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S. Alfonso Maria de Liguori
Condotta ammirabile della Divina Provv.

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PARTE PRIMA

 

CAP. I. Dalla creazione del mondo sino alla caduta di Adamo.

SOMMARIO

1. Il mondo ha avuto principio, e non è stato eterno. 2. Son false le dinastie antiche degli egizj, e gli annali de' cinesi. 3. Principio degli anni del mondo. Adamo è stato il primo uomo. 4. Il tempo principiò quando principiò la creatura. 5. Nello stesso tempo che fu la creatura spirituale, fu anche la corporea. 6. Il cielo fu creato insieme cogli angeli, de' quali molti prevaricarono. 7. La terra fu creata vuota. La materia fu creata insieme colla forma. Come s'intenda: Et spiritus Dei ferebatur super aquas. 8. Nel primo giorno Dio creò la luce. 9. Tutte le cose furon create in sei giorni distinti. 10. Nel secondo giorno fu creato il firmamento. 11. Nel terzo, Dio divise il mare dalla terra. 12. Nel quarto creò il sole e la luna. 13. Nel quinto creò i pesci e gli uccelli. 14. Nel sesto creò i bruti, e l'uomo a sua immagine. 15. Et inspiravit in faciem eius spiraculum vitae, come s'intenda. 16. Diè all'uomo il dominio sopra tutti gli animali. 17. Nel settimo, Dio terminò la creazione. Dell'albero della Vita, e dell'albero della Scienza del bene e del male. 18. La terra più verisimilmente fu formata nell'autunno. 19. In qual regione fu posto il paradiso, e se al presente questo luogo esista. 20. Proibizione del frutto dell'albero della Scienza. Eva fu formata da una costa di Adamo. Crescite, et multiplicamini, non fu precetto. 21. Guerra tra il serpente e la donna. 22. Se quello fosse vero serpente. 23. Inganno di Eva, e peccato di Adamo. 24. Adamo ed Eva son salvi. 25. Profezie della venuta del Messia. 26. La storia del popolo ebreo non fu che una profezia del Messia. 27. Promessa del Messia rinnovata ad Abramo. 28. Rivelata a Giobbe e ad altri Gentili. 29. Profezia di Giacobbe. 30. Di Davide. 31. Passione di Cristo predetta da Isaia. 32. Profezia di Geremia. 33. Profezia di Daniele delle settanta settimane. 34. Da qual tempo si numerino le settanta settimane. 35. Profezia di Michea della nascita di Cristo. Profezia di Balaam della stella apparsa a' Magi. Profezia di Osea. 36. Profezia di Aggeo e di Malachia. 37. Serpente di bronzo. 38. Sagrificio di Abramo. 39. Capro emissario. 40. Sagrificj tutti con sangue. 41. Gesù col suo sangue ci aprì il cielo. 42. Speranza in questo sangue. 43. Ingratitudine, e gastigo degli ebrei.

 

Che il mondo abbia avuto principio e non sia stato eterno, è dogma di fede, come ha dichiarato il concilio lateranese IV. in cap. Firmiter, de summ. Trinit. etc., ove definì che Dio dal principio del tempo creò insieme dal niente l'una e l'altra creatura, l'angelica e l'umana, secondo quel che già scrisse Mosè: In principio creavit Deus coelum et terram1. Non occorre qui stenderci a provare ciò, mentre l'abbiam fatto già a lungo nella nostra opera intitolata: Verità della fede, part. I, cap. 2. n. 6-14: e così comunemente hanno creduto anche i filosofi antichi. Tal verità poi si fa ben chiara anche dalle istorie antiche di tutte le nazioni; giacché tutti ci attestano le origini delle nazioni posteriori a quelle che descrive Mosè, il quale è il solo scrittore più antico che narra i principj delle genti più antiche, come son quelle degli ebrei, de' fenicj, degli egizj, degli assirj, de' persiani, degli arabi ecc. Si prova di più il principio del mondo dalle invenzioni delle scienze e delle arti, come dell'arte nautica, dell'arte bellica; e così, parlando di molte altre cose che da tempo in tempo son comparse di nuovo sulla terra, come sono state le nuove leggi, il poetare, il dipingere, la coltura de' campi, ben si sa il tempo in cui queste cose cominciarono ad essere e poi furono perfezionate.

 

2. È favola poi degli egiziani il dire, come vantano, che il lor regno è stato fondato molte migliaia d'anni prima del tempo che scrive Mosè nella sua storia della creazione del mondo. Prova ad evidenza nella sua storia ecclesiastica il p. Natale Alessandro2, che le dinastie antiche egiziane son tutte false. E così anche son falsi gli annali de' cinesi, che sono stati ben esaminati dal Cassini, dal Vistone e dal Freret; poiché essi non giungono più indietro che a' regni di Yaco e di Cuna, i quali furon fondatori della Cina verso gli anni '990 prima dell'era cristiana: sicché, secondo il conto che si fa, non possono ascendere più in che al tempo del diluvio universale.

 

3. Parlando poi degli anni da' quali ha avuto principio il mondo, in ciò vi sono molte opinioni; ma la sentenza oggidì abbracciata dagli eruditi moderni, come da monsignor Bossuet, monsignor Uezio, dal p. Natale Alessandro, dal Calmet, dall'Usserio, dal Lancellotto, Tirino ed altri, vuole che il mondo sia cominciato da anni 4004 in circa prima della venuta del Messia. Che poi Adamo sia stato il primo uomo creato da Dio, provasi dalla stessa scrittura, ove dicesi: In die qua creavit Deus hominem... Et vocavit nomen eorum Adam etc.3: con s. Paolo che scrisse: Factus est primus homo Adam in animam viventem4. Si osservi su questo punto il p. Alessandro5, il quale ciò dimostra con molte prove contro l'autore del falso sistema de' preadamiti.


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4. Mosè, descrivendo la creazione del mondo, dice: In principio creavit Deus coelum et terram. Queste parole per altro esprimon già bastantemente che il mondo fu creato dal nulla e che fu formato prima che fosse creato il tempo e prima che fosse creata alcuna cosa. Ma come dicesi prima che fosse creato il tempo? Dunque prima che fosse creato il mondo non vi era il tempo? No, dice s. Agostino, certamente prima della creatura non vi era il tempo nostro, che si misura col moto de' cieli, delle stelle e del primo mobile: «Facta creatura, scrive il santo, motibus coeperunt currere tempora; unde ante creaturam frustra tempora requiruntur, quasi possint inveniri ante ipsa tempora...: potius ergo tempus a creaturis quam creatura coepit ex eo tempore; utrumque autem a Deo» cioè l'uno e l'altro è stato da Dio formato dal niente, il tempo e la creatura1.

 

5. Alcuni padri, come s. Basilio, s. Ambrogio e s. Girolamo, pensano che prima Dio creò la creatura spirituale, cioè gli angeli, e poi la corporale; ma s. Agostino, Beda, Ruperto ed altri col maestro delle sentenze tengono che nello stesso tempo che fu creato il mondo furono creati anche gli angeli: e questa sentenza dee tenersi, come dichiarò il concilio lateranese IV sotto Innocenzo III2: «Firmiter credimus Deum ab initio temporis utramque de nihilo condidisse creaturam spiritualem et corporalem, angelicam videlicet et mundanam; ac deinde humanam, quasi communem, ex spiritu et corpore constitutam.» E ciò fu specialmente detto contro Origene, il quale erroneamente disse che le anime erano state create prima de' corpi.

