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S. Alfonso Maria de Liguori
Vittorie dei Martiri

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CAP. III.

Argomento.

Martirio glorioso di cinque religiosi bruciati vivi. 2. Morte di Lione, uno degli ambasciatori mandati al Papa, con tre suoi figli barbaramente trucidati. 3. Martirio glorioso di due valenti cristiani, Caio e Iacopo. Conversione maravigliosa del nominato Caio. 4. Morte di due nobili nel fuoco, Organtino e Lucia sua moglie. 5. Costanza di Monica dama decapitata per la fede da un suo parente. 6. Molti nobili martirizzati nel fuoco. 7. Martirio di Susanna dama e di suo marito. Intrepidezza della madre in veder tormentata la figlia. 8. Fortezza di un'altra donna chiamata Monica, che prese in mano i carboni accesi, e di Giovanni suo marito, che prevaricò, e poi si ravvide. Contesa di Giovanni con Paolo per ottener la morte. 9. Morte di Giovanni e di Monica con Lodovico fanciullo di lei figliuolo e di altri cristiani bruciati. 10. Nuovi tormenti inventati. Sono tormentati due paggi di Bucondono, Michele e Giovanni, il quale finalmente muore crocifisso. 11. Ottanta cristiani tormentati. Tormento particolare di Gioachimo e Gasparo e delle loro mogli. Strazj fatti ad un uomo chiamato Giovanni. 12. Due nobili Tommaso e Giovanni suo figlio posti sovra lastre infuocate. 13. I martiri colla preghiera e confidenza in Dio superavano tutti i tormenti. 14. Un valoroso cristiano per nome Bartolomeo tormentato colle sue figlie. 15. Fortezza di un fanciullo nomato Pietro, e di un vecchio di 72. anni nomato Simone, imitata dai suoi figliuoli. 16. Martirio di Paolo e di tre suoi figli. 17. Tormenti e morti date ai cristiani nel monte Ungen. Esecuzione del loro martirio. 18. Martirio di una donna forte nomata Maddalena. Un'altra Maddalena prevarica, poi piange il suo errore. 19. Tre eroi, Paolo, Gioachimo e Giovanni nominati di sopra, martirizzati nelle acque bollenti nel monte Ungen con altri cristiani. 20. Tormenti e morte di un valente cristiano nomato Lionardo, marito della donna forte Maddalena mentovata di sopra. 21. Martirio generoso di Iemone. Condanna di tutti i cristiani. Fortezza di un vecchio cristiano chiamato Iemone e de' due suoi figli Taiemone ed Iscibioio e delle loro mogli Tecla e Domenica e de' loro servi. Martirio glorioso delle nominate persone. 22. Martirio di un'altra schiera, tra cui vi fu una figliuola di tredici anni, che volle morire vicino al padre. 23. Martirio di un'altra schiera, di cui fu capo un nobile nomato Paolo, la moglie del quale molto bramò di morire col marito. 24. Generosità di due cavalieri Antonio ed Ignazio. 25. Costanza di una donna per nome Isabella. 26. Fortezza di un giovane nomato Simone, che morì pei tormenti sofferti delle acque bollenti. 27. Cresce la persecuzione. Il p. Iscida missionario muore bruciato vivo. 28. Morte di un valente fedele nomato Iacopo, martirizzato con Maria sua madre. 29. Costanza di Agata moglie di Iacopo nel martirio di tre fanciulli suoi figli. 30. Morte di Iacopo avo materno di detti tre figliuoli. 31. Trecento cristiani posti nei tormenti. Fanciulla di tredici anni orribilmente tormentata. Gran numero di fanciulli straziati a vista de' genitori. Fortezza de' fanciulli e debolezza de' genitori. Costanza di Tommaso. Morte disperata del tiranno Bucondono nelle stesse acque del monte Ungen. 32. Discorso e scrittura di un missionario, che molto commosse l'imperatore. 33. Distruzione della missione durata per ottantaquattro anni, ed estinta a tempo dell'imperator Toxogunsama per l'ordine di calpestare il crocifisso. Fatto ammirabile di un religioso, che ottenne il martirio per un atto di mansuetudine.

1. Nell'anno 1624. ai 25. di agosto furono condannati alle fiamme cinque religiosi: il p. Vasquez domenicano, il p. Lodovico francescano, il p. Sassandra pure francescano, il p. Caravaglia gesuita ed il fratello Lodovico giapponese francescano. Furono legati al palo con deboli legami, acciocché sciolti da quelli potessero facilmente fuggire, e con ciò dimostrarsi apostati, o almeno dessero divertimento al popolo col persistere nel fuoco sciolti com'erano. Il primo che fu bruciato fu Lodovico il giapponese, che vedendosi sciolto se ne andò fra le fiamme a gettarsi avanti i sacerdoti e baciar loro le mani, e poi ritornò al suo patibolo, dove giunto poco dopo spirò. Il secondo che morì fu il p. Caravaglia. Il terzo fu il p. Sassandra, che, essendo arsi i suoi legami, voleva andare a trovare i suoi compagni, e, tenendo i piedi arrostiti, si fece forza; ma non potendo camminare li salutò da lontano, e poco dopo morì. Gli altri due, perché il fuoco era troppo lento, stettero per tre ore in quel tormento, e poi spirarono.

2. Verso lo stesso tempo vi fu un valoroso cristiano chiamato Lione Misaqui, che era stato uno de' quattro ambasciatori giapponesi mandati a Roma a prestare ubbidienza al papa Gregorio XIII. l'anno 1585. Lione nella


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prima persecuzione vacillò nella fede, o almeno ne diede sospetto; ma ravveduto, chiamò il suo primogenito, e gli disse che egli per purgare il suo delitto era risoluto di morire per Gesù Cristo. Il figliuolo, sentendosi debole, si ritirò in altro paese. Lione chiamò appresso tre altri suoi figliuoli, Andrea, Tommaso e Giovanni, e domandò qual fosse la loro intenzione. Tutti tre riposero che erano risoluti di morir seco per la fede. Gli officiali del Tono, temendo di Lione, fecero prigione Giovanni il più giovane. Lione allora si presentò al giudice, e gli disse che per lo addietro avea dissimulata la religion cristiana, ma che al presente era risoluto di riparare anche colla morte alla sua infedeltà. Il giudice parlò ad Andrea figlio di Lione; quegli a principio vacillò, ma poi pentito del suo errore andò insieme col padre e cogli altri due fratelli a costituirsi prigione. Indi furono i tre servi di Dio tormentati per farli rinnegare; ma, resistendo con fortezza, furono insieme col padre condannati a morte. Lione giunto al luogo del supplicio, si pose a dar coraggio a' suoi figliuoli; ed allora venne il figlio del Tono, e disse che volea far prova della bontà delle sue armi sui corpi de' martiri. Onde furono giustiziati; uno però in modo straordinario; poiché, legato ad un patibolo, fu a lui col medesimo colpo troncata non solamente la testa, ma insieme ancora la spalla sinistra.

3. Tralascio poi di narrare di consimili martiri per non tediare il lettore, ma non posso lasciar di riferirne altri, che hanno qualche speciosità particolare. Fra questi vi è il martirio di Giacomo Coyci e di Caio Coreyano bruciati per la fede. Nell'anno 1625., regnando lo stesso imperatore Xogun in Nangasachi, il mentovato Iacopo fu posto in prigione per avere alloggiato un missionario. Il nominato Caio, sapendo essere stato carcerato Iacopo suo amico, andò per parlargli nella carcere; ma perché gli fu ciò impedito dalle guardie, egli facendo forza passò nella medesima, dove per la sua insolenza restò anch'egli prigione. Il luogotenente del governatore lo fece molto maltrattare, in modo che gli restò la faccia tutta pesta da' colpi ricevuti. Allora il luogotenente gli disse che non potea liberarlo dal castigo che meritavasi, se non promettea di non insegnare più la dottrina cristiana, come Caio praticava. Caio si scusò di non poterlo ubbidire, dicendo ch'egli avea consacrata la sua vita all'istruzione del prossimo. Il luogotenente che lo amava, lo liberò dalla prigione; ma Caio disse nell'uscire: Non credete ch'io lasci di ritornarvi: io verrò a servire i prigioni, che che mi possa costare. Allora il luogotenente mutò volontà, e comandò che restasse nella carcere; e Caio restò ivi posto tra' ferri. Ma venne il governatore, e gli promise di scordarsi di quanto avea fatto, se desse parola di non istruire più i cristiani. Caio di nuovo replicò ch'egli non poteva astenersi dal fare quell'officio di carità. Il governatore lo rimandò in prigione, dicendo che l'avrebbe fatto bruciar vivo, ed in fatti non molto dopo lo condannò al fuoco insieme col suo amico Iacopo. Andarono pertanto essi allegri al luogo del supplicio, cantando le litanie. Giunti ivi, Caio fugge dalle mani delle guardie, e corre ad abbracciare il patibolo che gli era preparato, e Iacopo


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fece lo stesso. Indi furono legati, e fu dato fuoco alle legna. Caio stando tra le fiamme s'inginocchia, ringrazia Dio ad alta voce in farlo degno di morire con quella morte, che tanto avea desiderata, e rende lo spirito a Dio. Iacopo essendo in mezzo alle fiamme si alzò per parlare agli astanti; ma, mancandogli le forze, benché vedesse arsi i legami, si pose ginocchioni, e morì invocando Gesù e Maria.

Prima di passare avanti giova qui narrare la conversione di Caio. Egli era idolatra, ma aveva un gran desiderio di salvarsi; onde si ritirò dentro d'un bosco per pensare a' mezzi di sua salute. Egli stava allora nel paese del Corey, il quale essendo stato allora conquistato da' giapponesi, esso restò fatto schiavo, e portato nel Giappone, dove si pose a pensare qual setta de' bonzi doveva abbracciare, per assicurar la sua eterna salute. Si ritirò pertanto in un principale lor monasterio, ch'era in Meaco; ma ivi non trovava la pace che cercava. Una notte mentre stava in letto gli parve che 'l monasterio andasse a fuoco, e poco dopo gli apparve un fanciullo di una rara bellezza, e gli disse che presto avrebbe ritrovato quanto bramava. Indi si licenziò dai bonzi per ritirarsi in sua casa. Appena uscito incontrò un cristiano, a cui scoprì le sue angustie sulla salute che desiderava. Il cristiano gli dichiarò le verità di nostra fede. Gli piacquero, e poi si fece meglio istruire da' missionarj, e si consacrò d'allora in poi al servizio di Dio ed all'istruzione degl'idolatri. Finalmente fu martirizzato, e così trovò il riposo che cercava.

