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S. Alfonso Maria de Liguori
Apparecchio alla Morte

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PUNTO III

Consideriamo in terzo luogo il gran desiderio di Gesu-Cristo che noi lo riceviamo nella santa Comunione: «Sciens Iesus quia venit hora eius» (Io. 13. 1). Ma come potea Gesù chiamare «ora sua» quella notte, in cui doveva darsi principio alla sua amara passione? Sì, Egli la chiama «ora sua», perché in quella notte dovea lasciarci questo divin Sagramento, per unirsi tutto coll'anime sue dilette. E questo desiderio gli fe' dire allora: «Desiderio desideravi hoc Pascha manducare vobiscum» (Luc. 22).1 Parole con cui volle il Redentore farc'intendere la brama, che avea di congiungersi con ognuno di noi in questo Sagramento. «Desiderio desideravi», così gli fa dire l'amore immenso ch'Egli ci porta, dice S. Lorenzo Giustiniani:2 «Flagrantissimae caritatis est vox haec». E volle lasciarsi sotto le specie di pane, acciocché ognuno potesse riceverlo; se si fosse posto sotto la specie di qualche cibo prezioso, i poveri non avrebbero avuta la facoltà di prenderlo; e se anche sotto le specie di altro cibo non prezioso, al meno quest'altro cibo forse non sarebbesi trovato in tutt'i luoghi della terra; ha voluto Gesù lasciarsi sotto le specie di pane, perché il pane costa poco, e si ritrova da per tutto, sicché tutti in ogni luogo posson trovarlo e riceverlo.

Per questo gran desiderio che ha il Redentore d'esser ricevuto da noi, non solo Egli ci esorta a riceverlo con tanti inviti: «Venite, comedite panem meum, et bibite vinum quod miscui vobis» (Prov. 9. 5): «Comedite amici, et bibite, et inebriamini carissimi» (Cant. 5. 1): ma ce l'impone per precetto: «Accipite, et comedite, hoc est Corpus meum» (Matth. 26).3 Di più affìnché noi andiamo a riceverlo, ci alletta colla promessa della vita eterna: «Qui manducat meam carnem, habet vitam aeternam» (Io. 6. 54). «Qui manducat hunc panem, vivet in aeternum» (Ibid. 58). E se no, ci minaccia l'esclusione dal paradiso: «Nisi manducaveritis carnem Filii hominis, non habebitis vitam in vobis» (Ib. 53). Questi inviti, promesse e minacce tutte nascono dal desiderio che ha Gesu-Cristo di unirsi con noi in questo sagramento. E questo desiderio, nasce dal grande amore ch'egli ci porta,


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poiché (come dice S. Francesco di Sales)4 il fine dell'amore altro non è che unirsi all'oggetto amato; e perché in questo sagramento Gesù tutto si unisce all'anima: «Qui manducat meam carnem, et bibit meum sanguinem, in me manet, et ego in illo» (Io. 6. 35): perciò, Egli tanto desidera che noi lo riceviamo. Non si trova ape (disse un giorno il Signore a S. Metilde)5 che con tanto impeto d'amore6 si gitta sopra de' fiori per succhiarne il mele,7 con quanto io vengo a quest'anime che mi desiderano.

Oh se intendessero i fedeli il gran bene che porta all'anima la Comunione! Gesù è il Signore di tutte le ricchezze, mentre il Padre l'ha fatto padrone di tutto. «Sciens Iesus, quia omnia dedit ei Pater in manus» (Io. 13. 3). Onde quando viene Gesu-Cristo in un'anima nella santa Comunione, porta Egli seco tesori immensi di grazie. «Venerunt autem mihi omnia bona pariter cum illa», dice Salomone, parlando della Sapienza eterna (Sap. 7. 11).

