaxiro. Dopo la pubblicazione degli ultimi editti, fu egli stimolato ad abbandonar la fede. Paolo ricusò di farlo: ma gli amici scrissero una formola di abiurazione, e prendendogli la mano per forza gliela fecero sottoscrivere; del che esso stava molto addolorato. Ma nel mentre pensava al modo di riparare, venne un officiale a dirgli che il governatore non era contento di quel biglietto, perché vi mancava la setta che abbracciava. Paolo allora con gran giubilo prende il biglietto e lo lacera, dicendo che egli era cristiano e che volea sottoscrivere la sua fede col proprio sangue. Il governatore avendo saputo il tutto lo mandò in prigione; onde Paolo prevedendo vicina la sua morte scrisse a cinque suoi amici che lo raccomandassero a Dio, e gli ottenessero la grazia di morir per la fede. Poco appresso un giorno ebbe la nuova di apparecchiarsi alla morte. Paolo tutto allegro domandò all'officiale che lo facesse morire in croce; ma quegli rispose ch'egli non potea mutar la sentenza, che lo voleva decapitato, e così fu eseguito.

10. Nell'anno 1618. in Nangasachi, che era come l'ultimo asilo de' cristiani, essendo entrato un commissario della giustizia nella casa di un principale della città, domandò una penna per notare i cristiani che vi erano. Una fanciulletta di otto anni gliene porse una e gli disse: Prendete, ma scrivete il nome mio, acciocché io muoia la prima per Gesù C. Venne poi la madre e diede anche il nome suo; e mentre il commissario partiva, gli corse dietro tenendo un bambino fra le braccia, ch'era l'ultimo de' suoi figli, e gli disse: Scrivete, vi prego, il nome di quest'altro mio figliuolo che dormiva quando siete venuto, ed io non mi son ricordata di farlo mettere al ruolo. In quest'anno fra tanti che furon posti in carcere, vi fu un giapponese chiamato Lionardo Quimura, ch'era laico d'una religione. Questo fervente cristiano stando in carcere, vi battezzò 86. idolatri che stavano seco nella prigione. Ed è maravigliosa la santa vita che tutti ivi facevano. Ogni giorno facevano due ore di orazione


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mentale ed un'altra di vocale. Digiunavano i mercoledì, venerdì e sabati, e ne' venerdì facevano cinque ore di orazione in onore della passione di Gesù Cristo.

11. Il governatore di Nangasachi ritornato dalla corte condannò cinque cristiani di quella prigione alla morte, e fra questi fu annoverato il nominato Lionardo. Essendo stati poi condotti tutti cinque davanti al giudice, quegli interrogò Lionardo perché fosse restato nel Giappone. Rispose egli: Vi son rimasto per predicare la legge di Gesù Cristo. E il giudice ripigliò: E perciò sarete bruciato vivo. Allora disse Lionardo: Sappia dunque il mondo ch'io son condannato al fuoco perché son cristiano ed ho predicata la legge di Gesù Cristo. Il giudice si rivolse poi ad un altro cristiano chiamato Domenico, condannato per aver albergato in sua casa un sacerdote missionario, e gli disse che perciò anch'egli dovea esser bruciato: e Domenico rispose: Stimo più questa sentenza, che se avessi conquistato tutto l'impero del Giappone. Furono poi tutti condotti al supplicio. Le strade erano piene di gente, ed il mare coperto di barche per le tante persone che vennero ad assistere alla morte di quei santi confessori, de' quali ognuno s'inchinò per riverenza al suo patibolo, e vi fu legato. Acceso poi il fuoco, si vide Lionardo dopo qualche tempo che prendeva i carboni, e per riverenza se li ponea sul capo cantando: Laudate Dominum omnes gentes etc. I cristiani che assistevano, si videro così desiderosi del martirio, che molti si accostavano al fuoco per esservi gettati. Due uomini domandarono a' loro vicini se era permesso gettarsi nel fuoco. Più gentili si convertirono nel vedere l'allegrezza che dimostravano i martiri, mentre erano bruciati. Il loro martirio fu consumato ai 28. di novembre nell'anno 1619.

È una compassione il leggere quello che pativano i confessori nella prigione di Omura. Questa era esposta all'aria aperta; da una parte era chiusa da un muro e dall'altra da certe siepi di spine colle guardie d'intorno. Pativano tanta fame, che spesso cadevano svenuti, onde le guardie per compassione permettevano a' cristiani di sovvenirli con qualche cibo. I magistrati nondimeno costrinsero le guardie a giurare per gli dei del Giappone, che non avrebbero più permesso quel sussidio a' carcerati. Ma vi fu un nobil cavaliere cristiano chiamato Lino che non volle fare quel giuramento, dicendo che non poteva giurare se non per il vero Dio. Ben si accorse allora che questo rifiuto dovea costargli la vita; onde raccomandatosi alle orazioni de' prigionieri, si ritirò in casa, dove si licenziò da' suoi amici. Ed ecco che presto si vide assalito da' soldati, uno de' quali gli diede subito un colpo di spada alla gola. Allora Lino si butta in ginocchione e presenta il capo, che gli vien troncato da un altro soldato. Dopo ciò la moglie, vedendo già morto il marito, corse dietro a' carnefici gridando ch'ella ancora era cristiana. Ma i soldati non le diedero retta, dicendo di non aver ordine di punirla. La morte non però di Lino fece ravvedere coloro che avean fatto il sacrilego giuramento. Fra gli altri vi furono tre delle guardie, che pentiti del loro errore lacerarono pubblicamente la carta ove quel giuramento era scritto. Vi fu un gentiluomo giovine,


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il quale restò martire della sua carità; poiché fu ucciso a colpi di spada per aver mandati alcuni rinfreschi a' carcerati per mezzo de' suoi servi.