4. In Funay, città capitale del regno di Bungo, avendo il signore di quella ordinato a tutti di abbandonar la religione cristiana, vi fu un certo gentiluomo per nome Organtino che ricusò di ubbidire all'editto. Aveva egli una nobile moglie nomata Lucia fervorosa cristiana. Il Tono non avendo potuto indurli a lasciar la fede, li condannò amendue finalmente ad esser bruciati. Giunto il giorno del loro martirio, furono condotti alla spiaggia del mare, luogo destinato al lor supplicio. Organtino, vedendo il suo patibolo, scese da cavallo, e prostrato lo salutò; e Lucia fece lo stesso. Uno degli officiali disse allora ad Organtino: Ebbene, miserabil vecchio, che vi pare del banchetto che vi è preparato? Che dite di questo patibolo sul quale avete ad esser bruciato? Organtino baciando quel patibolo rispose: Ecco la scala che mi fa salire al cielo. Io non mai l'abbandonerò, per quanto siano cocenti i miei dolori. Indi, dopo essersi licenziato da' suoi amici, che ivi l'assisteano, i carnefici lo legarono insieme colla moglie al patibolo, e posero fuoco alle legna. Il vento spinse la fiamma verso Lucia, sì che presto rendette l'anima a Dio in età di 67. anni. Organtino poi stette sempre ritto fra le fiamme senza dar segno di dolore, e parimente morì bruciato.

5. Nello stesso tempo una dama giovane di 37. anni nomata Monica, ch'era stata ripudiata dal suo marito per esser cristiana, se ne andò a Cubata in casa de' suoi parenti. Ma ivi trovò un suo fratello più crudele del marito, che volea maritarla con un altro pagano, a fine di pervertirla. Ella disse al fratello che aveva fatto voto di castità, onde non potea più maritarsi. Il fratello sdegnato la


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fece servire per un anno in cucina come una schiava. Informata di ciò la moglie del governatore, se la fece chiamare, e cercò in tutti i modi di farle rinnegar la fede. Monica, per togliere ogni speranza apparente di esser veduta maritata, si tagliò i capelli. I parenti vedendo ciò, ne diedero parte al governatore, che loro permise di fare ciò che voleano di quella loro parente. Allora barbaramente la stesero sovra una stuoia, e le dissero che bisognava o cambiar religione, o morire. La dama allora si pose ginocchioni, e presentò il capo, che gli fu troncato da uno de' suoi parenti.

6. Nel paese di Cubata nell'anno 1625. furono condannati al fuoco 32. cristiani, i quali in sentire la loro sentenza fecero gran festa. Vi erano fra essi 23. uomini e 9. donne, tutti di sangue nobile. Quando erano condotti al supplicio furon tutti legati, fuorché le donne ed un fanciullino nomato Tommaso. I martiri camminavano con faccia allegra e divota, il piccolo Tommaso andava innanzi tenendo un libro di litanie. Era egli molto amabile al viso, ed andava con tanta allegrezza, che inteneriva ognuno che lo mirava. Egli cominciava le litanie, e gli altri rispondevano. Il cammino fu di due leghe. Giunti al luogo destinato, ciascuno fu legato al suo patibolo, e subito fu posto il fuoco alle legna, e tutti allora morirono tenendo gli occhi alzati al cielo e ripetendo spesso: Abbi pietà di noi, Signore; abbiate di noi pietà. Deposero molti testimonj che in tempo di notte si vide sopra i loro corpi una celeste luce, e che gli abitanti di Mina salivano sui tetti delle case per vedere il prodigio, che nella terza notte fu osservato poi da trecento persone.

7. Una dama cristiana nomata Susanna, nata in Facata, fu citata come cristiana insieme col marito Pietro. Susanna allora si prese fra le braccia una sua figliuola di tre anni, e volle che il di lei nome fosse posto nella lista de' cristiani: e vedendosi condotta insieme con altre tre donne ed uomini, prese il marito per la mano e gli disse: Io credo che vogliano tormentarci; io vado la prima, e spero coll'aiuto di Dio di mantenermi fedele. Lo stesso mi prometto di voi. Ricordatevi che questa vita è breve, e l'eternità è molto lunga. I giudici prima si affaticarono a pervertire Susanna con più minacce, e poi le fecero patire il tormento della verecondia con farla spogliare. Mentre ella pativa quella confusione, uno dei giudici vedendo quella bambina nelle braccia di una delle sue serve, domandò di chi fosse figlia. La serva, per salvarla, rispose esser figlia sua. Susanna gridò: No, questa è figlia mia. Vedete la lista, ove ho fatto scrivere il suo nome. I giudici sdegnati fanno spogliare la bambina, e la legano attraverso de' piedi di Susanna. Era un gran freddo, onde la bambina gridava, e la madre offeriva la sua pena a Dio, e patì questo tormento per otto ore. Dopo ciò le fu posto un collare di ferro al collo, e servì in cucina per sei mesi legata con una fune in qualità di schiava. Finalmente fu condannata a perder la testa. Nel cammino le fu tolta la sua piccola figliuola, il che le apportò maggior pena di tutte le altre sofferte, e di poi le fu troncato il capo.

8. Vi fu un'altra donna forte chiamata Monica, la quale, avendo il governatore


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ordinato che fosse spogliata ed abbandonata agl'insulti di certi giovani, il marito, benché cristiano, spaventato da tal disonore disse al governatore: O empio! salva l'onor di mia moglie, e farò quanto vorranno i giudici. Onde cadde, dicendo che rinnegava la fede, purché fosse a sua moglie salvato l'onore. Ma la dama Monica restò forte; e comandata dal tiranno a prendere in mano alcuni carboni accesi, per provare il fuoco in cui minacciava di farla morire, Monica stese la mano, il governatore sfoderò la spada per troncargliela, ed ella non la ritirò. Il marito, nomato Giovanni, essendo tornato in sua casa, si sentì così tormentato dalla coscienza per l'errore commesso, che andò a ritrovare il governatore. Quegli l'accolse con cortesia, lodandolo della sua perversione; ma Giovanni rispose: Io vengo a dirvi che ho parlato contro la mia coscienza, dicendo che avrei fatto quanto voleano i giudici. Io non ho mai rinnegata la fede col cuore; onde vengo a protestarmi che son cristiano, e vi prego di farlo sapere a' giudici. Il governatore conferendo il fatto coi giudici, lo fece condurre in prigione. Ivi subito venne Monica co' suoi tre figliuoli a rallegrarsi col marito del suo pentimento. In questo mentre avvenne un altro fatto di pietà. Vi fu un cavaliere giovane e ricco chiamato Paolo, il quale, sentendo che Giovanni stava carcerato per aver alloggiato un missionario, andò a trovare i giudici, e disse che il missionario era stato albergato da lui e non da Giovanni. In fatti il missionario nel giorno precedente a quello, in cui egli passò alla casa di Giovanni, era stato da più tempo albergato da Paolo; onde dicea Paolo che il castigo e la prigione toccavano a lui, non a Giovanni. Giovanni all'incontro dicea che il missionario era stato preso in casa sua, e perciò a lui toccava la pena. I giudici li trattarono da pazzi, vedendoli contendere per guadagnarsi la morte. Ma finalmente si giudicò che Giovanni dovesse soffrir la pena, e che Paolo restasse in prigione.

9. Finalmente furono avvisati Giovanni e la moglie Monica con altri prigioni che doveano andare a Nangasachi per esservi giustiziati. Presto la santa comitiva si avviò al supplicio. Tutti erano a cavallo, fuori del piccol Lodovico figlio di Monica, ch'era portato in braccio da un soldato. Giunti al luogo destinato, gli uomini che doveano essere bruciati furono collocati ai loro patiboli. Le donne stavano presso i loro mariti ginocchioni in orazione. Il fanciullo Lodovico, essendo posto a terra dal soldato, corse a trovar sua madre: ma Monica lo fece ritirare per non essere turbata nella sua orazione; onde il fanciullo ritornò al soldato, che di nuovo lo prese in braccio. E Giovanni accortosi dello spavento di Lodovico, gli disse: Figlio mio, abbi coraggio, non temere; presto siamo tutti per entrare in paradiso. Indi furono prima decollate le donne insieme col fanciullo Lodovico. Di poi, essendosi posto fuoco alle legna, un certo Giovanni Tanaca andò mezzo bruciato tra le fiamme a baciar le mani a Giovanni marito di Monica, e poi se ne tornò al suo palo, dove cadde e spirò. Finalmente tutti consumati dal fuoco andarono a ricevere la loro palma nel cielo.

10. Dopo questo tempo crebbe la


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persecuzione nell'anno 1627., e s'inventarono nuovi tormenti più crudeli per tormentare i cristiani. E la cagione di ciò fu questa. Bucondono, signore di Facacu nel regno di Arima fu accusato che mal governava il suo stato; e l'imperatore Xogun voleva privarlo dei beni e della vita, per essersi trovati alcuni missionarj nelle sue terre: onde appena scampò il castigo colla promessa di esterminare i cristiani dal suo paese. Pertanto egli giunto colà fece mettere in nota il nome, non già delle donne, ma di tutti gli uomini ed anche dei fanciulli. E fece poi fare tre strumenti di ferro, che divisamente formavano il nome Quirixitan, cioè cristiano, per imprimere poi con quei ferri infuocati la fronte e le guance dei martiri. Molti per non soffrire questo tormento rinnegarono; ma altri stettero costanti. Fra questi vi furono due giovani paggi di Bucondono, Giovanni e Michele. Il governatore dopo averli tentati per tutte le vie a lasciar la fede cristiana, minacciò di far loro troncare tutte le dita delle mani. Essi allora intrepidi presentarono le loro mani ad essere troncate. Il governatore fu in punto di troncarle da vero, ma poi si ritenne e li discacciò dalla sua casa. Michele allora andò a nascondersi in una foresta; onde il governatore chiamò di nuovo a sé Giovanni, e trovandolo forte nella sua religione, gli fece bruciar la faccia con una torcia, in modo che poi le narici gli diventarono fracide. Indi fece mettergli una fune al collo, ed attaccare ad una trave, talmente che non toccava terra se non coll'estremità de' piedi. Di più lo fece legare le mani ed i piedi dietro le spalle, e poi alzare in aria, e girare rapidamente; tormento durissimo: onde il povero giovine per tale sconvolgimento stava per morire, se il governatore non l'avesse fatto sciogliere. Egli non morì allora, ma visse soffrendo acerbissimi dolori sino alla morte; poiché tutte le sue piaghe erano putrefatte e prese dalla cancrena. Egli tuttavia stette sempre allegro ed animava tutti a patire per Gesù Cristo. Finalmente ai cinque di maggio dell'anno 1627. compì il suo sacrificio in età di 37. anni; poiché il tiranno lo fece crocifiggere col capo all'ingiù, e morì quattro giorni dopo essere stati martirizzati i sedici servi di Dio nelle acque bollenti del monte Ungen, come appresso narreremo.