Dicea S. Dionisio8 che il SS. Sagramento ha una somma virtù di santificare l'anima: «Eucharistia maximam vim habet perficiendae sanctitatis». E S. Vincenzo Ferrerio9 lasciò scritto che più profitta l'anima


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con una Comunione, che con una settimana di digiuni in pane ed acqua. La Comunione, come insegna il Concilio di Trento,10 è quel gran rimedio, che ci libera dalle colpe veniali, e ci preserva dalle mortali: «Antidotum quo a culpis quotidianis liberemur, et a mortalibus praeservemur» (Trid. Sess. 13. c. 2). Onde S. Ignazio martire11 chiamò il SS. Sagramento: «Pharmacum immortalitatis». Disse Innocenzo III12 che Gesu-Cristo colla passione ci liberò dalla pena del peccato, ma coll'Eucaristia ci libera dal peccare: «Per Crucis mysterium liberavit nos a potestate peccati, per Eucharistiae sacramentum liberat nos a potestate peccandi».

In oltre questo Sagramento accende il divino amore. «Introduxit me Rex in cellam vinariam, ordinavit in me caritatem. Fulcite me floribus, stipate me malis, quia amore langueo» (Cant. 2).13 Dice S. Gregorio Nisseno14 che appunto la Comunione è questa cella vinaria, dove l'anima è talmente inebriata dal divino amore, che si scorda della terra e di tutto il creato; e ciò è propriamente il languire di santa carità. Diceva anche il Ven. P. Francesco Olimpio Teatino,15 che niuna cosa val tanto ad infiammarci d'amore verso Dio, quanto la S. Comunione.

Iddio è amore, ed è fuoco d'amore. «Deus caritas est» (Io. 4. 8).16 «Ignis consumens est» (Deuter. 4. 24). E questo fuoco d'amore venne


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il Verbo eterno ad accendere in terra: «Ignem veni mittere in terram et quid volo nisi ut accendatur?» (Luc. 12. 49). Ed oh che belle fiamme di santo amore accende Gesù nell'anime, che con desiderio lo ricevono in questo Sagramento! S. Caterina da Siena17 vide un giorno in mano di un sacerdote Gesù Sagramentato, come una fornace d'amore, da cui si maravigliava poi la santa, come da tanto incendio non restassero arsi18 ed inceneriti tutti i cuori degli uomini. S. Rosa di Lima19 dicea che in comunicarsi pareale di ricevere il sole, onde mandava tali raggi dal volto, che abbagliavano la vista, ed usciva tal calore dalla bocca, che chi le porgeva a bere dopo la Comunione, sentivasi scottar la mano, come l'accostasse ad una fornace. S. Venceslao re20 col gir solamente visitando il SS. Sagramento, s'infiammava anch'esternamente di tanto ardore, che il suo servo che l'accompagnava, camminando sulla neve, metteva i piedi sulle pedate del santo, e così non sentiva freddo. «Carbo est Eucharistia»,


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diceva il Grisostomo,21 «quae nos inflammat, ut tanquam leones ignem spirantes ab illa mensa recedamus facti diabolo terribiles». Dicea il santo che il SS. Sagramento è un fuoco che infiamma, sicché dovressimo22 partir dall'altare spirando tali fiamme d'amore, che il demonio non avesse più animo di tentarci.

Ma dirà taluno: Io perciò non mi comunico spesso, perché mi vedo freddo nel divino amore. Ma costui, dice Gersone,23 farebbe lo stesso che taluno, il quale non volesse accostarsi al fuoco, perché si sente freddo. Quando più dunque ci sentiamo freddi, tanto più dobbiamo accostarci spesso al SS. Sagramento, sempre che abbiamo desiderio di amare Dio. «Se vi dimandano (scrive S. Francesco di Sales24 nella sua «Filotea», cap. 21), perché vi comunicate tanto spesso? Dite loro che due sorte di persone devono comunicarsi spesso, i perfetti e gl'imperfetti: i perfetti per conservarsi nella perfezione, e gl'imperfetti per giungere alla perfezione». E S. Bonaventura25 parimente dice: «Licet tepide, tamen confidens de misericordia Dei accedas. Tanto magis eget medico, quanto quis senserit se aegrotum» (De Prof. rel. c. 78). E Gesu-Cristo disse a S. Metilde: «Quando dei comunicarti, desidera tutto quello amore che mai un cuore ha avuto verso di me, ed io lo riceverò


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come tu vorresti26 che fosse un tal amore» (Appr. Blos. in Concl. An. fidel. c. 6. n. 6).27