12. Nel regno di Bugen vi furono due uomini riguardevoli, che furono martirizzati per Gesù Cristo. Il primo era nominato Iacopo, il quale nell'anno antecedente era stato scacciato da sua casa, spogliato di tutti i beni e rilegato colla sua famiglia a vivere in campagna; e finalmente fu condannato a morte, per non avere voluto rinnegare la fede. Questi, quando gli fu intimata la sentenza in sua casa, andò a trovar sua moglie, che stava con una delle sue figliuole nella camera vicina, e disse loro: Vengo a dirvi addio, ma con patto che non vi mettiate a piangere. E dopo essersi raccomandato al crocifisso ed a Maria santissima, prese i suoi abiti più belli, e si pose nella barca che dovea trasportarlo al luogo del supplicio. Posto a terra volle scalzarsi per andare a piedi nudi sino alla collina, dove inginocchiatosi presentò il capo al carnefice, e chiamando Gesù e Maria ricevette il colpo della morte.

13. Nello stesso anno il tesoriere del principe di Bugen chiamato Baldassarre, ricevette anche esso il martirio. Egli per causa della fede era stato spogliato de' suoi beni ed esiliato dal regno di Bungo; ma un giorno stando nel suo esilio, fu avvisato ch'era stato condannato a morte come cristiano. Egli allora con allegrezza ringraziò il governatore, perché così lo liberava dalle miserie di questa vita. Quindi entra nella casa, in cui stava sua madre, sua moglie Lucia e sua figlia Tecla, e loro parte della buona nuova che aveva ricevuta. In quel mentre entrano i ministri della giustizia, e gli domandano dove vuol morire. Rispose: In qualunque luogo a voi piace. Tecla allora disse: Padre non è necessario uscir di casa, sarà nostra consolazione l'assistere alla vostra morte. Baldassarre rispose alla figlia: Figliuola mia, il Figlio di Dio ha voluto morire fuori di Gerusalemme in un luogo pubblico; lo stesso dobbiamo far noi morendo nel luogo de' malfattori. Prima di uscire si raccomandò all'immagine del Salvatore. La moglie e la figliuola per loro consolazione vollero lavargli i piedi; e dopo ciò egli esce e va a ritrovare i carnefici. Aveva esso un fanciullino di quattro anni nomato Iacopo. Vedendo questi andar suo padre alla morte, afferra i suoi piedi, protestando di voler seco morire. Il padre l'esortò a restarsi con sua madre; ma il fanciullo non volle lasciarlo: onde per liberarsene finalmente gli permise di seguirlo. Giunti che furono al luogo del supplicio, Baldassarre disse agli assistenti che lo compativano: Signori, dovreste compatirmi, se morissi per qualche delitto; ma morendo io per la mia religione, dovete invidiarmi, poiché lascio la terra per gire a regnar eternamente in cielo. Ciò detto, abbraccia il figliuolo, s'inginocchia, offerisce la sua vita a Dio e presenta il collo che gli fu troncato essendo egli in età di 47. anni. Il fanciullo niente spaventato dalla morte del padre, si mette anch'egli in ginocchioni, abbassa il collarino della veste, e dicendo Gesù e Maria riceve parimente il colpo della morte. Maraviglia fu il vedere un fanciullo morire con tanta intrepidezza: ma più maraviglia trovarsi


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un carnefice che uccidesse quel fanciullo innocente.

14. Nell'anno 1619. furono in Meaco posti in carcere 36. cristiani di diverso sesso e di diversa età; ma perché la carcere era piena di prigioni, furono fatti stare allo scoperto. Vi era fra di loro un buon vecchio chiamato Iacopo, medico e fervente cristiano. Il comandante, perché lo stimava, lo fece sciogliere e mutar di luogo, facendogli sentire che si mettesse in salvo: ma Iacopo disse che, essendo cristiano, volea morire cogli altri suoi fratelli. Allora un soldato montato in collera gli disse, prendendolo per un braccio: Levati di qui, medico infelice, va a prendere un buon posto nella prigione, in cui verremo presto a ritrovarti. E fu Iacopo contento di esser messo in prigione cogli altri. Indi, essendo venuto l'imperatore in Meaco, furono presi e carcerati altri cristiani. Le prigioni del Giappone e specialmente quelle di Meaco eran così strette e puzzolenti, che chi vi dimorava appena poteva respirare; onde allora otto cristiani s'infermarono e morirono parte di fame e parte di miseria. Avendo poi saputo l'imperatore che vi erano quei molti prigioni per la fede, ordinò che tutti fossero bruciati vivi. Giunto il giorno di quel barbaro eccidio, furono quelle vittime legate insieme e portate sulle carrette al luogo del supplicio. Gli uomini furono posti nelle prime file ed i giovanetti nelle ultime; in quelle poi di mezzo furono collocate le donne coi loro bambini. Andava innanzi un banditore gridando: Il Xogun imperatore vuole che questi sian bruciati, perché sono cristiani. I santi confessori, ogni volta che replicavasi quella sentenza, dicevano ad alta voce: Così è, moriamo per Gesù C.; viva Gesù. Ognun che li vedea piangeva, mirando specialmente molte donne con tanti bambini innocenti destinati alla morte. Scesi che furono dalle carrette i santi martiri, ciascuno domandò ove fosse il suo patibolo per poterlo abbracciare, ma furon legati a due a due allo stesso patibolo, gli uomini cogli uomini, e le femmine colle femmine. Fra gli uomini vi fu un signor della corte nomato Tafioio. A costui furon fatte grandi promesse, ma l'eroe stette sempre forte. Tra le donne poi vi fu la dama Tecla moglie di Tafioio, la quale morì in quel fuoco insieme con cinque suoi figliuoli, tre de' quali le morirono tra le braccia. Quando poi si alzò la fiamma i carnefici si posero ad urlare, gli assistenti a gridare e piangere, ma i martiri a cantare chiamando Gesù. A principio per causa del fumo non si vedevano i condannati, ma finalmente apparvero tutti morti cogli occhi alzati al cielo. E quel che diede più maraviglia fu che di tante persone, potendo elle fuggire, niuna fuggì; anche i fanciulli stettero fermi nel fuoco sino alla morte. Questo martirio seguì ai 7. di ottobre 1619. Narrasi che di poi sopra quel luogo comparve una bella stella che fu veduta da' cristiani e da' gentili.