 

6. Nello stesso primo giorno dunque Iddio creò il cielo e la terra; ma il cielo non lo creò vacuo come creò la terra, ma pieno degli angeli: l'uomo poi creollo nel sesto giorno. Da principio gli angeli non goderon il lume della gloria, né la vista della divina essenza; poiché volle Iddio che prima se la meritassero colla loro sommessione, siccome già la maggior parte di loro se la meritarono: ma molti altri se la demeritarono per la loro superbia e, indotti da Lucifero fatto loro capo, si ribellaron dal Signore e subito furon discacciati dal cielo e riserbati, come scrisse l'apostolo s. Giuda, ep. vers. 6, al giudizio del gran giorno per viver nelle tenebre dell'inferno, ivi chiusi con legami eterni: In iudicium magni diei vinculis aeternis sub caligine reservavit.

 

7. Terra autem erat inanis et vacua; et tenebrae erant super faciem abyssi; et Spiritus Dei ferebatur super aquas3. Scrissero Gabriele e l'Abulense che la terra fu creata da pincipio senza forma, dicendo che la materia così della terra come dell'acqua, dell'aria e del fuoco fosse stata creata o confusa insieme; ma s. Agostino scrive che così la materia come la forma, tutte insieme furon create: Cum sit utrumque concreatum, et unde factum est et quod factum est4. Sicché la materia precedé la forma per natura, non già per tempo. La terra non però, come abbiamo dalla scrittura, fu creata vuota (terra autem erat inanis et vacua), cioè senza erba e senza animali. Et tenebrae erant super faciem abyssi; l'abisso delle acque copriva la terra in modo che prima di esser creata la luce tutto era caligine ed oscurità sulla terra. Dicesi di poi: Et spiritus Dei ferebatur super aquas. Questo spirito di Dio il Gaetano con Salviano pensò che fosse un angelo che movesse le acque; Tertulliano all'incontro e Teodoreto stimarono che fosse il vento; ma più probabilmente s. Ambrogio, s. Basilio, s. Atanasio, s. Girolamo, s. Agostino, quasi tutti gli altri padri vogliono che fosse lo Spirito santo, per cui l'amor divino diè la virtù all'acqua di santificare il battesimo; onde la s. chiesa nella benedizione del fonte battesimale canta: «Deus, cuius spiritus super aquas inter ipsa mundi primordia ferebatur, ut iam tunc virtutem sanctificationis aquarum natura conciperet

 

8. Nello stesso primo giorno Dio creò la luce: Dixitque Deus: Fiat lux5, che chiamò giorno, dividendolo dalle tenebre, che chiamò notte; e sopravvenendo il vespro, fu fatto il primo giorno. Et divisit lucem a tenebris6 S. Agostino7 intende gli angeli buoni per la luce, e per le tenebre gli angeli mali; ma, attesa la storia di Mosè, pare più propria ed è più comune l'interpretazione di s. Dionisio8, il quale intende la luce corporea: e così anche l'intende s. Ambrogio9, ove dice che la luce fu tale quae oculis corporalibus comprehenderetur, sed sine subiecto. Lo stesso tengono s. Gregorio nazianzeno, Beda, Terodoreto e s. Tommaso, il quale giudica essere stata quella luce della stessa qualità del sole, dicendo che da quella fu poi creato il sole nel quarto giorno.


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9. Siegue la scrittura a dire: Appellavitque lucem diem, et tenebras noctem; factumque est vespere et mane dies unus1. Alcuni stimarono che tutte le cose non furon create da Dio in sei giorni distinti, come narra Mosè, ma tutte nello stesso momento; e di questo sentimento fu ancora s. Agostino, per quel che scrisse, in Gen. l. 4. c. 22; et l. 4. de civ. Dei, cap. 7. Ma si giudica che più presto il santo disse ciò disputando che asserendo: del resto scrive Natale Alessandro2, che la sentenza contraria è quasi di tutti i padri col ven. Beda, s. Gregorio magno e di tutti gl'interpreti moderni, fuori del Gaetano; altrimenti non si può ben intendere il precetto dato a' giudei di non faticare nel Sabato, all'esempio che si adduce di Dio, che requievit septimo die. Neppure potrebbe intendersi come la luce fosse stata divisa dalle tenebre, se nello stesso momento fosse stata creata ogni cosa.

 

10. Nel secondo giorno Iddio creò il firmamento, per cui da altri s'intende il cielo delle stelle e da altri l'intervallo dell'aria nel quale sono le nubi. La scrittura dice: Fiat firmamentum in medio aquarum et dividat aquas ab aquis3. S. Gio. Grisostomo intende già per questo firmamento il cielo stellato che divide le acque superiori dalle inferiori; e lo stesso sentono s. Atanasio, Beda e s. Agostino; e lo provano col verso 7 della Genesi: Et fecit Deus firmamentum, divisitque aquas quae erant sub firmamento ab his quae erant super firmamentum. A ciò si unisce quel che disse Davide nel salmo 148.4: Et aquae omnes quae super coelos sunt laudent nomen Domini. Onde s. Agostino poi disse: Maior est sacrae scripturae auctoritas quam omnis humani ingenii capacitas. Ma la sentenza più comune che oggi corre tra i moderni, con s. Basilio, s. Ambrogio ed altri padri ed interpreti presso Natale Alessandro4, vuole che per le acque sovra de' cieli si intendano le acque che sono di sovra alla terra e sotto il cielo stellato.

 

11. Nel terzo giorno il Signore congregò le acque in un luogo che chiamò mare, vers. 9, ed ordinò alla terra la quale stava coperta dalle acque che apparisse scoperta e producesse l'erbe e gli alberi fruttiferi co' loro semi: Herbam virentem et facientem semen et lignum pomiferum... cuius semen in semetipso sit5. Qui dee notarsi che alcune piante, come il salice, la canna, l'olmo, il croco, la menta ed altre non hanno propriamente semi, ma in luogo loro han nelle radici, come notano s. Basilio e s. Ambrogio, una certa virtù che propagano le altre pianti loro simili. In questo medesimo giorno si vuole che Dio formasse il paradiso terrestre, luogo particolare di delizie che poi destinò ad Adamo, ed ivi pose l'albero della vita e l'albero della scienza del bene e del male.

 

12. Nel quarto giorno Iddio fece i due gran luminari, cioè il sole per dar luce nel giorno, e la luna per dar luce nella notte: «Fiant luminaria in firmamento coeli, et dividant diem ac noctem et sint in signa et tempora et dies et annos6» In signa, cioè, come scrive s. Basilio, per segni pronostici de' tempi sereni o piovosi, come spesso scorgonsi tali segni nel sole e nella luna. Tempora, per questi tempi s'intendono le quattro stagioni dell'anno. Dies et annos, il sole e la luna servono anche per numerare i giorni e gli anni. Si noti qui di passaggio quel che sta scritto in Isaia: «Ecce ego reverti faciam umbram linearum per quas descenderat in horologio Achaz in sole etc.7.» Onde si vuole che a tempo di Achaz furono inventati gli orologi.

 

13. Nel quinto giorno Iddio creò dalle acque, i pesci e gli uccelli, dicendo: Producant aquae reptile animae viventis et volatile super terram8. Diconsi i pesci e gli uccelli prodotti dalle acque per la grande conformità che hanno tra di loro così l'acqua e l'aria, come i pesci e gli uccelli nella leggerezza ed agilità; e perciò molti uccelli sono acquatili.