Affetti e preghiere

O innamorato dell'anime, Gesù mio, a Voi non resta da darci maggiori prove d'amore, per dimostrarci che ci amate. E che altro vi resta da inventare, per farvi da noi amare? Deh fate, o bontà infinita, ch'io v'ami da oggi avanti con tutte le forze e con tutta la tenerezza. E chi dee amare il mio cuore con maggior tenerezza, che Voi, mio Redentore, che dopo aver data la vita per me, mi date tutto Voi stesso in questo Sagramento? Ah mio Signore, mi ricordass'io sempre del vostro amore, per dimenticarmi di tutto e amar solo Voi, senza intervallo, senza riserva!28 V'amo, Gesù mio, sopra ogni cosa, e solo Voi voglio amare. Discacciate vi prego dal mio cuore tutti gli affetti, che non sono per Voi. Vi ringrazio che mi date tempo d'amarvi e di piangere i disgusti che vi ho dati. Gesù mio, io desidero che Voi siate l'unico oggetto di tutti gli affetti miei. Soccorretemi Voi e salvatemi; e la salute mia sia l'amarvi con tutt'il cuore, e sempre, in questa e nell'altra vita.

Madre mia,29 insegnatemi ad amare Gesù, pregatelo per me.




1 [9.] Luc., 22, 15.



2 [12.] S. LAUR. IUSTIN., De triumphali Christi agone, c. II; Opera, Venetiis 1721, 229: «Vulnerati cordis, et flagrantissimae caritatis est vox haec. Habet in se unde pascat ruminantes se».



3 [26.] Matth., 26, 26.



4 [1.] S. FRANC. DI SALES, Trattato dell'amore di Dio, l. I, c. 9; Venezia 1748, 54: «Siccome l'amore tende all'unione, così spesso l'unione stende ed aggrandisce l'amore... Il fine del suo amore è della qualità della sua volontà, ma la sua volontà è spirituale, e perciò è parimente spirituale l'unione alla quale aspira il suo amore, anzi il cuore, sede ed origine dell'amore». Cfr. Oeuvres, IV, Annecy 1894, 50 ss.



5 [6.] S. Metilde) Santa Metilde BR2.



6 [6.] LANSPERGIO G., Libro della spiritual grazia, delle rivelazioni e visioni della B. Metilde Vergine, l. II, c. 4; Venezia 1710, 59: «Niuna ape giammai si getta tanto avidamente ne' verdeggianti prati per eleggere i dolci fiori, sì come sono parato io di venire all'anima tua, quando mi chiami».



7 [7.] Mele per miele.



8 [16.] BOUDON E., L'amore di Gesù nel SS. Sacramento dell'altare, p. I, istr. VI; Venezia 1679, 243: «Al che pare alludesse S. Dionisio, allorché disse che la santa Eucaristia vim maximam habet perficiendae sanctitatis». SPANNER A., Polyanthea sacra, I, Venetiis 1709, 322: «Eucharistia vim maximam habet perficiendae sanctitatis. S. Dionysius, l. de Ecc. Hierarchia, c. 2». Cfr. PS. DIONYSIUS AREOPAGITA, De ecclesiastica hierachia, c. 3; PG 3, 423, 426: «Dicimus igitur ceterorum hierarchicorum symbolorum participationibus, ex divinis huius perfectivisque muneribus accedere consummationem. Vix enim fas sit... nisi divinissima Eucharistia, cuiuslibet initio consecrationis, initiandi cum illo uno perficiat coniunctionem... Quare si quaelibet hierarchicarum consecrationum imperfecta manet, dum nostri cum illo uno communionem unionemque non perficit hoc ipso quod non perficitur, perficiendi vim amittens», ecc.



9 [18.] S. VINC. FERRERIUS, Sermones aestivales, in festo Corporis Christi, sermo II; Venetiis 1573, 221, v.: «Plus enim proficimus in gratia per communionem quam per alia opera, qua ex bonis operibus licet merita multiiplicantur tamen non ex quolibet bono opere augmentatur gratia».



