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S. Alfonso Maria de Liguori
Condotta ammirabile della Divina Provv.

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CAP. II. Dalla caduta di Adamo sino all'uscita degli ebrei dall'Egitto.

SOMMARIO

1. Caino uccide Abele. Quale fu il segno posto da Dio in Caino. 2. Di Enos figlio di Set. 3. Di Enoc, e di altri discendenti di Caino, da' quali nacque Noè. 4. Se Enoc sia morto, e dove sia stato da Dio trasferito. 5. Chi fossero i figli di Dio che si maritarono colle figlie degli uomini. 6. Chi fossero i giganti. 7. Dio assegnò 120. anni di tempo a Noè per la fabbrica dell'arca. 8. Venne il diluvio. 9. L'arca posò in un monte dell'Armenia. 10. Opposizioni degl'increduli al fatto del diluvio. 11. Altri negano il diluvio essere stato universale. 12. Altra opposizione. 13. Se tutti quei morti nel diluvio si dannarono. 14. Il gastigo del diluvio non fu crudeltà. 15. Uscita di Noè dall'arca. 16. Se prima del diluvio era vietato mangiar le carni degli animali. 17. Se gli anni de' patriarchi erano eguali ai nostri. 18. Qual figlio di Noè fu il primogenito. Dicesi che il nome Cainan in s. Luca sta frapposto per isbaglio. 19. Della torre di Babele. 20. Corrotti i costumi, si moltiplicarono gl'idoli. 21. Vocazione di Abramo, a cui fu promesso il Messia; ed allora Dio ordinò la circoncisione. 22. Di Melchisedech sacerdote, e del suo sagrificio di pane e vino. 23. Del sagrificio di Abramo. 24. Monarchie erette fra questo tempo. Della monarchia degli Assirj, di cui fu capo Nembrot, e poi Nabuccodonosor, e poi Baldassar, e poi Ciro. 25. A Ciro successe Cambise, Dario, Serse, Artaserse, ed altri; l'ultimo fu Dario Codomano, in cui finì l'imperio Persiano. 26. Della monarchia de' caldei. 27. Della monarchia de' medi. 28. Dell'imperio de' greci, e di Alessandro Magno. 29. Dell'imperio romano, e de' suoi diversi governanti. 30. Della condotta di Dio nella erezione e decadenza di detti imperj. 31. Fede propagata nella persecuzione de' Romani, e poi da loro stessi abbracciata. 32. Da una Roma empia nasce Roma cristiana, ove si pianta la fede. 33. La chiesa sempre sussistente in mezzo alle cadute degli imperj. Roma caduta per la morte di tanti martiri. 34. Finalmente tutto succede secondo i disegni della divina provvidenza.

 

1. Adamo dopo il suo peccato presto vide gli effetti della divina maledizione; poiché, avendo procreati Caino ed Abele, Caino vedendo che le offerte del fratello erano gradite a Dio e le sue erano rifiutate per cagione del suo pravo animo1 per invidia uccise Abele. Dopo ciò il Signore gli domandò dove fosse il suo fratello. Caino rispose di non saperlo e che egli non era di lui custode. Ma Dio allora gli rinfacciò: Quod fecisti? Vox sanguinis fratris tui clamat ad me de terra2. Indi lo maledisse e lo condannò ad andar vagabondo per la terra. Allora Caino disse che il suo peccato era incapace di perdono, e che, dovendo esso andar ramingo sulla terra, ognuno che l'avesse trovato l'avrebbe ucciso. E il Signore disse: Nequaquam ita fiet... Posuitque Dominus Cain signum ut non interficeret eum omnis, qui invenisset eum3. Quale poi fu questo segno? altri dicono essere stata una lettera sul fronte di Caino impressa, altri un aspetto datogli di fierezza; ma più comunemente, come scrive il p. Natale con s. Girolamo e Teodoreto, Tremor fuit totius corporis et furiatae mentis agitatio.

 

2. Caino fece in effetto una vita sempre vagabonda e seguì ad essere empio; onde scrisse poi s. Giuda nella sua epistola canonica4: Vae illis quia in via Cain abierunt. Edificò egli una città, da cui provenne la nazione dei cainiti, gente di pessimi costumi. Indi Adamo generò Set, i figli del quale furono chiamati figli di Dio, finché vissero fedeli a Dio, come appresso vedremo. Fra gli altri figli procreò Enos, uomo pio, di cui sta scritto: Enos... iste coepit invocare nomen Domini5. Cioè Enos istituì il culto pubblico del Signore in certi tempi dell'anno, come scrive il p. Natale. Molti rabbini voltano il testo citato così: Tunc prophetatum est invocando nomen Domini; dal


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che altri deducono che sin d'allora cominciò l'idolatria. Enos generò Cainan, e Cainan Malaleel.