15. Tra i martiri accennati vi fu una giovinetta nomata Marta, la quale fu dagli officiali tirata in disparte per farla fuggire. Ma ella tanto pianse, che per quietarla bisognò chiuderla in prigione cogli altri. Fu minacciata di tormenti orribili, le furono fatte offerte vantaggiose: ma ella sempre rispondeva che volea morir per la fede. Ella, stando nella carcere, per


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l'umidità di quel luogo divenne cieca, ed allora tutto il suo timore fu di non morire insieme cogli altri. Quando poi uscirono tutti per andare al luogo della loro morte, ella si tenne così strettamente abbracciata colla madre, la quale pure era stata condannata al fuoco, che non fu possibile staccarla dalle sue braccia; onde insieme con lei ebbe l'intento di morire bruciata.

16. Vi fu un'altra eroina chiamata Monica del regno di Mino, la quale per desiderio del martirio procurava di provare tutti i tormenti che poteano gl'idolatri farle soffrire. Giunse un giorno a prender in mano un ferro infocato. La sorella le disse: Sorella, che fai? Ed ella rispose: Mi dispongo al martirio. Ho già combattuto contro la fame, e l'ho superata; ora tocco il fuoco per superarlo, quando mi bisognerà soffrirlo. Chi non si esercita così dee ritirarsi dal pericolo. Questa dama essendo poi giunta al rogo, prima di scendere dalla carretta disse ad alta voce: Uditemi tutti che siete qui: io vi fo sapere che sono cristiana, e muoio cristiana. E così fece una gloriosa morte.

17. Nello stesso tempo seguì il martirio di un eroe cristiano della provincia e città di Omi. Egli era nell'età di trent'anni, e si chiamava Ignazio. Ritrovavasi allora in Meaco, ove fu invitato ad un solenne ballo, che faceasi in onor de' Fotochi. Egli ricusò di danzare, e si burlò di quella vana superstizione; onde fu discacciato dal popolo come cristiano, e si ritirò in Fuximi. Ivi i giudici gli dimandarono se conosceva altri scellerati della stessa religione: Ignazio acceso di zelo, rispose a' giudici che a torto essi chiamavano scellerati gli uomini dabbene che non pensano che a salvarsi. Indi fu posto in prigione, e fatto il processo, fu condannato a morire nel fuoco. Fu tanta la fretta con cui lo condussero al supplicio, che non si trovavano ivi né patibololegna per bruciarlo. In tutto il tempo che bisognò a preparar la catasta, Ignazio se ne stette così tranquillo, che gli stessi pagani ne restarono ammirati. Quando poi fu legato al palo e fu acceso il fuoco, egli recitò ad alta voce il Pater noster, ma non poté compirlo, perché il fumo e la fiamma gli tolsero la parola. Un idolatra, vedendolo mezzo arso gli si fece dappresso, e gli disse: Coraggio, fratello: ora è tempo; raccomandati ai Fotochi. Ignazio volse la faccia dall'altra parte, e continuando a dire il Pater noster pronunziò Amen; e rendette lo spirito a Dio. I cristiani presero il suo corpo, e con onore lo chiusero in un sepolcro.

18. Avvenne anche verso quel tempo l'ammirabile conversione e il martirio di un bonzo. Egli prima era talmente empio, che riceveva in sua casa i passaggieri, affine di derubarli ed ucciderli. Ma essendo pervenuta a notizia della giustizia questa empietà, egli fu condannato ad essere posto sotto terra sino al collo, con divieto di dargli altro che due o tre bocconi di riso la sera per prolungare il suo supplicio. Stette il misero qualche tempo in quello stato: ma quando cominciarono i vermi a rodergli le viscere (ecco il prodigio della divina grazia), alcuni soldati cristiani mossi a compassione, l'esortarono a salvare l'anima, giacché dovea certamente morire, ed a prendere il battesimo, senza cui non potea salvarsi.


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Il bonzo, ch'era della setta di coloro che non credono altra vita che la presente, si burlò di quella insinuazione; ma i soldati continuarono per farlo ravvedere, e specialmente gli dissero che il verme della coscienza gli avrebbe eternamente roso il cuore nell'inferno, con ben maggiore pena che quei vermi non gli rodeano le viscere del corpo in quella fossa. Ed allora il perfido assassino illuminato da Dio domandò il battesimo e lo ricevette con gran dolore de' suoi peccati; indi abbracciò quel suo tormento in penitenza, e morì da santo, continuamente nominando Gesù e Maria.

