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S. Alfonso Maria de Liguori
Breve dissertazione...moderni increduli

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PARTE I. - CONTRA I MATERIALISTI

 

CAP. I. Si prova la necessità d'un primo principio creatore del tutto, e si confutano i falsi sistemi così del processo infinito delle cause, come della materia increata ed eterna, disposta dal fortuito concorso degli atomi.

 

È questione se diansi o no veri atei d'intelletto: è certo non pertanto che ve ne sono molti di volontà i quali per non aver freno alle loro passioni disordinate vorrebbero che non vi fosse Dio che li castigasse; onde per liberarsi da un tal timore e da' rimorsi della coscienza, cercano quest'infelici di mettere in dubbio la divina esistenza. Ma io non posso né potrò mai credere che essi giungano a persuadersi pienamente non esservi un Dio fattore e governatore del tutto. Nulla enim (disse Cicerone1) est gens tam fera, tam immanis, cuius mentem non imbuerit divinitatis opinio. Multi de Deo prava sentiunt: omnes tamen esse vim et naturam divinam arbitrantur. Gli uomini, le bestie, le piante, i cieli, i pianeti, i mari, e tutte le altre cose che vediamo, ci dimostrano chiaramente esservi un Dio che l'ha create, come dicono le sacre scritture: A magnitudine enim speciei, et creaturae cognoscibiliter poterit Creator horum videri2. Loquere terrae, et respondebit tibi... Quis ignorat quod omnia haec manus Domini fecerit3? Invisibilia enim ipsius a creatura mundi, per ea quae facta sunt, intellecta conspiciuntur: sempiterna quoque eius virtus et divinitas, ita ut sint inexcusabiles4.

 

È certo che niuna cosa può aver l'essere dal nulla, perché il nulla non può dare quell'essere che non ha: Nemo dat quod non habet. Dunque ogni cosa prodotta o deve esistere da se stessa o ha d'aver l'esistenza da un'altra cagione. Da sé non può esistere, perché una cosa che prima non è non può darsi l'essere che non ha; altrimenti ne risulterebbe una inevitabile contraddizione, cioè che la stessa cosa sarebbe insieme prodotta e non prodotta: prodotta, perché prima non esisteva e dopo esiste; non prodotta, perché non ha ricevuto l'essere da altri, ma da se stessa. Inoltre se una cosa potesse darsi l'essere da sé sarebb'ella perfettissima; poiché potendo darsi l'essere indipendente (che sarebbe la massima perfezione), avrebbesi potuto dare ancora tutte l'altre perfezioni. Ma noi vediamo tutte queste creature imperfette, mortali e corruttibili; dunque è chiaro, che non han potuto darsi l'essere da loro stesse, ma l'han dovuto ricevere da una prima cagione perfetta ed indipendente, qual è il nostro Iddio.

 

Ma dicono che tutte le cose esistenti non hanno già avuto principio, ma sono un'infinita serie di cause, l'una dipendente dall'altra. Dunque rispondiamo in breve: se tutte queste cose son dipendenti, dee per necessità ammettersi un primo principio indipendente, da cui tutte esse dipendano; altrimenti ne sorgerebbe un'altra contraddizione, poiché bisognerebbe dire che queste cose da una parte son tutte dipendenti, mentre l'una dipende dall'altra: ed all'incontro che sono indipendenti, mentre non dipendono da altra cagione che da loro stesse.

 

giova dire ch'elle siano infinite, perché la loro infinità è ad esse estrinseca, che non muta la loro natura d'esser dipendenti; onde se non si ammettesse la prima cagione da cui hanno l'origine, niuna di loro esisterebbe. Sicché sebbene ammettessimo la supposta serie infinita di cause, nulladimeno non avendo alcuna di loro (come abbiam veduto) virtù di produrre se stessa, bisogna sempre per necessità assegnare a tutte una prima cagione, o sia un creatore, il quale abbia da sé l'esistenza, ed egli l'abbia a tutte le cose comunicata.

 

Replicano altri increduli che non è necessario ricorrere al processo infinito delle cause per negare la necessità di questa prima cagione: mentre dicono che la materia è eterna ed increata.


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Ma noi diciamo che questa materia eterna ed increata non può darsi: perché se si desse, ne seguirebbero molti grandi assurdi. Il primo, che si darebbe un infinito maggiore di un altro infinito. Ecco come: Se vi fosse questa materia eterna increata, ella esisterebbe necessariamente da sé, e così sarebbe illimitata ed infinita, non avendo da chi abbia potuto ricevere limitazione. Quindi avverrebbe il darsi un infinito maggiore di un altro infinito; poiché il diametro, ossia la linea che scorre dall'una all'altra parte di questa materia fisica infinita sarebbe ella infinita, ed all'incontro ogni parte di questa linea materiale sarebbe ancora infinita, perché interminabile; sicché il primo infinito che comprende tutta la linea sarebbe maggiore del secondo infinito che abbraccia una sola parte.