 

3. Caino generò Enoc, Gen. 4., 17., di cui parleremo nel numero seguente. Enoc generò Irad, Irad Maviael, Maviael Matusalem, Matusalem Lamech, che fu il primo a prender due mogli e che dicesi avere ucciso poi Caino; il che dice il p. Natale esser probabile ma non certo. Lamech generò Iubal inventore della musica e Tubalcain fabbro di bronzo e di ferro. I favoleggiatori dissero poi che da Iubal provenne Apollo padre della musica, e da Tubalcain Vulcano autore dell'arte di lavorare il bronzo e il ferro. Lamech di poi generò Noè, uomo giusto; che poi fabbricò l'arca per comando di Dio, come appresso diremo.

 

4. Ma parliamo prima di Enoc, del quale si legge: Ambulavitque (Henoch) cum Deo; et non apparuit; quia tulit eum Deus1. Alcuni rabbini quel tulit lo prendono per la morte, ma dee intendersi (come scrive il p. Natale2 con altri comunemente) che fu trasferito in sua vita in luogo di pace, a differenza degli altri patriarchi, di ciascuno dei quali nella scrittura si annunzia la morte. S. Paolo scrisse: Fide Henoch translatus est ne videret mortem, et non inveniebatur, quia transtulit illum Deus3. San Girolamo4, parlando di Elia, ch'ebbe la stessa sorte di Enoc, scrive: Elias carneus raptus est in coelum. S. Agostino5, parlando di Enoc e di Elia, dice che essi non furono già trasferiti nello stato che si promette nella risurrezione comune, ma in uno stato in cui non vi è bisogno di cibo per vivere. Teodoreto6 scrive: Henoch autem transtulit Deus, ut huius praedicatione futuram indicaret resurrectionem. In qual luogo poi egli viva, risponde che Iddio volle onorare la sua virtù, del resto non inquirenda sunt quae silentio sunt tradita, sed veneranda quae scripta sunt. San Tomaso7, scrive che la morte di Enoc e di Elia è stata differita, ma ch'eglino moriranno in fine del mondo per mano dell'anticristo. Lo stesso s. Tomaso poi scrive in altro luogo8: Henoc raptus est ad paradisum terrestrem, ubi cum Elia simul creditur vivere usque ad adventum antichristi. E lo stesso dicono s. Ireneo, s. Atanasio e s. Isidoro, presso il p. Natale, fondati sul testo dell'ecclesiastico: Henoch placuit Deo et translatus est in paradisum ut det gentibus poenitentiam, 44 16. Tuttavia meglio dicono s. Gio. Grisostomo, s. Agostino e Teodoreto essere incerto in qual luogo essi santi siano stati collocati; né s. Tomaso asserì la sua proposizione per certa, ma solo come probabile. Il paradiso poi nominato dall'ecclesiastico non viene espresso per quello che ebbe Adamo, ma facilmente può intendersi per un luogo ameno ove si vive in pace. Alcuni padri poi, come s. Giustino e s. Ireneo presso Natale9, lodarono un certo libro di Enoc, ove si legge aver egli predetto il giudizio finale; ma questo libro credesi più probabilmente apocrifo. È vero che nell'epistola di s. Giuda10, si dice: Prophetavit autem... Henoc dicens: Ecce venit Dominus... facere iudicium contra omnes etc. Ma sebbene s. Giuda affermi essersi fatta quella profezia da Enoc, nondimeno non si dice essere stata scritta da Enoc; poiché quel frammento che si porta di tal profezia e da cui si congettura il libro scritto da Enoc, si scorge pieno di errori e d'inezie.

