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S. Alfonso Maria de Liguori
Avv. spettanti alla vocazione religiosa

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§. 2. Mezzi per custodire la vocazione.

 

Sicché chi vuole ubbidire alla vocazione divina bisogna che non solo si risolva ad eseguirla, ma ad eseguirla subito e quanto più presto può, se non vuol porsi ad evidente rischio di perderla: e frattanto che fosse necessariamente obbligato ad aspettare, dee procurare con ogni diligenza di custodirla come una gioia più preziosa che avesse.

 

Tre sono i mezzi per custodire la vocazione: segretezza, orazione e raccoglimento.

 

Per prima, universalmente parlando, bisogna tener secreta la vocazione a tutti, fuorché al padre spirituale, giacché ordinariamente gli uomini di mondo non si fanno scrupolo di dire a' poveri giovani chiamati allo stato religioso che in ogni parte, anche nel mondo, si può servire a Dio. E la maraviglia si è che simili proposizioni escono alle volte anche dalla bocca di sacerdoti e finanche da' religiosi, ma da coloro che o si saran fatti religiosi senza vocazione o che non sanno che viene a dire vocazione. Sì signore, in ogni luogo può servire a Dio chi non è chiamato alla religione; ma non già chi è chiamato e vuol restarsi nel mondo per suo capriccio; costui difficilmente, come si è detto di sopra, farà buona vita e servirà a Dio.

 

Specialmente poi bisogna occultare la vocazione a' parenti. Fu già opinione di Lutero, come riferisce il Bellarmino 1, che i figli peccavano entrando in religione senza il consenso de' genitori; perché, diceva, i figli sono obbligati in ogni cosa di loro ubbidire. Ma questa opinione comunemente è stata ributtata da' concilj e da' ss. padri. Il concilio toletano X. nel cap. ult. disse espressamente, esser lecito a' figli il farsi religiosi senza licenza de' parenti, sempreché avessero passati gli anni della pubertà, con queste parole: Parentibus filios religioni tradere, non amplius quam usque ad 14. eorum aetatis annum, licentia poterit esse. Postea vero, an cum voluntate parentum, an suae devotionis sit solitarium votum, erit filiis licitum religionis assumere cultum. Lo stesso si prescrisse nel concilio tiburtino can. 24. E lo stesso insegnarono s. Ambrogio, s. Girolamo, s. Agostino, s. Bernardo e s. Tommaso ed altri con s. Gio. Grisostomo, il quale generalmente scrisse: Cum spiritualia impediunt parentes, nec agnoscendi quidem sunt. Dicono poi taluni che quando un figliuolo chiamato da Dio allo stato religioso potesse facilmente e sicuramente ottenerne il consenso da' suoi genitori, senza pericolo che potessero impedirgli la vocazione, sarebbe conveniente che cercasse di averne la benedizione. Questa dottrina, speculativamente parlando, potrebbe correre, ma non già in pratica, poiché in pratica ordinariamente vi è sempre un tal pericolo. È ben dicifrare


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pienamente questo punto, per togliere da alcuni certi scrupoli farisaici. È certo che nell'elezione dello stato noi non siamo obbligati di ubbidire a' parenti: così insegnano i dottori comunemente con s. Tommaso, il quale 1 dice: Non tenentur nec servi dominis, nec filii parentibus obedire de matrimonio contrahendo, vel virginitate servanda, vel aliquo alio huiusmodi. Circa non però lo stato coniugale giustamente il p. Pinamonti, nella sua vocazione religiosa, è del sentimento del Sanchez, del Coninchio e d'altri, i quali tengono che il figliuolo sia tenuto a prender consiglio da' suoi genitori, poiché in tale affare essi possono aver maggior esperienza de' giovani, e in tal materia i padri facilmente si ricordano di esser padri. Ma parlando poi di vocazione religiosa, saviamente soggiunge il mentovato p. Pinamonti, che il figlio non è affatto obbligato a consigliarsi co' suoi genitori dov'essi non hanno alcun esperimento, e dove all'incontro essi comunemente per l'interesse si cambiano in nemici; come avverte ancora s. Tommaso 2, dove parlando parimente delle vocazioni religiose dice: Frequenter amici carnales adversantur profectui spirituali. Poiché più presto si contentano i padri che i figli si dannino con essi, che si salvino da loro lontani. Quindi esclama s. Bernardo 3: O durum patrem! o saevam matrem! quorum consolatio mors filii est; qui malunt nos perire cum eis, quam regnare sine eis. Iddio, dice un grave autore 4, quando chiama alcuno a vita perfetta, vuole che si scordi di suo padre, facendogli sentire: Audi, filia, et vide, et inclina aurem tuam; et obliviscere populum tuum, et domum patris tui 5. Dunque (soggiunge) certamente il Signore con ciò ci avverte che il chiamato in eseguire la sua vocazione non dee punto interporvi il consiglio dei parenti: Si Deus vult animam ad se vocatam oblivisci patrem et domum patris suggerit utique per hoc, quod vocatus ab ipso ad religionem non debet suorum carnalium domesticorum consilium interponere vocationis executioni. S. Cirillo, spiegando il detto di Gesù Cristo a quel giovine di sopra mentovato: Nemo mittens manum ad aratrum, et respiciens retro, aptus est regno Dei; commenta il santo 6 e dice che chi cerca tempo di conferire la sua vocazione co' parenti, egli è appunto quegli che dal Signore è dichiarato inetto per lo cielo: Aspicit retro, qui dilationem quaerit cum propinquis conferendi. Onde s. Tommaso 7 assolutamente avverte i chiamati alla religione a guardarsi di consigliare la loro vocazione coi congiunti: Ab hoc consilio primo quidem amovendi sunt carnis propinqui; dicitur enim: causam tuam tracta cum amico tuo. Propinqui enim carnis in hoc negotio amici non sunt, sed inimici, iuxta sententiam Domini: inimici hominis domestici eius.