 

14. Nel sesto giorno creò Dio tutte le specie degli animali terrestri, secondo le loro specie ed anche i serpenti9. In questo giorno creò anche l'uomo, formando il suo corpo dalla terra, e poi vi infuse l'anima dicendo: Faciamus hominem ad imaginem et similitudinem nostram10. Riflette s. Agostino che Dio disse ad similitudinem, non ad parilitatem, perché solo in Verbo divino fu generato dal Padre e fu la vera immagine di Dio; ma l'uomo fu fatto solo ad immagine e similitudine di Dio. Due sono poi le immagini che l'uomo ha di Dio, una naturale e l'altra soprannaturale. La naturale consiste nel dono fatto da Dio all'anima umana dell'essere spirituale (non già corporeo) ed immortale e delle potenze e libertà dell'arbitrio. L'altra immagine è sovrannaturale, che consiste nella grazia santificante per cui gli uomini si fanno divinae consortes naturae, come


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scrisse s. Pietro1. Ma questa immagine si perde e si cancella quando l'uomo pecca; benché il Signore poi per sua misericordia gliela restituisca quando egli col pentimento si dispone a ricuperarla.

 

15. Dicesi poi2: «Formavit igitur Dominus Deus hominem de limo terrae et inspiravit in faciem eius spiraculum vitae; et factus est homo in animam viventem.» Il testo ebreo in vece di vitae legge spiraculum vitarum, per le quali s'intendono le tre vite: vegetativa, come quella che hanno le piante; sensitiva, come quella de' bruti; e ragionevole, che hanno gli angeli e gli uomini, le anime de' quali Iddio non già le cavò dalla materia, come cavò altre creature, ma le infuse ed inspirò nell'uomo, creandole dal nulla, come parlano i padri.

 

16. Dispose anche il Signore che l'uomo, cioè così Adamo come Eva e tutti i loro posteri avessero dominati gli animali: Et praesit piscibus maris et volatilibus coeli et bestiis omnique reptili etc.3. Sicché l'uomo nello stato dell'innocenza ebbe perfetto dominio sovra tutte le bestie; e ciò parte per la sua scienza naturale con cui ben sapea come dovea dagli animali farsi ubbidire, e parte per una particolare provvidenza di Dio, che piegava le bestie ad ubbidire all'uomo, siccome le mosse a presentarsi ad Adamo, quando volle che Adamo imponesse il nome a ciascuna di loro. Così convenne sin tanto che l'uomo fu fedele a Dio, per la gran dignità di cui il Signore avea dotato l'uomo. Questo dominio per altro rimase all'uomo anche dopo il peccato, come si legge nella Gen. 9, 2 e 3, ove disse Dio: «Et terror vester ac tremor sit super cuncta animalia terrae... et omne quod movetur et vivit erit vobis in cibum.» E perciò ben è lecita all'uomo la caccia e la pesca; ma questo dominio per il peccato restò molto diminuito, specialmente circa le bestie feroci.

 

17. Nel settimo giorno finalmente il Signore terminò la creazione. Et requievit die septimo ab universo opere quod patrarat, Gen. 2, 2. Ed avendo già creata la terra, vi piantò il paradiso, luogo di delizie per collocarvi Adamo. Questo paradiso lo riempì di ogni sorta di frutti e vi pose ancora l'albero della vita e l'albero chiamato da Mosè della scienza del bene e del male4. L'albero della vita fu vero albero, come dee tenersi contro Origene. Bellarmino e il Belluacense vogliono che di questo frutto l'uomo si cibasse prima di andare alla gloria. Scoto, Gaetano e altri vogliono che tal frutto per sua virtù naturale conservasse la vita, liberandola da ogni morbo, per sino che Dio trasportasse l'uomo senza morte dalla terra alla gloria del cielo. Ma il p. Natale5 con altri vuole che quel frutto prolungasse la vita per virtù non già naturale, ma datagli da Dio. Circa l'albero poi chiamato da Mosè della scienza del bene e del male vi sono molte opinioni; ma la più probabile col p. Natale è che quest'albero fu chiamato così perché, mangiando l'uomo del frutto vietato, imparò a suo danno per esperienza che cosa fosse il bene dell'ubbidienza e il male della disubbidienza. Altri pensano che quest'albero fosse il fico, per ragion che Adamo dopo il peccato si vestì di frondi di fico6, ch'era l'albero forse più vicino; altri vogliono che fosse stata la vite; altri il melo, per quel che dicesi nella cantica 8, 5: Sub arbore malo suscitavi te; ma il nome di melo suole adattarsi ad ogni frutto. Altri in fine dicono che quell'albero fosse di una specie differente da tutti gli altri.

 

18. Sopra tutte queste cose narrate da Mosè nella genesi gli eruditi fanno diversi quesiti, e vi sono diverse opinioni, delle quali giova qui fare brevemente menzione. Si domanda in quale stagione dell'anno sia stata formata la terra; se nella primavera o nell'autunno. Molti santi padri, come riferisce Tournely7, cioè s. Basilio, s. Cirillo gerosolimitano, s. Gregorio nazianzeno, s. Leone ed altri giudicano nella primavera; e dice Tirino8 ne' preliminari al commento che egli fa sulla scrittura, esser questa la sentenza di quasi tutti i padri. La ragione su cui la fondano è perché nell'esodo al cap. 12 si legge essere il mese nisan (il quale è nell'equinozio di primavera) il primo mese dell'anno: Mensis iste vobis principium mensium; primus erit in mensibus anni. All'incontro il p. Natale Alessandro9 con Lirano, Abulense, Scaligero e Petavio10 ed Usserio11 tengono più probabilmente essere stata formata la terra nell'autunno. La prima ragione è perché il mese nisan fu designato da Mosè per primo mese dell'anno sacro o sia ecclesiastico, secondo gli avea ordinato il Signore; ma il primo mese dell'anno corrente presso gli orientali era il mese tisri, ch'è il mese di ottobre, il quale è nell'autunno,


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come anche scrive s. Girolamo1 dove dice: October erat primus mensis. La seconda ragione si ricava dal testo della genesi, 2, 16, dove Iddio disse ad Adamo: Ex omni ligno paradisi comede etc. E dalle parole che disse Eva al serpente, c. 3. v. 2.: De fructu lignorum quae sunt in paradiso vescimur, de fructu vero ligni etc. Ed al v. 6 si dice: Vidit igitur mulier quod bonum esset lignum ad vescendum etc. Sicché in quel tempo sembra che quei frutti eran maturi, mentre questa maturità de' frutti molto più conviene al tempo di autunno che di primavera.

 

19. Si dimanda inoltre in quale regione della terra fu posto il paradiso. Scrive il p. Natale2, che il luogo del paradiso fu corporeo e non già allegorico, come scrisse Origene, ripreso in ciò di errore da s. Ambrogio, s. Girolamo, s. Agostino e da altri padri. L'opinione di Origene, seguita poi dall'empio Fozio, chiaramente ripugna alle parole della scrittura, ove si legge: Plantaverat autem Dominus Deus paradisum voluptatis a principio, in quo posuit hominem quem formaverat3. In qual parte poi della terra sia stato situato questo paradiso è una quistione molto oscura: che sia stato nell'oriente, par che ben si argomenti da quelle parole: Egressusque Cain a facie Domini, habitavit profugus in terra ad orientalem plagam Eden4. Altri poi vogliono che sia stato nell'India orientale, altri in Gerusalemme: il p. Natale5, stima più probabile la sentenza di coloro che lo vogliono nell'Arabia Felice o nella Mesopotamia o poco di distante, ove i due fiumi Tigri ed Eufrate che bagnavano il paradiso si univano; e questa è la sentenza del dotto vescovo Pietro Uezio. Il nominato p. Natale su di ciò scrive molte carte, ed al numero dieci scrive che molti eruditi costituiscono propriamente il paradiso in quel tratto di Terra santa che abbraccia il mare di Tiberiade ed altri luoghi continenti. Se poi esista sinora questo luogo o no, s. Ireneo e Tertulliano vogliono che esista e che ivi al presente vivano Enoc ed Elia; ma il p. Natale ciò stima impossibile. Quel che sembra doversi giudicare è che quel luogo esista, ma non già secondo l'amenità con cui da principio lo formò il Signore, mentre il diluvio, che superò i monti più alti per quindici cubiti6, devastò tutti i luoghi più ameni della terra; oltreché dopo il diluvio più non comparisce il luogo ove si congiungono i due fiumi Tigri ed Eufrate.