19. Un altro cristiano chiamato Mattia, portando un abito ad un religioso, fu preso da' soldati, che lo presentarono al governatore. Questi gli domandò di chi fosse quella veste? Mattia per non mentire e non palesare il religioso, non rispose. I soldati per questo suo silenzio molto lo maltrattarono; ma egli stette forte a non rispondere. Allora i soldati lo stesero sopra due pezzi di legno, e gli fecero bere una quantità d'acquagrande che il misero stava per morir crepato. Egli soffrì tutto senza dir parola, e senza dare un lamento. Il governatore lo mandò a Succhendoio signore di Arima, il quale ancorché lo vedesse mezzo morto, lo fece tormentare più crudelmente, facendogli bere più acqua, con fargliela poi rovesciare con violenza. Il paziente domandò un poco di riposo, che gli fu dato colla speranza ch'egli palesasse tutto; ma neppure allora diede alcuna risposta adeguata. Il principe gli minacciò di farlo morire a forza di tormenti; ma in questo mentre Mattia cadde svenuto, ed essendogli uscita la lingua fuori della bocca, un soldato gli diede un pugno sul capo con tanta forza, che dai denti gli restò troncata la lingua. Restò moribondo, e la mattina nel far del giorno rendette l'anima a Dio.

20. Furono crocifissi cinque cristiani, tra' quali vi fu un gentiluomo nomato Simone, il quale era stato soldato, ma di poi si consacrò a Dio ed alla salute delle anime; e perciò nella provincia di Bugen, nella quale era nato, aprì una scuola dove insegnava i dogmi e le massime della fede cristiana. Il principe di Bugen gl'impose che chiudesse quella sua scuola; ma non avendo ubbidito Simone, lo condannò a morire in croce con sua moglie e con tre altri cristiani ch'egli albergava in sua casa. Simone informato della sua morte, scrisse ad un religioso così: Il principe ha pronunziata contro di me la sentenza di morte; bisogna dunque ch'io muoia. Io spesso ho domandato a Dio questa grazia: se i miei peccati non m'impediscono, spero fra poche ore di andare all'eternità beata. Vi prego ad ottenermi la perseveranza. La moglie di Simone ed i tre ospiti cristiani ch'essi aveano albergati, ricevettero con allegrezza la nuova della loro condannazione. Nel giorno seguente, essendo avvisati di dover andare alla morte si posero ginocchioni davanti un crocifisso, e giunti al luogo del loro supplicio, tutti con giubilo si prostrarono innanzi le loro croci. Simone pregò gli officiali della giustizia a ringraziare il principe da sua parte per la grazia di averlo condannato a morire per Gesù Cristo. Furono tutti cinque crocifissi. Simone morì in età di sessanta anni: egli e Maddalena sua moglie morirono nel giorno seguente, gli altri morirono più tardi.


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21. Nell'anno 1543. due gentiluomini di Nangasachi, Giovanni Ciu e Giovanni Ito furono decapitati per avere albergati due padri missionarj. Perché i due nobili rei erano di gran merito, il governatore fece quanto poté per salvarli; ma essi in vece di aiutare la loro difesa, sostennero che loro era dovuta la morte. Le loro mogli all'incontro erano quelle che fecero maggiore ostacolo, dicendo elle che, mentre i mariti erano stati lontani, aveano fatti già scrivere i proprj nomi nel catalogo de' cristiani; e per questa ragione pretendeano che la morte toccava ad esse e non ai mariti. Ma i mariti tanto si adoprarono colle ragioni e colle preghiere, che riportarono la vittoria, e fu loro in Nangasachi tagliata la testa.

22. In questo stesso anno un nobile cristiano del regno di Fingo nomato Lione Nonda, dopo aver preso il battesimo in Nangasachi, si ritirò nella sua città d'Isafay, dove attendeva a fare una vita divota, e la sua principale occupazione era di stabilire i cristiani che vacillavano nella fede. Egli essendosi affaticato per assodare un certo giovane che si era pervertito, vedendo finalmente che ci perdeva il tempo, l'abbandonò. Quegli per dispetto andò ad accusarlo che era cristiano. Il governatore mandò tre giovani a persuadere Lione che rinunziasse alla sua fede. Quelli posero tutte le loro forze per farlo prevaricare; ma in fine, vedendolo fermo in non voler abbandonar la religione, lo legano, discacciano la sua moglie ed i figli dalla sua casa e lo consegnano alle guardie. Indi il governatore gli mandò a dire da parte di sua moglie che dissimulasse almeno colla bocca la fede e non volesse vedere la ruina di lei e di tutta la sua famiglia. Lione rispose che, essendo i mali di questa vita temporali, egli volea più presto soffrir questi, che i mali dell'altra che sono eterni; e che se egli l'abbandonava, non l'avrebbe abbandonata Dio. Il governatore, non essendogli riuscito questo stratagemma, gli mandò più volte altri personaggi di autorità a pervertirlo. Lione rispose al governatore che per gratitudine della bontà che avea per esso gli mandava a dire che se non lasciava egli di adorare i Cami ed i Fotochi, sarebbe certamente dannato per sempre nell'inferno. A questa risposa il governatore entrato in collera nello stesso punto lo condannò a morte. Lione avvisato di ciò ne ringraziò il Signore e fece un bel discorso agl'idolatri che erano presenti, esortandoli a seguire Gesù Cristo. Indi nella notte seguente fu posto in barca e condotto in un'isola vicina, dove gli fu troncato il capo, essendo egli in età di 42. anni.

