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Sant'Alfonso Maria de Liguori
Brani apologetici inediti

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Testo


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Introduzione e studio su alcuni punti alfonsiani di Oreste Gregorio

Verso il termine della primavera del 1756, a 60 anni, sant'Alfonso, che per quanto gli era consentito alle falde del Vesuvio, seguiva il movimento della cultura teologica europea (1), (1 Nella Introduzione della «Breve dissertazione» sant'Alfonso attento alle pubblicazioni transalpine dichiara che dei libri intinti di materialismo e deismo stampati in quegli anni nell'Olanda non gli era « pervenuta ancora notizia ».) diede a luce un volumetto intitolato «Breve dissertazione contro gli errori de' moderni increduli generalmente oggidì nominati materialisti e deisti» (Napoli - Alessio Pellecchia, 1756, pp. 133 in -12).

Allarmato dalla colluvie di libercoli perniciosi, che importati alla chetichella circolavano in numero crescente nella capitale del Regno, propagandosi sin nei paesi di provincia, intervenne nella questione con queste pagine di apologetica spicciola, basata sugli studi poderosi dei domenicani Moniglia e Concina, del gesuita Tertre, dello scolopio Vestrini, dell'ab. Genovesi, di Lorenzo Magalotti, ecc.(2). (2 V. MONIGLIA (1686-l767), Dissertazione contro i materialisti ed altri increduli, 2 volumi in-8, Padova 1750; D. CONCINA (1687-1756), Della religione rivelata contro gli ateisti, deisti, materialisti e indifferenti, 2 tomi in-4, Venezia 1754; R. TERTRE (1677-1762), Trattenimenti sovra la religione, Napoli 1749 (trad. Brunasso dal francese); B VESTRINI (1715-1786). Lettere teologiche, 4 volumetti, Venezia 1749-50; A. GENOVESI (1712-1769), Elementa metaphysicae, Neapoli 1756, ed. II; L. MAGALOTTI (1637-1712), Lettere familiari contro l'ateismo, Venezia 1741.)

Divise l'opera in due parti: nella I in 3 capitoli confutava i falsi sistemi del processo infinito delle cause, della materia eterna e del “mostruoso” panteismo di Spinoza (1633-1677); nella II in 5 capitoli, dimostrata la verità della religione cristiana rivelata e la divinità della Bibbia, respingeva gli attacchi contro la spiritualità ed immortalità dell'anima ed illustrava l'eternità del premio e della pena nella vita futura.

Il 7 luglio 1756 notificava al tipografo- editore G. Remondini: «Ultimamente ho dato un altro libretto alle stampe contro gl'increduli moderni, cioè materialisti e deisti, raccogliendo in breve ciò che hanno detto gli autori, e molti autori a lungo e in molti volumi: il che mi ha costato una gran fatica. Questi libretti poi ce l'invierò, acciocché li veda e faccia quel che meglio stima. Se le parerà bene di stamparli e farli correre per tutta l'ltalia, bene» (3). (3 S. ALFONSO, Lettere, III, 34-35.)

In realtà il compendio in un dettato limpido era prezioso, sotto l'aspetto pastorale, particolarmente tra le file giovanili del clero.

L'autore nell'ansia missionaria di divulgare l'opuscolo quasi diga di fronte alle teorie filosofiche di Hobbes (1588-1679), Locke (1633-1704), Leibnitz (1646-1716), Berkeley (1685-1753), Wolff (1679-1754), Voltaire (m. 1778), ecc., fece pervenire un esemplare persino al Papa Benedetto XIV, che gradì l'omaggio, trovandolo «adattato ai correnti bisogni» (4). (4 Ibid., 35.) L'incredulità che attraverso gli illuministi tedeschi e francesi stava diventando ogni giorno più aggressiva suscitava serie preoccupazioni nei dicasteri romani e nelle curie vescovili. La letteratura cattolica mobilitata si arricchì di parecchi trattati polemici: sant'Alfonso vi contribuì col solito suo stile popolare, spoglio di speculazioni troppo sottili (5). (5 A proposito di S. Alfonso apologeta vedi l'interessante studio del P. V. TOGLIA in S. Alfonso de Liguori. Contributi bio-bibliografici, Brescia-Morcelliana, 1940, 183 ss.)