 

5. Essendosi poi moltiplicati gli uomini, dice la scrittura, Videntes filii Dei filias hominum quod esset pulchrae, acceperunt sibi uxores11. E da tali coniugj nacquero i giganti: così narrasi nel versetto quarto. Qui si dimanda chi fossero quei figli di Dio che si maritarono colle figlie degli uomini. Vi è stata l'opinione di molti che i figli di Dio fossero angeli, che presi dalla bellezza delle donne figlie de' discendenti di Caino, chiamate figlie degli uomini, le avessero sposate, e da tal commercio fossero nati i giganti; e di tale opinione furono s. Giustino12, Clemente alessandrino13, ed anche s. Cipriano, Tertulliano e s. Ambrogio presso il p. Natale14. Ma quest'opinione fu riprovata da s. Gio. Grisostomo15, che la chiamò errore e bestemmia, e da s. Agostino16 e s. Cirillo alessandrino e Teodoreto, che la chiama una stolidezza. Le ragioni sono chiare, come prova il p. Natale nel luogo citato. S. Matteo17, parlando degli uomini che risorgeranno, dice: Sed erunt sicut angeli Dei in coelo, spiegando con tali parole che gli uomini risorti come gli angeli non procreeranno più figli. Ma come gli angeli possono generare, quando essi sono puri spiriti senza carne? Spiritus carnem et ossa non habet18.


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6. Inoltre s. Giustino martire e Paolo Burgense presso il p. Natale1, dissero che i giganti nati da quelle donne maritate coi figli di Dio furon demonj sotto figura di uomini. Il Burgense prende il suo argomento dalla parola Nephilim, colla quale nel testo ebreo sono chiamati i giganti, che significa quasi cadentes, alludendo a quel che scrisse Isaia, 14., 12.. Quomodo cecidisti de coelo, Lucifer? Ma propriamente quella voce Nephilim, non s'intende de' demonj ma de' figli di Set, che caddero ne' vizj, non seguitando le vestigia de' maggiori. Del resto, i giganti furono bensì di statura più grande dell'ordinaria, come scrisse Baruch, 3., 26.: Ibi fuerunt gigantes nominati illi qui ab initio fuerunt statura magna. E dice monsignor Uezio2: Nulla fere regio est in qua portenta huius generis enata non ferantur. Ma in effetto furono essi uomini come tutti gli altri, ma di pessimi costumi, e perciò furono distrutti: Non exoraverunt pro peccatis suis antiqui gigantes, qui destructi sunt, confidentes suae virtuti3.

 

7. La verità dunque si è che i figli di Set, i quali pei loro buoni costumi erano chiamati figli di Dio, unendosi poi colle donne discendenti da Caino, chiamate figlie degli uomini, si pervertirono in modo che confusero anche la credenza del vero Dio; ed allora fu che s'inventarono le false deità e nacquero tante superstizioni sacrileghe e tante idolatrie che si sparsero per tutta la terra e la riempirono di tali e tante iniquità che Dio fu obbligato a castigar col diluvio tutti gli uomini che allora viveano, fuori di otto sole persone che si erano conservate fedeli al Signore, cioè di Noè, sua moglie e tre figli colle loro mogli. Onde Dio ordinò a Noè che fabbricasse l'arca in cui doveva salvarsi nel tempo del diluvio; ma prima di eseguire il castigo, volle che Noè lo pubblicasse e facesse intendere a tutti il diluvio universale, che in capo a 120 anni doveva accadere: Eruntque dies illius centum viginti annorum4: Alcuni han pensato da queste parole che allora Dio avesse determinato che da quel tempo in poi l'età degli uomini non passasse gli anni 120; ma è chiaro, come scrive il p. Calmet e come prova il p. Natale5 con s. Gio. Grisostomo, s. Girolamo e s. Agostino6, che questo tempo fu assegnato alla fabbrica dell'arca, acciocché quegli uomini perversi, sapendo lo sterminio da Dio lor minacciato, fra questo tempo si fosser ravveduti, e, cessando di peccare, cessasse anche il castigo. Ma quantunque gli uomini avessero veduto per lo spazio di tanti anni fabbricarsi l'arca dinanzi i loro occhi, non si emendarono, anzi accrebbero i peccati; e così in effetto seguì il diluvio. Tutto ciò ben vien confermato da quel che scrisse poi s. Pietro: «Qui increduli fuerant aliquando, quando expectabant Dei patientiam in diebus Noe, cum fabricaretur arca: in qua pauci, id est octo animae salvae factae sunt per aquam7.» il che corrisponde a quel che scrisse anche s. Luca: «Edebant et bibebant... usque in diem qua intravit Noe in arcam; et venit diluvium et perdidit omnes 17., 26.»