11. Nel paese di Ximabara 80. cristiani, vedendo cresciuta la persecuzione, si animarono insieme a morire per la fede. Avvisato di ciò il Tono li fece condurre in una fortezza, ed ordinò al comandante di costringerli a rinnegare. Ma non avendo potuto da quelli ottenere alcun profitto, li fece passare ad uno ad uno per una porta; fuori della quale erano poi così flagellati, che molti vi lasciarono la vita, e gli altri restarono quasi moribondi. Di più Bucondono fece condurre a Ximabara i principali cittadini di Chicunozu. Due di costoro, nominati Gioachimo e Gasparo, venuti colle loro mogli, il Tono li fece legare ad un palo, ed ivi fece loro imprimere nel volto co' ferri infocati il nome di cristiano descritto di sopra, e poi li mandò in prigione. Indi li fece trasportare in Chicunozu insieme con un giovane nomato Lodovico, il quale si gettò a' piedi de' martiri e li baciò con tenerezza. I carnefici irritati lo legarono e gli diedero tante bastonate, che gettava sangue per le


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narici, per la bocca e per gli occhi, e poi lo fecero morire crudelmente, come presto vedremo. Furono poi i martiri condotti in diverse province per terrore de' cristiani; ed indi a chi fu tagliato un dito, a chi bruciate tutte le parti del corpo con torce ardenti; a molti furono spezzate le gambe e schiacciato il capo fra due legni. Ad un giovane chiamato Giovanni, ordinò il presidente che gli fossero troncate le dita con una forbice infocata. Giovanni stese la mano per soffrire il tormento: ma il luogotenente del Tono lo fece condurre in una casa per farlo prevaricare. Gli presero poi la mano per fargli fare un segno sulla carta, ma egli la prese e la stracciò; dopo di che lo legarono ad un palo e con tanaglie arroventate gli strapparono le carni delle dita. Dopo ciò gli bruciarono la faccia e poi i fianchi per lo spazio di un'ora intiera, e per affatto disfigurarlo gli scorticarono il volto con giunchi marini, e Giovanni tutto soffrì con ammirabil pazienza.

12. Inoltre vi fu un vecchio di Sucori di 68. anni nomato Tommaso, che avea un figliuolo chiamato Giovanni. Questo figliuolo fu tentato da uno de' governatori a rinunziare alla fede cristiana. Egli si dimostrò costante: onde colui gli disse che pertanto si preparasse insieme col padre al castigo che gli darebbe il Tono. Il cavaliere, sentendo ciò, racconta al padre quanto era seguito. Il padre si dimostrò invigorito dalla divina grazia, e pregava i suoi amici: Aiutatemi a ringraziare Dio ed a bene impiegare il poco di vita che mi resta. Bucondono si affaticò egli ancora a sedurre Giovanni; ma trovandolo sempre costante lo fece condurre ad un governatore, che, avendo fatto infocare più lastre di ferro, vi fece coricare il buon vecchio Tommaso, tenendolo due uomini l'uno per le mani e l'altro per li piedi, e voltandolo dall'una e dall'altra parte, acciocché fosse del tutto arrostito; e il buon vecchio tutto sopportò in silenzio e con fortezza. Indi tolsero da quel tormento il padre e vi posero Giovanni il figlio, il quale fu così consumato dal fuoco, che gli apparirono le ossa scoperte, ed egli nel tempo che fu così cruciato non fece altro che benedire Iddio.

13. Se mai alcuno mi riprendesse nell'esporre io quegli orribili tormenti, per timore che alcuno leggendoli potrebbe mancar di confidenza nel caso che si trovasse in simili cimenti, prego il mio lettore a rispondergli che la forza di soffrire i tormenti in tempo di persecuzione non ha da venire da noi, ma ci ha da essere donata da Dio, il quale è onnipotente ed ha promesso di esaudire ognuno che con confidenza lo prega: Clamabit ad me et ego exaudiam eum 1. Chi manca della confidenza in Dio manca anche nella fede, dicendo che non può; perché ciascuno che nelle occasioni di necessità si raccomanda a Dio fidato nella sua promessa, certamente vincerà confortato da Dio che fa dire a' suoi servi: Omnia possum in eo qui me confortat 2. E così hanno superati questi ed altri tormenti tutti i santi martiri. Ma seguiamo il racconto di altre crudeltà usate co' santi confessori.

14. I governatori richiesero gli altri cristiani se si fidavano di soffrire le stesse pene. Un valoroso cristiano chiamato Bartolomeo subito si offerì a patire il fuoco. Il governatore


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con rabbia si pose a percuoterlo con un bastone, in modo che lo lasciò quasi morto a terra. Indi cominciarono a tormentare le figlie di Bartolomeo. Tra esse vi era una per nome Regina, di dodici anni, bella di corpo e di spirito. Questa sollecitata a rinunziare la fede, rispose che volea morire per Gesù Cristo; onde fu attaccata ad un palo coi piedi all'insù, dove con una torcia gli fu arso tutto il corpo. Intanto fu avvisato il governatore che il buon vecchio Tommaso, il quale era nella carcere, stava prossimo a morire per le sue piaghe; ed il tiranno spietato ordinò che gli fossero troncate quattro dita della mano, e poi fosse gettato vivo in mare con una pietra al collo. E così fu eseguito. Poiché avendolo posto in una barca, prima gli troncarono le quattro dita, e poi lo fecero affogare nell'acqua alla presenza di Giovanni suo figlio, che stava posto nella stessa barca, per dargli maggior tormento; di poi mentre d. Giovanni teneva il capo tutto bruciato, lo condussero via dentro una bara di canne portata sulle spalle da due uomini.

15. Vi fu un fanciullo nomato Pietro di tredici anni, che per farlo rinnegare, l'appesero ignudo ad un albero, e poi lo bruciarono con torce accese; e il fanciullo intrepidamente soffrì il tutto. I tiranni, non sapendo più che fare, presero un vaso di vetro ben cocente, e lo posero in mano di Pietro, dicendogli che se egli lo lasciava, era segno che rinnegava la fede: il fanciullo prende il vaso infocato, e non lo lascia, benché il fuoco gli penetrasse sino alle ossa. Vi fu poi un vecchio di 72. anni nomato Simone, il quale trovato forte nella fede dal governatore, gli fu dal medesimo imposto che o abiurasse o si gettasse ignudo sovra del fuoco. Il buon vecchio prendendo il comando come venisse da Dio, e temendo di dare segno d'infedeltà se ricusava di ubbidire, subito si spoglia e si stende sovra i carboni, dove gli fu comandato che si voltasse prima sovra di un fianco, poi sull'altro, poi sul ventre e sul dorso; ed in tutto ubbidì. Il tiranno confuso lo lasciò; ma gli assistenti lo tolsero dal fuoco, e lo mandarono a medicarsi in sua casa. Il governatore, vedendosi vinto dal padre, si pose a tormentare i di lui figliuoli in terribili maniere. Il padre vedendoli uscir vittoriosi dal combattimento, disse loro che moriva contento in aver osservata la loro fedeltà a Dio, e con questa allegrezza morì dopo dieci giorni del suo supplicio.

16. Di più fu tra questo tempo tratto dalla prigione un certo buon cristiano chiamato Paolo con tre suoi figliuoli. Il governatore, per mettere in timore il padre, gli dimandò quali dita volesse che fossero troncate ad Antonio ch'era il primogenito. Rispose Paolo che ciò non toccava a lui; e il tiranno allora ordinò che gli fossero troncate tre dita per mano. Il giovane presentò la mano, e soffrì il tormento con intrepidezza. Il suo fratello Baldassarre mirandolo, esclamò: O fratello mio, quanto belle mi paiono le vostre mani tronche per la gloria di Gesù Cristo! Ond'egli stesso presentò pure la sua mano al carnefice che gli troncò ogni dito in più volte. Il terzo chiamato Ignazio, di cinque anni, vedendosi avvicinato il carnefice collo stesso coltello, presentò da sé la sua piccola mano, e quel barbaro gli troncò il primo dito, e glielo pose davanti gli occhi: di poi


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gli troncò un altro dito dell'altra mano, ed egli tutto soffrì senza lamenti. Indi furono condotti tutti con altri cristiani in alto mare, dove furono immersi nell'acqua, e poi ritirati nella barca, dove per il tormento del freddo molti della compagnia rinnegarono la fede. Il valente Paolo mentovato di sopra vide morire i tre suoi figliuoli sotto gli occhi suoi affogati nel mare, ed aspettava il suo martirio per presto seguirli, ma fu trasportato con altri alla spiaggia, dove gli furono impressi i caratteri di fuoco sul volto, e troncate le dita, ed egli si pose a dar animo a' suoi compagni, i quali con intrepidezza soffrirono lo stesso tormento. Tutti poi così sfigurati come stavano, furono licenziati. Paolo cadde svenuto per cagion dell'effusione del sangue, e narrò che in quel deliquio aveva veduti i suoi figli che lo consolavano e gli davano coraggio. Egli poi si ritirò a vivere in una piccola capanna ove visse in una estrema povertà.

17. Ma di questa libertà ricevuta i prigioni non godettero gran tempo. Poiché Bucondono risolvette di farli morire con una morte crudele; onde ordinò loro che ritornassero alla prigione, ed essi ubbidirono. Ecco ora la morte crudele che eglino patirono finalmente insieme con altri fedeli. Due leghe distante da Nangasachi vi è un monte assai alto e scosceso, chiamato il monte Ungen: dalla sua sommità si vedono tre o quattro abissi profondi pieni di acque sulfuree e bollenti, per li fuochi che vi son di sotto. Queste acque sgorgano fuori con fiamme da grandi aperture, nomate dai giapponesi bocche d'inferno; e le acque si chiamano acque infernali, vedendosi bollire e fumare come fossero in una caldaia posta sul fuoco. Elle cadono dal monte con gran fragore, e formano più stagni in diversi luoghi; ed anche in quegli stagni sono sì cocenti, che appena poste sulla carne penetrano sino alle ossa. In questo luogo orribile furono condotti i nostri martiri in numero di sedici nell'anno 1627. per essere gettati dal monte in quei profondi abissi. Fra questi alcuni eroi cristiani nomati Paolo, Gasparo e Lodovico suo figlio, Giovanni, Alessio e Gioachimo mentovati di sopra. Partirono a cavallo cantando per la via le divine lodi. Giunti alla sommità del monte, donde si osservavano quegli abissi, niente si atterrirono i servi di Dio; anzi Paolo e la moglie di Gasparo si posero a cantare: Laudate Dominum omnes gentes etc. E Paolo parlò prima agli idolatri, che non vi era altro che un solo Dio, per cui eglino sacrificavano la vita, e poi rivolto a' compagni diede loro coraggio al martirio. Giunti che furono tutti sull'orlo del precipizio, furono spogliati e legati con una fune sotto le ascelle da' manigoldi, per alzarli ed abbassarli a loro voglia in quelle acque infernali.