 

20. Ma seguitiamo il corso dell'istoria sacra. Dopo che il Signore ebbe formato il paradiso, vi pose Adamo ad abitarvi: Tulit ergo Dominus Deus hominem et posuit eum in paradiso voluptatis7. Dal che si ricava che Adamo fu creato fuori del paradiso e poi fu posto in quello; ma Eva fu formata dentro del paradiso, come dicono s. Ambrogio e s. Basilio contro il parere di Tertulliano. Iddio diè libertà ad Adamo di cibarsi di qualunque frutto del paradiso; ma gli proibì sotto pena della morte di mangiare del frutto dell'albero della scienza del bene e del male: In quocumque enim die comederis ex eo, morte morieris8. Avendo poi già creato l'uomo, creò indi la donna da una costa che cavò dal medesimo Adamo mentre dormiva e gliela diè per moglie, e poi disse loro: Crescite et multiplicamini9. Il Gaetano dice che l'essere stata Eva formata dalla costa di Adamo s'intende in senso metaforico; ma il p. Natale10 sostiene con s. Girolamo e s. Agostino e colla comune de' padri e teologi che si deve intendere in senso vero. Né perciò Adamo restò mutilo o deforme nel corpo; poiché dice la scrittura che il luogo dove mancò la costa, il Signore lo riempì di carne, e così fu tolta ogni deformità: Tulit unam de costis eius, et replevit carnem pro ea11. Le parole poi - Crescite et multiplicamini - non furono già precetto per tutti, come vogliono gli eretici per riprovare il celibato ch'esse detestano; giacché le stesse parole - Crescite et multiplicamini - le disse Iddio anche a' pesci, che non erano capaci di precetto. In questo tempo che Adamo ed Eva si conservarono innocenti goderono in quel luogo delizioso una vita felice; e questo fu quel tempo che dipoi chiamarono i poeti età dell'oro, come si legge in Virgilio ed in Ovidio. Ma avendo essi poi mangiato del frutto proibito, come qui soggiungeremo, furono discacciati dal paradiso e maledetti da Dio; e la loro maledizione passò a tutti i loro discendenti, poiché sin d'allora entrò la corruzione in tutto il genere umano. Il Signore diè libertà ai nostri progenitori di cibarsi di qualunque frutto del paradiso, fuori del frutto dell'albero della scienza del bene e del male, sotto pena della morte: In quocumque enim die comederis ex eo, morte morieris12.


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21. Iddio diè Eva per aiuto ad Adamo, ma Eva fu la di lui ruina; poiché l'infelice, ingannata dal serpente si cibò del frutto vietato e lo porse poi ad Adamo, il quale per compiacere Eva anche ne mangiò, ribellandosi da Dio; e così ambedue furon da Dio condannati alla morte temporale ed eterna: benché dipoi il Signore, avendo pietà della loro perdita e di tutti i loro posteri, promise ad essi il redentore che li avrebbe liberati da tanto male con quelle parole che disse al serpente: Inimicitias ponam inter te et mulierem et semen tuum et semen illius; ipsa conteret caput tuum etc.1. Si questiona fra' dotti se debba leggersi ipsa conteret, come si legge nella volgata, e come leggono s. Ambrogio, s. Gio. Grisostomo, s. Agostino e molti altri, i quali dicono che non osta in ciò il testo ebreo, secondo cui vogliono altri che debba leggersi ipse, perché la voce ebrea è ambigua e può significare l'uno e l'altro, come dimostra il Bellarmino. Del resto questi due testi non discordano in sostanza secondo il sentimento di tutti, perché tutti intendono o che la santa Vergine, per cui certamente s'intende la donna nominata per mezzo di Gesù Cristo, cui dovea partorire un giorno, avrebbe schiacciato il capo del serpente; o che Gesù Cristo per mezzo di Maria, dalla quale dovea nascere, avrebbe vinto il demonio, come spiegano s. Epifanio, s. Agostino, Beda, Teodoreto ed altri.

 

22. S. Cirillo2 stimò che questo serpente non fosse vero serpente, ma solamente ne avesse presa la forma; s. Agostino non però3, e gli altri comunemente con s. Gio. Grisostomo, Procopio e il p. Natale4 con s. Basilio e s. Gio. damasceno, dicono che fu vero serpente. Il maestro delle sentenze vuole che fosse stato lo stesso lucifero e che avesse presa la specie di serpente, perché il demonio a somiglianza del serpe diffonde il suo veleno tentando le anime a peccare e così le uccide. Ma come Eva non ebbe orrore in vedere e sentire il serpente che le parlava? Dice s. Gio. Grisostomo che, vedendo ella di avere il dominio insieme con Adamo di tutti gli animali, secondo avea detto il Signore, Dominamini piscibus maris et volatilibus coeli et universis animantibus quae moventur super terram5, credette che niuno di essi potesse recarle alcun danno. Alcuni scioccamente dissero che nel paradiso terrestre gli animali avessero la facoltà di parlare; ma questa è una chimera che non merita neppur di essere ascoltata. Del resto è verisimile che Eva, udendo parlare il serpente, pensasse che ciò avveniva per forza divina o diabolica e che allora non giunse a saperlo discernere.

 

23. Il serpente prima la interrogò: Cur praecepit vobis Deus ut non comederetis de omni ligno paradisi6? Eva rispose: Noi ben possiamo cibarci di ogni frutto, ma non del legno della scienza, ne forte moriamur. Il tentatore, vedendola vacillare del timor della morte con quelle parole ne forte moriamur, rispose: «Nequaquam morte moriemini. Scit enim Deus quod, in quocunque die comederetis ex eo, aperientur oculi vestri, et eritis sicut dii, scientes bonum et malum7.» E con ciò procurò di persuaderle che Dio avesse loro minacciata la morte non seriamente, ma come per giuoco, non potendosi credere che, essendosi egli dimostratobenevolo verso di essi, abbia voluto poi loro vietare quel frutto così utile a sapere il bene ed il male. Questo dunque fu il primo peccato di Eva, l'aver posta in dubbio la divina minaccia dopo che il Signore assolutamente avea detto ad Adamo: morte morieris. Il primo peccato poi di Adamo fu la superbia (come si accenna nell'ecclesiastico8, Initium superbiae hominis apostatare a Deo): la superbia, dico, di volere assomigliarsi a Dio per le parole dette dal serpente: Eritis sicut dii, scientes bonum et malum. Onde poi il Signore rimproverando Adamo della sua alterigia, dopo che il misero erasi cibato di quel pomo, disse: Ecce Adam quasi unus ex nobis factus est, sciens bonum et malum9. E così lo discacciò dal paradiso e lo pose a coltivare la terra: Emisit eum Dominus Deus de paradiso voluptatis ut operaretur terram10. Col medesimo inganno nequaquam moriemini spesso inganna il demonio tanti poveri peccatori, lusingandoli a non lasciar la mala vita colla falsa speranza che Dio non li farà morire in peccato, e così molti si son perduti; ma Dio aspetta sino a certo segno, e quando è piena la misura dei peccati punisce ed eseguisce la sua giusta vendetta. «Illud sentire nos convenit, tandiu unumquemque a Deo patientia sustineri; quo consummato, nullam illi veniam reservari»: così s. Agostino11. E ciò vien confermato dalla scrittura12, dove sta scritto: Dominus expectat patienter, ut


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eos, cum iudicii dies advenerit, in plenitudine peccatorum puniat.