Remondini, esaminato il lavoro, non scartò l'idea di una ristampa: difatti sottopose la dissertazione ai superiori legittimi per essere autorizzato ad imprimerla. L'Inquisitore del S. Officio di Venezia P. Giov. Paolo Zapparella gli accordò la licenza il 14 settembre 1757; il camaldolese P. Angelo Calogerà come pubblico revisore della Repubblica esibì il 16 dello stesso mese il proprio parere favorevole (6). (6 Arch. di stato di Venezia, Riformatori dello studio di Padova, Filza 313, n. 178.)

All'oscuro delle intenzioni dell'editore veneto sant'Alfonso gli riscriveva il 5 giugno 1758: «Quest'altro libretto poi contro i materialisti e deisti non lo disprezzi: è piccolo, ma è tutto sugo; e così più giova, perché più facilmente si legge; ed ha avuto l'approvazione da uomini grandi» (7). (7 S. ALFONSO, Lettere, III, 68.) Gliene riparlava con discrezione il 5 agosto (8) (8 Ibid., 76.) e il 10 incalzava pregandolo «a non lasciare di stampare il libro contro i materialisti e deisti, perché qui è stato molto applaudito, e poche copie me ne sono restate. Per queste aggiunte che mando, bisogna che il compositore e il revisore stiano attenti per mettere le cose dove vanno; e tanto più che sono scritte con carattere molto minuto per isparambiar molta spesa di porto» (9). (9 Ibid., 77-78. Isparambiar, dialettismo, per risparmiare.)

Le aggiunte, come risulta dal contesto, riguardavano propriamente il libro della «Istruzione e pratica per i confessori», uscito in 3 volumi l'anno seguente. È possibile che vi era qualche pezzo relativo alla “Breve dissertazione”. L'autore per abitudine s'industriava di migliorare le successive ristampe, specie remondiniane, per cui è lecito supporre che abbia ritoccato l'operetta.

Sono state rintracciate recentemente due pagine autografe, che avrebbero dovuto sostituire un tratto della predetta dissertazione, precisamente la pag. 117 dell'edizione napoletana del 1756. I due fogli settecenteschi in -4 sono stati acquistati dal R.P.A. Christ, rettore della casa redentorista di Francoforte, presso l'antiquariato di J A. Stargardt in Marburg an der Lahn (Germania). Il sig. Stargardt li aveva a sua volta comprati, come pare, da un altro antiquario, avendoli casualmente scovati in un catalogo italiano (10). (10 L'originale è presso l'archivio provinciale redentorista di Colonia (Germania). Siamo riconoscenti al rev. P. Christ che si è benignato di far recapitare nitide fotocopie del medesimo al nostro archivio generale romano.)

Ad una rapida analisi appare evidente che il documento è incompleto: manca la continuazione, né sappiamo dove stia. Riteniamo poi che il manoscritto sia una bozza: le citazioni bibliche dell'ultima parte sono appena accennate. L'autore le avrà sviluppate nel mandare l'aggiunta a Remondini. Non possediamo però questa redazione più limata. Propendiamo inoltre ad ammettere che si tratti di una bozza in via di elaborazione dal fatto che nel 1838 giaceva nelle mani del Postulatore generale P. Mautone come consta dalla dichiarazione di autenticità. Nel periodo della canonizzazione del santo (1839) egli donò il manoscritto quale reliquia come praticò per parecchi altri autografi che si conservavano a Pagani. Dall'Italia, dopo altre emigrazioni, i due fogli sono arrivati in Germania.

Riproduciamo il testo-bozza di Colonia così com'è.


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V.G. eM.

Si levi quel periodo =Ma se mai p. 117 sino a lib o arb o

in fine del libr. de' Materialisti.

Perché usa misericordia ad uno

Noi conoscendo questo primo Ente Necessario, come indipendente, e da sé dovea avere in sé e da sé tutte le perfezioni, e tutte in infinito grado perfette, ed essendo all'incontro il nostro intendimento così limitato, dobbiamo essere persuasi che tutto, quel che fa Dio, quantunque non possiamo comprenderlo, tutto è giusto e retto; siccome gli Uomini privati non posson giungere a vedere le operazioni de' Superiori supremi, molte cose loro appariranno imprudenti, e pure saranno disposte con tutta saviezza, e prudenza per le ragioni conosciute da' Superiori e non da' Sudditi, i quali se le sapessero, anche l'approverebbero.