Il primo ch'ebbe a provarle fu un certo Lodovico, il quale comandato dagli officiali di gittarsi in quel pozzo, animato dallo spirito di Dio, facendosi il segno della croce, ed invocando Gesù e Maria, intrepido vi si gettò dentro, e consumò il suo martirio. Paolo non però avvertì i compagni non esser lecito il gettarsi da sé da quel monte; onde allora ve li gettarono ad uno ad uno i carnefici, e furono veduti per qualche tempo andare a nuoto sopra quelle acque bollenti, in cui presto poi lasciarono la vita. L'ultimo ad esser


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precipitato fu Paolo; ma prima lo legarono a' piedi, e poi lo immersero col capo all'ingiù in quell'acqua; indi lo trassero fuori mezzo morto: e così fecero la seconda volta, mentre Paolo ripetea: Sia lodato il ss. sacramento. Finalmente nella terza volta lo fecero morir nell'acqua, ove conseguì la sua corona dopo tanti tormenti sofferti per la fede.

18. Bucondono, dopo essersi affaticato a sedurre gli uomini, s'impiegò a pervertire le donne. Fra esse vi fu una nomata Maddalena che fu sforzata a sottoscrivere il suo nome nel libro de' rinnegati. Ella diede allora un gran colpo al libro, dicendo che non avrebbe mai ubbidito a' ministri del demonio. I giudici offesi da tali parole, la caricarono di bastonate e la mandarono in prigione, e poi la fecero condurre al mare. Andando ella s'incontrò per via con un suo fratello nomato Gasparo. Le guardie condussero al mare legato anche il fratello, ed ivi giunti, l'obbligarono a persuadere sua sorella a scriversi in quel libro. Gasparo rispose: A Dio non piaccia ch'io commetta questa malvagità; animerò più presto mia sorella a morire per la fede. Gl'idolatri stettero per gettarlo nell'acqua, ma non lo fecero, perché contro di lui non si era fatto ancora il processo. Si rivolsero poi a sua sorella Maddalena e le ordinarono che o rinnegasse Gesù Cristo o si gettasse nel mare. Rispose la buona donna: Non occorre importunarmi a lasciar la mia fede; tutti i tormenti del mondo non me la faranno abbandonare. In quanto poi al gettarmi, gettatemi voi; io son pronta a morire, ma non mai mi getterò da me stessa. Allora la legarono per li piedi e l'immersero nell'acqua sino a quattro volte: finalmente la gettarono in mare con una pietra attaccata al collo; e così ella si guadagnò la palma. Dopo di ciò immersero nel mare per due volte un'altra Maddalena, moglie di Giovanni, la quale dopo tanti strazj sofferti, vedendosi legato un sasso al collo per essere gittata in mare, miseramente mancò e si diede per vinta. Benché appresso non faceva altro che piangere, protestando ch'era cristiana. Non si sa poi dall'istoria qual fine ella facesse.

19. Indi lasciarono le donne, e diedero di mano agli uomini. Il Tono informato che i prigioni persisteano costanti nella fede, ordinò che fossero condotti al monte di Ungen per esservi gettati in quelle acque bollenti. I servi di Dio avendo ciò inteso, passarono tutta la notte in orazione. Nel giorno seguente giunti alla sommità del monte, si prostrarono a terra per onorare il luogo del lor martirio; uno chiamato Paolo abbracciando suo padre, gli disse: Padre mio, quali ringraziamenti faremo a Dio per l'onore che ci fa di morire insieme per la sua gloria? Paolo fu il primo ad essere gettato in quelle voragini di acque cocenti. Poi colla fune lo tirarono sopra, per vedere se volea rivocarsi. Ma vedendo che appena respirava, e stava per morire, e non rispondeva, gli buttarono sopra una quantità di quelle acque e gli tolsero la vita. Di poi incominciarono a tormentare il valoroso Gioachimo mentovato di sopra. Prima gli fecero provare il dolore di quelle acque cocenti, indi, vedendolo costante a soffrire, gli aprirono con un coltello i fianchi in più parti, versando nelle ferite quella stessa acqua bollente;


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e Gioachimo stette sempre immobile sino all'ultimo respiro. Appresso presero Giovanni, il quale fu tratto in disparte da un pagano, che, dopo avergli detto alcune parole, andò a dire al giudice che Giovanni si era già renduto. Ma Giovanni informato di ciò gridò ch'egli volea vivere e morire cristiano. Il giudice irritato gli fece aprire i fianchi con coltelli e versar quell'acqua nelle ferite; e il servo di Dio in quel tormento non cessava di dire: Gesù mio, non allontanate da me la vostra presenza. Finalmente essendo stanchi i carnefici in tormentare i martiri, li legarono tutti insieme, e poi versarono sovra di loro tant'acqua di quella bollente, che tutti restarono morti. Dopo di che si videro i loro corpi come fossero stati scorticati vivi.

20. In questo medesimo anno 1627. fu posto in prigione un cristiano per nome Lionardo per un furto di cui fu incolpato. Ma egli n'era innocente. Bucondono gli offerì la libertà, purché avesse rinunziato a Gesù Cristo. Lionardo rispose che non volea rinunziarvi, ancorché dovesse patire tutti i mali del mondo. Il tiranno sdegnato lo fece venire alla sua presenza, e prendendo un martello, con rabbia gli schiacciò le dita di una mano uno dopo l'altro e lo rimandò in prigione. Indi in un altro giorno gli fece bere a forza una gran quantità d'acqua, e quando ne fu pieno lo fece stendere in terra, e gli fece salite sul ventre un uomo, il quale coi piedi gli fece render l'acqua insieme col sangue per la bocca, per le narici e per gli occhi. Di più lo fece mettere sopra una scala e poi tirare con violenza per le mani e per li piedi. Narrò poi il servo di Dio che in questi tormenti fu consolato dalla voce di sua moglie Maddalena mentovata di sopra morta in mare, che animandolo gli disse: Lionardo, siate fedele a Dio. Il giudice lo rimandò in prigione, ove digiunava tre giorni la settimana, portava il cilizio e si facea la disciplina. Ivi battezzò un idolatra e convertì due apostati, ed animava tutti a soffrire per Gesù Cristo. Finalmente il Signore esaudì le sue preghiere di morir martire per la fede; poiché fu condannato a perdere la testa, e così consumò il suo sacrificio.

21. Nell'anno seguente 1628. un Tono giovane, per farsi merito presso l'imperatore colla sua crudeltà, ordinò a Xuridono uno de' suoi governatori che costringesse tutti i cristiani de' suoi stati a seguir la religione del paese. Il governatore, ch'era d'animo piacevole, per quietare il Tono gli rispose che nelle sue terre non vi era alcuno cristiano. Ma un altro governatore emulo di lui, registrò una lunga carta di cristiani e la mandò al Tono, il quale dimandò al primo governatore chi fosse tra' suoi il miglior capitano per sollevarlo e fidarsi di lui. Il governatore gli propose Iemone, come il migliore di tutti: ma il Tono sapendo che quegli era cristiano, disse che esso non potea confidare ad un cristiano i suoi stati. Replicò il governatore che Iemone era stato cristiano, ma più non lo era. Se questo è vero, rispose il Tono, io lo solleverò. Il governatore su questa promessa va a trovar Iemone con altri amici, e procura di persuaderlo ad accettar quell'offertavantaggiosa. Iemone disse che non vi era fortuna al mondo che potesse staccarlo da Gesù Cristo. Il Tono informato del tutto ordina ad esso governatore


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di far morire Iemone, sua moglie, i suoi figliuoli e tutti i cristiani. Quegli rispose: Dunque bisogna farne morire più di tre mila. Ma temendo della sua testa, se non ubbidiva, rappresentò al Tono che i precetti della legge cristiana erano tutti giusti, e che fra questi vi era specialmente il precetto di esporre la vita per il proprio principe. Ma il Tono non fece conto di tal rappresentanza, e confermò l'ordine di far morire tutti i cristiani.

In quel tempo il primogenito di Iemone chiamato Taiemone stava gravemente infermo. Ma udendo la nuova della condanna di tutti i cristiani, salta dal letto, dicendo ch'era guarito per l'allegrezza, e va a trovare il vecchio suo padre. Questi se ne consolò e ringraziò Iddio. Iemone di poi fatto inteso che il Tono l'avea condannato a morire insieme co' suoi due figliuoli, rispose che ringraziava il Tono che lo facea morire per sì bella cagione. Indi, essendogli presenti i due figliuoli, il buon vecchio disse loro: Figli miei, io non ho più che desiderare, vedendo che Dio vuole il sacrificio della mia vita, grazia che sempre ho sospirata. Ed i figli parimente si posero a ringraziare Dio che gli facea morire per la sua gloria. Frattanto si adunarono in casa di Iemone Tecla moglie di Iscibioio il secondo-genito di Taiemone, e tutti anelavano il martirio. Il buon vecchio Iemone volle regalare i suoi servi; ma quelli rifiutarono anche il salario loro dovuto, dicendo che voleano tutti morire per Gesù Cristo: e lo stesso dissero i servi di Taiemone e del suo fratello. Eravi tra gli altri un paggio minore di dodici anni. Essi voleanlo rimandare ai suoi parenti. Egli ricusò di andarvi, e poi vi andò, ma solo per licenziarsi da suo padre. Questi volle ritenerlo per forza; ma egli rispose che non volea perderbella occasione di mostrar la sua fedeltà a Dio; e detto ciò, se ne fuggì e ritornò alla casa di Iemone.

22. Vennero i ministri della giustizia due ore innanzi giorno alla casa di Iemone e trovarono i servi di Dio colle mani legate dietro, che attendeano il tempo di esser sacrificati. Iemone andò loro incontro con faccia ridente; ma quelli lo legarono. Iemone allora s'inginocchiò con tutti gli altri davanti un'immagine della Madre di Dio appesa ad una mazza, ed ordinò ad un paggio che la portasse e ad un altro che portasse una candela benedetta accesa. Uscì finalmente la santa comitiva dalla casa con quest'ordine: dopo i due paggi andavano le donne, tra le quali Tecla che teneva in braccio la sua bambina che doveva morire essa pure, e Domenica con un'altra sua figliuola portata da una sua cameriera: gli uomini venivano appresso, cioè i padroni ed i servi, e il valoroso Iemone chiudea la divota processione. Andavano tutti con tanta modestia che n'erano inteneriti gli stessi idolatri. Giunti che furono al luogo destinato, in ginocchioni di nuovo si raccomandarono alla b. Vergine; indi furon decapitate prima le donne e poi gli uomini, e il vecchio Iemone fu l'ultimo a perder la testa, nominando Gesù e Maria. La compagnia fu di venti persone. Restavano cinque servi di Iemone che aspettavano la morte; ma fu loro detto che se ne andassero alle loro case: ed eglino afflitti dissero al giudice: Noi siamo cristiani come questi che son morti; perché non ci fate morire insieme con essi? Specialmente


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vi erano quei due piccoli paggi, che non voleano alzarsi a partire: onde fu necessario gettarli a forza fuori dello steccato; e se ne andarono alle loro case piangendo per non essere giustiziati cogli altri.