10 [2.] Concil. Trident., Sessio XIII, Decretum de SS. Euchar. Sacramento, c. 2.



11 [5.] S. IGNATIUS M., Epist. ad Ephesios, c. XX; PG 5, 662: «Frangentes panem unum, qui pharmacum immortalitatis est, antidotum ne moriamur, sed vivamus semper in Iesu Christo».



12 [6.] INNOCENTIUS III, De sacro altaris mysterio, l. IV, c. 44; PL 217, 285: «Per crucis mysterium eripuit nos a potestate peccati: per Eucharistiae sacramentum liberat nos a voluntate peccandi».



13 [13.] Cant., 2, 4-5.



14 [13.] [SARNELLI G.], La via facile, e sicura del paradiso, cons. XI sopra la comunione; II, Napoli 1738, 135: «S. Gregorio chiama la comunione una santa, e beata ebrietà, che fa uscir l'anima fuor di sé, e la solleva a riposare nel seno di Dio». Cfr. S. GREGORIUS NYSSENUS, In Cantica, hom. IV; PG 44, 846: «Cupit ingredi domum, in qua est vini mysterium ac sacramentum. Deinde ingressa, ad maius rursus exsilit. Rogat enim ut subiiciatur caritati. Caritas autem est Deus».



15 [17.] SILOS G., Vita del Vener. Servo di Dio D. Francesco Olimpio, l. II, c. 5.; Napoli 1685, 169: «Particolar divozione ebbe Francesco alla divina Eucaristia. Soleva dire, che non vi avea cosa che vivamente infiammasse l'affetto e l'amor degli uomini che questo ineffabile Sacramento, che sotto sottil velo di poche specie sacramentali, racchiude la più pura midolla del cielo, le delizie della divina carità, gli alimenti della vita, e il medesimo Dio».



16 [19.] I Ioan., 4, 8.



17 [4.] Da SARNELLI G., Op. cit., Cons. VIII; II, Napoli 1738, 123. Cfr. B. RAIMONDO DA CAPUA, La vita della serafica sposa di G. Cristo S. Caterina da Siena, p. II, c. 6, n. 3; Siena 1703, 193: «Poiché frequentemente vedea nascosto nelle mani del sacerdote un bambino, alcuna volta fanciullo un poco più grande, altra volta una fornace d'ardente fuoco, in cui pareale ch'entrasse il sacerdote, allorché prendeva il Sagramento».



18 [6.] restassero arsi) avessero arsi NS7: solo Stasi ha questa lezione.



19 [7.] Da SARNELLI, Op. cit., 122: «S. Rosa da Lima dopo la santa comunione fu spesso veduta mandar raggi di luce dal volto, e di tale splendore che abbagliava la vista; domandata dal confessore, donde ciò procedesse, rispose che nel ricever la sagra particola, le pareva di accogliere nel suo seno il sole, sperimentando i suoi medesimi effetti di calore e di luce; ed era tanto l'ardor del suo spirito che tramandandolo al corpo, facea uscir dalla bocca un respiro così cocente, che scottava la mano a quel religioso che dopo la comunione le porgea da bere». Cfr. HANSEN L., Vita mirabilis et mors pretiosa vener. Sororis Rosae de S. Maria Limensis, c. 22; Romae 1664, 216 ss.; MARCHESE C. G., Sagro diario domenicano, 30 agosto; IV, Napoli 1676, 446.

20 [11.] ROSIGNOLI C. G., Verità eterne, lez. VIII, parag. I; Bologna 1689, 152: «Questo piissimo re [Venceslao], ardendo tutto d'amore divino, usava di notte visitar le chiese a piè ignudi anche nel verno, quando il terreno era ricoperto d'alta neve. Conducevasi dietro Podivino suo fedel cortigiano, al quale una volta per lo gran freddo interizzendo i piedi, conveniva già fermarsi, non avendo più forza di seguitarlo. Quando il pietoso re avvisollo che mettesse le pedate ove esso impirmeva le orme. Il che facendo il cortigiano sentì riscaldarsi non solo i piedi, ma tutte le altre membra di tale ardore che poté seguire con giubilo nell'aspro cammino il suo padrone». L'episodio è riportato anche dal SAINT-JURE (Sangiuré), Erario della vita cristiana e religiosa, p. III, c. 9, sez. II; Venezia 1711, 222 e dal SEGNERI, Cristiano istruito, p. II, rag. V; Opere, III, p. II, Venezia 1742, 46. Cfr. Acta SS. Bolland., (die 28 sept.), 47, Parisiis 1867, 780, n. 6 (Vita altera auctore Carolo IV imperatore et Bohemiae rege).