 

8. Dio stesso poi prescrisse a Noè le misure dell'arca, secondo cui dovea fabbricarsi, cioè che fosse lunga 300. cubiti (il cubito volgare importa due palmi ed un'oncia, ma vedi al num. 11.) larga 50. ed alta 30. Fu fatta quest'arca a modo di una cassa e di tal grandezza che potesse ricevere, oltre la famiglia di Noè, tutte le specie degli animali che doveano entrarvi, cioè sette coppie degli animali mondi e degli uccelli, e due coppie degli animali immondi (immondi s'intendono quelli che non erano atti a' sacrificj e di cui era vietato il cibarsi), e gli alimenti che bisognavano pel sostentamento di tutti8.

 

9. Quando accadde il diluvio, Noè era in età di 600. anni, ed era nell'anno 1656. del mondo e 2344. prima di Gesù Cristo, secondo il p. Calmet. Giunto il tempo egli entrò nell'arca colla sua famiglia e con tutti gli animali, siccome gli aveva imposto il Signore. Passati sette giorni, ai 17 del secondo mese, che come porta il Calmet, corrisponde in parte al mese di ottobre ed in parte al mese di novembre, cominciarono a cadere giù sulla terra le acque in gran copia, e la pioggia durò per quaranta giorni e quaranta notti, in modo che le acque superarono le cime de' monti più alti per 15 cubiti; onde perirono tutti gli uomini e tutti gli animali, fuori di quelli ch'erano nell'arca. Tutto ciò sta descritto nella Genesi al cap. 7., dal verso 6. al 23.

 

10. Tennero poi le acque coperta la superficie della terra per 150. giorni9, e cessata la pioggia nell'anno 1657. ai 17 del settimo mese10 (che secondo Usserio corrisponde al giorno 6 di maggio) l'arca venne a posare sovra d'un monte dell'Armenia chiamato Ararat, come scrive Usserio, e giusta la più costante tradizione


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(come dice Calmet) vicino alla città d'Erivan.

 

11. Udiamo ora le inette difficoltà fatte da alcuni increduli sovra le cose narrate. Apelle, Celso ed altri eretici dissero esser impossibile che quell'arca secondo la grandezza da Dio designata a Noè avesse potuto capire quel numero di tutti i generi degli animali. Origene scrisse per confutarli, che i cubiti prescritti dal Signore non erano i volgari, ma i geometrici, che sono di nove piedi; e s. Agostino approvò questa opinione1. Altri dissero che s'intendeano cubiti sacri, i quali sono di sei palmi e 24 dita. Ma il p. Natale2 dice che i cubiti non furono né geometricisacri, ma i volgari, che sono di cinque palmi e venti dita; e secondo questi spazj l'arca ben fu capace di ricever tutte le specie degli animali coi cibi loro sufficienti; e scrive che ciò l'han dimostrato matematicamente molti eruditi, assegnando a tutte le coppie delle bestie entrate nell'arca il luogo loro proporzionato. Lo stesso confermasi ancora da s. Agostino3. Soggiunge poi il p. Natale4, che siccome dee ributtarsi l'opinione di coloro che vogliono doversi intendere le cose dell'arca e del diluvio dette in senso allegorico, così all'incontro dee tenersi che l'arca fu figura della chiesa e che le acque del diluvio furon figura del santo battesimo, come prova s. Agostino5, poiché siccome tutti gli uomini che allora trovaronsi fuori dell'arca restarono annegati, così periscono tutti coloro che muoiono fuori della chiesa cattolica.

 

12. Inoltre altri eruditi, e fra questi Isacco Peirerio celebre preadamita ed Eduardo Stillingfleeto6, negano che il diluvio fu universale; e dicono per 1. che in tutto l'orbe non potea ritrovarsi tanta copia d'acqua che avesse potuto coprire tutta la terra. Ma si risponde che siccome il Signore poté moltiplicare cinque pani e due pesci per saziare cinque mila uomini7, così ben potete moltiplicare le acque per castigare i peccatori. Ma dicono che non debbono supporsi miracoli fatti senza necessità; ma si risponde che ben si han da supporre i miracoli per sostenere ciò che si afferma nella sacra scrittura, dove si legge: Et aquae praevaluerunt nimis super terram, opertique sunt montes omnes excelsi sub universo coelo8. Replicano che ciò s'intende dei soli monti della Palestina. Ma rispondesi come potea poi posare l'arca sovra i monti dell'Armenia, se il diluvio superò i soli monti della Palestina? Del resto, il dire che il diluvio non fu universale per tutta la terra è contrario alla scrittura, dove si dice: Venit finis universae carnis9. Sicché il diluvio si distese per tutte le parti in cui vi erano uomini. Aggiunge il p. Natale, art. 4. che l'universalità del diluvio è stata confermata non solo dal consenso di tutti i padri, ma anche dagli scrittori pagani ch'egli ivi cita.