23. Appresso fu fatta morire un'altra schiera di cristiani, fra' quali vi fu una figliuola di tredici anni, la quale, andando con suo padre nomato Simeone alla morte, fu presa da alcuni gentili, colla speranza di pervertirla; ma ella fuggì dalle loro mani, e correndo venne al luogo dove stava il padre ginocchioni aspettando la morte, si pose vicina ad esso e furono amendue decapitati.

24. Di poi fu giustiziata un'altra nobile compagnia, di cui fu capo un certo nobile per nome Paolo, il quale fu avvisato dal governatore di apparecchiarsi alla morte. Egli lo mandò ringraziare: ed ecco dopo la mezza notte venne un uomo con ordine di troncargli il capo allo spuntar del sole. Egli si pose in orazione, e giunta la mattina, si avviò al supplicio. Volea seguirlo Maddalena sua moglie; ma fu arrestata, essendole detto che il Tono ad istanza di suo padre le donava la vita. La generosa dama disse che era un'ingiustizia lasciar viva la moglie cristiana, quando si facea morire il marito perché era cristiano. Un officiale vedendola piangere, per consolarla, le disse che le avrebbe ottenuta dal Tono la morte che desiderava, ma che il Tono per la promessa fatta al padre non avrebbe permesso che fosse giustiziata in pubblico: onde le promettea di venire esso la sera a tagliarle il capo nella sua camera. Frattanto Paolo il marito, udendo l'ardente desiderio che avea la sua buona moglie di morire per Gesù Cristo, piangea di allegrezza, e così allegro andò al luogo del supplicio, e dopo avere orato ricevette il colpo della morte. Della moglie non si sa se poi morì come desiderava.

25. Nella terra di Nacaiama vi erano più nobili cristiani. Fra gli altri vi furono un cavaliere nomato Antonio ed un altro nomato Ignazio. Le mogli di questi due per salvare ad essi la vita andarono a deporre al governatore ch'essi non erano cristiani; ma i due eroi si portarono subito allo stesso governatore, e gli dissero che le mogli l'aveano ingannato. Quegli rispose loro che bisognava ubbidire al Tono. Risposero che se il Tono voleva essere ubbidito, avesse ordinata la loro morte, ed essi volentieri l'avrebbero abbracciata. Indi tre giorni dopo Antonio fu eccitato dai soldati in una casa a rinnegar la fede, altrimenti aveano ordine di legarlo. Disse Antonio: Via su, fate presto l'obbligo vostro. Ma perché niuno ardiva di porgli le mani addosso, egli prese una fune e se la pose al collo, e poi mettendo le mani dietro al dorso li pregò a legarlo. E così legato andò alla casa d'Ignazio, dove incontrandolo, gli disse: Ebbene, amico, che vi pare dello stato in cui mi vedete? Rispose Ignazio: Non mi siete mai comparso più degno d'onore che in questo giorno in cui vi vedo portar la livrea di Gesù Cristo, e desidero di esservi compagno. Ciò detto pregò gli officiali che l'avessero legato come Antonio, e l'ottenne. Antonio avea due figliuoli: uno per nome Mancio di quattordici anni, l'altro nomato Michele di undici. Essendo venuti questi suoi figli a trovarlo, disse loro: Come vedete, io sto legato; siete voi pronti a morire per Gesù Cristo?


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Risponde il primogenito: Eccoci, siamo pronti. E ciò detto si presentano a' soldati per essere legati. Quelli dissero che se voleano morire seguissero il lor padre. Ed in fatti furono condotti nel cortile della casa d'Ignazio, ove i due figliuoli, dopo essere stati decapitati Antonio lor padre ed Ignazio, si posero ginocchioni aspettando la morte. I manigoldi mossi a compassione dissero che quei fanciulli non sapeano neppure perché morissero; ma essi risposero: Noi muoiamo per Gesù Cristo. Onde i carnefici prima decollarono Mancio ch'era il maggiore. Michele il minore, vedendo morto il fratello, prende con ambe le sue mani i capelli per alzarli; ed allora il carnefice colla sciabola gli troncò non solo il capo, ma anche le due mani, cosa che trasse le lagrime agli astanti.

26. Di poi furono condotti molti cristiani all'orribil monte di Ungen. Fra questi vi fu una donna nomata Isabella, il cui marito avea rinnegata la fede. Ella fu condotta sulla sponda di quelle voragini; ivi le posero una gran pietra al collo, con un'altra picciola sul capo, dicendole che se ella l'avesse lasciata cadere, avrebbe dato segno di rinnegare. Isabella rispose che quantunque fosse caduto il suo stesso capo, l'anima sua sarebbe sempre ferma e costante nella fede; ma tuttavia per più ore stette ferma, e non lasciò cadere la pietra dalla testa. La notte la passò tutta in orazione, ma per tutto il giorno seguente le fu versato sopra di quell'acqua bollente; e così seguirono a tormentarla per più giorni, ne' quali ella sempre replicava: Io son cristiana e lo sarò sino alla morte. Le diceano gli officiali: Ma noi vi tormenteremo per dieci e venti anni. Ed ella rispondeva: Dieci e venti anni? è troppo poco. Se dovessi vivere un secolo, mi stimerei felice di soffrire ciò che patisco per amor del mio Dio. Seguitarono a tormentarla per tredici altri giorni, onde il suo corpo non era che una piaga; e pertanto bisognò ricondurla in Nangasachi, dove il governatore le fece scrivere per mera violenza il suo nome nella carta de' rinnegati, ma ella restò ferma nella sua fede.

27. Indi venne in Nangasachi che essendo andato nella prigione il governatore, vi ritrovò due cristiani Alessio e Simeone. Alessio interrogato se volea lasciar la fede, rispose che non mai avrebbe ciò fatto; ma egli miseramente poi cadde e la lasciò. Il giudice poi si rivolse a Simeone ch'era il più giovane, di 19. anni, e gli dimandò se avesse studiato. Rispose Simeone: Gli altri studiano per farsi grandi nel mondo; io ho studiato per imparare. Il giudice replicò che molti vecchi cristiani aveano abbandonata la loro fede per salvare la vita; e Simeone rispose: Ma io tengo non potermi salvare, se non nella mia religione. Gli altri facciano quel che vogliono, io non l'abbandonerò giammai. Indi il governatore lo mandò al monte insieme con altri cristiani. Simeone giunto alla sommità del monte fu spogliato e legato, e poi gli fu versata l'acqua bollente sul dorso; ma egli dopo aver sofferto quel tormento in silenzio per molte ore, cadde finalmente svenuto per la violenza del dolore. Rinvenuto che fu, sentì parlarsi nuovamente di rinnegar la fede, e rispose: Sappiate che per quanto mi tormenterete, io non adorerò mai i vostri dei.

Il presidente entrato in collera ordinò


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che fosse la terza volta tormentato colle acque bollenti. Avendolo i carnefici spogliato, non videro nel suo corpo altro che piaghe: tuttavia lo stesero in terra, e seguirono a versare su quelle carni impiagate le stesse acque; e il povero giovane, mancate le forze, di nuovo svenne, onde fu rimesso nella capanna, ove stava prima, e lasciato sulla terra steso. Le piaghe s'imputridirono e vi si generarono i vermi, in modo che davano tal fetore, che per atterrire Isabella, quella donna forte di cui parlammo, fu minacciata di porla nella capanna di Simeone. Temendo poi il governatore che Simeone se ne morisse, mandò un medico acciocché lo guarisse, e se non potea guarirlo lo mandasse a suo padre, mentre l'imperatore volea che i cristiani non si facessero morire, ma si tormentassero sino che rinnegassero; barbara invenzione consigliata dal demonio. Il medico disperando la cura lo fece tornare in casa di suo padre, dicendosi a Simeone che, ricuperata la sanità, sarebbe di nuovo tormentato: ed egli rispose: Questo è quanto desidero. Giunse il santo giovane alla casa del padre più morto che vivo, dove venivano a visitarlo i cristiani, chiamandolo beato per tante pene sofferte per Dio; ma egli per non sentir quelle lodi, pregò che non si aprisse più la porta ad alcuno, e stando ivi solitario spesso udivasi dire: Gesù mio, le vostre piaghe son grandi e non le mie. Quanto soffro è nulla a confronto di quel che voi avete sofferto per me. Dopo tre giorni pregò che gli fosse lavata la faccia. Gli disse il padre: E come? figlio mio, non sapete che la vostra faccia non è che una piaga? Il lavarla accrescerà i vostri dolori. Risponde Simeone: Lavatemi come meglio potete, non vedete che me ne vado in paradiso? E poi domandò il suo crocifisso, dicendo che volea spirare l'anima in quelle sacre piaghe. Postogli davanti il crocifisso, perché non poteva alzar le mani per abbracciarlo, disse: Mio Salvatore, abbiate pietà di me; e pronunciando Gesù e Maria, rendette lo spirito a Dio nell'anno 1630. Il suo padre e gli altri parenti piangeano non tanto per dolore, quanto per allegrezza, vedendo quel martire nella loro famiglia.

28. Indi la persecuzione imperversò talmente nel Giappone, che di 600. mila cristiani non restavano più allora che 40. mila, essendo stati gli altri o pervertiti o martirizzati. Non molto appresso fu martirizzato il p. Iscida missionario. Egli era stato per tre anni in prigione consumato da patimenti. Il governatore seguiva a stimolarlo che rientrasse nella religione del Giappone, in cui era nato. Rispose il buon sacerdote: Signore, se volete spaventarmi, bisogna minacciarmi che mi lascerete in vita. Io desidero patire assai, e morire per Gesù Cristo. Il tiranno lo fece condurre al monte d'Ungen, ove gli slogarono le ossa, e poi seguirono a tormentarlo per trenta giorni con quelle acque bollenti. Finalmente fu bruciato vivo, e così compì il suo sacrificio.