21 [1.] Dal Sabb. infra oct. Corp. Christi, II noct., lect. V (Hom. 61 cit.). Cfr. CHRYSOST., De poenitentia, hom. IX; PG 49, 345: «Ne puteris vos accipere divinum corpus ex homine, sed ex ipsis Seraphim forcipe ignem, ut scilicet Isaias vidit (Is. VI)». IDEM, In Ioan., hom. 46; PG 59, 260: «Ab illa ergo mensa recedamus tamquam leones ignem spirantes, facti diabolo terribiles».



22 [4.] Dovremmo.



23 [7.] GERSONIUS IOANNES, De praeparatione ad Missam, cons. IV; Opera, III, Antwerpiae 1706, col. 323: «Sed frigidus sum, dicis, aut tepidus. Saepe suscipit initium celebrationis hominem parum devotum et frigidum, quem in fine calescentem dimittit et fervidum. Corpus Christi ignis est spiritualis: accede fiducialiter ad hunc ignem, calesces facilius».



24 [11.] S. FRANC. DI SALES, Introduzione alla vita divota, p. II, c. 21; Roma 1740, 146: «Se i mondani vi dimandano, perché vi comunicate spesso... Dite loro che due sorte di persone devono spesso comunicarsi: i perfetti, perché essendo ben disposti, averiano gran torto di non accostarsi all'origine e fontana di perfezione; e gl'imperfetti per poter giungere alla perfezione. I forti, acciò non diventino deboli, ed i deboli, acciò diventino forti». Cfr. Oeuvres, III, Annecy 1893, 121-122.



25 [15.] DAVID DE AUGUSTA, De profectu religiosorum, l. II, c. 77; Opera S. Bonaventurae, VII, Lugduni 1668, 612: «Et licet quandoque tepide, tamen confidens de misericordia Dei fiduialiter accedat: quia se indignum reputat, cogitet quod tanto magis aeger necesse habet requirere medicum, quanto magis senserit se aegrotum». La critica rivendica a Fr. David d'Augusta il predetto scritto prima attribuito a s. Bonaventura: cfr. Opera S. Bonaventurae, VIII, Ad Claras Aquas 1898, Prolegomena, p. XCV.



26 [1.] vorresti) vorrai NS7.



27 [1.] BLOSIUS, Conclave animae fidelis, p. II Monile spirituale, c. VI, n. 6; Antwerpiae 1564, f; 94: «Christus Sanctae Mechtildi ait: Quando sacram communionem perceptura es, desidera et opta, ad laudem nominis mei, habere omne desiderium omnemque amorem quo umquam cor aliquod erga me flagravit, et ita ad me accede. Nam ego amorem illum in te attendam atque suscipiam, non sicut est in te, sed sicut velles eum in te esse». Cfr. LANSPERGIO G., Libro della spiritual grazia, delle rivelazioni e visioni della B. Metilde, l. III, c. 23; Venezia 1710, 86: «Mentre ti vuoi comunicare, ricevimi con tale intenzione, come se tu avessi ogni desiderio, ogni amore, col quale già mai alcuno umano cuore in me si accresce: e così in quello altissimo amore, con cui possibil sia, che il cuor umano ami, accostati a me. Ed io quell'amore riceverò in te, non in quanto che in te sia, ma come s'egli fosse tale, e tanto, quanto tu volevi che fosse».



28 [12.] riserva) riserba VR BR1 BR2.



29 [19.] Madre mia, insegnatemi ad amare) Maria Madre mia, aiutatemi ad amare ND1 VR BR1 BR2; Madre mia ad amare ND3; Madre mia Maria ad amare Napoli 1766-1769.






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