23. Un governatore del regno di Oxu, nomato Masamune, aveva pubblicato un editto, con cui ordinava a' fedeli di lasciar la loro religione sotto pena della vita, e con ciò costrinse un suo stretto parente a rinunziare alla fede che sino a quel tempo avea professato. Questo parente aveva un figliuolo pure cristiano di dodici anni, e andò a dire ai giudici ch'esso ed il suo figlio ancora aveano abbandonata la fede. Ma il figliuolo andò a trovare i giudici, e disse loro essere affatto falso quel che avea detto suo padre; mentre egli era cristiano e volea morire cristiano. Il padre sapendo ciò lo condusse avanti i giudici, i quali dissero al fanciullo che se volea esser cristiano dovea rinunziare l'eredità


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del padre: Rinunzio, rispose subito con animo grande il fanciullo, non solo l'eredità di mio padre, ma anche tutte le grandezze del mondo per guadagnarmi la vita eterna. Il padre in udir queste parole, gli corre sopra con un pugnale per ucciderlo, e l'avrebbe ucciso se non fosse stato trattenuto. Il fanciullo, vedendo il padre avventarsegli contro col pugnale, non fuggì, ma si pose ginocchioni e presentò il petto. Passati non però alcuni giorni, il padre, avendo veduta la fedeltà del figlio, si ravvide, confessò il suo errore, ne chiese perdono a Dio, e si protestò avanti ai giudici ch'egli era cristiano e che volentieri accettava la morte per cancellare col suo sangue l'ingiuria che avea fatta a Dio. E un giorno in un'adunanza di cristiani, lacerandosi le carni con una disciplina, disse con lagrime: Fratelli, io sono indegno del nome di cristiano. Ho commesso una grande scelleraggine e ingratitudine contro il mio Creatore e Redentore. E così la costanza del figliuolo fu la salute del padre.

24. Lo stesso Masamune mandò un suo officiale nomato Tagimadono per tutti i suoi stati ad esterminare i cristiani. In un borgo detto Mizusama vi era un santo uomo nomato Gioachimo con Anna sua moglie, che era anche una santa donna, ed erano ambedue vecchi. Tagimadono, non avendo potuto ottenere da Gioachimo che rinnegasse la fede, lo fece mettere in prigione con ordine che fosse fatto morir di fame. Ma essendo stato quegli sovvenuto da alcuni cristiani, il tiranno ordinò che fosse decapitato con sua moglie. Essendosi poi di ciò sparsa la notizia, andarono molti cristiani a visitar Gioachimo alla prigione, dove egli esortò tutti a meditar continuamente la passione di Gesù Cristo, dicendo che la memoria di quella avrebbe data loro forza di superare tutte le cose contrarie alla loro salute. Mentre stava così parlando, vennero i carnefici e gli fecero vedere collari e manette di ferro; ed egli allora abbassò il capo e ringraziò Dio che lo facea degno di portare quei ferri stimati da lui più che gli scettri e le corone de' monarchi. Andando poi i due santi sposi al luogo del supplicio, furono incatenati nel collo e nelle braccia. Anna era accompagnata da due matrone e Gioachimo da molti cristiani che andavano coperti di seta per onorare il loro martirio. Giunti finalmente al luogo della loro morte, quando il carnefice stese la mano per troncare il capo a Gioachimo, i cristiani gettarono un gridogrande, che il carnefice per lo spavento non troncò se non per metà il collo del paziente; ma un altro carnefice subito finì di troncarlo, dopo aver Gioachimo pronunziati due volte i nomi di Gesù e di Maria. Indi subito fu decapitata Anna, pronunziando ella gli stessi sacrosanti nomi. Ciò avvenne nell'anno 1621.

25. Nell'anno 1622. vi fu un grande eccidio di martiri, che fu nominato il Martirio maggiore, poiché furono martirizzati ventuno religiosi e trenta secolari, parte decapitati e parte bruciati vivi in Nangasachi. Fu ammirabile specialmente la costanza che dimostrarono coloro che furono condannati al fuoco. I giudici ordinarono che i condannati fossero attaccati ai loro patiboli leggermente, acciocché per il dolore del fuoco potessero più facilmente sciogliersi e fuggire, e così dichiararsi apostati; ma i santi confessori stettero fermi nel


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fuoco sino alla morte. Vi fu uno di loro il quale fuggì dal fuoco; ma vedendo la moglie che moriva costante, ritornò al patibolo e di nuovo nel fuoco si gettò. Vi furono poi due altri giovani che pure fuggirono dal fuoco e si presentarono a' giudici, invocando Xaca e Amida. Gran cosa! quanto dispiace l'incostanza nel bene anche ai malvagi! Gl'idolatri ebbero tanto disprezzo di questi due apostati che li presero e di nuovo li gettarono nel fuoco, e così i miseri cambiarono il fuoco temporale nell'eterno.

