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S. Alfonso Maria de Liguori
Breve dissertazione...moderni increduli

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CAP. IV. Si prova l'immortalità dell'anima.

 

La prima prova della immortalità dell'anima è il consentimento comune in ciò di tutti gli uomini. Il comun consenso, scrisse Cicerone1, è come una legge della natura; onde poi disse che il più grande argomento a provare l'immortalità dell'anima era il sentimento che di ciò hanno avuto sempre ed universalmente tutte le genti: Omni autem in re consensio omnium gentium lex naturae putanda est... Atque haec ita sentimus, natura duce, nulla ratione, nullaque doctrina, maximum vero argumentum est, naturam ipsam de immortalitate animorum tacitam iudicare. E prima già l'avea detto Platone2: Quicumque poetarum divini sunt homines, tradunt animam esse immortalem.

 

Per secondo si prova questa immortalità dal vedere che ciascun uomo ha desiderio di eternarsi nella memoria dei posteri, o colla penna o colle azioni gloriose. Essendo dunque comune questo sentimento agli uomini, è segno (come abbiam veduto di sopra) ch'è della natura; e se è della natura, egli deve tenersi per veridico, perché la natura non opera in vano, né ingerisce sentimenti falsi.

 

Per terzo, provata già l'esistenza di un Dio perfettissimo, d'infinita bontà e d'infinita giustizia (come provammo nella parte prima al cap. 3.), se n'inferisce chiaramente che le anime sono immortali. Noi vediamo in questo mondo tanti giusti umiliati e tribulati, ed all'incontro tanti iniqui esaltati; dunque se Dio è giusto, vi ha da essere un'altra vita, nella quale abbiano ad essere premiati i giusti e castigati gl'iniqui. Dimanda Geremia al Signore3: Iustus quidem tu es, Domine, quare via impiorum prosperatur? E risponde che Dio tollera questi empj nella presente vita, ma conforme i capretti posti nella rete si riserbano al macello, così egli riserba gli scellerati al castigo eterno nell'altra vita, come vittime della sua infinita giustizia. E ciò non è solamente dogma della religion cristiana, ma sentimento comune anche degli antichi gentili. Così de' greci tenne Omero, Esiodo, Pitagora, Zenone e Platone con Moseo ed Orfeo, e de' latini Virgilio, Orazio, Properzio, Seneca e Cicerone, il quale4, riferisce che Socrate avendo in mano il vaso del veleno, di cui fu condannato a morire, disse: Qui se humanis vitiis contaminassent, his devium quoddam iter esse seclusum a conciliis deorum. Qui etiam se integros castosque servassent, his ad illos reditum facile patere.vale il dire, che il piacere che porta seco la stessa virtù, e la pena che porta il vizio, sono il premio de' buoni e 'l castigo de' malvagi; poiché il premio e 'l castigo riguardano la giustizia di Dio che comanda le virtù e proibisce i vizj; onde la mercede e la pena sono estrinseche alla virtù ed al vizio; epperciò non da noi stessi, ma dal medesimo Dio debbono a noi dispensarsi. Oltreché ancora ne' buoni le pene di questa vita, come sono il timor della colpa, l'incertezza dell'eterna salute, le avversità che giornalmente ci affliggono, son tante, che di gran lunga superano i piaceri che reca la virtù; ond'essi, se non vi fosse la vita eterna, resterebbero senza ricompensa. Né all'incontro ai cattivi sarebbe sufficiente castigo il rimorso che provano dei loro peccati; tanto più che nei cattivi, quanto più si avanzano le iniquità, tanto manca il rimorso: dunque, se non vi fosse la pena riserbata loro nell'altra vita, quei che più peccano sarebbero i meno castigati.

 

Per quarto, son certe appresso tutti i filosofi queste due massime: la prima, che 'l desiderio della propria e piena felicità è insito in tutti gli uomini dalla stessa natura: la seconda


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che la natura nil agit frustra. Posto ciò, se l'uomo non potesse giungere a conseguire la sua piena felicità, la natura in vano glie ne avrebbe dato il desiderio. Noi vediamo all'incontro che niuno in questa terra può essere pienamente felice. Dunque se non vogliamo accusar la natura d'ingiustizia e d'inganno, dobbiamo credere esservi certamente un'altra vita, e questa eterna (altrimenti la felicità non sarebbe compita, anzi sarebbe ella stessa tormentosa, col pensiero che ha da finire), dove l'uomo ottenga il suo ultimo fine di questa perfetta beatitudine.