Ma per discorrere, anche a modo nostro, e, non lasciar questa verità in tutto allo scuro: si sa da tutti, quanto è stata grande la Divina Misericordia verso tutti gli Uomini; Iddio avendo creato il primo Uomo colla giustizia originale, e con innumerevoli altri doni gratuiti, da trasfondersi da esso in tutti i posteri, verso di tutti ha diffusi i tesori della sua immensa bontà, in modo che tutti sarebbero nati colla giustizia originale, e cogl'istessi doni fatti ad Adamo, tutti si sarebbero salvati. Ma l'Uomo nemico del suo bene, abusandosi dell'arbitrio a lui donato, tirò col peccato sopra di sé, e di tutti noi suoi Discendenti la Divina disgrazia e tutte le conseguenze funeste del peccato, e costituendosi reo di colpa divenne soggetto alla pena esso con tutta la sua Discendenza. Sicché se Dio avesse voluto egualmente dar luogo alla sua Giustizia, come avea dato luogo alla sua Misericordia sarebbero stati tutti gli Uomini condannati ad esser per sempre privi del Paradiso e della Divina Grazia.

Ma Dio avendo compassione dell'Uomo, e volendo far più pompa della sua Misericordia, che della sua Giustizia, e vedendo che l'Uomo era incapace di dar condegna sodisfazione per lo peccato commesso, come una sovraeccedente bontà e misericordia ha voluto il suo Figliolo a redimere il Genere umano con prendere così umanità, e morire per tutti gli Uomini: Pro omnibus. Si Christus pro omnibus. E così non solo riparò alla ruina cagionatagli


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dal peccato, ma loro ha meritato colla sua Passione maggiori grazie e doni. Ubi abundavit delictum etc. et gratia. Non sicut delictum etc. Copiosa apud redemptio. Veni ut vitam habeant et abundantius iis etc. S. Leone = Epifania Ottava.

Et avendoci donato il Figlio, non possiamo dubitare ch'egli vuol sicuramente salvi tutti. Quomodo non etiam cum Filio omnia nobis donavit? E perciò tanti mezzi, co-

Dichiaro io qui sottoscritto Padre Procur. Generale della Congr. del SS.mo Redentore e Postulatore della causa di Canonizzazione del B. Alfonso M. di Liguori, che la presente carta è tutta scritta di carattere del detto Beato. In fede.

Roma questo 24 Marzo 1838.

(1.s.) Giuseppe M. Mautone.

Ed ecco il brano che doveva essere eliminato:

“Ma se mai lice di entrare in questi imperscrutabili giudizi di Dio, mi risponda l'empio: Qual'è mai l'idea di un essere infinitamente potente? Ella è per appunto quella di concepire un essere che può donar l'esistenza a chi non l'ha: or se una tale idea ben conceputa di una potenza che può tutto ciò fare, senza esser limitata, non esige ch'ella faccia tutto ciò che può fare, bastando che si dimostri tutta intiera nel menomo de' suoi effetti; così l'idea di una bontà infinita non esige ch'ella faccia tutto il ben che può fare; essendoché ella si dimostra infinita anche ne' menomi de' suoi doni. Spieghiamo più chiaramente una tal somiglianza. Può mai la creazione di nuove creature aggiungere niente all'idea, che noi abbiamo della potenza infinita di Dio? Certamente che no! Or dunque il dono che farebbe Iddio ad un uomo di un amor costante verso la virtù, non aggiungerebbe niente all'idea che noi abbiamo della sua bontà infinita. Noi la concepiamo infinita indipendentemente da questo dono, come concepiamo infinita la sua potenza indipendentemente dalla produzione di altre nuove creature.

Finalmente l'idea della bontà di Dio non ricerca che abbia a conservar nell'uomo un amor dominante del retto ordine della virtù; come l'idea della sua potenza non esige che abbia a conservar l'esistenza delle sue creature. L'idea di una bontà infinita non esige altro che si comunichi ella, perché vuole, e tanto quanto vuole: come l'idea della sua potenza infinita esige solo che operi ella solamente, perché vuole, ed in quella misura che vuole. Gli è dunque chiaro che Dio non è obbligato per la sua bontà a prevenir l'abuso che l'uomo farebbe del suo libero arbitrio.