 

Se dunque nel seguir la vocazione sarebbe un grand'errore richiedere il consiglio de' genitori, maggior errore sarebbe il volere aspettarne la licenza, ed in conseguenza il chiederla, poiché tal richiesta non potrà farsi senza un evidente pericolo di perder la vocazione quando vi è probabile sospetto che i parenti si adoprino ad impedirla. Ed in fatti i santi,


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allorché sono stati chiamati a lasciare il mondo, si son partiti di casa loro senza farne affatto intesi i lor padri. Così fece un s. Tommaso d'Aquino, un s. Francesco Saverio, un s. Filippo Neri, un s. Luigi Beltrando. E sappiamo, che 'l Signore fin coi miracoli ha approvati tali fughe gloriose. S. Pietro d'Alcantara, mentre andava al monastero a farsi religioso, fuggendo dalla casa di sua madre, alla cui ubbidienza era rimasto dopo la morte del padre, si trovò impedito a poter passare avanti da un gran fiume; raccomandossi a Dio, ed in un tratto si vide trasportato all'altra riva. Similmente s. Stanislao Kostka, fuggitosi da sua casa senza licenza del padre, il fratello si pose ad inseguirlo con una carrozza a tutto corso; ma quando fu vicino a raggiugnerlo, i cavalli, per quanta violenza loro si facesse, non vollero dare più un passo innanzi, fintantoché, voltandosi in dietro verso la città, ripigliarono il corso a briglia sciolta. Così parimente la b. Oringa di Valdarno in Toscana, promessa per moglie ad un giovine, fuggì dalla casa de' parenti, affin di consagrarsi a Dio; ma attraversandosi al suo cammino il fiume Arno, dopo breve orazione se lo vide aprire avanti, e farsi l'acqua come due mura di cristallo per darle il passo a piedi asciutti. Pertanto, fratello mio dilettissimo, se voi siete chiamato da Dio a lasciar il mondo, state molto attento a non far palese a' vostri parenti la vostra risoluzione; e contentandovi di essere benedetto da Dio, procurate di eseguirla quanto più presto potete, e senza loro intesa, se non volete porvi a gran pericolo di perderla; poiché ordinariamente parlando, come di sopra si è detto, i parenti (e massimamente i genitori) si oppongono all'esecuzione di tali chiamate; ed ancorché siano essi dotati di pietà, l'interesse però e la passione li fa talmente travedere, che sotto varj pretesti non hanno scrupolo d'impedire con tutte le loro forze la vocazione de' figli. Si legge nella vita del p. Paolo Segneri iuniore, che la sua madre, benché fosse donna di molta orazione, non lasciò però via per attraversarsi alla vocazione del figlio alla religione, ov'era chiamato. Si legge ancora nella vita di monsignor Cavalieri vescovo di Troia, che il padre, non ostante che fosse persona di molta pietà, tentò tutti i modi per impedire che 'l figlio entrasse nella congregazione de' pii operarj (come poi entrò), fino ad intimargli di ciò una lite formale nel tribunale ecclesiastico. E quanti altri padri, con tutto che fossero persone divote e di orazione, in simili casi si son veduti mutati e divenuti come invasati dal demonio? mentre l'inferno par che in niun'altr'opera si veda armarsi tanto, quanto nell'impedire l'esecuzione a coloro che son chiamati da Dio allo stato religioso.

 

E perciò state ben anche attento a non comunicare la vostra vocazione agli amici, i quali non faranno scrupolo di sconsigliarvi o almeno di pubblicare il segreto, onde facilmente poi ne giungerà la notizia a' parenti.

 

Per secondo bisogna intendere che queste vocazioni solo coll'orazione si conservano: chi lascia l'orazione certamente lascerà la vocazione. Ci vuole orazione e molta orazione; e perciò chi si sente chiamato non lasci di fare la mattina in alzarsi un'ora di orazione, o almeno mezz'ora in casa (se ivi può farla senza soggezione,


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e se no, la faccia in chiesa), e mezz'ora la sera. Non lasci ancora di fare la visita al ss. sacramento, ed a Maria santissima ogni giorno irremissibilmente, per ottenere la perseveranza nella vocazione. E non lasci di comunicarsi tre o almeno due volte la settimana. Le meditazioni siano quasi sempre sul punto della vocazione, considerando quanto sia grande la grazia che gli ha fatta Dio della vocazione: quanto maggiormente metterà in sicuro la sua eterna salute, se è fedele a Dio in eseguir la vocazione; ed all'incontro in quanto pericolo si esporrà di dannarsi, se sarà infedele. Specialmente poi si metta avanti gli occhi il punto della morte, e consideri il contento ch'egli allora proverà se avrà ubbidito a Dio: e la pena e rimorso che all'incontro sentirà, se morirà nel secolo. A tal fine si soggiungono qui in fine alcune considerazioni, su cui può farsi poi l'orazione mentale. Bisogna poi che tutte le preghiere a Gesù ed a Maria, specialmente dopo la comunione e nella visita, sieno per ottenerne la perseveranza. In tutte le orazioni e comunioni rinnovi sempre la donazione di se stesso a Dio, dicendo: Ecco, Signore, io non sono più mio, son vostro. Io già mi son dato, ora mi torno a donare tutto a voi. Accettatemi, e datemi forza d'esservi fedele, e di ritirarmi quanto più presto posso nella casa vostra.

