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S. Alfonso Maria de Liguori
Apparecchio alla Morte

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PUNTO II

La pena poi che più tormenta il senso del dannato, è il fuoco del l'inferno, che tormenta il tatto. «Vindicta carnis impii ignis, et vermis» (Eccli. 7. 19). Che perciò il Signore nel giudizio ne fa special menzione: «Discedite a me, maledicti, in ignem aeternum» (Matth. 41).1 Anche in questa terra la pena del fuoco è la maggior2 di tutte; ma vi è tanta differenza dal fuoco nostro a quello dell'inferno, che dice S. Agostino3 che 'l nostro sembra dipinto. «In eius comparatione


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noster hic ignis depictus est». E S. Vincenzo Ferreri dice che a confronto il nostro4 è freddo. La ragione è,5 perché il fuoco nostro è creato per nostro utile, ma il fuoco dell'inferno è creato da Dio a posta per tormentare. «Longe alius (dice Tertulliano)6 est ignis, qui usui humano, alius qui Dei iustitiae deservit». Lo sdegno di Dio accende questo fuoco vendicatore. «Ignis succensus est in furore meo» (Ier. 15. 14). Quindi da Isaia il fuoco dell'inferno è chiamato spirito d'ardore: «Si abluerit Dominus sordes... in spiritu ardoris» (Is. 4).7 Il dannato sarà mandato non al fuoco, ma nel fuoco: «Discedite a me, maledicti, in ignem aeternum». Sicché il misero sarà circondato dal fuoco, come un legno dentro una fornace. Si troverà il dannato con un abisso di fuoco da sotto,8 un abisso di sopra, e un abisso d'intorno. Se tocca, se vede, se respira; non tocca, non vede, né respira altro che fuoco. Starà nel fuoco come il pesce nell'acqua. Ma questo fuoco non solamente starà d'intorno al dannato, ma entrerà anche dentro le sue viscere a tormentarlo. Il suo corpo diventerà tutto di fuoco, sicché bruceranno le viscere dentro del ventre, il cuore dentro del petto, le cervella dentro il capo, il sangue dentro le vene, anche le midolla dentro l'ossa: ogni dannato diventerà in se stesso una fornace di fuoco. «Pone eos ut clibanum ignis» (Ps. 20. 10). Taluni non possono soffrire di camminare per una via battuta dal sole, di stare in una stanza chiusa con una braciera,9 non soffrire una scintilla, che svola da una candela; e poi non temono quel fuoco, che divora, come dice Isaia:


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«Quis poterit habitare de vobis cum igne devorante?» (Is. 33. 14). Siccome una fiera divora un capretto, così il fuoco dell'inferno divora il dannato; lo divora, ma senza farlo mai morire. Siegui pazzo, dice S. Pier Damiani10 (parlando al disonesto), siegui11 a contentare la tua carne, che verrà un giorno in cui le tue disonestà diventeranno tutte pece nelle tue viscere, che farà più grande e più tormentosa la fiamma che ti brucerà nell'inferno: «Venit dies, imo nox, quando libido tua vertetur in picem, qua se nutriat perpetuus ignis in tuis visceribus» (S. P. Dam. Epist. 6). Aggiunge S. Girolamo (Epist. ad Pam.)12 che questo fuoco porterà seco tutti i tormenti e dolori che si patiscono in questa terra; dolori di fianco e di testa, di viscere, di nervi: «In uno igne omnia supplicia sentiunt in inferno peccatores». In questo fuoco vi sarà anche la pena del freddo. «Ad nimium calorem transeat ab aquis nivium» (Iob. 24. 19). Ma sempre bisogna intendere che tutte le pene di questa terra sono un'ombra, come dice il Grisostomo,13 a paragone delle pene dell'inferno: «Pone ignem, pone ferrum, quid, nisi umbra ad illa tormenta

Le potenze anche avranno il lor proprio tormento. Il dannato sarà tormentato nella memoria, col ricordarsi del tempo che ha avuto in questa vita per salvarsi, e l'ha speso per dannarsi; e delle grazie che ha ricevute da Dio, e non se ne ha voluto servire. Nell'intelletto, col pensare al gran bene che ha perduto, paradiso e Dio; e che a questa perdita non vi è più rimedio. Nella volontà, in vedere che gli sarà negata sempre ogni cosa che domanda. «Desiderium peccatorum peribit» (Ps. 111. 10). Il misero non avrà mai niente di quel che desidera, ed avrà sempre tutto quello che abborrisce, che saranno le sue


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pene eterne. Vorrebbe uscir da' tormenti, e trovar pace, ma sarà sempre tormentato, e non avrà mai pace.

Affetti e preghiere

Ah Gesù mio, il vostro sangue e la vostra morte sono la speranza mia. Voi siete morto, per liberare me dalla morte eterna. Ah Signore, e chi più ha partecipato de' meriti della vostra passione, che io miserabile, il quale tante volte mi ho meritato l'inferno? Deh non mi fate vivere più ingrato a tante grazie che mi avete fatte. Voi m'avete liberato dal fuoco dell'inferno, perché non volete ch'io arda in quel fuoco di tormento, ma arda del dolce fuoco dell'amor vostro. Aiutatemi dunque, acciocché io possa compiacere il vostro desiderio. Se ora stessi nell'inferno, non vi potrei più amare; ma giacché posso amarvi, io vi voglio amare. V'amo bontà infinita, v'amo mio Redentore, che tanto mi avete amato. Come ho potuto vivere tanto tempo scordato di Voi! Vi ringrazio che Voi non vi siete scordato di me. Se di me vi foste scordato, o starei al presente nell'inferno, o non avrei dolore de' miei peccati. Questo dolore che mi sento nel cuore di avervi offeso, questo desiderio che provo di amarvi assai, son doni della vostra grazia, che ancora mi assiste. Ve ne ringrazio, Gesù mio. Spero per l'avvenire di dare a Voi la vita che mi resta. Rinunzio a tutto. Voglio solo pensare a servirvi e darvi gusto. Ricordatemi sempre l'inferno che mi ho meritato, e le grazie che mi avete fatte; e non permettete ch'io abbia un'altra volta a voltarvi le spalle, ed a condannarmi da me stesso a questa fossa di tormenti.