 

24. È dogma poi cattolico contro Taziano che Adamo fece penitenza del suo peccato e siasi salvato, come provano s. Ireneo1 e s. Agostino2, con Tertulliano, s. Ambrogio, s. Girolamo ed altri presso il p. Natale3. Ma singolarmente ciò si prova dal testo della sapienza ove dicesi: «Haec illum qui primus formatus est a Deo pater orbis terrarum, cum solus esset creatus, custodivit et eduxit illum a delicto suo4Insieme con Adamo si crede senza dubbio essersi ancora salvata Eva colla fede in Gesù Cristo, che sin d'allora fu lor rivelato dover venire un giorno a redimere e salvare il genere umano, come scrive s. Tommaso5 per quelle parole dette al serpente: Ipsa (vel ipse) conteret caput tuum6, come spiegano s. Ireneo, s. Cipriano, s. Girolamo ed altri padri comunemente presso il p. Collet7.

 

25. Questa fu la prima profezia del futuro Messia fatta da Adamo; ella poi fu replicata molte altre volte da diversi profeti nel tempo dell'antico testamento: e non si tralascerà nel decorso dell'opera di far menzione delle altre principali predizioni del Redentore che seguirono nei tempi posteriori, notandole nei luoghi proprj. Ma intanto giova qui all'intento dell'opera presente, in cui s'intende, come si è premesso da principio, il far vedere la condotta meravigliosa della provvidenza divina in salvar l'uomo per mezzo di G. Cristo, giova qui, dico, dar notizia insieme di tutte le predizioni fatte dalla creazione del mondo sino alla venuta del Messia, per far intendere con quanta carità procurò sempre il Signore colle promesse del futuro liberatore animare gli uomini a sperare per mezzo di Gesù Cristo la salute e la riparazione della ruina cagionata dal peccato.

 

26. Bisogna intendere in somma che la storia del popolo ebreo e de' suoi re e sacerdoti non fu che una profezia del venturo Messia, e del suo regno e sacerdozio; sicché quanto avvenne sulla nazione ebraica tutto figurava ed annunziava G. Cristo e la sua chiesa, come scrive s. Agostino: Universa ipsa gens, totumque regnum prophetia fieret Christi christianique regni8. E perciò, affin di avere una piena notizia del cristianesimo, è necessario aver una piena cognizione della religione degli ebrei, da' quali è passata a noi la religione dopo la venuta del Salvatore, da cui è stata poi compiuta e perfezionata. Seguitiamo pertanto a vedere quel che ci predissero i profeti di Gesù Cristo prima della sua venuta, informati non già dagli uomini, o spinti dalla propria volontà, come scrive s. Pietro, ma ispirati dallo Spirito santo: Non enim voluntate humana allata est aliquando prophetia, sed Spiritu sancto inspirati locuti sunt sancti Dei homines9.

 

27. Dopo la promessa del Messia fatta ad Adamo, fu ella rinnovata ad Abramo per tre volte; e nella seconda gli dichiarò espressamente il Signore ch'egli, prendendo carne umana, dovea nascere dalla di lui stirpe: Et statuam pactum meum inter me et te... ut sim Deus tuus et seminis tui post te10.

 

28. Fra questo tempo fu predetta anche a Giobbe la venuta del Redentore colla sua morte e risurrezione, la quale dovea poi meritare a tutti gli eletti la risurrezione dei corpi nell'ultimo de' giorni; onde egli disse: Scio enim quod redemptor meus vivit, et in novissimo die de terra surrecturus sum: et rursum circumdabor pelle mea et in carne mea videbo Deum meum11: e scrive s. Tommaso che non solo a Giobbe, ma multis gentilium facta fuit revelatio de Christo12. Soggiunge s. Tomaso13, che per la salute del volgo bastava la fede implicita di G. Cristo, credendo a Dio liberatore degli uomini, secondo le sue disposizioni.

 

29. Una poi delle profezie più celebri di Gesù Cristo fu quella pronunziata da Giacobbe, il quale, stando in punto di morte, predisse a Giuda uno de' suoi figli che non sarebbe mancato lo scettro, cioè la podestà regale della sua stirpe, sinché non fosse venuto il Messia, che doveva essere il Salvatore aspettato dalle genti, con quelle parole: Non auferetur sceptrum de Iuda et dux de femore eius, donec veniat qui mittendus est, et ipse erit expectatio gentium14. La parola sceptrum dinotava l'autorità regia, che la tribù di Giuda ebbe sempre d'indi in poi sovra le altre undici: De Iuda enim elegit principes15. In modo che quando le altre tribù si divisero da quella di Giuda, la tribù di Giuda anche nel tempo della cattività si conservò tra sé unita, ed ella avea seco uno de' suoi re. Anche in Babilonia esercitava la podestà di vita e morte sovra i suoi nazionali, giusta la loro


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legge, come si ha dalla storia di Susanna1; e solo a tempo di Tito la tribù di Giuda perdé ogni autorità, poiché allora era già venuto il Messia.

 

30. In più luoghi fu anche predetto G. Cristo dal re Davide, che ne' suoi salmi dichiarò la sua venuta e la sua passione in più luoghi. Nel salmo Expectans, expectavi2, disse il Salvatore per bocca di Davide: Sacrificium et oblationem noluisti; aures autem perfecisti mihi, che poi da s. Paolo furon tradotti così: Corpus autem aptasti mihi3. Cioè: voi mi avete adattato un corpo atto a patire e morire per sacrificarlo sulla croce in soddisfazione dei peccati degli uomini. Nel salmo poi 21. Deus, Deus meus etc. dichiarò Davide più cose della passione del Signore. Dichiarò la sua crocifissione con quelle parole: Foderunt manus meas et pedes meos; dinumeraverunt omnia ossa mea4. Dichiarò anche le vesti di nostro Signore che si divisero fra di loro i carnefici dopo averlo crocifisso, e la veste inconsutile che si giuocarono a sorte per non dividerla: Diviserunt sibi vestimenta mea, et super vestem meam miserunt sortem5. Onde poi scrisse san Matteo nel suo vangelo6: Ut impleretur quod dictum est per prophetam dicentem: diviserunt sibi etc. Nel salmo poi 68., 22., predisse la bevanda di aceto e fiele che fu data a Gesù Cristo sulla croce allorché palesò la sete che pativa: Et dederunt in escam meam fel, et in siti mea potaverunt me aceto.