29. Udiamo ora il martirio di un valente cristiano del regno di Fingo, nomato Iacopo, ch'era molto civile. Egli era così divoto, che digiunava tutta la settimana, fuori della domenica, portava il cilizio continuamente, ed impiegava ogni giorno dodici ore in orazione, affin di ottenere da Dio la grazia di morire per la fede. Aveva una moglie nomata Agata, la quale,


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sentendo che il suo marito era stato condannato a morte colla sua madre, chiamata Maria, e che ella non era stata nominata, se ne andò a visitare il marito in prigione, il quale, vedendola piangere gli disse: Agata, perché piangi? Forse per la mia morte? Rispose Agata: No, piango perché non mi vedo condannata come voi. Iacopo le diede speranza che ella ancora resterebbe consolata colla morte. Frattanto Maria, la buona suocera, benediceva Dio, vedendosi vicina a morire per Gesù Cristo; ed ecco che presto vennero i soldati per condurre al supplicio il figlio e la madre. Giunti che vi furono, Iacopo baciò il patibolo, ed ivi stando già legato e circondato dalle fiamme, si pose a cantare: Laudate Dominum omnes gentes, e, terminato il salmo, cadde, e rendette l'anima a Dio. Maria dopo avere offerto a Dio il sacrificio del figlio, si pose ginocchioni e porse la testa, che le fu presto troncata. Pochi giorni appreso Iacopo comparve ad un suo amico, che poco pensava alla salute dell'anima, e gli disse: Amico, tutto passa: donde avviene che non pensate alla vostra salute, e non vi affaticate per l'eternità?

Agata intanto era inconsolabile, vedendosi rimasta viva. Fu poi dopo cinque giorni avvisata che i tre suoi piccoli figliuoli erano stati condannati a morte. Ella di ciò non si afflisse, ma si consolò in pensare che i figli acquistavano la vita eterna; solo rammaricavasi in non potere far loro compagnia: onde disse a' soldati: Se questi miei figli debbono morire, perché sarò io lasciata in vita, che sono loro madre? Il primogenito nomato Giovanni non avea che nove anni, Michele il secondo ne avea cinque, Ignazio due. Or questo piccolo innocente, quando fu chiamato, e gli fu detto, mentre stava giuocando, che dovea morire (cosa ammirabile!), senza atterrirsi entra in casa, prende la sua corona, e si mette ginocchioni ad orare: ed indi tutti e tre i figliuoli, licenziandosi dalla madre, si posero a seguire i soldati. La madre li accompagnò per qualche tempo, poi li abbracciò, e li lasciò patire, dando loro coraggio a morire per Dio. Giunti poi al luogo del martirio, Giovanni si pose ginocchioni, abbassò il suo collare, ed aspettava il colpo della morte: ma il carnefice, che tremava in far quell'azionebarbara, errò il colpo, onde il fanciullo cadde a terra, ma si alzò, e ricevette il secondo colpo che gli troncò la testa. Il carnefice si voltò al fratello minore Michele, ed anche non l'uccise che al secondo colpo. Non restava che il piccolo Ignazio, il quale colle mani giunte stava aspettando la morte. Il carnefice, vedendo il fanciullo che per la sua piccolezza faceagli temere di errare il colpo peggio delle due decollazioni fatte, si perdette affatto d'animo, e con mano tremante gli scaricò due colpi l'uno sopra l'altro, avendo errato il primo, in modo che gli astanti volean trucidarlo; ma il giudice li trattenne.

30. Dopo esser morto Iacopo con sua madre e coi tre suoi figliuoli, fecero morire Lione loro avo materno. Questi era un cristiano di gran virtù. Allorché Iacopo suo genero fu carcerato, si preparò alla morte, e quando i tre figliuolini suoi nipoti andavano al supplicio, li accompagnò sino alla porta della strada, ove li abbracciò, e disse loro più volte cogli occhi bagnati di lagrime: Addio,


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cari miei figliuoli; quando sarete in paradiso non vi scordate di me. Giunto poi alla sua casa, si pose in orazione; ma appena dopo averla cominciata sente alcuni che diceano con voce confusa: Uccidi, uccidi. Agata accorse al rumore; credendo che cercassero lei si presentò per essere condotta in prigione; ma quelli le dissero: Madama, ritiratevi, non cerchiamo voi, ma Lione vostro padre. Il buon vecchio, sentendosi nominare, si alza subito e va loro incontro. Un soldato, essendosi gettato sovra di lui per legarlo, egli disse: Piano, le vostre funi sono troppo deboli, io ve ne darò di migliori. Va e prende delle manette di ferro, e gliele consegna per essere da quelle legato. Allora fu subito condotto al luogo ove stavano i tre suoi nipotini per essere trucidati; ond'egli vide troncar loro le teste, e dopo di essi fu decapitato. Ad Agata, dopo aver perduto tutti i suoi parenti, non era rimasta che una piccola figliuola; e questa anche le fu tolta con gran suo dolore. Non sappiamo poi che avvenne di Agata; perché dopo l'anno 1630. non si trovano più relazioni esatte del Giappone.

31. Bucondono più inferocito che prima fece condurre tutti i cristiani del suo governo nelle pagode, acciocché adorassero i suoi dei. Ve ne furono trecento, che stettero costanti ne' tormenti che lor fecero soffrire. Fra questi martiri vi fu una matrona che aveva una figliuola di tredici anni, alla quale fecero soffrire tormenti orribili: la trafissero con canne aguzze, di poi l'arrostirono sovra le brace, e poi la lasciarono, stanchi di più tormentarla per allora, con animo di straziarla di nuovo. Indi il tiranno inventò un'altra crudeltà diabolica contro i padri e le madri che resisteano ai tormenti. Fece prendere un gran numero di fanciulli, e, persistendo essi a dire che non voleano lasciar Gesù Cristo, fece loro scorticare le mani con ferri; indi vi fece porre carboni accesi, dicendo che se ritiravano le mani, era segno per essi di rinnegar la fede. Altri ritirarono le mani, ma protestandosi che non lasciavano con ciò di esser cristiani. Altri molti poi sostennero il dolore senza muoversi. E ciò avveniva alla presenza de' loro genitori, de' quali gran parte cederono per compassione de' figli, ma cinquanta persone stettero forti nella fede. Vi fu un cristiano chiamato Tommaso, sopra cui faticarono sette giorni a segnargli il collo con una sega di legno, finché gli cadde la testa a terra. Vi furono tre altri che per li tormenti cedettero; ma all'esempio di Tommaso piansero la loro infedeltà, e di nuovo si dichiararono cristiani, e presto furono decapitati; ed altri morirono nel tormento della fossa. Ma dopo ciò ecco la vendetta divina contro il tiranno Bucondono. Egli aveva una piaga incurabile. Procurò da diverse parti molti rimedj, i quali essendogli presentati, volle sorbirli tutti insieme, dicendo che se uno potea guarirlo, prendendoli tutti insieme, sarebbe più sicuramente sanato. Ma avendo presa una gran parte di essi, s'intese come da un fuoco bruciar le viscere. Onde pensò di andare a guarirsi nelle acque del monte di Ungen; ma con tutto che avessero temperate quelle acque bollenti con molta acqua fredda, nondimeno quando fu posto nel bagno, si pose a gridare che moriva bruciato; e dicea di più che le teste de' cristiani fatti da lui morire insoffribilmente


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lo tormentavano, e così morì pieno di rabbia.

32. Eccoci alla fine di questa istoria. Ma prima di terminare mi si permetta narrare un fatto glorioso per la fede. Nell'anno 1632. giunse un nuovo missionario nel Giappone venuto da Roma, il quale, per quanto si fosse tenuto nascosto, fu dal governatore di Nangasachi dinunziato all'imperatore Toxogun, giovane figlio di Xogun antecessore. Ebbe l'imperatore curiosità di parlargli e di sentirlo; onde giunto che fu il sacerdote in Iedo, gli parlò delle verità della nostra fede. L'imperatore gl'impose che tutto avesse scritto in un foglio. Quando fu portata la scrittura alla corte, e quella si cominciò a leggere, fu veduto l'imperatore come sospeso ed agitato da' pensieri. E specialmente quando si lesse l'articolo dell'immortalità dell'anima, disse: Questo bonzo di Europa è uomo sincero in esporre i misteri di sua religione. E poi soggiunse: Se quanto dice dell'immortalità dell'anima è vero, come sembra che sia, che sarà di noi miserabili quanti siamo? E quanto più udiva leggere, più vedeasi restarne commosso. Ma tutti questi lumi ch'egli ebbe della verità della fede, restarono perduti dalle parole di Oindono suo zio, il quale gli disse che le cose dette dal romano erano falsità, e che era cosa indegna di un principe il lasciar la religione de' suoi antenati per abbracciare quella di uno straniero mandatario del re spagnuolo che pretendea impadronirsi del Giappone, come erasi impadronito delle isole Filippine. L'imperatore che dall'infanzia era imbevuto delle massime idolatriche, subito si arrendette ai detti dello zio e condannò il missionario a morir nella fossa, come fu eseguito nel 1634.

33. Finalmente a tempo dell'imperator Toxogusama, che era della famiglia di Dayfusama, fu affatto distrutta (morti o cacciati fuori del Giappone tutti i missionarj) la missione di quei regni. Poiché furono posti per tutte le marine innumerabili esploratori, per indagare quando venisse qualche forestiero: e trovandolo, subito gli presentavano l'immagine del crocifisso, acciocché la calpestasse; e così non vi fu altro missionario che restasse nel Giappone a mantener la fede de' cristiani che vi erano. I porti restarono aperti ai soli olandesi, perché questi, dichiarando di non esser della religione romana, e non venerando le sacre immagini, non hanno avuta ripugnanza di calpestare il crocifisso; sicché nell'anno 1633. restò affatto chiusa la missione del Giappone colla morte di un missionario, Cristoforo Ferreira, il quale prima per lo spavento dei tormenti apostatò, e poi ravveduto confessò la fede, e morì nella fossa. La missione in somma del Giappone non durò più di 84. anni. Poiché s. Francesco Saverio che fu il primo ad aprir questa missione, giunse al Giappone nell'anno 1549. dopo otto anni che furono scoperte (come vogliono i più famosi storici) le isole, o siano i 66. regni del Giappone, ed essendo quella missione terminata nell'anno 1633., come abbiam veduto, ella non ebbe maggior durata di 84. anni. Del resto la fede nel Giappone non morì in quell'ultima persecuzione, giacché vi rimase una gran moltitudine di cristiani. Ma quantunque oggidì si trovi affatto abolita, si spera che, siccome la fede passò


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dal Giappone alla China, così per sostituzione di grazia, abbia dalla China a ripassare nel Giappone. È certo che tanti martiri che nel Giappone consacrarono le loro vite a Gesù Cristo, non lasceranno continuamente di pregare per la salute de' loro nazionali; e per li loro meriti ben si spera che un giorno Iddio libererà quei regni infelici dalla servitù del demonio. La ruina della missione fu la diabolica invenzione di calpestare il crocifisso; poiché in tal modo ebbero a scoprirsi tutti i missionarj che d'allora in poi o furono martirizzati o ebbero a fuggir dal Giappone. Prima di terminare quest'opera delle Vittorie de' Martiri non voglio tralasciare un fatto di molta edificazione. Verso la fine della missione vi fu un religioso agostiniano, che per non essere conosciuto finse di andar vendendo castagne, e così entrò in un bastimento di mare, dove, richiedendo un prezzo molto alterato delle sue castagne, vi fu uno che gli diede uno schiaffo. Egli senza sturbarsi seguiva a vender la sua mercanzia. Ma scorgendo gl'idolatri che tal mansuetudine non era virtù che si praticasse tra di loro, preso il venditore in sospetto, come cristiano, l'arrestarono e poi lo fecero morire, avendo confessato il religioso di esser cristiano. Ammirabil pregio della grazia di G. Cristo che vigore a' suoi servi di esercitar quelle virtù che sono ignote fra gl'infedeli.