 

13. Dicono per 2. che il diluvio non poteva mai giungere a coprire i monti più alti della terra; poiché vi sono monti così alti, come il Tauro, il Caucaso ed altri, che superano la mezza regione dell'aria, in cui si generano le piogge. Si risponde coi periti delle cose naturali esser ciò affatto falso, mentre i vapori della terra sempre avanzano l'altezza di qualunque monte; ed il p. Natale lo prova coll'autorità di più eruditi in questa materia. Oltreché dice s. Agostino10 che, ancorché fosse vero quel che suppongono i contrarj, chi può negare che Dio abbia potuto colla sua virtù far salire le acque sopra tutti i monti, mentre abbiamo dalla scrittura espresso: Et aquae praevaluerunt nimis super terram, opertique sunt montes omnes excelsi sub universo coelo11.

 

14. Scrive poi il p. Natale che gratis asseriscono alcuni non essersi tutti dannati gli uomini che morirono nel diluvio, mentre sta scritto nei vangeli: Edebant et bibebant usque in diem qua intravit Noe in arcam; et venit diluvium et perdidit omnes. Onde s. Agostino12 scrive: Nec frustra creditur sic factum esse diluvio, iam non inventis in terra, qui non erant digni tali morte defungi, qua in impios vindicatum est. S. Girolamo13 non però scrive: Qui puniti sunt, postea non punientur; e poi spiega ch'essendo stati gli uomini puniti colla pena temporale del diluvio, non dee giudicarsi essere stati puniti colla pena eterna, valendosi delle parole del predetto profeta: Non consurget duplex tribulatio, 1., 9. Ed a questa sentenza aderisce Ruperto abate14, dicendo: Credendum quippe est aliquos hoc diluvio periisse quorum eorum periculo mortis peccatum deletum sit, iuxta illud: Non iudicabit Deus bis in idipsum. Ma il p. Natale risponde che la loro sentenza è singolare ed inudita e che il supporre la penitenza


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di alcuni di quei peccatori prima della morte, come pensa s. Girolamo, dovrebbe provarsi. Del resto, non sembra cosa inverisimile che alcuni di loro si fossero pentiti delle colpe prima della morte con vera contrizione e si fossero salvati.

 

15. Non mancano poi più increduli i quali negano il diluvio, dicendo non potersi in Dio supporre una tanta crudeltà di far morire tanti milioni di uomini senza dar loro tempo di penitenza. Ma si dimanda: dove sta questa supposta crudeltà? Anzi qual maggior misericordia poteva usare il Signore a quegli empj che far predicare da Noè per lo spazio di 120 anni il castigo già chiaramente minacciato del diluvio? Del quale per farli più certi, volle che Noè per tutti quegli anni avesse fabbricata l'arca sotto gli occhi loro, affinché si fossero ravveduti colla penitenza e così avessero scampata la morte.

 

16. Nel giorno 27 del secondo mese1 che, secondo scrive il Calmet, corrisponde al 18 del nostro dicembre, Noè, vedendo rasciugata la terra, uscì dall'arca colla sua famiglia e con tutti gli animali; e subito che fu uscito eresse un altare ed offerì un sacrificio di ringraziamento a Dio suo liberatore. Il Signore benedisse lui ed i suoi figli e promise di non mandar più sulla terra un simil castigo del diluvio2. Indi diè loro la libertà di cibarsi delle carni delle bestie, dicendo: Et omne quod movetur et vivit erit vobis in cibum: quasi olera virentia tradidi vobis omnia3. Cibatevi da qui in avanti delle carni degli animali, siccome sinora vi siete cibati degli erbaggi.

 

17. Qui si fa la quistione se prima del diluvio era proibito mangiar le carni degli animali. Il Tostato e Dionisio Cartusiano lo affermano, ma lo negano il Gaetano, il Vittoria e Domenico Soto; ed a questa opinione aderisce anche il p. Natale4. Poiché quantunque dica s. Girolamo5: Esum carnium usque ad diluvium ignotum fuisse, e s. Tommaso scriva: Esus carnium videtur esse post diluvium introductus6; nondimeno dice il p. Natale che ciò non si prova con certezza dalla scrittura. È vero che Iddio assegnò ai nostri progenitori i frutti e l'erbe per cibo7, ma in niun luogo si legge la proibizione fatta delle carni. Solo può dirsi che dopo il diluvio il cibarsi di carni fu permesso espressamente per essere mancata la virtù che prima aveano l'erbe e i frutti di sostentare i corpi umani, i quali non ha dubbio che dopo il diluvio restarono più deboli; onde sin d'allora l'età degli uomini restò molto diminuita a rispetto di quel che si legge nella genesi al capo 5, ove si narra che i patriarchi vissero molte centinaia d'anni.