26. Vi furono tre dame in Umura che dimostrarono una maravigliosa fortezza nel loro martirio. Avendo uno de' magistrati visitata una di queste dame chiamata Giusta, il di cui figlio per la fede era stato privato di tutti i suoi beni e poi anche della vita, le disse che le avrebbe fatti ricuperare tutti i beni del figlio defunto, se ella avesse voluto lasciare di esser cristiana. Giusta aveva un'altra figliuola nomata Maria in età di 14. anni. Pertanto il giudice avendo presente quella figliuola, le disse che l'avrebbe adottata per sua figlia, se volesse adorare gli dei. Rispose la donzella: Adorare gli dei! io adoro un solo Dio, creatore del cielo e della terra. Per lui è morto mio fratello, e per lui voglio anch'io morire. Il giudice allora andò a trovare la vedova del morto fratello nomata Agata, dama giovane di 17 anni, ch'era vicina al parto, e le disse falsamente che Giusta la sua suocera avea rinnegata la fede, e che ella ancora dovea far così, mentr'egli poi avrebbe avuta cura del bambino. Agata gli rispose che meglio bramava che il bambino morisse nelle sue viscere, che metterlo in mano di un idolatra ed uccisore di suo padre, e ch'ella aspettava la morte, sperando di veder presto il suo sposo nel cielo. I governatori informati di tutto ciò dal giudice condannarono le tre dame a morire nella seguente notte. Recata che fu ad esse questa nuova, s'inginocchiarono ringraziando Gesù Cristo della grazia che loro faceva, ed allegre si avviarono, quando fu tempo, al luogo del supplicio, accompagnate da più di trecento cristiani. Ivi giunte, Agata si pose ginocchioni, tenendo Giusta alla destra e Maria sua cognata alla sinistra, e dopo fatta orazione presentarono tute tre il capo, che fu loro troncato.

27. Un altro martire nomato Paolo guadagnò la corona nella sua vecchiezza con una nuova sorta di supplicio. Egli avea ottant'anni, la maggior parte de' quali avea spesi in atti di carità col suo prossimo, e specialmente in assistere a' fedeli infermi o perseguitati. Un giorno, in cui fu egli citato dai giudici, andò subito a ritrovarli, allegro di consacrare a Dio la sua vita, di cui presto dovea esser privato. Il governatore vedendolo forte nella fede, lo condusse in un monasterio di bonzi, i quali adoprarono tutta la loro scienza per farlo prevaricare, ma egli dimostrò loro quanto era falsa la religione che professavano, e quanto eran chiare le verità della nostra. Onde il governatore diede di mano ai tormenti. Lo condussero alla riva del mare e gli minacciarono di gettarvelo se non rinunziava alla fede. Indi fu buttato in una barca, dove gli furono posti i piedi in un sacco ed il capo in un altro. Allora Paolo disse a' soldati che gli uomini della sua età non aveano che sperare né che tenere sopra la terra,


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e ch'egli non avea maggior pena, che di non aver amato di più il suo Dio in sua vita, dopo tante grazie che gli avea fatte. Quei barbari irritati da tali parole stesero il buon vecchio sulla terra e gli saltarono co' piedi sul ventre, e dopo averlo tutto pestato, gli legarono i piedi e le mani, gli attaccarono una gran pietra al collo e lo gettarono in mare; ed egli con maraviglia di tutti si mantenne a galla per un'ora sovra dell'acqua, e di poi tranquillamente spirò. Fra lo stesso tempo furono martirizzati nove cristiani, tra' quali vi fu un fanciullo, che per lo spazio di sette giorni fu tormentato, acciocché palesasse il luogo ov'erano nascosti i religiosi; ma egli non fece altro che nominare Gesù e Maria. I carnefici per rabbia gli aprirono con ferri le spalle, e nella ferita versarono piombo liquefatto, e il fanciullo non altro dicea che Gesù e Maria! desidero di andare in cielo a vedere Dio. Finalmente i giudici, disperando di vincerlo, lo fecero bruciar vivo con tutta la sua famiglia.

28. Nell'anno 1623. nella città di Iedo furono martirizzati 24. altri cristiani, tra' quali vi fu una dama nomata Maria che avea albergato un religioso missionario. Il governatore avendo fatto quanto potea per pervertirla, in fine, non potendo guadagnarla, la condannò al fuoco con cinque altre dame cristiane. Nel giorno della morte Maria fu legata sopra un cavallo per andare al luogo del supplizio. Andava ella con faccia ridente accompagnata dalle altre dame compagne del martirio; ma lo spettacolo che movea tutti a piangere era il vedere diciotto fanciulli che insieme eran condotti alla morte. Eran così innocenti, che andavano per la strada ridendo. È un orrore il leggere le crudeltà che usarono con questi agnellini: agli uni troncaron la testa, ad altri aprirono il ventre sino alla gola, altri gli tagliarono per mezzo, e molti ne presero per li piedi e li divisero in più pezzi. Nel tempo di questa carnificina le cinque dame si trattennero a fare orazione: indi fu posto fuoco alla legna, e le sante eroine morirono costanti in mezzo a fuoco lento.

29. Nell'anno 1624. il re di Bigen non era molto contrario a' cristiani; ma per piacere a Xogun imperatore diede a tutti l'esilio dalle sue terre. Eravi nella città di Faroxima un nobile nomato Francesco Ioiema giovine di 24. anni. Stando egli in campagna, seppe che il custode di sua casa avea detto a' ministri della giustizia che in quella casa non vi erano cristiani. D. Francesco, intendendo ciò, subito scrisse al governatore che il custode avea mentito, mentre egli era cristiano, e tale sarebbe stato sino alla morte. Il principe si afflisse di questa lettera, poiché gli dispiaceva di perdere un cavaliere così valoroso; onde pregò tutti i suoi parenti ed amici ad impegnarsi, acciocché d. Francesco rinnegasse la fede. Essi fecero il possibile per pervertirlo, ma nulla ottennero con tutte le offerte che gli fecero per parte dell'imperatore. Il Tono gli fece anche scrivere da' primi personaggi della corte; ma d. Francesco buttò al fuoco le lettere. E quando il corriere gli disse che quei signori di tal cosa si terrebbero offesi, egli rispose: Amico, voi siete corriere, non consigliere; dovete dar le lettere, e non dare avvisi. Avete soddisfatto alla vostra incumbenza, altro non vi resta che ritirarvi.


