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S. Alfonso Maria de Liguori
Apparecchio alla Morte

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PUNTO I

Uno de' maggiori danni, che a noi cagionò il peccato di Adamo, fu la mala inclinazione al peccare. Ciò facea piangere l'Apostolo, in vedersi spinto dalla concupiscenza verso quegli stessi mali, ch'egli abborriva: «Video aliam legem in membris meis... captivantem me in lege peccati» (Rom. 7. 23). E quindi riesce a noi, infettati da questa concupiscenza, e con tanti nemici che ci spingono al male, sì difficile il giungere senza colpa alla patria beata. Or posta una tal fragilità che abbiamo, io dimando: Che direste voi d'un viandante, che dovesse passare il mare in una gran tempesta, con una barca mezza rotta, ed egli poi volesse caricarla di tal peso, che senza tempesta, e quantunque la barca fosse forte, anche basterebbe ad affondare?3 Che prognostico fareste della vita di costui? Or dite lo stesso d'un mal abituato che dovendo passare il mare di questa vita (mare in tempesta, dove tanti si perdono) con una barca debole e ruinata, qual'è la nostra carne, a cui stiamo uniti, questi volesse poi aggravarla di peccati abituati. Costui è molto difficile che si salvi, perché il mal'abito accieca la mente, indurisce il cuore, e con ciò facilmente lo rende ostinato sino alla morte.

Per prima il mal'abito «accieca». E perché mai i santi sempre cercano4 lume a Dio, e tremano di diventare i peggiori peccatori del mondo? perché sanno che se in un punto perdon la luce, possono5 commettere qualunque scelleragine. Come mai tanti cristiani ostinatamente han voluto vivere in peccato, sino che finalmente si son dannati? «Excaecavit eos malitia eorum» (Sap. 2. 21). Il peccato ha tolto loro la vista, e così si son perduti. Ogni peccato porta seco la cecità; accrescendosi i peccati, si accresce l'accecazione. Dio è la nostra luce;


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quanto più dunque l'anima si allontana da Dio, tanto resta più cieca. «Ossa eius implebuntur vitiis» (Iob. 20. 11). Siccome in un vaso, ch'è pieno di terra, non può entrarvi la luce del sole, così in un cuore pieno di vizi non può entrarvi la luce divina.

E perciò si vede poi che certi peccatori rilasciati perdono il lume, e vanno di peccato6 in peccato, e neppure pensano più ad emendarsi. «In circuitu impii ambulant» (Psal. 11.9). Caduti i miseri in quella fossa oscura, non sanno far altro che peccati, non parlano che di peccati, non pensano se non a peccare, e quasi non conoscono più che sia male il peccato. «Ipsa consuetudo mali (dice S. Agostino)7 non sinit peccatores videre malum, quod faciunt». Sicché vivono come non credessero più esservi Dio, paradiso, inferno, eternità.

Ed ecco, che quel peccato che prima faceva orrore, col mal'abito non fa più orrore. «Pone illos, ut rotam et sicut stipulam ante faciem venti» (Psal. 82. 14). Vedete, dice S. Gregorio,8 con che facilità una pagliuccia è mossa da ogni vento anche leggiero; così vedrete ancora taluno che prima (avanti che cadesse) resisteva almeno per qualche tempo, e combatteva colla tentazione; fatto poi il mal'abito, subito cade ad ogni tentazione, ad ogni occasione che gli vien di peccare. E perché? perché il mal'abito gli ha tolta la luce. Dice S. Anselmo9 che 'l demonio fa con certi peccatori, come fa taluno che tiene qualche uccello ligato10 col filo, lo lascia volare, ma quando vuole torna a farlo cadere a terra; tali sono (come dice il santo) i mal abituati: «Pravo usu irretiti ab hoste tenentur, volantes in eadem vitia deiiciuntur»


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(Ap. Edinor. in Vita lib. 2). Taluni, aggiunge S. Bernardino da Siena (tom. 4. Serm. 15),11 seguiranno a peccare anche senz'occasione. Dice il santo che i mal abituati si fan simili a' molini a vento, i quali «rotantur omni vento», girano ad ogni aura di vento; e di più voltano, ancorché non vi stesse grano da macinare, e benché il padrone non volesse che voltino. Vedrai un abituato che senz'occasione va facendo mali pensieri, senza gusto, e quasi non volendo, tirato a forza dal mal'abito. S. Gio. Grisostomo:12 «Dura res est consuetudo, quae nonnunquam nolentes committere cogit illicita». Sì, perché (come dice S. Agostino)13 il mal'abito diventa poi una certa necessità: «Dum consuetudini non resistitur, facta est necessitas». E come aggiunge S. Bernardino,14 «usus vertitur in naturam»; ond'è che siccome all'uomo è necessario il respirare, così a' mal abituati,15 fatti schiavi del peccato, par che si renda necessario il peccare. Ho detto «schiavi»; vi sono i servi, che servono a forza colla paga; gli schiavi poi servono a forza senza paga; a questo giungono alcuni miserabili, giungono a peccare senza gusto.