 

Il secondo assurdo è, che se la materia fosse stata eterna, non vi sarebbe alcuna cosa prodotta. La ragione, perché ogni produzione materiale si fa per via di moto; or se la materia fosse stata eterna, anche eterno avrebbe dovuto essere il moto; sicché il moto di qualunque produzione avrebbe avuto a procedere da una eternità antecedente; ma essendo l'eternità impertransibile, questo moto non avrebbe potuto mai giungere al termine di produrre alcun effetto. Onde se la materia fosse stata eterna, e per via del supposto moto avessero avuto a prodursi tutte le cose, non vi sarebbero né uominibestiepiante né altra cosa di quelle che noi vediamo già esistere nel mondo. Spieghiamo più chiaramente l'evidenza di quest'assurdo. Se il mondo fosse ab aeterno, niun uomo avrebbe potuto nascere; poiché niuno infatti avrebbe potuto nascere, finché non fosse passato un numero infinito di generazioni; ma un numero infinito è impossibile che passi: mentre per passare un tal numero vi sarebbe stato bisogno di principio: ma l'infinito non ha principio. Non ha principiotermine; ma assegnando la generazione di ciascuno, noi daremmo termine all'infinito. Da tutto ciò evidentemente si vede che se il mondo fosse stato ab aeterno, sarebbe stato impossibile che alcun uomo mai nascesse.

 

Il terzo assurdo è, che dato per possibile che il moto di questa materia avesse potuto passare alle produzioni presenti, supposta l'eternità della materia, ne nascerebbe che di presente vi sarebbero in questo mondo infiniti uomini, infiniti bruti, infinite piante; poiché procedendo da un'eternità il loro numero dovrebbe essere infinito, ed infinita dovrebbe essere ancora la terra per potervi capire questi infiniti oggetti materiali; quandoché noi vediamo all'incontro, che questa terra è limitata e finita.

 

Il quarto assurdo è, che se il mondo fosse ab aeterno, dovrebbe anche in eterno permanere; onde tutte le cose che lo compongono dovrebbero altresì durare necessariamente in eterno: il che evidentemente è falso. E lo proviamo così: Se il mondo è da sé, ed eterno a parte ante, egli è intrinsecamente necessario ed indipendente: e se è necessario ed indipendente, dev'essere necessariamente eterno a parte post, poiché la sua esistenza è identificata colla sua natura: onde non può non esistere; altrimenti ne nascerebbe la contraddizione, che sarebbe necessario e non necessario. Posto ciò, se il mondo è necessariamente eterno, debbono essere necessariamente eterne anche le sue parti, perché dalle parti egli viene composto. Ma noi vediamo che queste parti non sono necessarie; perché ben potrebbe succedere (per esempio) che niun uomo potesse o volesse più generare, e così si estinguerebbe una delle sue più nobili parti; e lo stesso può dirsi delle altre specie di cose. Dunque se tutte le parti del mondo possono estinguersi, si rende evidente che il mondo non può essere eterno da sé. Ma non dice s. Tommaso, che Dio potea creare il mondo ab aeterno? Dunque (dicono), se Dio avesse creato ab aeterno queste parti del mondo, già


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elle sarebbero eterne. Ma ciò non osta; perché posto che Dio ha creato il mondo, ancorché l'avesse creato ab aeterno, conforme liberamente l'avrebbe ab aeterno creato, così liberamente potrebbe distruggerlo. E perciò si è detto che il mondo non può essere eterno da sé.

 

Inoltre se il mondo fosse ab aeterno, ne nascerebbe che sarebb'egli insieme necessario e contingente. Necessario da una parte; perché essendo increato ed indipendente, dovrebbe necessariamente esistere: Contingente dall'altra (cioè possibile a non esistere, come infatti egli è), perché il mondo certamente è composto di diverse e distinte parti, siccome le vediamo: all'incontro queste parti son tutte contingenti per la ragione addotta di sopra, cioè perché niuna cosa materiale prodotta ha potuto avere l'essere da se stessa, ma l'ha dovuto ricevere da un primo principio; se dunque tutte queste parti son contingenti, non possono elle comporre un tutto necessario. Né giova, per ischivare quest'assurdo, ricorrere alla serie infinita delle cause; perché essendo queste tutte dipendenti l'una dall'altra, e perciò necessariamente contingenti, non può essere l'una principio dell'altra.