Qui si termine a scrivere le Vittorie de' Martiri, dalla lettura delle quali debbon ritrarsi precisamente due cose: la prima che dobbiamo assai confidare all'intercessione de' martiri, che avendo sacrificata a Dio la loro vita, sono presso di lui molto potenti ad impetrarci le grazie che speriamo dal Signore Nella prima parte alla pagina 461. si è posta la preghiera a' santi martiri per uso de' loro divoti. La seconda cosa più importante che dobbiamo ritrarne, è che, se i martiri si fanno da noi amare per tanti patimenti che han sofferti per Gesù Cristo, ed anche per dare a noi coraggio di patire per Gesù Cristo; quanto più dobbiamo amar noi questo nostro Salvatore, ch'è sceso dal cielo, e tanto per noi ha patito, sino a spirar di dolore sopra una croce? Se dunque meritano compassione ed amore i martiri, perché erano innocenti e santi, quanto più dobbiamo compatire ed amar Gesù Cristo, ch'era la stessa santità ed innocenza, e che è morto su d'un legno infame per soddisfare le colpe da noi commesse? Amiamo pertanto questo re de' martiri, come lo chiama s. Agostino; amiamo questo buon pastore che ha voluto con tanto amore dar la vita per noi sue pecorelle e pecorelle ingrate. E se gli siamo stati ingrati per lo passato, procuriamo nella vita che ci resta di compiacerlo e di amarlo con tutte le nostre forze. E perciò non leviamo gli occhi da Gesù crocifisso. Meditiamo ogni giorno per qualche tempo il martirio doloroso da Gesù Cristo per noi sofferto, che contenne e superò immensamente le pene di tutti i martiri; poiché, facendo così, certamente non avremo più animo di disprezzarlo, come abbiam fatto nella vita passata. La sola vista del crocifisso ci spingerà ad amare, almeno per gratitudine, un Dio che è morto per nostro amore. O gran Figlio di Dio e nostro Redentore, dateci il vostro amore. O Madre di Dio, Maria, pregate per noi ed otteneteci questo amore. Amen.

 


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«Transfige, dulcissime Domine Iesu, medullas animae meae, suavissimo ac saluberrimo vulnere amoris tui. Vulnera viscera animae meae, vera et firma et apostolica caritate: ut vere ardeat, langueat, et liquefiat anima mea solo semper amore et desiderio tui. Concupiscat et deficiat anima in atria tua, cupiat dissolvi et esse tecum. Da ut anima mea te solum semper esuriat panem vitae caelestis, qui de caelo descendisti, panem Angelorum, refectionem animarum sanctarum, panem nostrum quotidianum et supersubstantialem, habentem omnem saporem, et omnem dulcorem, et omne delectamentum suavitatis, in quem desiderant Angeli prospicere. Te semper esuriat, te comedat cor meum, et dulcedine saporis tui repleantur viscera animae meae. Te semper sitiat fontem vitae aeternae, fontem sapientiae, fontem scientiae, fontem aeterni luminis, torrentem voluptatis et ubertatis domus Dei. Te semper ambiat, te quaerat, te inveniat, ad te tendat, ad te perveniat, te meditetur, de te loquatur, et omnia operetur ad laudem et gloriam nominis tui, cum omni humilitate et discretione, omni dilectione et delectatione, omni facilitate et affectu, omni patientia et pace perfecta, omni longanimitate et perseverantia usque in finem. Ut tu solus semper sis spes mea, gaudium meum, iucunditas mea, fiducia mea, divitiae meae, dilectio mea, quies mea, tranquillitas mea, dulcedo mea, suavitas mea, cibus meus, refectio mea, tutela mea, sustentatio mea, exspectatio mea, refugium meum, patientia mea, protectio mea, responsio mea, locutio mea, meditatio mea, operatio mea, thesaurus meus, in quo solo fixa et firma, et immobiliter radicata sit semper mens mea et cor meum. Amen.»


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prosit: sic vive, ut quotidie merearis accipere... Quotidie si accipis, quotidie tibi hodie est. Tibi hodie est Christus, tibi quotidie resurgit.» S. AUGUSTINUS, Sermones (supposititii), sermo 84, n. 3. ML 39-1908, 1909.


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partiebatur, ut tres primores eius ferias... agendis tribus Personis SS. Trinitatis sigillatim, pro tam eximio beneficio, gratiis consecraret; tres item posteriores... iisdem Personis seorsim singulis orandis impendebat, ut facultatem sibi praestarent, ita ut oporteret, proximo consequenti die Dominico, caelestis convivii ineundi». CEPARIUS, Vita, lib. 2, cap. 2, n. 135: inter Acta Sanctorum Bollandiana, die 21 iunii.


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noi i legnami, funi, ecc. per gli arratri [armature], perché sarebbe una perdita somma. Onde mastro Giovanni, se non vuol mettere esso i legnami, si stia buono. Scrivete presto tutto ciò, o fatelo scrivere alli Signori deputati.

Circa i due o tre mila ducati delle persone divote, se ne parlerà, quando vengo in Arienzo.

Rimetto il memoriale dell'arciprete di Frasso al Signor vicario, e si regoli come gli scrissi.

Scrivete all'arciprete di Frasso che raccomanderò a Dio l'affare della nipote, e che per ora bisogna aspettare un altro poco di tempo, per vedere se si ferma ella nel pensiero di farsi monaca a Frasso.

Circa la mezza annata del beneficio di Santa Margarita, ditegli che mi contento che s'applichi al cimiterio.

Ho ricevuta la lettera di D. Vittorio Giacinto. Ditegli che io non so quando posso ritirarmi; spero dentro settembre, ma non so quando.

La benedico.

 

Affmo per servirla

ALFONSO MARIA del SSmo Redentore.

 

Conforme all'originale che si trova presso il cavaliere Giancarlo Rossi in Roma.

 

fabbriche della sua Congregazione, l'impiegò eziandio nella sua diocesi, cominciando per la fabbrica di una nuova chiesa in S. Maria a Vico, della quale qui si parla e per la quale persone divote avevano offerto i due o tre mila ducati, di cui più appresso in questa lettera.


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così: «Fra dì e notte, visiterai il Corpo e Sangue mio trentatré volte». PUCCINI, Vita, Firenze, 1611, parte 1, cap. 10, pag. 17. - Vita, 1671, cap. 92, pag. 151, 152.


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B. Wencelsaus aiens, dixit: «Pone pedes tuos in vestigio pedum meorum;» quod et fecit, et calefacti sunt pedes militis, ita ut nullum frigus deinceps sentiret. Vestigia autem pedum gloriosi Martyrus cruentata fortiter apparebant.» CAROLUS IV, imperator et Bohemiae rex, Vita (S. Wenceslai, ducis Bohemiae et martyrus, + 936 aut 938), n. 6: inter Acta Sanctorum Bollandiana, die 28 Septembris. - Quel segretario, essendo rimasto fedele al suo Signore morto, morì impiccato, per ordine del fratricida Boleslao. La sua tomba venne onorata con miracoli e col culto degli abitanti di Praga.


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accipit. - Sapientia: Putas isthaec quaestio amantem deceat? Qiud, oro, me ipso praestantius habeo? Qui ipso suo dilecto fruitur, ecquid illi praeterea requirendum est? Qui seipsum largitur, quid, quaeso, negare possit? Equidem me ipsum tibi do, et te ipsum tibi tollens, mihi copulo et coniungo. Amittis ergo te ipsum, et in me transmutaris. Ecquid sol radiantissimus aeri sereno ac neutiquam nubilo adfert? Quid lucifer oriens obscurae praestat nocti? Quid denique vernans aestatis amoenitas, iucunditatis et elegantiae efficit et producit post exactos gelidae hiemis algores?... Atvero, vel minimum ex me proficiscens donum in venerabili Sacramento, in omnem aeternitatem longe fulget radiatque splendidius quam ullus olis huius splendor; multoque est illustrior atque micantior quam licifer iste conspicuus; denique sempiterno quodam decore ac pulchritudine longe te praeclarius exornat quam ulla umquam aestas, quamblibet amoena, terram ornaverit. An forsitan dubites illustrissimam divinitatem meam quovis sole fulgentiorem; praeclarissimam animam meam quolibet stella micantiorem; atque gloriosum corpus meum quanttacumque aestatis amoenitate delectabilius esse? Quae quidem hodie revera percepisti in Eucharistia». Ciò fa Nostro Signore nell' Eucaristia principalmente colla comunione, ma anche e vera illa praesentia sui in Sacramento».


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riferisce, non solo che al piissimo giovine apparve la Madre di Dio per invitarlo ad entrare nell' Ordine dei Predicatori, ma che poi, in un sogno misterioso, perdendosi egli d' animo per il poco profitto che faceva nello studio della filosofia, gli promise che, col suo aiuto, sarebbe diventato grande in quella scienza, e molto utile alla Chiesa: del che si mostrarono prontamente segni non dubbi. - Cf. Angiolo PUCCETTI, O. P., S. Alberto Magno, Profilo biografico, Roma, 1932, Cap. 1, pag. 23, 24; cap. 12, pag. 391 (fine), 392, 393.


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in 28 capitoli con 160 fogli in 4°, dovuto alla penna di una monaca «discepola della B. Giovanna, chiamata Suor Maria Evangelista». Op. cit., pag. 204. - «La B. Giovanna della Croce dice ch' ogni volta ch' essa si comunicava in questa maniera (spiritualmente), il Signore le dava l' istesse grazie, come se si fosse comunicata sagramentalmente. «O la bella maniera di comunicarsi! aggiungeva essa: senza parlare al confessore, senza domandar licenza, senza parlare ad altro che a voi, o Dio mio, tutto è fatto.» Paolo DE BARRY, Solitudine di Filagia, giorno 10, meditazione 2, Milano (senza data), p. 388.


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O quando sia questo, quando ti piacerò in tute le cose....? quando mi unirai, annegherai, trasporterai e nasconderai in te...? quando, tolti via tutti gli impedimenti e disturbi, mi farai un medesimo spirito con te, perché mai più abbia da appartar da te? ...» S. PIER D' ALCANTARA, Trattato dell' orazione e meditazione, capo 10: Appendice alla vita del Santo, scritta da Francesco Marchese, dell' Oratorio, Venezia, 1702, pag. 32, 33 (dell' Appendice).