 

Per terzo vi bisogna il raccoglimento, il quale non si potrà avere senza ritirarsi dalle conversazioni e divertimenti secolari. Che ci vuole a perdere in somma, stando nel secolo, la vocazione? Niente. Basterà una giornata di spasso, un detto d'un amico, una passione poco mortificata, un attaccuccio, un pensiero di timore, un rincrescimento non superato: basterà (dico) a far perdere tutte le risoluzioni fatte di ritirarsi e di darsi tutto a Dio. Onde vi bisogna un totale raccoglimento, staccandosi da ogni cosa che sa di mondo. Non vi ha da essere altro in questo tempo che orazione, frequenza di sagramenti, casa e chiesa. Chi non farà così e si distrarrà fra i passatempi, bisogna che si persuada che senza dubbio perderà la vocazione. Resterà col rimorso di non averla eseguita, ma certamente non l'eseguirà. Oh quanti per mancanza di quest'attenzione han perduta la vocazione e poi l'anima!

 

Chi si sente poi chiamato da Dio a qualche religione osservante (dico osservante, altrimenti sarà meglio forse restarsi al secolo, che l'entrar in qualche religione, ove si è rilassato l'istituto) deve intendere, che l'istituto di qualunque religione osservante è di seguire quanto è più possibile da vicino le vestigia e gli esempj della vita sacrosanta di Gesù C., il quale fece una vita tutta distaccata e mortificata, piena di patimenti e disprezzi. Ond'è che chi si risolve di venire ad una tal religione bisogna che insieme si risolva di venire a patire e negare se stesso in ogni cosa, secondo quel che Gesù medesimo dichiarò a coloro che vogliono darsi perfettamente alla sua sequela: Si quis vult post me venire, abneget semetipsum, et tollat crucem suam et sequatur me 1. Bisogna dunque stabilirsi in questa risoluzione di venire a patire, e patire assai, chi vuol entrare in questa religione, acciocché poi non abbia a cedere alle tentazioni, quando sarà entrato, e si sentirà premere


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dai patimenti e dagl'incomodi della vita povera e mortificata che si fa in tal religione.

 

Molti, in entrare nelle comunità osservanti, non prendono la giusta via di trovarvi poi pace e farsi santi: perché si mettono solamente avanti gli occhi i comodi della comunità, la solitudine, la quiete, il disbrigarsi dai disturbi de' parenti, dalle liti, dalle soggezioni, l'esser liberi dalle sollecitudini di dover pensare alla stanza, al vitto, al vestire.

 

Non ha dubbio che perciò ciascuno è obbligato pur troppo alla religione che lo libera da tante molestie e gli tanta comodità di servire perfettamente a Dio in pace somministrandogli continuamente tanti aiuti per bene del suo spirito, tanti buoni esempj de' compagni, tanti avvertimenti de' superiori che invigilano al suo profitto, tanti esercizj di vita eterna. Tutto è vero, ma bisogna insieme risolversi ancora, per non perderebella sorte, di abbracciare tutti i patimenti che vi sono all'incontro nella religione, i quali se non saranno abbracciati con amore, non otterrà egli poi quella piena pace che Dio concede solo a coloro che si vincono per piacergli: Vincenti, egli dice, dabo manna absconditum 1. Poiché la pace che Dio fa provare a' fedeli suoi servi è nascosta né s'intende dagli uomini del secolo, che vedendo la loro vita mortificata non sanno invidiarli, ma li compatiscono e li chiamano infelici su questa terra. Ma crucem vident, unctionem non vident, dice s. Bernardo; vedono la loro mortificazione, ma non vedono il contento che Dio concede loro. È vero che nella vita spirituale si patisce; ma dice s. Teresa: Quando uno si risolve a patire è finita la pena. Anzi le stesse pene allora diventano contenti: Figlia, l'erario de' miei tesori (così disse il Signore un giorno a s. Brigida) pare circondato di spine; ma a chi supera le prime punture tutto se gli cangia in dolcezza. E le delizie che Dio poi fa godere all'anime sue dilette nelle orazioni, nelle comunioni, nella santa solitudine, quei lumi, quei santi ardori e stringimento con Dio, quella quiete di coscienza, quelle beate speranze della vita eterna, chi mai può intenderle se non chi le prova? Vale più, diceva s. Teresa, una stilla delle consolazioni di Dio che non tutte le consolazioni e diletti del mondo. Ben sa questo gratissimo Dio far provare anche in questa valle di lagrime i saggi della gloria beata a chi patisce per dargli gusto; poiché in ciò propriamente si avvera quello che dice Davide: Qui fingis laborem in praecepto 2. Nella vita spirituale, intimando il Signore pene, tedj, morte, par che finga fatica; ma in fatti poi non è così, mentre la vita spirituale, a chi si dona tutto a Dio, apporta quella pace che, come dice s. Paolo, exsuperat omnem sensum 3. Avanza tutti i piaceri del mondo e de' mondani. Perciò vediamo star più contento un religioso in una povera cella che non istanno contenti tutt'i monarchi nelle loro reggie. Gustate, et videte, quoniam suavis est Dominus 4. Chi non lo prova non lo può intendere.