Non ostante le premure dell'autore Remondini non s'indusse a ristampare la «Breve dissertazione». Ignoriamo i motivi precisi; ed è questo uno dei pochissimi scritti alfonsiani non riediti a Venezia.

Nel 1761-62 sant'Alfonso con l'intento di fare l'Opera omnia delle proprie pubblicazioni ascetiche ritornò sopra la dissertazione per inserirvela, benché di contenuto strettamente teologico. Disegnava di collocarla come «opera II» nel III tomo della collezione  (11). (11 Cfr Introduzione generale alle Opere ascetiche di S. Alfonso, Roma 1960, 23 ss.; 55 ss.)

Nella revisione s'impegnò più a fondo, apportandovi correzioni e aggiunte, di cui alcune assai notevoli, come si constata nel volumetto giacente nel Museo Civico di Bassano del Grappa in prov. di Vicenza (126. D. 15). Il santo si servì di una copia dell'ed. napoletana del 1756; cominciò a correggere da p. 5, depennando l'aggettivo «dotto» dato prima all'ab. Genovesi.

Trascriviamo le aggiunte più importanti come saggio.

A p. 13, tra «esisterebbe»e «Sicché»:


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«Per esempio, dal supporre che gli uomini non sono da sé, ne nasce necessariamente la conseguenza che se non mai vi fosse stato il primo, non avrebbe potuto esservi stato il secondo, né il terzo, né alcun altro. Se tutti gli uomini dunque son dipendenti, bisogna confessare che tutta la loro serie ancora è dipendente».

A p. 14, tra «le cose comunicate» e «Replicano»: «In oltre si argomenta così: O si dice che tutti gli enti son necessari, o che tutti son contingenti (cioè possibili ad essere e non essere), o pure che v'è un solo Ente necessario, e tutti gli altri son contingenti. La prima e seconda cosa non possono dirsi. Non può dirsi che tutti gli enti son necessari, perché se fosse ciò, tutti sarebbero stati eterni: quando che all'incontro vediamo che oggi vi son molte cose che per lo passato non sono state, e che molte cose che sono state, oggi non sono. Non può dirsi neppure che tutti gli enti siano contingenti, perché la ragione sufficiente dell'esistenza d'ogni ente contingente non può esser già in se stesso, poiché altrimenti questo ente contingente sempre sarebbe stato, e sarebbe ente necessario; ma la ragione di sua essitenza dee essere in altro ente, che sia la causa da cui dipende. Non può dirsi poi che questa ragion sufficiente dell'esistenza dell'ente contingente sia in altro contingente, per la stessa ragione di sopra, perché quest'altro ente anche abbisognerebbe d'un altro ente in cui sussistesse la ragione sufficiente della sua esistenza. Il ricorrer poi al processo degli enti in infinito è un paradosso già di sopra chiaramente confutato. Posto dunque che gli enti non posson essere tutti necessari, né tutti contingenti, dunque necessariamente dee ammettersi un ente necessario, in cui si contenga la ragion sufficiente dell'esistenza di tutt'i contingenti; e questi è Dio, il quale è il Creatore e Conservatore di tutte le creature che sono contingenti».


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A p. 17, tra «limitata e finita» e «Il quarto»: «Almeno, per non trattenerci a rispondere a certe obbiezioni insussistenti che si facessero, almeno (dico) l'anime che sono incorrottibili ed immortali (come si proverà ne' capi III e IV della Parte II), dovrebbero essere infinite. Ma noi vediamo che da giorno in giorno queste anime si van creando: onde se il mondo fosse eterno, quest'anime sarebbero finte ed infinite; il che è impossibile».

A p. 23, tra «esser di lei» e «Per secondo»: «Dunque non può negarsi con questo argomento che almeno l'anime non han potuto aver l'essere dalla materia, ma han dovuto riceverlo da un Principio necessario, che ha potuto dar loro l'essere spirituale, che prima non aveano. E questa è una prova troppo chiara, che non ha replica, contro il falso sistema della materia eterna».

A p. 84, tra «formare il giudizio» e «Inoltre diciamo»: «Bisognerebbe dunque che sempre vi fosse un'altra sostanza non materiale e cieca, ma veggente e ragionevole, la quale unisse insieme ed intendesse nello stesso tempo le idee rappresentate da questi atomi, e così ella poi formasse il giudizio.