O Madre di Dio, pregate per me peccatore. La vostra intercessione m'ha liberato dall'inferno, con questa ancora liberatemi, o Madre mia, dal peccato, che solo può condannarmi di nuovo all'inferno.




1 [21.] Matth., 25, 41.



2 [22.] maggior) maggiore VR BR1 BR2.



3 [24.] V. BELLOVACENSIS, Spec. morale, l. II, p. 3, dist. 2, Venetiis 1591, f. 146, col. 4: «Augustinus de Civ. Dei... Item ignis iste ad comparationem illius non est nisi quasi umbra vel pictura». DREXELIUS, op. cit., c. VI, parag. I; Lugduni 1658, 159, col. 2: «Noster ignis Augustino pictus videtur, sed ille alter, verus». GISOLFO P., op. cit., p. I, disc. 17; II, Roma 1694, 506: «E 'l fuoco infernale ha tanta maggior attività, ha tanto più intenso ardore, che afferma S. Agostino, esservi quella differenza tra l'uno e l'altro fuoco, quale appunto è co 'l fuoco dipinto in un quadro, e tra il fuoco vero materiale: In cuius comparatione noster hic ignis depictus est: S. August., tom. 10, serm. 181 de tempore, fol. 691». Cfr. S. AUGUST., Enarratio in Ps. XLIX, n. 7; PL 36, 569: «Non erit iste ignis sicut focus tuus, quo tamen si manum mittere cogaris, facies quidquid voluerit qui hoc minatur». Cfr. CC 38, 580-81.



4 [2.] il nostro) del nostro ND1 VR ND3 BR1 NS7: lo sbaglio è evidente pel controsenso che ne risulta; seguiamo la lezione più corretta «il» che si trova in BR2.



5 [2.] Pare che s. Alfonso riferisca a senso il pensiero del Ferreri che sovente parla del fuoco infernale «intolerabilis» ed «inextinguibilis»: vedi VINCENTIUS FERRERI, Sermones hiemales, Venetiis 1573, 377; Sermones aestivales, Venetiis 1573, 195, 230, 472, 478; Sermones de Sanctis, Coloniae Agrippinae 1675, 560-61, ecc. Nei Sermoni compendiati, serm. X, n. 5; Napoli 1771, 40 s. Alfonso attribuisce la stessa idea a s. Anselmo.



6 [4.] GISOLFO P., op. cit., disc. 17, 501: «Altro è il fuoco, che serve ad uso, e alle comodità degli uomini, dice Tertulliano, e altro è il fuoco, che serve alla divina giustizia: Longe alius est ignis, qui usui humano, alius qui Dei iustitiae deservit». Cfr. TERTULLIANUS, Apologeticus, c. 48; PL I, 527-528: «Noverunt philosophi diversitatem arcani et publici ignis. Ita longe alius est qui usui humano, alius qui iudicio Dei apparet… Et hoc erit testimonium ignis aeterni, hoc exemplum iusti iudicii poenam nutrientis. Montes uruntur et durant: quid nocentes et Dei hostes?» Cfr. CC I, 168.



7 [8.] Is., 4, 4: «Si abluerit Dominus sordes filiarum Sion, et sanguinem Ierusalem laverit de medio eius, in spiritu iudicii et spiritu ardoris.»



8 [12.] da sotto) di sotto VR BR1 BR2.



9 [22.] un braciere.



10 [4.] S. PETRUS DAMIANUS, De caelibatu sacerdotum, c. III; PL 145, 385: «Veniet profecto dies, imo nox, quando libido ista tua vertatur in picem, qua se perpetuus ignis in tuis visceribus inextinguibiliter nutriat, et medullas tuas simul et ossa indefectiva conflagratione depascat».



11 [4.] Segui.



12 [9.] MANSI, Bibliotheca mor. praedic., tr. 34, disc. 7; II, Venetiis 1703, 614 col. 2: «Siquidem in uno igne omnia supplicia sentiunt in inferno peccatores, ut inquit Hieronymus (Ep. I ad Pammach.)». Tra altri anche SEGNERI P., Cristiano Istruito, p. II, ragion. XVIII; Opere, III, Venezia 1742, 165, col. I, attribuisce con la stessa citazione a s. Girolamo il testo, che però manca nelle lettere genuine.



13 [16.] GISOLFO P., op. cit., disc. XV; I, 437: «Onde S. Giovan Crisostomo: Pone, si libet, ignem, ferrum et bestias, et si quid his difficilius: attamen nec umbra sunt haec ad inferni tormenta». Cfr. CHRYS., In epist. ad Rom., hom. 31, n. 5; PG 60, 674: «Quid enim mihi grave dicere possis? Paupertatem, morbum, captivitatem, mutilationem corporis. Verum illa omnia risu sunt digna si cum supplicio illo [inferni] comparentur».






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