 

Ma bisogna all'incontro persuadersi che non giungerà mai a godere questa pace vera, ancorché sia già entrato nella religione, chi non si risolve a patire e non si vince nelle cose contrarie: Vincenti dabo manna


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absconditum. È necessario dunque che chi vuol essere aggregato in una religione osservante entri con animo risoluto di vincersi in tutto, col discacciare dal cuore ogni appetito e desiderio che non è di Dio né per Dio. Sicché bisogna che si distacchi da tutto, e principalmente da quattro cose. 1. Dalle comodità. 2. Da' parenti. 3. Dalla stima propria. 4. Dalla propria volontà.

 

E per primo dalle comodità. Nella religione dopo l'anno del noviziato, oltre il voto di castità e di ubbidienza, si fa anche il voto di povertà, secondo il quale niuno potrà possedere mai niente di proprio né pure una spillausufruttidanari né altro. La religione penserà a provvederlo di tutto quanto bisogna. Ma non basterà il voto della povertà a rendere alcuno vero seguace di Gesù Cristo, se egli non abbraccerà con piacere dello spirito tutti gl'incomodi poi della povertà: Non paupertas, sed amor paupertatis virtus est. Dice s. Bernardo; e vuole dire che non vale a farsi santi l'esser solamente povero, se non si amano ancora di disagi della povertà. Oh quanti vorrebbero esser poveri e simili a Gesù Cristo (dice il divoto da Kempis: Volunt esse pauperes, sed sine defectu), ma senza che lor mancasse alcuna cosa. Vorrebbero in somma l'onore e 'l premio della povertà, ma non gl'incomodi della povertà. E ben s'intende che non cercherà già alcuno nella religione cose superflue, vesti di seta, cibi preziosi, mobili di valore e simili: ma desidererà le cose necessarie che anche gli mancheranno. Ma qui si prova se uno ama veramente la povertà, quando anche mancandogli le cose necessarie, le vesti necessarie, le coperte, il vitto, sta contento e non si turba. E quale mai sarebbe la povertà che sopporta se non gli mancasse niente del necessario? Diceva il p. Baldassarre Alvarez che per amar la la povertà bisogna ancora amare gli effetti della povertà, cioè (com'egli specificava) frigus, famem, sitim et contemtum. Nella religione non solo bisogna contentarsi di quello che gli è dato senza cercare mai alcuna cosa che gli mancasse per dimenticanza de' dispensieri, il che sarebbe gran difetto; bisogna ancora apparecchiarsi a soffrire alle volte la mancanza anche di quelle povere cose che permette la regola. Onde succede che alle volte gli mancano o le vesti o le coperte o le biancherie o i cibi e simili; e ciascuno ha da restar contento di quel poco che gli è dato senza lagnarsiturbarsi in vedersi mancare anche il necessario. Chi non avesse questo spirito non pensi ad entrare nella religione, perch'è segno che non vi è chiamato o che non vuole abbracciare lo spirito dell'istituto. Chi va a servire Dio nella sua casa, dice s. Teresa, bisogna che pensi che non va ivi ad esser ben trattato per Dio, ma a patire per Dio.

 

Per 2. Chi vuole andare alla religione, bisogna che si distacchi e si scordi affatto de' parenti; poiché nella religione osservante si pratica in sommo grado il distacco da' parenti per seguire in tutto la dottrina di Gesù Cristo il quale disse: Non veni pacem mittere, sed gladium; veni enim separare hominem adversus patrem suum, etc. 1. E poi soggiunse a ragione 2: Inimici hominis domestici eius. E specialmente, come si è avvertito di sopra, in materia di vocazione


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religiosa, quando si tratta di lasciar il mondo, non vi sono peggiori nemici che i parenti, i quali o per i loro interessi o per le loro passioni si contentano più presto di farsi nemico Dio con distogliere i figli dalla vocazione, che dare il consenso. Oh quanti parenti vedremo dannati nella valle di Giosafatte per aver fatto perdere la vocazione a' loro figli o nipoti! E quanti figli dannati, che per contentare i parenti e per non distaccarsi da loro avran perduta la vocazione e poi l'anima! Onde Gesù ci fa sapere: Qui non odit patrem etc., non potest meus esse discipulus 1. Si risolva dunque chi vuol entrare in una religione di perfetta osservanza e farsi vero discepolo di Gesù Cristo a scordarsi affatto de' parenti.

 

Quando poi alcuno già sarà entrato nella religione sappia che gli bisognerà seguire a praticare lo stesso distacco da' parenti. Sappia ch'egli non potrà accostarsi in casa di parenti, se non in caso d'infermità mortale di padre o madre o pure di altra urgente necessità, colla licenza però sempre del superiore. Altrimenti sarà imputato a mancanza troppo notabile e scandalosa nella religione l'andare a casa de' parenti senza espressissima licenza. Anzi nella religione è notato per gran difetto anche il cercar licenza o dimostrar desiderio di vedere o di parlare a' parenti. Diceva s. Carlo Borromeo, che quando si accostava in casa de' parenti sempre se ne tornava raffreddato nello spirito. E così chi va in casa de' parenti per volontà sua e non per ubbidienza positiva de' superiori, sappia che tornerà dalla casa o tentato o raffreddato. S. Vincenzo de' Paoli non volle andare a vedere la patria ed i parenti che una sola volta e per mera necessità. Dicea che l'amor della patria e della propria casa era di grande impedimento allo spirito. Narrava che molti, per essere andati al lor paese, si erano talmente inteneriti verso i congiunti che avean fatto come le mosche, le quali intrigate una volta nelle tele de' ragni non possono più scapparne. Io stesso (soggiungea) per quella sola volta che vi andai, benché per poco tempo e benché procurassi di togliere a' miei parenti ogni speranza sovra di me, tuttavia nel partirmi sentii tanto dolore di lasciarli, che per tutta la strada non cessai di piangere, e per tre mesi mi restò fisso il pensiero di aiutarli; finalmente Iddio per sua misericordia mi levò quella tentazione.