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Poco appresso vennero quattro gentiluomini mandati dal Tono, che lo richiesero se volea seguire la religione del principe. Rispose ch'egli volea seguire sino alla morte quella di Gesù Cristo, ch'era il re del cielo e della terra. Il Tono, avuta questa risposta, mandò tre uomini con ordine di farlo morire, quando non volesse cedere. Succedono a questi altri tre, ed entrando in sua casa gli palesano il dolore del Tono in vedersi costretto a trattarlo col rigore delle leggi. Gli pongono avanti la ruina di tutta la sua famiglia, se egli non cede; ma d. Francesco intrepido risponde: Il Tono è mio principe, e può comandarmi, ed io gli ubbidirò in tutto ciò che non è contrario alla legge di Dio; ma è cosa troppo ingiusta il volere ch'io disubbidisca al Sovrano de' re, il quale mi vieta di adorare altro Dio fuori di lui. Replicarono quelli: Ma se non lo fate, bisogna risolversi a morire. Rispose d. Francesco: Io vi son risoluto, e vi assicuro che non potevate recarmi nuova migliore di questa. Tuttavia quei gentiluomini non lasciarono l'impresa e gli dissero: Ma giacché siete annoiato di vivere, morite almeno come uomo d'onore; tagliatevi il ventre, come fanno le persone onorate. Rispose il cavalier cristiano: Lo farei se la legge di Dio me lo permettesse; ma ella mi vieta di privarmi di vita. Voi avete braccia e spade, potete uccidermi quando volete. Io terrò per mio padre chi mi la morte, mentre mi una vita migliore di quella che mi toglie. Ciò detto, domandò loro il permesso di andare a licenziarsi da sua madre; onde subito salì alla sua camera, e disse alla madre: Signora, l'ora da me tanto desiderata e domandata a Dio è giunta. Vado a morire. Perdonatemi i disgusti che vi ho dati, e datemi la vostra benedizione. E si pose ginocchioni per riceverla. La madre l'abbracciò e poi gli disse: Figlio mio caro, Dio vi benedica, e vi dia la grazia di morire da santo. Sento pena di perdervi, ma mi consola il pensiero che voi morite per Gesù Cristo. Sia egli sempre benedetto per la grazia che vi concede. Ciò fatto d. Francesco si licenzia anche da sua moglie, e ritorna alla sala per ricever la morte. Ivi giunto saluta i gentiluomini, s'inginocchia, e dopo fatta la sua orazione stende il collo, ed uno di essi gli troncò la testa.

30. Quando d. Francesco era combattuto dagli officiali del Tono, acciocché abbandonasse la fede, egli che non ancora era stato preso da' ministri, intese che un certo Mattia da lui conosciuto era stato posto in prigione come cristiano: allora egli disse: O felice Mattia! quanto invidio il vostro stato! E prendendo subito la penna gli scrisse una lettera rallegrandosi della di lui felicità. Or questo Mattia non molto dopo lo seguitò. Era egli officiale di un signore idolatra della città di Firoxima: or questo suo signore per molte vie cercò di pervertirlo; ma non avendo potuto vincerlo, lo fece legare colle mani, braccia e col collo ad un legno. Questo tormento nel Giappone è molto aspro; poiché le funi stringono talmente che entrano nella carne, ed alle volte persino alle ossa. Stette Mattia così legato per un giorno ed una notte: ma con ciò in vece d'intenerire il suo padrone, più l'irritò; onde gli fece imporre al collo un gran pezzo di legno, e soffrì il


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paziente questo tormento per quattro altri giorni, ne' quali mandò quel suo signore più persone per farlo rendere. Ma persistendo egli sempre forte, finalmente l'accusò al Tono, che lo condannò a morire in croce. Mattia ricevette questa condanna con grande allegrezza, pensando che moriva come morì il suo Salvatore; onde quando vide la sua croce, l'adorò ginocchioni, ed a somiglianza dell'apostolo s. Andrea esclamò: O croce santa, santificata colla morte del mio Signor Gesù Cristo, io vi adoro con tutto lo spirito mio. Disse poi il Confiteor, e dopo fatto un poco di orazione alzando gli occhi al cielo soggiunse: Sia sempre lodato Gesù Cristo, che si degna chiamare a sé un peccatore così grande, come sono io, per mezzo della croce. Pronunziò queste parole con tanta allegrezza, che gl'idolatri, udendo dissero: E chi si salverà, se questi uomini non si salvano? Alzato poi che fu sulla croce, fu trafitto colla lancia, e morì in età di 37. anni ai 17. di febbraio 1624.

Tre giorni prima un altro buon cristiano e nobile per nome Giovanni dopo 18. mesi di carcere fu condannato a morte. Pregò colui che gliene recò la nuova di ringraziare il Tono che lo facea morire per la sua fede. Giunto al luogo del suo sacrificio, disse a tutti che egli moriva non per altro delitto, che per essere cristiano. Lo fecero morire con una barbara morte; poiché dopo averlo spogliato nudo lo distesero in terra, e col ferro lo divisero in due parti.