«Impius, cum in profundum venerit, contemnit» (Prov. 18. 3).16 Ciò lo spiega il Grisostomo17 appunto del mal abituato, il quale posto


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in quella fossa di tenebre, disprezza correzioni, prediche, censure, inferno, Dio, disprezza tutto, diventa il misero quale avoltoio, che per non lasciare il cadavere, su di quello più presto si contenta di farsi uccidere da' cacciatori. Narra il P. Recupito18 che un condannato a morte mentre andava alla forca, alzò gli occhi, vide una giovane, ed acconsentì ad un mal pensiero. Narra ancora il P. Gisolfo19 che un bestemmiatore, anche condannato a morte, mentre fu buttato dalla scala proruppe in una bestemmia. Giunge a dire S. Bernardo20 che per li mal'abituati non serve più a pregare, ma bisogna piangerli per dannati. Ma come vogliono uscire dal loro precipizio, se non ci vedono più? ci vuole un miracolo della grazia. Apriranno gli occhi i miserabili nell'inferno, quando non servirà più l'aprirli, se non per piangere più amaramente la loro pazzia.

Affetti e preghiere

Mio Dio, Voi mi avete distinto co' vostri benefici, beneficandomi più degli altri; io vi ho distinto colle offese, ingiuriando più Voi, che ogni altra persona da me conosciuta. O Cuore addolorato del mio Redentore, che sulla croce foste così afflitto e tormentato dalla vista de' miei peccati, datemi Voi per li vostri meriti una viva cognizione e dolore delle mie colpe. Ah Gesù mio, io son pieno di


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vizi, ma voi siete onnipotente; ben potete farmi pieno del vostro santo amore. A voi21 dunque confido che siete una bontà, una misericordia infinita. Mi pento, o sommo bene, di avervi offeso. Oh fossi morto prima e non v'avessi dato mai disgusto! Io mi sono scordato di Voi, ma Voi non vi siete scordato di me: lo vedo con questa luce che ora mi date. Giacché dunque mi date la luce, datemi ancora la forza di esservi fedele. Io vi prometto prima di morire mille volte, che mai voltarvi più22 le spalle: ma al vostro aiuto stanno le mie speranze: «In te, Domine, speravi, non confundar in aeternum».23 A voi24 spero, Gesù mio, di non avermi a vedere più confuso nel peccato e privo della vostra grazia.

A Voi mi rivolgo ancora, o Maria signora mia: «In te, Domina, speravi, non confundar in aeternum».25 Alla26 vostra intercessione confido, o speranza mia, di non avermi a vedere più nemico del vostro Figlio. Deh pregatelo che mi faccia prima morire, che mi abbandoni a questa somma disgrazia.




3 [15.] affondare) affondarla ND1 VR ND3 BR1 BR2.



4 [24.] cercano) chiedono VR BR1 BR2.



5 [25.] possono) posson BR2.



6 [5.] di peccato) da peccato ND1 ND3.



7 [10.] S. AUGUST., Sermo 98, c. V, n. 5; PL 38, 594: «Faciendo quod malum est, etiam mala consuetudine se implicant, ut ipsa consuetudo mali non sinat eos videre quia malum est».



8 [15.] S. GREGORIUS M., Moralia in Iob, l. XVI, c. 65, n. 79; PL 75, 1159: «Qui [iniqui] recte stipulae ante faciem venti comparantur: quia, irruente aura tentationis, dum nulla subnixi sunt ratione gravitatis, elevantur ut corruant, et saepe eo se alicuius meritis exsistere aestimant, quo eos in alta flatus erroris portat».



9 [20.] EADMERUS, Vita S. Anselmi, l. II, c. 3, n. 28; PL 158, 92: «Alia vice conspexit [Anselmus] puerum cum avicula in via ludentem... Simili consideratione, inquit, iocator diabolus cum multis hominibus, quos cum laqueis irretitos pro sua voluntate in diversa vitia pertrahit… His contingit aliquando ut sua facta considerent, defleant, seque amodo a talibus cessaturos sibi repromittant. Et more avis se liberos volare autumant. Sed quia pravo usu irretiti ab hoste tenentur, volantes in eadem vitia deiiciuntur».