 

Sappia ancora che niuno può scrivere a' parenti o amici senza licenza, e senza far vedere la lettera al superiore. Altrimenti sarà reo d'un difetto di sommo peso, che nella religione non si sopporta e si castiga con rigore; mentre da ciò potrebbono nascere mille sconcerti di rovina della religione. Sappia specialmente chi nuovamente entra, che nell'anno del noviziato in ciò si pratica più rigore; poiché a' novizj difficilmente si permette in quell'anno di parlare o scrivere a' parenti.

 

Sappiasi di più, che in caso che 'l soggetto cadesse infermo, sarebbe notabile mancanza il cercare esso o mostrar inclinazione di andare a guarirsi in casa propria per ragione di aver maggior assistenza o per ricevere il beneficio dell'aria nativa. L'aria della casa riesce forse sempre, e senza forse, nociva e pestilenziale per lo spirito de' soggetti. E se mai dicesse che


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vuol curarsi in casa per non apportare gravame alla religione colle spese dei rimedi, sappia che la religione ha tutta la cura e carità cogl'infermi. Per l'aria penseranno i superiori a mandarlo in altra casa, quando l'aria d'una casa non gli confacesse; e per li rimedi, quando bisogna, si vendono i libri per curare gl'infermi. E così non dubiti che la provvidenza divina non gli mancherà. Ma se mai il Signore volesse che non si guarisse, bisognerà conformarsi colla volontà di Dio senza nominar casa. Chi entra alla religione, questo è il più che ha da desiderare, di morire quando Dio vorrà, nella casa di Dio, assistito da' suoi fratelli della religione, e non già nella casa del secolo in mezzo a' parenti.

 

Per 3. Bisogna che sia affatto staccato da ogni stima propria. Molti lasciano la patria, le comodità, i parenti, ma portano seco l'attacco alla stima propria; ma questo sarebbe l'attacco di maggior danno. Il maggior sacrificio che abbiamo da fare a Dio è il lasciare non solo le robe, i piaceri, la casa, ma il lasciare noi stessi. Questo è quel negare se stesso prima di tutto raccomandato da Gesù Cristo a' suoi seguaci. E per negare se stesso, ciascuno dee per prima porsi sotto i piedi ogni stima propria con desiderare ed abbracciare tutti i disprezzi immaginabili che potrà ricevere nella religione: per esempio, in vedersi posposto agli altri, ch'egli forse pensa di minor merito di lui; in vedersi non impiegato come inetto, o impiegato negli offici più bassi e laboriosi. Bisogna intendere che nella casa di Dio gli offici imposti dall'ubbidienza sono gli offici più alti ed onorati. Dio non voglia che alcuno domandasse o dimostrasse di ambire qualche officio o impiego di preminenza! Sarebbe cosa strana nella religione, ed egli sarebbe notato di superbo e ambizioso, e come tale ne sarebbe ben penitenziato, e specialmente in ciò mortificato. Meglio sarebbe forse distruggersi la religione, ch'entrarvi questa maledetta peste dell'ambizione, che deforma le comunità più cospicue, quando v'entra, e le opere più belle di Dio.

 

Ma anzi di più dovrà consolarsi nello spirito, nel vedersi deriso e posto in disprezzo da' compagni. Si dice consolarsi nello spirito, perché in quanto alla carne non sarà possibile, né dee il soggetto inquietarsi nell'intendere ch'ella se ne risente; basta che lo spirito l'abbracci e se ne rallegri colla parte superiore.

 

Così ancora in vedersi ripreso e mortificato continuamente da tutti, non solo da' superiori, ma anche dai compagni e dagl'inferiori, dee ringraziar di cuore e con animo tranquillo chi così lo riprende e gli usa la carità d'avvertirlo, rispondendo che vuole stare più attento a non cadere in quel difetto. Uno dei maggiori desideri de' santi in questa terra è stato il desiderio di vedersi disprezzati per amor di Gesù Cristo. Questo cercò s. Giovanni della Croce, quando gli apparve Gesù colla croce in ispalla e gli disse: Ioannes, pete quid vis a me. E s. Giovanni gli rispose: Domine, pati et contemni pro te. Il grado più alto dell'umiltà (insegnano i dd. con s. Francesco di Sales) è il compiacersi nelle abbiezioni ed umiliazioni. E questo ancora è uno dei maggiori meriti che ci possiamo fare con Dio. Varrà più avanti a Dio un disprezzo sofferto con pace per amor


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suo, che mille discipline e mille digiuni.

 

E bisogna sapere, che il dover sopportare i disprezzi è cosa inevitabile nelle comunità più sante, o da' superiori o da' compagni. Si leggano le vite de' santi; quante mortificazioni ricevettero s. Giovan Francesco Regis, il ven. p. Francesco di Geronimo, il p. Torres ed altri. Anche tra' santi il Signore alle volte dispone che vi siano certe antipatie naturali senza colpa, o pure certe diversità di genj tra i soggetti di maggiore spirito, per le quali poi toccherà a soffrire molte contrarietà. Molte altre volte si apprenderanno cose non vere: Dio stesso le permetterà, acciocché i soggetti si esercitino nella pazienza e nell'umiltà.