 

31. Con ispecialità poi dal profeta Isaia nel capo 53. furon predette le pene particolari che patì Gesù Cristo nella sua passione. Lascio di parlare della sua nascita da una vergine: Ecce virgo concipiet et pariet Filium, et vocabitur nomen eius Emmanuel7. Lascio le altre circostanze della sua vita e parlo di quelle sole che descrive il profeta nel citato capo dove ci fa sapere che l'eterno Padre, avendo destinato il suo Figliuolo a redimere gli uomini, gli addossò il peso di soddisfare per tutti i nostri peccati: Posuit in eo iniquitatem omnium nostrum8. E perciò volle che il Figlio morisse carico di disprezzi, consumato dai dolori: Ipse autem vulneratus est propter iniquitates nostras, attritus est propter scelera nostra9. In modo che lo stesso profeta lo chiamò Despectum et novissimum virorum, virum dolorum10. Uomo de' dolori, mentre dice s. Tomaso che i dolori così esterni come interni di Gesù Cristo superarono tutti i dolori che possono patirsi in questa vita: Uterque autem dolor in Christo fuit maximus inter dolores praesentis vitae11. Poiché siccome scrive s. Paolo, essendosi il Figlio offerto a soddisfare per tutti i peccati degli uomini, oblatus est quia ipse voluit12, volle il Padre punirlo a tutto rigore per dimostrare al mondo quanto era grande la sua giustizia sovra il sangue innocente di Gesù Cristo: «Quem proposuit Deus propitiationem per fidem in sanguinem ipsius, ad ostensionem iustitiae suae propter remissionem praecedentium delictorum13.» Onde volle che il Figlio morisse consumato da' tormenti. Et Dominus voluit conterere eum in infirmitate14. Quindi scrisse s. Ambrogio15, che Gesù nei dolori della sua passione, Aemulos habet, pares non habet: poiché il Salvatore nella sua morte superò i dolori di tutti i martiri, mentre disse l'Angelico che il Signore nel redimerci non solo attese al merito del suo dolore, ma volle soffrire un dolor tale che bastasse a pienamente soddisfare per tutti i peccati del genere umano: «Non solum attendit quantam virtutem dolor eius haberet, sed etiam quantum dolor eius sufficeret secundum humanam naturam ad tantam satisfactionem16

 

32. Vi fu poi la profezia di Geremia, in cui si predisse il nostro Signor Gesù Cristo che doveva esser saziato di disprezzi: Dabit percutienti se maxillam, saturabitur opprobriis17. Di più ch'egli doveva esser condotto come un agnello al macello, che dovea morire d'una mortevituperosa, che il di lui nome dovea restar sempre sepolto: «Et ego quasi agnus mansuetus qui portatur ad victimam... et eradamus eum de terra viventium, et nomen eius non memoretur amplius18.» Alle quali parole corrispondono quelle altre che riferisce il Savio: «Contumelia et tormento interrogemus eum, ut sciamus reverentiam eius et probemus patientiam illius; morte turpissima condemnemus eum19

 

33. Indi vi fu la molto celebre profezia fatta per rivelazione dell'angelo da Daniele, la quale distinse il tempo e le circostanze della venuta e morte del Salvatore: «Septuaginta hebdomades abbreviatae sunt super populum tuum et super urbem sanctam tuam, ut consummetur praevaricatio, et finem accipiat peccatum,


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et deleatur iniquitas, et adducatur iustitia sempiterna, et impleatur visio et prophetia, et ungatur sanctus sanctorum. Scito ergo et animadverte: Ab exitu sermonis ut iterum aedificetur Ierusalem usque ad Christum ducem hebdomades septem et hebdomades sexaginta duae erunt; et rursum aedificabitur platea et muri in angustia temporum. Et post hebdomades sexaginta duas occidetur Christus, et non erit eius populus, qui eum negaturus est. Et civitatem et sanctuarium dissipabit populus cum duce venturo: et finis eius vastitas, et post finem belli statuta desolatio. Confirmabit autem pactum multis hebdomada una: et in dimidio hebdomadis deficiet hostia et sacrificium; et erit in templo abominatio desolationis; et usque ad consummationem et finem perseverabit desolatio1.» Le 70 settimane s'intendono già non di giorni o di mesi, ma di anni, come l'intendono tutti gli eruditi; e così l'intesero anche più rabbini ebrei.

 

34. Gli anni poi delle 70 settimane, secondo l'opinione più comune, come scrivono Natale Alessandro ed altri presso il Calmet, si cominciano computare dal secondo editto dell'anno 20 di Artaserse (giusta le parole della profezia: ab exitu sermonis). Del resto, benché alcuni discordino circa questo computo, tutti nondimeno concordano che le 70 settimane vanno a finire circa il tempo della morte di Gesù Cristo. Sicché tutti i segni più sostanziali del tempo in cui fu compita la redenzione insieme si unirono, come la morte di Gesù Cristo, la distruzione di Gerusalemme e la dispersione de' giudei; tutto ciò poi sta più distinto nella mia opera Verità della fede, part. II, cap. 4, §. 1, dove il lettore troverà risposta a tutte le difficoltà degl'increduli. Tutto ciò poi basta solamente a confermarlo quel che disse Gesù Cristo: «Cum ergo videritis abominationem desolationis, quae dicta est a Daniele propheta, stantem in loco sancto, qui legit intelligat... Amen dico vobis, quia non praeteribit generatio haec donec omnia haec fiant2.» Queste sole parole del vangelo bastano a togliere ogni dubbio.

 

35. Vi sono poi più altre profezie della nascita del Messia, come fu quella del profeta Michea che predisse il luogo ove dovea nascere: «Et tu, Bethlehem Ephrata, parvulus es in millibus Iuda: ex te mihi egredietur qui sit dominator in Israel, et egressus eius ab initio a diebus aeternitatis3.» Ecco il Messia predetto qual Dio, mentre si dice essere stato egli sin dall'eternità. Di più, vi fu la profezia di Balaam colla quale fu prenunziata la stella che dovea annunziare a' magi il Messia già nato: «Videbo eum, sed non modo: intuebor illum, sed non prope. Orietur stella ex Iacob, et consurget virga de Israel4.» Onde poi i magi dissero ai giudei: «Ubi est qui natus est rex iudaeorum? Vidimus enim stellam eius in oriente, et venimus adorare eum5.» Vi è di più la profezia del profeta Osea, che predisse il ritorno di Gesù bambino dall'Egitto dopo la dimora di più anni: Ex Aegypto vocavi filium meum6.

 

36. Ma forse la più espressa e più chiara di tutte le precedenti fu quella del profeta Aggeo, il quale diè coraggio a Zorobabele ed a Gesù figlio di Giosedecco a fabbricare il tempio allora distrutto, dicendo loro da parte di Dio: «Nolite timere, quia haec dicit Dominus exercituum: Adhuc unum modicum est, et ego commovebo coelum et terram et mare et aridam; et movebo omnes gentes; et veniet Desideratus cunctis gentibus, et implebo domum istam gloria, dicit Dominus exercituum. Meum est argentum et meum est aurum, dicit Dominus exercituum. Magna erit gloria domus istius novissimae plusquam primae, dicit Dominus exercituum: et in loco isto dabo pacem, dicit Dominus exercituum7.» Sicché per opera del profeta Aggeo si fabbricò questo secondo tempio in Gerusalemme, in cui venendo poi il Salvatore a dar la pace al mondo perduto, fu chiamato dal profeta il Desiderato da tutte le genti: Et veniet Desideratus cunctis gentibus; il che corrisponde a ciò che disse Giacobbe ai suoi figli: Donec veniret desiderium collium aeternorum8; e a noi rende più certa la venuta del Messia.

 

37. Ma le parole più espressive della profezia furon quelle: «Magna erit gloria domus istius novissimae plusquam primae... et in loco isto dabo pacem, dicit Dominus exercituum.» Si notino le parole: Magna erit gloria domus istius novissimae plusquam primae. Or questa gloria non poteva essere nella magnificenza di questo secondo tempio, perché questo fu molto minore del primo; per lo che la maggior gloria di questo secondo tempio non poteva esser altra che l'onore che ricevea dal Messia colla sua propria presenza. E perciò allora furonvi più falsi Cristi, come furono Dositeo, Erode, Tooda ed altri; poiché in quel tempo teneasi


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per certo dover venire il Messia. Di più il Signore promise di dar la pace in quel luogo, et in loco isto dabo pacem; sì, perché in questo secondo tempio venne Gesù Cristo in propria persona a dar la pace al mondo, giusta quel che prima avea predetto già Isaia: Et revelabitur gloria Domini, et videbit omnis caro pariter quod os Domini locutum est. 40, 5. Ego ipse qui loquebar, ecce adsum. 52, 6.