 

18. E qui ha da avvertirsi essere affatto falso quel che scrissero alcuni autori pagani ed altri cristiani, che gli anni de' patriarchi non erano eguali a' nostri ma minori secondo l'uso degli egizj, in modo che l'anno non giungeva più che a 36 giorni in circa, come dice Lattanzio con Varone. Ma s. Agostino8, scrive ciò doversi rigettare come un marcio errore, e tener fermamente essere stati quegli anni pari a' nostri. Il p. Natale9 conferma a lungo questa sentenza, e fra le altre cose dice che se dovessero computarsi quegli anni secondo vogliono i contrarj, ne seguirebbe che Enoc, giusta quel che si scrive nel citato cap. 5. della genesi, avrebbe generati i figli nell'anno sesto di sua età, e Cainan nell'anno settimo, ed Abramo, attesa la stessa ragione di brevità, non sarebbe vivuto che 17 anni, quando la scrittura narra che morì in senectute bona provectaeque aetatis et plenus dierum10. Eusebio11 prova con molti autori che gli uomini antichi viveano sino a mille anni. Iddio prolungava in quel tempo la loro vita acciocché gli uomini riempissero la terra; e per questo fine permise anche l'avere più mogli: quando poi la terra abbastanza è stata ripiena di abitanti, è mancato nelle vite degli uomini il numero degli anni. Tutto ciò lo conferma il dotto monsignor Uezio12 col testimonio di molti antichi scrittori.

 

19. I tre figli di Noè, Sem, Cam e Iafet furono poi i restauratori della terra co' loro discendenti13. Vi è quistione fra gli eruditi chi di loro fosse stato il primogenito. Nicola di Lira, il Gaetano ed Alfonso Tostato vogliono che sia stato Iafet; ma il p. Natale14, parlando della storia dopo il diluvio, difende che il primogenito fu Sem, adducendo più testi ove, parlandosi della generazione di Noè, Sem viene nominato in primo luogo: Hae sunt generationes Noe... Et genuit tres filios, Sem, Cham et Iapheth. Gen. 6, 9 et 10. E al cap. 10. v. 1., si dice: Hae sunt generationes filiorum Noe: Sem, Cham et Iapheth. In altro luogo della scrittura15, parimente Sem sta mentovato


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in primo luogo; onde secondo le scritture sembra certamente più probabile la sentenza del p. Natale. Indi nel citato cap. 10. gen. dal vers. 2 stanno descritti i figli di Iafet, e dal vers. 6. i figli di Cam. Nel cap. 11. poi si descrivono i figli di Sem, dal quale discese Abramo. Dice poi il p. Natale1, che nella genealogia di Sem si legge nella volgata posto il nome di Cainan fra Arfaxad e Sale, ma egli prova con s. Epifanio e s. Girolamo che il detto nome di Cainan sta per errore intruso fra gli ascendenti di Gesù Cristo, mentre s. Luca, cap. 3, come scrive s. Ireneo2, numera dal Salvatore ad Adamo 72 generazioni; ma se s'inserisce ancora Cainan, sarebbero 73. E benché si legga in s. Luca, 3, 35 e 36: Qui fuit Sale, qui fuit Cainan, qui fuit Arphaxad, dice Natale con Cornelio a Lapide, Petavio ed altri autori, che nel testo di s. Luca il nome di Cainan sta posto per isbaglio.

 

20. Indi dice la scrittura3, che trovandosi uniti insieme i discendenti di Noè, si fermarono ad abitare nella terra di Sennaar e per acquistarsi un gran nome concertarono di fabbricare una città, che poi fu chiamata Babel, con una torre che giungesse sino al cielo. Ma allora Iddio, turbando la loro memoria, come prima non teneano che un solo linguaggio, d'indi in poi confuse le loro lingue in modo che l'uno più non intendea l'altro; e così cessarono dal loro disegno, si divisero per tutta la terra, e da ciò nacque la distinzione delle nazioni e de' regni4.