 

In somma poco profitto farà nella religione, anzi molto discapito, chi non soffre con pace i disprezzi e le contrarietà. Perciò chi entra nella religione, per darsi tutto a Dio, dee poi vergognarsi di non saper soffrire un disprezzo, comparendo avanti a Gesù Cristo ch'è stato saturatus opprobriis per nostro amore. Stia attento ciascuno in ciò, e si risolva nella religione di compiacersi di tutte le abbiezioni, e si apparecchi a sopportarne molte, che senza meno gli toccherà di sopportare; altrimenti queste inquietudini per le contrarietà e disprezzi mal sopportati lo potranno turbar di modo, che potranno fargli perdere la vocazione e cacciarlo dalla religione. Quanti per tali impazienze nelle umiliazioni han perduta la vocazione? Ma che serve alla religione e a Dio chi non sa sopportare un disprezzo per suo amore? E come mai può dirsi morta una persona, siccome ella ha promesso a Gesù Cristo in entrare nella religione di morire a se stessa, se poi resta viva in risentirsi ed inquietarsi, quando si vede umiliata? Fuori della religione questi soggetti così attaccati alla stima propria, fuori: è bene che quanto più presto si può se ne vadano, acciocché colla loro superbia non infettino ancora gli altri. Nella religione ognuno deve esser morto, e specialmente alla stima propria, altrimenti è meglio che non v'entri, o entrato se ne vada via.

 

Per 4. Chi entra nella religione bisogna che rinunzi affatto alla propria volontà, consacrandola tutta alla s. ubbidienza. Questa è la cosa più necessaria fra tutte. A che serve lasciare i comodi, i parenti, gli onori, e portare poi nella religione la propria volontà? In ciò consiste principalmente il negare se stesso, il morire spiritualmente, e 'l donarsi tutto a Gesù Cristo. La donazione del cuore, cioè della volontà, è quella ch'egli più gradisce e cerca dai figli della religione. Altrimenti poco serviranno tutte le mortificazioni, tutte le orazioni e tutti gli altri distacchi, se uno non si distacca affatto e non rinunzia in tutto alla propria volontà.

 

Già s'intende che questo è il maggior merito che ci possiamo fare con Dio: e questa è la via unica e sicura di piacere a Dio in tutte le cose, sicché possa dire ciascuno quel che diceva Gesù nostro Salvatore: Ego quae placita sunt ei facio semper 1. Certamente chi nella religione sta senza volontà propria, può dire e sperare che in ogni cosa che fa o studia, o va all'orazione, o a prender le confessioni, o va al refettorio, o alla ricreazione, o al riposo, egli piace a


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Dio; mentre nella religione quasi non vi è passo o respiro, che non si se non per ubbidienza o della regola o de' superiori.

 

Non s'intende dal mondo, anche da certe persone dedite allo spirito, quanto vale la vita d'ubbidienza in comunità. È vero che fuori di comunità si trovano molti che faticano, e forse più di coloro che vivono sotto ubbidienza; predicano, fan penitenze, orano, digiunano; ma in tutto fanno avere gran parte, e forse la maggior parte, alla propria volontà. Dio faccia che nel giorno del giudizio non abbiano questi a piangere come quelli della scrittura: Quare ieiunavimus, et non aspexisti? humiliavimus animas nostras, et nescisti? Ecce in die ieiunii vestri invenitur voluntas vestra 1. Sul che dice s. Bernardo: Grande malum propria voluntas, qua fit, ut bona tua tibi bona non sint. S'intende, quando in questi esercizj non si cerca Dio, ma se stesso. All'incontro chi fa tutto per ubbidienza, sta sicuro che in tutto gusto a Dio. La v. madre Maria di Gesù diceva che per due cose principalmente pregiava tanto la sua vocazione religiosa, una perché nel monistero godeva continuamente la presenza e compagnia di Gesù sacramentato; l'altra perché ivi per mezzo dell'ubbidienza era tutta di Dio, sacrificandogli la propria volontà. Si narra dal p. Rodriguez, ch'essendo morto quel Dositeo discepolo di s. Doroteo, rivelò il Signore che per quei cinque anni ch'egli era vivuto sotto l'ubbidienza, benché per essere infermo non avesse potuto praticare le austerità degli altri monaci, pure, per virtù dell'ubbidienza, avea meritato il premio di s. Paolo eremita e di s. Antonio abate.

 

Chi dunque vuol entrare nella religione, si ha da risolvere di privarsi affatto della propria volontà, e di non volere altro se non quello che vuole la santa ubbidienza. Guardi Dio che alcuno della religione si facesse mai uscir di bocca: voglio, o non voglio! Ma sempre in tutte le cose, ancorché fosse interrogato da' superiori di quello che desidera, dee solo rispondere: voglio quel che vuole l'ubbidienza. E purché non vi sia evidente peccato, deve ubbidire in tutte le cose che gli sono imposte, alla cieca, e senza esame, giacché l'officio di esaminare gli affari e i dubbj tocca non a lui, ma a' superiori. Altrimenti, se ubbidendo non soggetta il proprio giudizio al giudizio de' superiori, la sua ubbidienza anche sarà imperfetta. Diceva s. Ignazio di Loiola, che la prudenza nelle cose d'ubbidienza non s'appartiene a' sudditi, ma a' superiori; e che se v'è prudenza nell'ubbidire, ella è di ubbidire senza prudenza. Dice s. Bernardo: Perfecta obedientia est indiscreta 2. Ed in altro luogo disse: Novitium prudentem in congregatione durare impossibile est, adducendone la ragione: Discernere superioris est, subditi obedire.