 

38. Si aggiunge a questa la profezia di Malachia, la quale fu conforme a quella di Aggeo: «Ecce ego mitto angelum meum et praeparabit viam ante faciem meam. Et statim veniet ad templum suum dominator quem vos quaeritis, et angelus testamenti quem vos vultis, 3, 1.» Qui distingue il profeta l'angelo precursore, che dovea preparar la via a conoscere il Messia, dall'angelo dominatore, ch'era lo stesso Messia autore del testamento che dovea venire al tempio suo: Veniet ad templum suum; colla parola suum si dichiara la sua divinità. Questo tempio non era altro che quello di Gerusalemme, giacché Malachia viveva in tempo del secondo tempio, come scrive s. Girolamo; onde qui torna lo stesso argomento di Aggeo. Il Messia dovea venire al tempio suo, ma questo tempio già da mille settecento e più anni è distrutto; dunque il Messia è già venuto. Tanto più che, siccome predisse Malachia, all'angelo precursore dovea subito succedere l'angelo dominatore. «Mitto angelum meum, et praeparabit viam...: et statim veniet ad templum suum dominator quem vos quaeritis.» Se dunque è già venuto il precursore, necessariamente ancora ha dovuto esser venuto il Messia, che dovea subito seguirlo. Quindi s. Gio. Battista dopo aver predicata la penitenza, vedendo Gesù Cristo, l'annunziò al popolo: Ecce agnus Dei, ecce qui tollit peccatum mundi1.

 

39. Oltre poi de' profeti che il Signore facea comparire da quando in quando ad annunziar la venuta del Messia acciocché il popolo si conservasse fedele nella religione che gli era stata rivelata coll'aspettazione del redentore promesso, per lo stesso fine fece precedere più figure di questo Redentore. Celebre fu la figura del serpente di bronzo che Dio ordinò a Mosè di ergere in alto, affinché tutti i giudei che pentiti de' loro peccati lo mirassero restasser guariti dai morsi de' serpenti infuocati che uccidevano tutti coloro che mordeano: Fac serpentem aeneum et pone eum pro signo: qui percussus aspexerit eum, vivet2. Così fece Mosè, ed avvenne che tutti i morsicati col guardare il serpente sanavano; onde scrisse il savio, parlando appunto di questa prodigiosa guarigione: «Signum habentes salutis ad commemorationem mandati legis tuae. Qui enim conversus est non per hoc quod videbat sanabatur, sed per te omnium salvatorem3.» Tutti poi i santi padri, s. Giustino, s. Gio. Grisostomo, s. Cirillo alessandrino, s. Agostino ed altri, convengono che i giudei morsicati dal serpente figuravano i peccatori feriti mortalmente dal peccato, e che il serpente di bronzo figurava Gesù crocifisso che sulla croce volle soddisfare per li nostri peccati, sperando noi per quelli il perdono. Quindi scrisse s. Giovanni4: «Et sicut Moyses exaltavit serpentem in deserto, ita exaltari oportet Filium hominis; ut omnis qui credit in ipsum non pereat sed habeat vitam aeternam

 

40. Lo stesso nostro Redentore fu adombrato da Dio nel sacrificio di Abramo allorché gli comandò di sacrificargli Isacco suo figliuolo: «Tolle filium tuum unigenitum quem diligis Isaac, et vade in terram visionis, atque ibi offeres eum in holocaustum super unum montium quem monstravero tibi5Ubbidì Abramo nella stessa notte, andò con Isacco sul monte indicatogli dal Signore ed ivi pose già il figliuolo sulla catasta della legna, ma allorché stese la mano per sacrificarlo, l'angelo il trattenne, dicendogli da parte di Dio: Nunc cognovi quod times Deum et non pepercisti unigenito filio tuo propter me6. Volle adunque Iddio provare Abramo e con ciò adombrare il sacrificio di Gesù Cristo; in Abramo non però si contentò della sola di lui buona volontà, ma in quanto a Gesù Cristo volle che egli avesse consumato il sacrificio fino alla morte.

 

41. Molto espressa ancora fu la figura del capro emissario, che nell'antico testamento ogni anno si praticava tra gli ebrei. Si prendeva un capro, sul quale il sommo pontefice intendeva d'imporre tutti i peccati del popolo; e così poi tutti, caricandolo d'improperj e maledizioni, lo cacciavano nel deserto ad esser divorato dalle fiere, come oggetto dello sdegno divino. Questa cerimonia stava ordinata nel levitico7. Quel capro troppo chiaramente figurava il nostro Redentore, che volle da se stesso addossarsi tutte le maledizioni da noi meritate per le nostre colpe, affin di ottenere a noi la benedizione divina. Quindi scrisse poi l'apostolo:


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«Christus non redemit de maledicto legis, factus pro nobis maledictum (cioè la stessa maledizione); quia scriptum est: Maledictus omnis qui pendet in ligno1.» E s. Agostino scrisse: Ideo illa voluisti ut hoc perficeres...; ablata sunt signa promittentia quia exhibita est veritas promissa.

 

42. Inoltre del sangue di Gesù Cristo sparso nella sua morte furono figure tutti gli animali sacrificati nell'antica legge. In victimis pecorum, scrive s. Agostino, quas offerebant Deo, propitium celebrabant sacrificium futurae victimae quam Christus obtulit2. Sicché tutte le vittime che si offerivano nell'antica legge in sacrificio a Dio, significavano la vittima divina che il nostro Salvatore gli offerì di se stesso sulla croce. E perciò volle Dio che il primo testamento o sia la prima alleanza, della quale fu mediatore Mosè, e che fu figura della seconda, di cui fu mediatore Gesù Cristo, si celebrasse col sangue: Unde nec primum quidem (testamentum) sine sanguine dedicatum est3. Ed ordinò a Mosè che in tutti quei sacrificj facesse intendere al popolo esser sua legge che del sangue de' vitelli e degl'irci sacrificati venissero sempre aspersi il libro, il popolo, il tabernacolo e tutti i sacri vasi: «Lecto enim omni mandato legis a Moyse universo populo, accipiens sanguinem vitulorum et hircorum cum aqua et lana coccinea et hyssopo, ipsum quoque librum et omnem populum aspersit, dicens: Hic sanguis testamenti quod mandavit ad vos Deus. Etiam tabernaculum et omnia vasa ministerii sanguine similiter aspersit. Et omnia pene in sanguine secundum legem mundantur, et sine sanguinis effusione non fit remissio4.» Da questo testo si avvera quel che dice s. Tommaso l'angelico, che tutti i sacrifici e riti dell'antica legge erano istituiti a significare il mistero di Gesù Cristo: Status veteris legis institutus erat ad figurandum mysterium Christi5. Dispose dunque Iddio che tutt'i sacrificj fossero di sangue affin d'imprimere nei cuori degli uomini questa verità, che senza il sangue di Gesù Cristo, che dovea un giorno essere sparso per la nostra salute, non vi era speranza della remissione dei peccati.

 

43. Scrive l'apostolo che per cagion del peccato era chiusa agli uomini la comunicazione col cielo (ch'egli chiama sancta sanctorum); onde fu necessario che Gesù Cristo col proprio sangue entrasse nel sancta, consumando l'opera della redenzione: Per proprium sanguinem introivit semel in sancta, aeterna redemptione inventa6. Quindi nel vecchio testamento eravi il secondo tabernacolo, ov'era il sancta sanctorum, dove stava il propiziatorio, cioè l'arca del testamento, in cui si contenea la manna, la verga e le tavole della legge. Questo secondo tabernacolo stava sempre chiuso e coperto da un secondo velo, ed ivi entrava solamente una volta l'anno il sommo sacerdote, portando il sangue della vittima che offeriva. Tutto era misterio: il santuario sempre chiuso dinotava la separazione degli uomini dalla divina grazia, che essi non avrebbero mai ricevuta se non per mezzo di Gesù Cristo, che doveva un giorno sacrificar se stesso e così entrare nel sancta sanctorum del divino cospetto, qual mediatore fra Dio e gli uomini e così aprire ad essi l'ingresso al cielo.