Ma che l'anima sia sostanza spirituale, e tutta distinta dalla materia, si prova chiaramente così. Se il pensiero appartenesse alla materia, non sarebbe egli se non un'intrinseca modificazione della medesima, perché essendo il pensiero un'intrinseca azione della materia pensante, come suppongono, non sarebbe che la stessa materia modificata. Ma ciò è quello che non può essere; perché se ciò fosse, il pensiero avrebbe le stesse proprietà della materia; onde sarebbe esteso! figurato, colorato e divisibile. Ma chi mai potrà dire che (per esempio) il consenso o dissenso d'un uomo sia esteso in qualche luogo, sia quadrato o rotondo, sia bianco o verde, e sia divisibile in più parti? Se dunque il pensiero non può essere modificazione della materia, dee necessariamente dirsi che non dipende da una sostanza materiale, ma da una sostanza spirituale, quale appunto è l'anima.

Si oppone a ciò che noi non possiamo conoscere tutt'i modi della materia, e perciò non possiamo dire che i pensieri alla materia non convengono. Ma si risponde che quantunque noi non conosciamo tutti questi modi, sappiamo nondimeno per certo che non possono competere alla materia modi contradittori, come sarebbe l'aver ella estensione, figura, colore, e parti divisibili, che sono proprietà intrinseche e necessarie della materia, mentre sono la materia medesima, e l'avere insieme i pensieri e raziocinii, che non son capaci di avere né estensione, né figura, né colore, né dimensione.


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Si replica Secondo l'opinione di più Filosofi si danno elementi materiali talmente semplici, che sono inestesi e indivisibili; dunque ben possono darsi modificazioni inestese e indivisibili della materia. Si risponde: Ancorché si voglia ammettere questa sorta di elementi nel corpo umano, e si dica che tutte quelle particelle di materia dalle quali il corpo si compone tutte pensino, o si dica che niuna di esse pensi, l'uno e l'altro è assurdo che non può sussistere. È assurdo per prima il dire che tutte pensino, perché se ciò fosse, o il pensiero sarebbe tutto in ciascuna particella, o sarebbe diviso parte in una e parte in un'altra. Se il pensiero fosse tutto in ciascuna particella, elle sarebbero tutte sostanze pensanti; ma ciò non può dirsi, mentre noi conosciamo chiaramente che in noi una sola mente è quella che pensa. In oltre se fossero tanti i pensieri quante sono le parti, avverrebbe che queste parti benché separate dal corpo, anche penserebbero. Non può dirsi all'incontro che il pensiero sia diviso tra le parti del corpo, prima perché il pensiero non è divisibile, secondo perché quantunque il pensiero potesse dividersi, l'uomo in tal modo non potrebbe percepire alcuna cosa, giacché ciascuna parte del suo corpo non avrebbe di quella cosa l'intiera intelligenza, ma solamente una parte; né l'unione di tali pensieri parziali e dimezzati potrebbe fargli percepire intieramente la cosa, mentre ciascuno de' pensieri non intenderebbe quel che intende l'altro. Se poi si dicesse che le parti del corpo non pensano, allora è certo che non posson produrre il pensiero, giacché niuno effetto può esser prodotto da alcuna causa se prima nella stessa causa non è contenuto. Né vale a dire che il pensiero non nasce dalle parti materiali del corpo che pensino, ma dalla lor varia disposizione, perché rispondiamo che ciò non può essere, mentre una tal disposizione non avviene nel corpo se non per varia quiete delle parti, moto e contatto, le quali operazioni non possono produrre il pensiero. Sicché se le parti del corpo non pensano, per qualunque modo sian disposte le parti della materia, non possono mai formare un corpo pensante,”.

A p. 89, in fine del cap. 3: «Di più le sensazioni del corpo non possono mai produrre le intelligenze delle cose, perché altrimenti le medesime sensazioni cagionerebbero i medesimi effetti in tutti gli uomini. Per esempio, se il suono della voce ignis producesse da sé per la sensazione che fa nell'organo uditorio l'intelligenza, o sia l'idea di fuoco, avverrebbe che tanto il dotto quanto l'ignorante dell'idioma latino intenderebbero egualmente il significato di tal parola. Ma la cosa non va così, l'ignorante non l'intende, il dotto l'intende, ed in tanto l'intende, in quanto che sa


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la convezione fatta da' Latini che la parola ignis significhi fuoco. Ma di tal convenzione solamente son capaci le sostanze spirituali, non già le materiali».