 

Ma per profittare ciascuno poi in questa virtù dell'ubbidienza, che importa tutto, bisogna che tenga sempre l'animo preparato ad eseguire tutto quello a cui si sentirà maggiormente ripugnare: e preparato all'incontro a soffrire con pace il vedersi negato tutto quello che cerca o desidera. Avverrà che quando egli desidera la solitudine per trattenersi


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all'orazione e allo studio, allora sarà maggiormente impiegato in affari esterni. Perché, sebbene è vero che nella religione si pratica la vita solitaria, quanto è possibile, quando si sta in casa; ed a questo fine vi son molte ore di silenzio, il ritiro di dieci giorni di esercizj in perfetto silenzio in ogni anno, e di un giorno similmente in ogni mese; oltre poi il ritiro di quindici giorni di esercizj avanti la vestizione, e 15. altri giorni avanti la professione, in cui si faranno i voti: nulladimeno, se la religione è di sacerdoti operarj e applicati alla salute delle anime, il soggetto, quando sarà in ciò continuamente impiegato dall'ubbidienza, dovrà contentarsi del solo tempo delle orazioni e degli esercizj della comunità; e qualche volta dee stare apparecchiato a lasciare anche questi, se così vuole l'ubbidienza, senza replicareinquietarsi. Intendendo bene quel che bene intendeva e diceva s. Maria Maddalena de' Pazzi: Che le cose che si fanno per ubbidienza sono tutte orazione.

 

Entrato poi che sarà alcuno nella religione, ancorché sia veramente chiamato, ed ancorché abbia superate tutte le passioni ed interessi terreni, non s'immagini che sarà esente da altre tentazioni e prove che Dio stesso gli manderà, di tedj, di oscurità, di apprensioni varie, per maggiormente raffermarlo nella sua vocazione. Sappiamo che anche i santi, che più hanno amate le loro vocazioni, vi han patite grandi oscurità alle volte, e lor pareva di essersi ingannati, e di non salvarsi in quello stato. Così avvenne a s. Teresa, a s. Giovanni della Croce, alla v. Madre di Chantal; ma con raccomandarsi a Dio loro si tolse l'oscurità e ricuperarono la pace. Così prova il Signore i suoi più diletti, come fu detto a Tobia: Quia acceptus eras Deo, necesse fuit, ut tentatio probaret te 1. E nel Deut. 2: Tentat vos Dominus Deus vester, ut palam fiat utrum diligatis eum an non.

 

Perciò ognuno s'apparecchi nella religione a patire le sue oscurità. Si troverà alle volte, che gli parrà di non poter soffrire le osservanze di quella, di non potervi avere più pace, di non potervisipure salvare. Ed allora bisogna maggiormente stare attento, quando la tentazione affaccia pretesti di scrupolo o di maggior bene spirituale, per far abbandonare ad alcuno la sua vocazione.

 

Due sono i rimedj principali in tali tentazioni. Il primo di ricorrere all'orazione: Accedite ad eum, et illuminamini 3. Chi ricorre a Dio, non è possibile che non vinca la tentazione, e chi non si raccomanda a Dio, non è possibile che non resti vinto dalla tentazione. E notisi che alle volte non basterà ricorrere a Dio la prima volta o per pochi giorni, per sentirsi vittorioso; permetterà forse il Signore che anche dopo l'orazione perseveri la tentazione per più settimane, per mesi, e per anni; ma stiamo sicuri, che chi dura nel raccomandarsi a Dio, certamente resterà illuminato e vincitore: ed indi resterà con maggior pace e più confermato nella sua vocazione. E fintanto che ciascuno non avrà sofferta la detta tempesta, che per lo più tocca a tutti, non si tenga per sicuro. Notisi però che in questo tempo di tenebre non bisogna aspettare fervorechiarezza


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di ragioni per quietarsi, perché in mezzo a quella oscurità non si vede altro che confusione. Allora non deesi far altro che dire a Dio: Signore, aiutami, Signore, aiutami. Con ricorrere spesso anche a Maria ss. ch'è la madre della perseveranza, fidandoci della divina promessa: Petite et accipietis. Ed è certo che chi vince colla divina grazia in tali tempeste, ritrova poi doppia calma e pace nella sua vocazione.

 