 

44. Se poi, dice s. Paolo, per animarci a sperare il perdono delle nostre colpe pel sangue di Gesù Cristo, il sangue degli animali purgava le macchie esterne de' giudei, quanto più dobbiamo noi sperare che il sangue del Redentore abbia da purgarci dalle opere morte, quali sono i peccati, opere morte senza merito ed opere di morte degne di morte eterna! «Si enim sanguis hircorum et taurorum, et cinis vitulae aspersus inquinatos sanctificat ad emundationem carnis, quanto magis sanguis Christi, qui per Spiritum sanctum semetipsum obtulit immaculatum Deo, emundabit conscientiam nostram ab operibus mortuis, ad serviendum Deo viventi7?» Così insomma il nostro Salvatore col prezzo del suo sangue ci riscattò dalla morte eterna e ci ottenne la grazia della salute, sempre che noi ubbidiamo ai suoi santi precetti. Et consummatus factus est omnibus obtemperantibus sibi causa salutis aeternae8. Questa fu la mediazione o sia il patto fra Gesù Cristo e Dio, in virtù del quale fu promessa a noi la salute: promessa che poi ci fu dal medesimo nostro Salvatore confermata nel giorno precedente alla sua morte, allorché ci lasciò il sacramento dell'eucaristia, dicendo: Hic est enim sanguis meus novi testamenti, qui pro multis effundetur in remissionem peccatorum9.

 

45. Ma come va che, per quanto il Signore in tutto il tempo dell'antico testamento avesse sempre più predetto a' giudei il lor venturo Messia per bocca dei


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profeti e con tante figure, segni e sacrificj, affinché essi colla speranza della redenzione futura si mantenessero fedeli, per l'opposto quanto più si andò approssimando la venuta del lor liberatore, essi, in vece di accrescere il loro amore e la lor confidenza in Dio, sempre più mancaron di fede e s'imperversaron ne' vizj; in modo che quando comparve Gesù C. sulla terra, ritrovaronsi così deboli nella fede che non lo vollero ricevere, anzi lo riprovarono e lo fecero morire con una morte infame; onde poi si meritarono la pena che finora soffrono e soffriranno fino alla fine del mondo, d'essere scacciati dal loro regno e di andar vagabondi per la terra, odiati e vilipesi da tutti in pena del lor peccato di aver data la morte al loro Dio. Vedremo poi a suo luogo quanto fu terribile la divina vendetta che venne sopra di loro a tempo de' romani, allorché restarono privi di regno, di patria, di re, di tempio e di sacerdoti.

 

46. Ma seguitiamo la storia. Già da principio ci siam protestati di non già stendere in quest'opera una storia generale di tutti i fatti del vecchio e nuovo Testamento, ma solo di far menzione di quegli avvenimenti più principali che giovano a dimostrare quanto sia stata bella ed ammirabile la divina condotta in salvare per mezzo di Gesù Cristo l'uomo perduto col peccato, e con ciò far vedere quanto sia certa ed infallibile la nostra religione cristiana.

 




1 Gen. 1. 1.



2 T. 1. diss. 1.



3 Gen. 5. 1. et 2.



4 1. Cor. 15. 45.



5 Hist. eccl. t. 1. d. 3. a. 1.

1 In Gen. vide in loc. cit.



2 C. Firmiter 1. de Summ. Trin. etc.



3 Gen. 1. 2.



4 In Gen. c. 14. et 15.



5 V. 3.



6 Gen. v. 4.



7 In Gen. c. 17.



8 De div. nom. c. 4.



9 Hex. c. 19.

1 Gen. 1. 5.



2 Hist. eccl. t. 1. diss. 1. a. 8.



3 Gen. 1. 6.



4 Diss. 1. a. 2. prop. 1.



5 Vers. 11.



6 Gen. 1. 14.



7 38. 8.



8 Gen. 2. 20.



9 Gen. 1. 24. et 25.



10 Ib. v. 26.

1 2. Epist. 1. 4.



2 Gen. 2. 7.



3 1. 26.



4 C. 2. v. 9.



5 D. 2. a. 2. prop. 2.



6 C. 3. vers. 7.



7 Praelect theol. t. 3. de op. sex dier. quaest. 2. a. 2.



8 Chron. sacr. c. 9.



9 Hist. eccl. tom. 1. diss. 1. art. 8. prop. 2.



10 L. 9. de doctr. temp. c. 6.



11 Ann. sacr.

1 Comm. ad c. 1. Ezech.



2 Disc. 2. prop. 1.



3 Gen. 2. 8.



4 Gen. 4. 16.



5 Loc. cit. prop. 2. n. 4.



6 Gen. c. 7.



7 Gen. 2. 15.



8 2. 17.



9 Gen. 1. 28.



10 Diss. 3. a. 2.



11 Gen. 2. 21.



12 Gen. 2. 17.

1 Gen. 3. 15.



2 L. 3. contra Iulian.



3 De civ. l. 14 c. 11.



4 Diss. 3. a. 3.



5 Gen. 1. 28.



6 Gen. 3. 1.



7 Gen. 3. 4. et 5.



8 10. 14.



9 3. 22.



10 Vers. 23.



11 De vita Christi c. 3.



12 2. Mach. 6. 14.

1 L. 5. contra haeres. c. 34.



2 Epist. 164. alias 69.



3 D. 3. a. 3.



4 10. 1.



5 2. 2. q. 2. a. 7.



6 3. 15.



7 Theol. tract. de incarn. verbi c. 3. a. 2.



8 L. 22. contra Faust. c. 4.



9 2. Epist. 1. 21.



10 Gen. 17. 7.



11 19. 25.



12 2. 2. q. 2. a. 7. et 3.



13 Loc. cit. a. 7. et 8.



14 Gen. 49. 10.



15 1. Par. 28. 4.

1 Dan. 13. 41. et 62.



2 39. 7.



3 Hebr. 10. 5.



4 Vers. 18.



5 Vers. 19.



6 27. 35.



7 Isa. 7. 14.



8 53. 6.



9 Ib. v. 5.



10 Ibid. v. 3.



11 3. p. q. 46. a. 6.



12 V. 7.



13 Rom. 3. 25.



14 Isa. 53. 10.



15 In Luc.



16 L. c. ad 6.



17 Thren. 3. 30.



18 Ier. 11. 19.



19 Sap. 2. 19.

1 9. 24.



2 Matth. 24. 15. et 34.



3 5. 2.



4 Num. 24. 17.



5 Matth. 2. 2.



6 11. 1.



7 2. 6. et 7.



8 Gen. 49. 26.

1 Io. 1. 29.



2 Num 21. 8.



3 Sap. 16. 6. et 7.



4 3. 14. et 15.



5 Gen. 22. 2.



6 Ibid. v. 12.



7 C. 10. n. 5.

1 Gal. 3. 13.



2 L. 20. contra Faust. c. 18.



3 Hebr. 9. 18.



4 Hebr. 9. 19. 22.



5 1. 2. q. 102. a. 4.



6 Hebr. 9. 12.



7 Hebr. 9. 13. et 14.



8 Hebr. 5. 9.



9 Matth. 26. 28.




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