 

21. Essendosi pertanto moltiplicate le genti sovra la terra, Iddio ne' posteri di Sem, che per molti anni si mantennero fedeli, si elesse il suo popolo; e tra essi collocò la sua chiesa, in cui si conservasse il deposito della fede. Ma col tempo questi ancora prevaricarono e si rilasciarono ne' vizj; onde poi Noè morendo ebbe il dolore di lasciare il mondo molto corrotto. E siccome i popoli quanto più si immergono nella corruttela, tanto più andavansi scordando di Dio, allora fu che più si sparsero per la terra le favole di tante false deità; e mancando la cognizione del vero Dio, vieppiù si andarono moltiplicando i falsi dei nell'Egitto e nella Grecia, dalle quali regioni si andarono sempre più moltiplicando quasi per tutta la terra; onde Davide poté dire che nella sola Giudea era conosciuto il vero Dio: Notus in Iudaea Deus; in Israel magnum nomen eius5.

 

22. Ciò fu poi cagione della vocazione di Abramo: poiché il Signore nell'anno 2083 del mondo, per impedire la totale ruina della religione, in mezzo a quella corruzione così universale chiamò Abramo e gli comandò di uscir dalla città di Ur nella Caldea, ove abitava la sua famiglia, e di andare ad abitare nella terra di Aran nella Mesopotamia. Ed allora gli fece la prima promessa del Messia che dovea nascere dalla sua stirpe con quelle parole: In te benedicentur universae cognationes terrae6 Abramo subito ubbidì e venne di insieme con Tare suo padre e Sara sua moglie ed anche Lot suo nipote; ma essendo poi morto in Aran Tare, Dio impose ad Abramo, che allora era in età di 75 anni, di passare alla terra di Canaan, ed ivi gli replicò la promessa del Messia che dovea nascere da lui: «Et statuam pactum meum inter me ed te, et inter semen tuum post te in generationibus tuis foedere sempiterno, ut sim Deus tuus et seminis tui post te7.» Dove colle parole Ut sim Deus tuus et seminis tui post te spiegò chiaramente che esso Dio doveva un giorno nascere dalla sua progenie, seminis tui post te.

 

23. Inoltre essendo poi Abramo di 99 anni, Iddio gli ordinò che partisse da Aran ed andasse ad abitare in Canaan, luogo della terra promessa; e volle che anche Abramo ivi si circoncidesse, e così in avvenire si usasse con tutti i suoi discendenti per contrassegno dell'alleanza fatta tra Dio e la sua famiglia; sicché d'allora in poi i suoi posteri godessero la prerogativa di essere il popolo eletto del Signore.

 

24. In questo tempo nella scrittura si fa menzione di Melchisedech; poiché avendo Abramo liberato Lot colle robe di lui dalle mani de' nemici, come si narra nella genesi, 14, 16, comparve Melchisedech e come sacerdote benedisse Abramo ed offerì a Dio sacrificio di pane e di vino in ringraziamento della vittoria a lui data. Di Melchisedech disse Origene che egli era un angelo; altri dissero essere una virtù celeste; altri che fu il figlio di Dio incarnato; altri che fu lo Spirito santo, cose che il Calmet chiama tutte inezie, e il p. Natale8 tutte le confuta. La verità si è che Melchisedech fu vero uomo e sacerdote del sommo Iddio: «At vero Melchisedech rex Salem, proferens panem et vinum, erat enim sacerdos Dei altissimi, benedixit ei etc.9.» Si dice Rex Salem; s. Paolo lo spiega: Quod est rex pacis10. E Calmet dice


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che Salem è lo stesso che Gerusalemme, con s. Epifanio1, Giuseppe ebreo ed altri passim. Di più l'apostolo2 dice che Melchisedech fu sine patre, sine matre, sine genealogia; dal che s'intende, scrive Calmet, che non si sa donde venisse Melchisedech. È certo inoltre che il sacerdozio di Melchisedech fu figura del santo sacrificio della messa, come sentono comunemente i padri. S. Epifanio, s. Gio. Grisostomo, s. Cirillo alessandrino, s. Cipriano, s. Girolamo, s. Agostino ed altri presso il p. Natale3 provano che la parola proferens della genesi dinota lo stesso che sacrificans. E si prova inoltre dal salmo 109, v. 4.: Tu es sacerdos in aeternum secundum ordinem Melchisedech; il che s'intende del sacrifizio di pane e vino offerto prima da Melchisedech, con cui fu adombrato quello poi compito da Gesù Cristo coll'istituzione dell'eucaristia.