Il secondo rimedio, anche principale e necessario in tali tentazioni, è di comunicare co' superiori, o col suo padre spirituale della religione, la tentazione che l'affligge: e subito, prima che la tentazione pigli forza. Diceva s. Filippo Neri che quando la tentazione è scoperta è mezzo vinta. All'incontro non vi è maggior male in detto caso, che tacere la tentazione a' superiori, perché allora da una parte Dio ritira la sua luce, per la poca fedeltà che usa allora il soggetto in non volerla manifestare; e dall'altra parte la tentazione piglia forza, mentre non si sventa la mina. Onde si tenga per sicuro che chi nelle tentazioni contro la vocazione non le manifesta certamente perderà la vocazione. Ed intendasi che nella religione queste sono le tentazioni più dannose che può mettere l'inferno, le tentazioni contro la vocazione, colle quali, se gli riuscirà di vincere, in un colpo avrà molte vittorie; perché perduta che avrà un soggetto la vocazione, ed uscito che sarà dalla religione, che bene potrà fare più nella vita di Dio? Benché il nemico gli farà vedere che fuori della religione avrà più pace e farà più bene; nulladimeno tenga per certo, che uscito che sarà resterà con tal rimorso nel cuore, che non avrà mai più pace, e Dio faccia che tal rimorso non l'abbia a tormentare poi per tutta l'eternità nell'inferno: dove è così facilissimo a cadere (come di sopra si è detto) chi per colpa sua abbandona la vocazione. E resterà di più così intepidito e disanimato a fare il bene, che non avrà animo neppure di alzare gli occhi in cielo. Sarà facilissimo che abbandoni poi affatto l'orazione, mentre in quella sentirà, ogni volta che ci va, un inferno di rimorsi, sentendosi rimproverare dalla coscienza e dire: Che hai fatto? hai lasciato Dio? hai lasciata la vocazione? e perché? Per compiacere il tuo genio, i tuoi parenti. Si assicuri, che questo rimprovero lo ha da sentire in tutta la sua vita, e più sentirà farselo in punto di morte a vista dell'eternità; quando in vece di morire nella casa di Dio, ed in mezzo a' suoi buoni fratelli della religione, si troverà a morire fuori della religione, e forse in casa sua, e in mezzo a' parenti, per cui contentare avrà disgustato Dio. Preghino sempre i religiosi, che Dio più presto li faccia morire, che permetta questa somma disgrazia, la quale in punto di morte meglio si conoscerà per maggior tormento, poiché allora non vi è più rimedio all'errore. Onde chi è tentato nella vocazione, questa è la miglior meditazione che può fare in tempo della tentazione, pensare qual tormento gli apporterà in punto di morte il rimorso di aver perduta per capriccio suo la vocazione, morendo per colpa sua fuori della religione.

 

In fine si avverte a chi vuol entrare nella religione, a risolversi di farsi santo, ed a soffrire ogni pena esterna ed interna per esser fedele


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a Dio e non lasciar la vocazione. E se non istà così risoluto, l'esorto a non ingannare i superiori e se stesso, e a non entrare; poich'è segno allora che non vi è chiamato, o non vuole corrispondere come deve alla chiamata, il che è peggior male. Onde con tal mala disposizione è meglio che si trattenga fuori a meglio disporsi, ed a risolversi di darsi tutto a Dio e patir tutto per Dio; altrimenti farà danno a se stesso ed alla religione, perché facilmente poi se n'uscirà; ed allora, oltre il restare discreditato appresso il mondo, resterà appresso Dio reo di maggior infedeltà alla sua chiamata, e perderà la confidenza di dare più un passo nella via di Dio; e Dio sa quali altre rovine e cadute gli succederanno appresso.

 

In somma, bella cosa è vedere nella religione anime date tutte a Dio, che vivono nel mondo, ma come fuori del mondo, senz'altro pensiero che di dar gusto a Dio.

 

Nella religione ciascuno ha da vivere solo per la vita eterna. Oh beati noi, se questi quattro giorni di vita gli spendiamo per Dio! E maggiormente dee far questo chi forse già si trova spesa nel mondo buona parte della sua vita. Mettiamoci avanti gli occhi l'eternità, e allora tutto si patirà con pace ed allegrezza. Ringraziamo Dio che a noi tanta luce e mezzi per amarla perfettamente; mentre fra tanti uomini ci ha scelti a servirlo nella religione, avendoci dato il dono del suo santo amore. E diamoci fretta nelle virtù per piacergli, pensando che forse, come diceva s. Teresa alle sue figlie, abbiamo fatto il più colla grazia sua per farci santi, con voltare le spalle al mondo; ed a tutti i beni suoi; il meno ci resterà da fare, e saremo santi. Tengo per certo che Gesù, a coloro che muoiono nella religione, ha apparecchiato un gran posto in paradiso. In questa terra saremo poveri, disprezzati, trattati da pazzi, da imprudenti; ma nell'altra vita muteremo sorte.

 

Raccomandiamoci sempre all'amantissimo Redentor nostro nascosto nel sagramento ed a Maria ss., poiché i soggetti nella religione hanno da professare un amore specialissimo a Gesù sagramentato ed a Maria immacolata; e confidiamo assai. Gesù Cristo ci ha eletti per grandi della sua corte, come possiamo argomentare evidentemente dalla protezione che dimostra verso le sue religioni e verso ciascun fratello: Dominus illuminatio mea, et salus mea, quem timebo? 1.

 

Signore, compite l'opera, e fateci tutti vostri, per gloria vostra; acciocché tutti i soggetti delle vostre religioni sino al giorno del giudizio vi compiacciano perfettamente e vi acquistino immenso numero d'anime. Amen. Amen.

 




1 Contr. t. 1. de monach. c. 36. n. 1.



1 2. 2. q. 10. a. 5.



2 2. 2. q. 189. a. 10.



3 Epist. 111.



4 Porrecta ap. s. Tom. nel luogo citato.



5 Psal. 44. 11.



6 Appresso s. Tom. nel luogo citato.



7 Opusc. 17. c. 10.



1 Matth. 16. 24.



1 Apoc. 2. 17.



2 Ps. 93. 20.



3 Philip. 4. 7.



4 Psal. 33. 9.



1 Matth. 10. 34. et 35.



2 V. 36.



1 Luc. 14. 26.



1 Io. 8. 29.



1 Isa. 58. 3.



2 De vita solit.



1 Tob. 12. 13.



2 13. 3.



3 Psal. 33. 6.



1 Psal. 26. 1.




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