10 [22.] ligato) legato BR1 BR2.



11 [1.] S. BERNARDINUS SEN., Quadragesimale dictum Seraphim, sermo 15; Opera, III, Venetiis 1745, 192, col. 2: «Mala consuetudo subito praecipitat hominem in peccatum, quia usus vertitur in naturam, et ita consuetus in aliquo vitio riut… Et est instar molendini facti ad ventum, quia rotatur ad omnem ventum». (Cfr. PACETTI D., op. cit., 127 ss.).



12 [8.] GISOLFO P., La guida de' peccatori, p. II, disc. I; I, Roma 1694, 61: «Odi S. Gio. Grisostomo (t. 5, homil. ad Bapt.): Dura res est consuetudo, quae nonnunquam et invitos trahit, et nolentes committere cogit illicita». CHRYSOST., Ad illuminandos catechesis, I, n. 5; PG 49, 230: «Gravis res est consuetudo, difficile eam de medio tollere, arduum est ab illa cavere, invitos saepe et imprudentes invadit». ID., In ep. II ad Cor., hom. 7, n. 7; PG 61, 452: «Magna quippe, magna inquam, consuetudinis vis est, atque adeo tanta ut in naturae necessitatem migret».



13 [9.] S. AUGUST., Confessionum l. VIII, c. 5, n. 10; PL 32, 735: «Velle mecum tenebat inimicus, et inde mihi catenam fecerat, et constrinxerat me. Quippe ex voluntate perversa facta est libido: et dum servitur libidini, facta est consuetudo; et dum consuetudini non resistitur, facta est necessitas». Cfr. CSEL 33, 178.



14 [11.] S. BERNARDINUS SEN., op. cit.; vedi la nota 11.



15 [13.] mal abituati) mali abituati VR BR1 BR2.



16 [17.] Prov., 18, 3: «Impius, cum in profundum venerit peccatorum, contemnit».



17 [18.] CHRYSOST., In Genesim, homil. 22, n. 4; PG 53, 191: «Grave enim, grave est, dilecte, capi laqueis diaboli. Anima enim postea quasi in retibus comprehensa trahitur,... sic et ista a mala consuetudine obruta, ne sentit quidem peccatorum foetorem.» Il concetto dell'abituato simile all'avvoltoio s'incontra in SEGNERI P., Cristiano istruito, p. II, ragion. X; Opere, III, Venezia 1742, 92: «L'avvoltoio è un uccello sì ghiotto de' cadaveri, che i cacciatori

bene spesso ve lo ammazzano su col bastone, tanto è egli intento a pascersi di carname. Or questo appunto interviene a i peccatori indurati». Nei Sermoni compendiati (Napoli 1771, p. 185) s. Alfonso riporta lo stesso concetto dell'avvoltoio ma senza attribuirlo al Crisostomo (serm. XLV, n. 8).



18 [4.] RECUPITUS I. C., De signis praedestinationis, tr. II, c. 7, n. 32; Neapoli 1634, 74: «Quidam reus, cum post confessa sacerdoti peccata, crucifixum pie, ut assolent, manu gestans ad supplicium duceretur, oblato mulierum aspectu per viam, peccato quod opere perpetrare non poterat, cogitatione consensit».



19 [6.] GISOLFO P., La guida de' peccatori, p. I, disc. I, n. I; Napoli 1677, 4. Il fatto citato da s. Alfonso si trova in questa edizione che fu condannata con decreto del I maggio 1683; manca invece nell'ed. purgata del 1694.



20 [8.] S. BERNARDUS, Tract. de gradibus superbiae, c. XXI, n. 51, c. XXII, n. 52; PL 182, 969-970: «Potest ergo duodecimus gradus appellari consuetudo peccandi, qua Dei metus amittitur, contemptus incurritur. Pro tali iam, inquit Ioannes apostolus, non dico ut quis oret (I Ioan., V, 16). Sed numquid dicis, o apostole, ut quis desperet? Imo gemat qui illum amat. Non praesumat nec desistat plorare... Sic melius, non orantes oramus, sic tamquam diffidentes confidimus».



21 [2.] a voi) in voi BR1 BR2.



22 [8.] voltarvi più) più voltarvi BR1 BR2; al vostro) nel vostro VR BR1 BR2.



23 [9.] a voi) in voi VR BR1 BR2.



24 [9.] Ps., 30, 2.



25 [13.] alla) nella VR BR1 BR2.



26 [13.] Ps. BONAVENTURA, Psalterium B. M. Virginis, Ps. 30; VI, Lugduni 1668, 480: cfr. Opera S. Bonav., VIII, Ad Claras Aquas 1898, p. CXI.






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