 

Diranno contra ciò, che non vale argomentare da' singolari all'universale, mentre può un attributo convenire all'universale, benché non convenga ai singolari; onde dicono, che quantunque le parti sieno contingenti, il tutto nondimeno è necessario. Rispondo, che allora non vale argomentare da' singolari all'universale, quando l'attributo conviene al tutto, ma non conviene essenzialmente alle parti: per esempio il nome d'esercito non conviene a ciascun soldato, ma solo conviene alla moltitudine di tutti i soldati. Quando all'incontro l'attributo conviene essenzialmente a ciascun de' singolari, ben si argomenta da' singolari all'universale: per esempio, l'esser mortale conviene essenzialmente a ciascun uomo in singolare, perché la mortalità compete alla natura umana; dunque la mortalità conviene essenzialmente a tutti gli uomini in generale. E così nel caso nostro, se l'esser contingente conviene essenzialmente alle parti di questo universo materiale, conviene ancora al tutto. Se dunque il tutto è contingente e non necessario, non può essere eterno ed increato, ed avere l'esistenza da sé, come di sovra si è detto.

 

Ma replicano i contrarj, che non osta il dire che se la materia fosse eterna, questo universo sarebbe insieme necessario e contingente, mentre un tutto necessario non può venir composto dalle sue parti che son contingenti: dicono che ciò non osta, perché le parti benché sian contingenti in quanto alla forma che non hanno da sé stesse, ma la ricevono da altri; nondimeno son necessarie in quanto alla materia o sia sostanza, che non ricevono da altra cagione. Ma noi dimandiamo: questa forma da chi mai l'hanno ricevuta coteste parti? Risponderanno, che l'hanno ricevuta dalle cause infinite producenti l'una l'altra; ma questo processo delle cause infinite già l'abbiam confutato di sopra, perché essendo elleno tutte dipendenti, per necessità han dovuto avere un primo principio indipendente. O pure diranno che la loro forma l'han ricevuta dal fortuito combinamento degli atomi, i quali a caso accozzandosi gli uni cogli altri han così formate tutte le cose di questo mondo. Ma rispondiamo: che questo ridicolo sistema del casuale concorso degli atomi, oltre l'essere ributtato da tutti per più ragioni, egli non può sussistere. Per prima, è certo che in questo mondo vi sono le sostanze spirituali (come vedremo nella seconda parte al capo III.); or queste certamente non han potuto aver l'origine da questi atomi che sono materiali, poiché la materia non può dare quell'essere spirituale che non ha né contiene in sé o formalmente o eminentemente; come noi confessiamo che Dio crea la materia, non già contenendola in sé secondo la di lei propria forma e natura, essendo egli puro spirito, ma solo eminentemente,


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perché in sé contiene tutte le perfezioni della materia, in quanto all'esser di lei. Per secondo, qual matto mai potrà credere, che il caso ch'è cieco, e non ha né ragioneordine, abbia potuto dar ordine ed un ordine così stabile alle cose di questo mondo? al sole, acciocché faccia sempre stabilmente il suo corso in ogni anno, ed in ogni giorno? agli uomini ed a' bruti, acciocché generino i loro parti sempre della stessa specie? agli arbori, acciocché producano sempre le stesse frutta, e sempre nelle medesime stagioni? Cicerone deride questi sciocchi, che vogliono composto il mondo a caso dagli atomi, dicendo: Si mundum efficere potest concursus atomorum, cur porticum, cur templum, cur domum, cur urbem non potest, quae sunt multo faciliora1? Onde parlando poi questo medesimo gentile dell'ordine ammirabile, con cui si veggono regolati i cieli ed i pianeti, disse: Quid potest esse tam apertum, cum coelum aspicimus, quam aliquod esse numen praestantissimae mentis, quo haec regantur?

 

Dicono gl'increduli: è vero che quest'ordine è ammirabile, ma egli è stato posto dalla stessa natura. Dimando loro cosa intendano per natura? È ella intelligente o priva di ragione? Se è intelligente, bene, già siam d'accordo, perché questa natura intelligente noi diciamo esser Dio. Se poi è priva di ragione, replichiamo la stessa risposta data di sopra: chi mai potrà persuadersi che una tal supposta natura, priva di ragione e d'intelligenza, abbia potuto formare un ordine sì ben regolato, per formare il quale certamente v'è stato bisogno d'una somma sapienza? Se io vedo la struttura d'una rozza capanna, debbo dire che fu opera di qualche mente; e poi vedendo la fabbrica d'un mondo potrò mai pensare ch'ella sia stata formata a caso, e che sia opera d'una mano che non ha mente?

 




1 L. 1. Quaest. Tuscul.

2 Sap. 13. 5.

3 Iob. 12. 7.

4 Apost. Rom. 1. 19.

1 L. 2. de natura Deorum.




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