 A p. 89, al principio del cap. IV: «L'immortalità dell'anima primieramente si prova dal veder comunemente negli uomini la provvidenza delle cose future, il rimorso della mala coscienza, la cura de' sepolcri, il desiderio di eternarsi nella memoria de' posteri o colla penna o colle azioni gloriose, il timore de' castighi e la speranza de' premi dopo la presente vita, siccome scrisse Cicerone: Omnibus cura est, quae post mortem futura sunt (Lib. 2 Tuscul. Quaest.). Tutte queste cose fan conoscere che l'immortalità dell'anima è sentimento della natura; e se è della natura, egli dee tenersi per veridico, perché la natura non opera in vano, né ingerisce sentimenti falsi. Ecco come ben l'espresse lo stesso Cicerone: Omni autem in re...”.

Nell'ed. 1756 il cap. IV cominciava: «La prima prova dell'immortalità dell'anima è il consentimento comune in ciò di tutti gli uomini. Il comun consenso, scrisse Cicerone (Lib. I, Quaest. Tusc.), è come una legge della natura; onde poi disse che il più grande argomento a provare l'immortalità dell'anima era il sentimento che di ciò hanno avuto sempre ed universalmente tutte le genti: Omni autem in re...».

A p. 94, tra «è immortale», e «Ma sovra tutto»: «Si oppone a ciò per prima: L'anima nasce col corpo onde col corpo dee perire. Si risponde che sebbene l'anima nasce col corpo, nasce non però in diverso modo, il corpo vien prodotto dalla materia che esiste, ma l'anima è creata dal niente; ond'è ch'ella può essere bensì annichilata da Dio, ma non può perire per corruzione come perisce il corpo, secondo di sovra s'è dimostrato. Né vale a dire che l'anima vien formata dipendentemente dal corpo, e perciò, mancando il corpo, anch'ella dee mancare; poiché si risponde che l'anima non viene formata dipendentemente dal corpo come da suo soggetto, per cui esista, siccome per esempio la rotondità del legno è prodotta dipendentemente dal legno, come da suo soggetto in cui esiste, ma dipende dal corpo come da occasione del medesimo, in quanto che formato ch'è il corpo, Iddio crea l'anima, che ha da informarlo; e pertanto non dipendendo l'anima dal corpo in quanto alla sua esistenza, morendo il corpo, ella non muore.

E quantunque l'anima dipenda dal corpo nell'operare, in quanto che per la comunicazione che ha col corpo, ella pensa e percepisce secondo i moti che s'imprimono negli organi sensori, e specialmente nel cerebro; nondimeno nell'operare non dipende


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dal corpo come da principio delle sue operazioni, giacché non il corpo, ma l'anima è quella che pensa, che percepisce e che vuole. Quindi è ch'essendo ella separata dal corpo, ben può operare da sé, e percepire gli oggetti, ed allora opera con modo a lei più conveniente e più nobile per le pure intelligenze che ha, senza alcun mescolamento de' fantasmi. E può ben anche allora sentire le medesime sensazioni, con questa differenza però, che stando ella unita al corpo, riceve quelle percezioni dagli oggetti mediatamente dal corpo; ma separata le riceve dagli oggetti immediatamente da loro stessi. Né similmente vale a dire che l'anima non può esistere separata dal corpo, perché starebbe in uno stato violento poiché rispondiamo che quantunque è cosa violenta il separarsi l'anima dal corpo, e quantunque naturalmente ella appetisca la unione col corpo per la loro natural congiunzione, nondimeno ciò non fa che l'anima separata dal corpo sia in istato violento.

Si oppone per secondo: L'anima è forma essenziale del corpo, dunque senza corpo non può esistere. Si risponde: È forma essenziale del corpo secondo l'attitudine, per esser ella da Dio formata atta ad unirsi col corpo, e far con esso un totale composto; ma non secondo la sua essenza, mentre l'anima è una sostanza distinta, che ben può esistere ed operare fuori del corpo. E sebbene ella divisa dal corpo si dice sostanza incompleta, nulladimeno non si dice incompleta perché le manchi alcuna cosa di ragion di sostanza, ma solo perché allora non costituisce tutto l'uomo; del resto l'anima è vera e distinta sostanza, che da sé può esistere.