31. Morto che fu nell'anno 1622. il martire Damiano per la fede, furono confiscati tutti i suoi beni, ed alla di lui madre Isabella, alla moglie Beatrice ed alle figlie fu assegnata la loro casa per prigione. Erano ivi continuamente assistite dalle guardie, che continuamente le importunavano ad abbandonar la legge cristiana; ma rispondevano sempre che desideravano di morire per Gesù Cristo. Finalmente il Tono dopo due anni di prigionia condannò tutti alla morte, fuori della madre, la quale fece grandi lamenti di non vedersi condannata insieme cogli altri, onde il Tono per contentarla ordinò che fosse fatta morire cogli altri. Furono pertanto tratti dalla casa per andare al supplicio, fuori di un figliuolo di dodici anni chiamato Paolo, ch'era stato nascosto da un pagano che volea salvargli la vita; ma Paolo tanto strepitò, che gli riuscì di andare alla morte insieme cogli altri. Furono imbarcati per andare al luogo del supplicio, e per la via s'incontrarono con un'altra madre, che insieme co' suoi figli era parimente condotta a morire; onde si salutarono a vicenda, e si posero a cantare le divine lodi. La prima che fu martirizzata fu la dama Beatrice. La seguì Paolo suo primogenito. Aveva il fanciullo al collo una cravatta usata nel Giappone dai nobili. Il carnefice disse che bisognava levarla, Paolo si alza, e subito se la toglie; si rimette ginocchioni, e pronunziando Gesù e Maria, riceve il colpo. Il suo fratello Giovanni di anni nove, vedendo morto Paolo al suo lato, s'inginocchia intrepido, e presenta il collo, che subito gli fu troncato. Restavano due figliuole, Maddalena di tredici anni ed Isabella di sette. I carnefici prendono Isabella, e la gettano sul corpo di sua madre già morta, e poi l'uccidono con tre colpi di scimitarra; e così fu uccisa anche Maddalena. Finalmente la vecchia


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dama Isabella, dopo aver mirata con tanta sua pena la carnificina di sua famiglia, avendo ottenuto dai carnefici di morire l'ultima, per avere la consolazione, come dicea, di vederli passar felicemente dalla terra al cielo, fu anch'ella decapitata. Ecco dove giunge lo spirito che hanno i veri cristiani.

32. Similmente Maria moglie di Giovanni Sucamoto, morto per la fede, aveva avuta la sua casa per prigione con quattro suoi figli; e similmente essendo ella coi figli stata condannata alla morte, furono condotti alla stessa isola per essere giustiziati. Maria col suo minor figliuolo, che aveva dieci anni, furono i primi a perder la testa. Gli altri tre figli erano rimasti nella barca; onde i carnefici presero questi tre fratelli, e posero ciascuno in un sacco sino al collo. Essi pregarono i carnefici a legarli tutti tre insieme, acciocché si trovassero uniti in morte, come erano stati in vita. E così avvenne; poiché li attaccarono insieme con grosse pietre e li gettarono in mare.

33. Inoltre in un porto di Firando vi era un fervente cristiano nomato Michele, il quale era da tutti per tale conosciuto a cagion del suo zelo; onde presto fu condannato a morte con tutta la sua famiglia. I suoi figli erano stati da lui sì bene educati, che gl'idolatri faticarono per due giorni d'intorno ad uno di loro nomato Giovanni di tredici anni per pervertirlo; ma egli sempre rispose: Io voglio morir cristiano. Orsola moglie di Michele avea una fanciulla molto savia e bella; alcuni pagani pregarono questa madre a dar loro quella sua figliuola, promettendo essi di provvederla. Rispose Orsola che per tutto l'oro del mondo non avrebbe mai permesso che alcuno de' suoi figli andasse in mano degl'idolatri. Essendo giunto poi il giorno del loro martirio, Michele prese sotto il suo braccio la figliuola maggiore nomata Chiara, e coll'altra mano una candela accesa per simbolo della sua fede: Orsola prese la minore chiamata Maddalena parimente con un'altra candela: Giovanni lor figliuolo andava innanzi portando ei pure la sua candela. Arrivati al luogo del supplicio, Orsola pregò di essere fatta morire in ultimo luogo, dicendo: Voglio vedere in sicuro tutta la mia famiglia, prima ch'io muoia. E così consumarono tutti il loro sacrificio.

34. Il primo a morir decapitato fu Michele che avea 37. anni. Il carnefice con un colpo gli troncò il capo; ma non avendo fatta che una picciola ferita alla figliuola Chiara di sette anni che stava fra le braccia del padre, l'uccisero poi i carnefici con molti colpi replicati. Dopo ciò si alzò Giovanni, e pregò sua madre ad accomodargli i capelli ch'erano troppo lunghi, acciocché il carnefice potesse troncargli il capo. La buona madre l'abbracciò, gli alzò i capelli annodati sul capo, indi il fanciullo ritornò al carnefice, e vedendolo un poco giovane, gli disse: Mi pare che tu abbi timore, e non abbi ancora decapitato alcuno. Sta attento, fa bene l'officio tuo. Ciò detto s'inginocchia, giunge le mani, e chiamando Gesù e Maria, riceve intrepido il taglio della testa. Finalmente Orsola, avendo già veduti morti il marito ed i figli, disse bagnata di lagrime: Siate benedetto, mio Dio, di avermi fatta degna di assistere a questo sacrificio. Fatemi ora la grazia di aver parte


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nelle loro corone. Non ho più figli che questa fanciullina. Mio Dio, ve l'offerisco; ricevetela insieme con me, che a voi mi sacrifico. Indi abbracciata la fanciulla, ricevette il colpo, che troncò insieme la testa della madre e quella della figlia.




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