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giorno, come lo fece fino all' ultimo di sua vita, per tutto il tempo che fu in monastero, e alcuni mesi prima che vi entrasse, nella sua vedovanza». Lib. 4, cap. 5, pag. 130: «Il suo delizioso gabinetto era la tribuna della chiesa.» - Lib. 9, cap. 13, pag. 155: «Raccolta in una cella, la quale ha la finestra corrispondente all' altare del Santissimo Sagramento, spende la maggior parte del tempo in assistere alla presenza del sovrano Signore.» - S. LEONARDO DA PORTO MAURIZIO, Manuale Sacro, parte 2, § 5, Roma, 1734, pag. 58: «Serva di stimolo alla vostra divozione l' esempio della Contessa di Feria, la quale, rimasta vedova, prese l' abito di S. Chiara, e tutto il suo trattenimento era dinanzi all' altare, dove si deliziava col suo Gesù Sagramentato, fino ad esser chiamata la Sposa del Santissimo Sagramento. Interrogata una volta da una gran dama sua parente, che mai e a che pensasse in quel tempo sì lungo in cui si tratteneva davanti al Santissimo; rispose: «Io vi starei per tutta un' eternità! e non è ivi il nostro buon Dio? Oh! grande Iddio! e voi mi domandate che si fa davanti a lui? Si ama, si loda, si ringrazia, si offerisce, si domanda. Che cosa fa il povero avanti al ricco? che cosa fa un ammalato avanti al medico? che cosa fa un assetato avanti una fontana limpida e cristallina?» Così la discorreva quella buona serva del Signore.»


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este Santisimo Sacramento, en que se quedaba él mismo, no queriendo que entre El y ella huviese otra prenda que despertase su memoria, sino sòlo El.» S. PEDRO DE ALCANTARA, Tratado de la oraciòn, meditaciòn y devociòn, parte primera, capo 4, El Lunes.


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per quam primum in terris suscepimus misericordiam de manu Domini Dei nostri. Aperi itaque tu, Mater misericordiae, benignissimi cordis tui ianuam suspiriosis precatibus filiorum Adam... Ad tuae protectionis umbraculum confugimus... Te... obsecramus, ut Filii... iram... erga nos mitiges, eiusque gratiam... nobis tua conciliet... Tu peccatorem, quantumlibet fetidum, non horres, non despicis, si ad te suspiraverit, tuumque interventum poenitenti corde flagitaveritò tu illum a disperationis barathro pia manu retrahis, spei medicamen aspiras; foves, nec deseris, quousque horrendo Iudici miserum reconcilies». EKBERTUS, Abbas Schonauglensis, Ad Beatam Virginem Deiparam Sermo panegyricus, seu Ad gloriosam Virginem Mariam deprecatio et laus elegantissima, n. 1, 2. Inter Opera S. Bernardi ML 184-1009, 1010.


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iudicii horrore perterritus, barathro incipias absorberi tristitiae, desperationis abysso: cogita Mariam... Ipsam rogans non desperas». S. BERNARDUS, De laudibus Virginis Matris, super Missus, hom. 2, num. 17. ML 183.


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vidi cogli occhi della mente una bellezza, e sentii una soavità di dolcezza, le quali per niun vocabolo potrebbono esprimersi o narrarsi. Onde quello ch' io vidi, trassemi talmente a sé, che tutte l' altre cose che qui si truovano, diventarono, presso di me, come sterco abbominevole, e non solamente le ricchezze temporali ) diletti del senso, ma anche qualunque consolazioni o diletti, quantoché spirituali. Ond' io desiderava e pregava di restar priva di tutte queste consolazioni benché spirituali, purché io potessi piacere al mio Dio, e finalmente possederlo...» ... Caterina... parlando al suo confessore, soggiunse...: «Sapete voi, Padre, come il Signore facesse in quel dì all' anima mia? Come fa la madre ad un suo piccolo figliuolino, ch' ella ama teneramente. Ella mostra a lui le mammelle, e lo lascia star da lungi, acciocché pianga, e poiché ella rise un poco del pianto del pargoletto, l' abbraccia, e baciandolo gli porge allegramente e abbondantemente le poppe. Così dico fece a me il Signore, avvegnaché in quel giorno Ei mi mostrasse il suo Sacratissimo Costato, ma da lontano, ed io per lo desiderio di por la mia bocca alla sagra Piaga, dirottamente piangessi. Egli intanto dappoiché per qualche tempo ebbe riso, come pareva, del pianto mio, finalmente venedomi incontro prese l' anima mia tra le sue braccia, e pose la mia bocca al lato della sua sagratissima Piaga, cioé alla Piaga del Costato; ed allora l' anima mia per lo gran desiderio tutta entrava nel suo Costato; ed ivi tanto conoscimento della Divinità ritrovava, e tanta dolcezza, che se voi lo sapeste, vi maravigliareste come per la grandezza dell' amore non mi si spezzi il cuore; e stupireste come io possa vivere nel corpo con tant' eccesso d' ardore e di carità». B. RAIMONDO DA CAPUA, O. P., Vita, lib. 2, cap. 6, n. 8. Siena, 1707, pag. 201, 202.


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menti tenebras offundentem nebulam terrenamqu crassitiem dissipa, tentationes comprime, vitam meam fauste guberna, ut ad caelestem beatitatem per te ducar, (pacemque mundo concilia).» S. IOANNES DAMASCENUS, homilia I in Nativitatem B. V. M., n. 11, 12. MG 96-678, 679.


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sino preguntar quién son los màs privados, y a buen siguro, que no sean personas que tengan el mundo debajo de los pies; porque éstos hablan verdades que no temen ni deben; no son para palacio; que alli no se deben usar, sino callar lo que mal los parece; que aun pensarlo no deben osar por no ser desfavorecidos. - Oh Rey de gloria y Senor de todos los reis, còmo no es vuestro reino armado de palillos, pues no tiene fin! Còmo non son menester terceros para Vos!... Es imposible dejar de ver que sois gran Emperador en Vos mesmo, que espanta mirar esta Majestad; mas màs espanta, Senor mio, mirar con ella vuestra humildad y el amor que mostràis a una como yo. - En todo se puede tratar y hablar con Vos como quisiéremos.» S. TERESA, Libro de la Vida, cap. 37. Obras, I, 323, 324.


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come pure, ma con indicazione di diversa fonte, dal Crasset (La vera divozione verso Maria Vergine, parte 1, trattato 1, questione 6: Venezia, 1762, pag. 95). S. Alfonso dice: De Nativitate; Crasset: De dormitione Deiparae; né qui né lì l' abbiamo trovata. - Parte di questa sentenza abbiamo in una strofa di COSMA DA GERUSALEMME, attribuita pare talora al Damasceno, come nell' edizione delle sue Opere di Parigi, 1577. La riproduciamo secondo la versione della MG 98-482: «Quae non confundit, o Deipara, spem tuam habens, salvus ero: patrocinium tuum obtinens, o immaculatissima, non timebo: persequar inimicos meos et in fugam convertam, solam retinens veluti thoracem protectionem tuam tuumque omnipotens auxilium. Et deprecor clamans ad te: Domina, salva me intercessionibus tuis, et exsuscita me a caliginoso sommo ad tuam glorificationem, virtute eius, qui in te caro factus est, Dei.»


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enim in mea redemptione est operatus, in tuae personae veritate formavit. Quod mihi Redemptor factus est, tibi Filius fuit. Quod pretium emptionis meae factus est, ex carne tua eius incarnatio fuit...» IDEM, Idem opus, cap. 12, col. 105.


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un Bambino, alcuna volta un Fanciullo un poco più grande, altra volta una fornace d' ardente fuoco, in cui pareale ch' entrasse il sacerdote allorché prendeva il Sagramento...» B. RAIMONDO DA CAPUA, Vita, parte 2, vap. 6, n. 3. Siena, 1707, pag. 193.


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aquilae circa corpus, quando veniet cum intelligibilibus nubibus: Et videbit eum omnis oculus, et qui eum compunxerunt (Apoc. I, 7)? - Est etiam corpus de quo dictum est: Caro mea vere est cibus, et sanguis meus vere est potus (Io. VI, 56). CIrca hoc corpus aquilae sunt, quae alis circumvolant spiritalibus.» - S. HIERONYMUS, Commentar in Evangelium Matthaei, lib. 4, in Matth. XXIV, 28, ML 26-179: «Ubicumque fuerit corpus, illuc congregabuntur et aquilae. De exemplo naturali quod quotidie cernimus, Christi instruimur sacramento. Aquilae et vultures etiam trans maria dicuntur sentire cadavera, et ad escam huiuscemodi congregari. Si ero irrationabiles voluceres naturali sensu tantis terrarum spatis et maris fluctibus separatae, parvum cadaver sentiunt ubi iaceat: quanto magis nos et omnis multitudo credentium debet festinare ad eum, cuius fulgur exit ab Oriente et paret usque ad Occidentem! Possumus autem corpus, id est,  (?) quod significantius latine dicitur cadaver, ab eoquod per mortem cadat, passionem Christi intelligere, ad quam provocamur.. Aquilae autem appellantur sancti, quibus innovata est iuventus ut aquilae; et qui iuxta Isaiam (XL, 31) plumescunt et assumunt alas, ut ad Christi veniant passionem.» - Cf. S. GREGORIUS MAGNUS, Moralia in Iob, lib. 31, in cap. XXXIX, V. 27-30, ML 76, col. 625-631, passim.


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mea, licet tot et tanta sint... possint suspendere te a tam salubri officio pietatis tuae, quo et advocata es et mediatrix hominum, post Filium tuum spes unica et refugium tutissimum miserorum... Absit hoc a matre Dei, quae fontem pietatis toti mundo peperit, ut cuiquam miserorum suae misericordiae subventionem umquam deneget... Officium tuum est mediam te interponere inter Deum et homines... mediam quidem..., reconciliationis... Moveat ergo te... benignissima misericordia tua, quae maior incogitabiliter est omnibus vitiis meis et peccatis.» GUILIELMUS ALVERNUS, Rhetorica divina, cap. 18 (vedi la nota 15 della Visita XXI), Opera, I, pag. 357, 358, passim.


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Tu sei ladro, ma d' amore,

Che ten vai rubando i cor.

Tu da pazzo lo schernisci,

Re malvagio ed arrogante?

Pazzo egli è, ma pazzo amante

Che sen more per amor;

le quali nelle ed. di Napoli, 1755 e Ven. 1758 sono sostituite dai due versetti del Salmo LXXII, come nel testo.




1 Psal. 90. 15



2 Phil. 4. 13.




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