Si oppone per terzo: La mente umana cresce e manca col corpo, come si vede ne' giovani e ne' vecchi; dunque morendo il corpo, anch'ella perisce. Si risponde che tali mutazioni non avvengono già nell'anima, ma nel corpo, gli organi del quale mutandosi per la mancanza o copia degli umori, come accade ne' fanciulli e ne' vecchi, e più ne' frenetici o ubbriachi, l'anima per la connessione che ha col corpo, secondo i diversi moti de' sensi, come di sovra si è detto, è diversamente disposta a percepire le cose; e perciò mutandosi il corpo, sembra ch'ella ancora si muti. Ma in fatti ella sempre è la stessa, e quando è sciolta dal corpo, siccome non più soggiace al ministero de' sensi, non è più soggetta a tali estrinseche mutazioni,”.

A p. 96, tra «l'anima dell'uomo» e “Più difficile»: «Neppure osta il testo della Sapienza: Post hoc (cioè, post mortem) erimus tamquam non fuerimus... Cinis erit corpus nostrum, et spiritus diffundetur tamquam mollis aer (Sap., 2, v. 2 et 3). Perché si risponde che il Savio fa dire ciò agli empi, mentre soggiunge


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poi al v. 21: Haec cogitaverunt et erraverunt; excaecavit enim illos malitia eorum... Nec iudicaverunt honorem animarum sanctarum, quoniam Deus creavit hominem inexterminabilem. Neppure osta quel passo dell'Apostolo: Deus solus habet immortalitatem (I Tim., 6, 16). Perché ciò s'intende che Dio solo è necessariamente immortale ed ha l'immortalità da sé, ma l'uomo ha bisogno di Dio che gliela conservi,”.

Altre piccole aggiunte si riscontrano alle pp. 102, 109, 110,

112, 114.

Facciamo subito osservare che in questa revisione definitiva il santo lasciò la pag. 117 inalterata come nel 1756. In un ripensamento posteriore omise la sostituzione ideata o con lettera a noi non pervenuta rammentò a Remondini l'aggiunta mandatagli in antecedenza?

L'editore veneto era propenso nel 1763 a ristampare la «Breve dissertazione» ricorretta, per cui si munì dell'approvazione ecclesiastica e civile. L'Inquisitore del S. Officio di Vicenza P. Pio Raimondo Petrelli in data del 23 aprile segnalò «avendo ricevuto il libretto del R. P. D. Alfonso Liguori intitolato: Breve dissertazione, ecc. non v'ho ritrovato cos'alcuna contra la Religione Cattolica». Il pubblico revisore Dott. Giacomo Rebellini da parte sua rilevò il 19 maggio: «Attesto io infrascritto di aver veduto ed approvato quanto a' Principi e buoni costumi il libro stampato con alcune Aggiunte e Correzioni manoscritte, che ha per titolo: Breve dissertazione contra gli errori de' moderni increduli materialisti e deisti del R. P. D. Alfonso de Liguori», ecc. (12). (12 Arch. di stato di Venezia, Riformatori dello studio di Padova, Filza 315, n. 894.)

Nel Registro dei mandati di licenza per le stampe (1759-1768) venne regolarmente segnato il permesso accordato (13). (13 Ibid., Filza 341, fol. 168.)

Ma il libro anche questa volta non uscì (14). (14 O. GREGORIO, Vicende bicentenarie di una dissertazione apologetica di sant'Alfonso, in Divinitas, I (Roma 1957) 174 ss.)

È quindi errata la notizia fornita dal Catalogo manoscritto, che nella II parte compilata nel 1789 o poco dopo pone nel 1763 come riprodotta la «Breve dissertazione» (15). (15 Arch. di stato di Venezia, Riform. dello studio di Padova, Filza 351: Catalogo generale o sia raccolta di tutti i libri attualmente in commercio che sono stati stampati in Venezia ed in tutto lo Stato dalli librari e stampatori sì veneti che della terra ferma.)

È stata una svista: Remondini in quell'anno curò la ristampa di un altro opuscolo alfonsiano, dal titolo: «Verità della fede fatta evidente per li contrassegni della sua credibilità», pubblicata nel 1762 a Napoli nella tipografia di G. di Domenico (16). (16 O. GREGORIO, Un errore bicentenario in un libro di S. Alfonso, in Divinitas, III (Roma 1959) 171 ss.)