 

Per quinto la ragione sostanziale, che l'anima sia immortale, è perché essendo ella spirituale e senza materia, non ha parti capaci di divisione e corruzione, e perciò è immortale: Cum simplex (scrisse Cicerone1 ) animi natura esset, neque haberet in se quicquam admixtum, non posse eam dividi: quod si non possit, non posse interire. Essendo dunque l'anima spirituale per sua natura, dev'essere anche necessariamente immortale, perché non ha principio di corruzione che la distrugga. Non si nega che Dio colla sua onnipotenza ben potrebbe distruggerla ed annichilarla; ma allora opererebbe da sovrano, non già come autore della natura, mentre come autore egli non lascia di conservare ciò che di sua natura è immortale.

 

Ma sovra tutto a noi cristiani basta la fede la quale c'insegna a credere che l'anima è immortale. Così c'insegnano le divine scritture: ne' Maccabei2 abbiamo che Giuda Maccabeo fece offerir sacrifici per le anime dei defunti in un conflitto. In s. Matteo3 si dice: Nolite timere eos qui occidunt corpus, animam autem occidere non possunt; sed timete eum qui potestatem habet mittendi animam in gehennam ignis. E nello stesso s. Matteo4 abbiamo che sul monte Taborre apparve Mosè ed Elia a vista di Pietro, Giacomo e Giovanni.

 

Così ancora insegnano i concilj, come il sinodo VI. act. 18. ed il sinodo VII. act. 1. E più specificatamente il concilio lateranense sotto Leone X. dove si disse: Damnamus omnes asserentes, animam intellectivam mortalem esse, et hoc in dubium vertentes; cum illa, non solum per se et essentialiter existat, verum et est immortalis.

 

osta il testo dell'Ecclesiaste5 dove si dice: Idcirco unus interitus est hominis et iumentorum, et aequa utriusque conditio. Dunque potrà dire alcuno: ecco la stessa condizione ch'è delle bestie, è anche dell'uomo; se le bestie sono mortali, anche l'uomo è mortale. Ma avvertasi che il savio appresso spiega come intende essere la stessa condizione delle bestie, che dell'uomo: Sicut moritur homo, sic et illa moriuntur. Vuol dunque in ciò solamente dire che conforme muoiono le bestie, così anche muore l'uomo; ma non dice che muore l'anima dell'uomo.

 

Più difficile sembra il testo seguente al verso 21 dove Salomone scrisse così: Quis novit, si spiritus filiorum Adam ascendat sursum, et si spiritus iumentorum descendat deorsum? cioè a corrompersi nella terra. Questo passo altri interpreti lo spiegano ponendo queste parole in bocca agli empj. Altri, come Calmet, dicono che qui il savio muove il dubbio, se l'anima dell'uomo sia immortale o mortale come quella delle bestie, e poi lo risolve al cap. 12. Sia come si voglia è certo che Salomone dichiara nel detto cap. 12 vers. 7 che nella morte il corpo dell'uomo ritorna ad esser terra, ma lo spirito ritorna a Dio che l'ha creato; Et revertatur pulvis in terram suam, et spiritus redeat ad Deum qui dedit illum. Col che spiega chiaramente che lo spirito non muore.

 

Oppongono a ciò gl'increduli che le bestie anche hanno la cognizione di più cose particolari, e specialmente la memoria de' benefizj e de' maltrattamenti dagli altri ricevuti; onde si vede che hanno un principio immateriale: e pure le bestie son mortali. A questo da alcuni si risponde ch'elleno son pure


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macchine materiali senza spirito. Da altri, che son composte di sostanza sanguigna ripiena di spiriti, ma che questi spiriti son materiali. Da altri, (e questo forse oggidì è il sistema più abbracciato), che quantunque le bestie abbiano un principio immateriale, benché molto imperfetto, nulladimeno in tanto son mortali, in quanto Iddio l'ha create in servigio dell'uomo e senza ragione; e perciò non essendo elle capaci di premio o di pena, allorché compiscono il loro ufficio, Dio lascia di conservarle e così restano annichilate. All'incontro l'uomo, essendo creato per la gloria d'un Dio eterno, ed essendo da lui dotato di ragione, e per conseguenza degno di merito e demerito, che non vediamo rimunerato o castigato abbastanza in questa vita: non solo per l'autorità delle sacre scritture, ma anche per una sana filosofia lo dobbiamo credere immortale. Oh la gran sapienza degli spiriti forti, ch'essendo immortali, voglion farsi mortali, simili alle bestie, per vivere da bestie senza legge e senza ragione!

 




1 L. 1. quaest. Tusc.

2 In me.

3 C. 12. v. 1.

4 Quaest. Tusc.

1 De senect. c. 21.

2 L. 2. c. 12. v. 46.

3 10. 28.

4 C. 18.

5 C. 3. v. 19.




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