Dopo il 1764 sant'Alfonso non insistette più sulla ristampa della «Breve dissertazione»: nel 1765 progettò di stendere un'opera più completa sopra l'identico argomento. Il 29 dicembre annunziava a Remondini: «Io sto componendo un libro contro l'eresie moderne di ateisti e deisti, perché questi sono gli errori che oggidì vanno in giro. I calvinisti d'Inghilterra e i giansenisti di Francia oggi non sono più né giansenisti né calvinisti, ma ateisti e deisti, e continuamente mandano fuori libri impestati di questa materia; ed in Napoli si cercano e si leggono, anche dalle donne, e ne avviene una gran ruina d'anime. Di questa materia io ne feci già un piccolo compendio, ma ora sto facendo un'opera compita, la quale spero riuscirà di gran gloria di Dio» (17). (17 S. ALFONSO, Lettere, III, 273.)

La trattazione apparve a Napoli nel 1767 «Verità della fede contro i materialisti che negano l'esistenza di Dio, i deisti che negano la religione rivelata ed i settari che negano la Chiesa cattolica essere la vera». Venne giudicata dai competenti un capolavoro del genere. Remondini la ristampò nello stesso anno e nel 1778 lanciò sul mercato una III edizione. Naturalmente il meglio della «Breve dissertazione» fu assorbita da questa opera più matura.

 

La «Breve dissertazione», non ristampata nel Settecento come bramava l'autore, ebbe invece fortuna nell'Ottocento. M. De Meulemeester ha classificato 9 edizioni italiane (18) (18 M. DE MEULEMEESTER, Bibliographie générale des Ecrivains de la Congr. du Très Saint-Rédempteur, I, Louvain 1933, 86.) ed altrettante in lingue diverse: 5 in francese, 2 in tedesco, I in olandese ed I in latino (traduz. Walter, Roma 1903) (19). (19 Ibid., 335.) Nel complesso il libretto ebbe secondo i dati del bibliografo belga 19 edizioni, inclusa quella del 1756.

Il totale va corretto in 27 edizioni per le altre 8 che gli sono sfuggite. Forse anche questa cifra è approssimativa: sospettiamo che ricerche più sistematiche e approfondite possano accrescerla ulteriormente.

Soggiungiamo uno specchietto, indicando da un lato le ristampe italiane rintracciate da De Meulemeester e dall'altro quelle scoperte recentemente.

1825. Torino (Marietti)

1831. Monza (Corbetta)

1832. Torino (Marietti)

1832. Venezia (Antonelli)

1848. Torino (Marietti)

1857. Torino (Marietti)

1871. Napoli (Uffizio libri ascet.)

1872. Torino (Marietti)

1875. Torino (Marietti)

1819. Napoli (De Bonis)

1827. Venezia (G. Gnoato)

1834. Venezia (Antonelli)

1834. Monza (Corbetta, ed. II)

1836 (?). Ancona (Aureli)

1838. Napoli (Gabinetto letterario)

1857. Napoli (G. Nobile)

1887. Torino (Marietti)

Tutte le 17 ristampe del testo originale come pure le 9 del testo tradotto ripetono l'edizione napoletana del 1756. Le correzioni preparate diligentemente da sant'Alfonso sono intanto restate inedite nel Museo Civico di Bassano. Attendono con i 2 fogli di Colonia la generosa iniziativa di un editore, che riproduca la «Breve dissertazione» nel testo più corretto ed ampliato nel 1762, dall'autore.

Una ristampa moderna, magari aggiornata, oltre a documentare la solerte attività del dottore zelantissimo, riuscirebbe operante anche dal lato critico, mostrandoci con prove concrete una maniera di pensare e discutere nel '700: Si potrebbe per tal via conoscere quali valori positivi siano sopravvissuti dopo sì acute e sterminate polemiche e misurare i progressi raggiunti dalla verità, che è immutabile come il sole.

Né è da trascurarsi l'utilità di una simile lettura da parte del popolo, che oggi come ieri è insidiato, su per giù, dagli stessi errori deistici e materialistici del sec. XVIII. Accade sovente che le teorie cambino i termini espressivi, ma nel fondo la falsità permanga identica sia pure rivestita di colori più vistosi. L'errore è sempre mutevole come la luna: nomi nuovi, errori vecchi.




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