 

25. Indi fatto Abramo padre d'Isacco, volle il Signore provar la fede e costanza di lui. Onde gli ordinò che gli avesse sacrificato Isacco suo figlio, dicendogli: «Tolle filium tuum unigenitum quem diligis Isaac, et vade in terram visionis, atque ibi offeres eum in holocaustum super unum montium quem monstravero tibi4Abramo ubbidiente sorse di notte e portò il suo figlio nel monte, ove giunto, lo legò sulla catasta della legna e poi stese la mano armata del coltello per compiere il sacrificio. Ma un angelo il trattenne, dicendogli da parte di Dio: «Non extendas manum tuam super puerum... nunc cognovi quod times Deum, et non pepercisti unigenito filio tuo propter me5.» Ed allora Dio gli confermò per la terza volta la promessa del Messia: Et benedicentur in semine tuo omnes gentes terrae, quia obedisti voci meae6. Questa promessa poi fu di nuovo confermata dal Signore ad Isacco ed a Giacobbe suo figlio, dal quale nacquero i padri delle dodici tribù del popolo eletto e specialmente la tribù di Giuda dalla quale provenne Gesù Cristo secondo la profezia fatta di poi da Giacobbe: «Non auferetur sceptrum de Iuda et dux de femore eius, donec veniat qui mittendus est, et ipse erit expectatio gentium7

 

26. Di poi verso questo tempo cominciarono a fondarsi diverse monarchie nel mondo, come quella de' babilonesi che si unirono poi cogli assirj, quella de' persiani, quella de' caldei, quella de' medi e quella de' romani. La monarchia degli assirj fu eretta da Nembrot figlio di Cus e nipote di Cam ultimo figlio di Noè verso il tempo della torre di Babele, 114 anni in circa dopo il diluvio. Nembrot ebbe molti re successori, ma il regno verso l'anno 3399, e prima dell'era volgare 562, secondo il p. Calmet, cadde in mano di Nabucodonosor, e da lui passò a Baldassar, indi a Dario, che morì poi nell'anno 3466 e lasciò l'impero a Ciro fondatore dell'impero persiano.

 

27. Ciro cominciò a regnare nell'anno 3466 e 529 prima dell'era. Gli fu successore Cambise, indi altro Dario, poi Serse, poi Artaserse ed altri. L'ultimo fu Dario Codomano, che morì nell'anno 3674, prima dell'era 330. Sicché questo impero de' persiani durò 208 anni e poi finì.

 

28. La monarchia de' caldei si dubita se fu confusa con quella degli assirj; ma il p. Calmet nella sua storia dell'antico e nuovo testamento prova che vi furono i re de' caldei in tempo di Abramo, e cita la genesi al cap. 16, v. 1. Vogliono che Beleso fondò l'impero de' caldei, ma che poco durò, cioè dall'anno 3257, sino al 3323.

 

29. La monarchia de' medi cominciò nell'anno 3257; poiché Arbace governatore di Media si sollevò allora contro Sardanapalo re dell'Assiria, e pose i medi in libertà. Restò poi la monarchia ad altri regnanti e finì a Ciassare II o sia Dario il medo, che morì nell'anno 3466, e gli succedé Ciro.

 

30. Indi fu eretto l'impero de' greci, che cominciò nell'anno 3670, e prima dell'era volgare 323; poiché allora Alessandro il grande, avendo perduto Filippo suo padre, dopo aver regnato sei anni nella Macedonia, passò nell'Asia, dove vinse Dario dopo quattro anni di guerra, e per sei anni possedé l'impero d'oriente; morì poi nell'anno 3681 in età di 33 anni. Dopo la sua morte l'impero si divise tra' suoi principali capitani, che regnarono nella Siria e nell'Egitto, in cui l'ultima regnante fu Cleopatra moglie di Marcantonio, la quale per il dolore della morte del marito, nell'anno 3974 e 30 prima dell'era volgare, per disperazione si uccise da se stessa.

 

31. Parlando poi dell'impero romano, Romolo, come porta monsignor Bossuet, fondò Roma nell'anno 3250 del mondo e 753 prima di Gesù Cristo, e nel terz'anno dell'olimpiade sesta (le olimpiadi da cui i greci contavano gli anni, si stabilirono nell'anno 3228) Romolo morì nell'anno 39 di Roma, la quale nell'anno poi 245 fu


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liberata da' tiranni, ed allora cominciarono i consoli a governarla. Nell'anno 302 mandarono i romani a cercar le leggi dalla Grecia e precisamente da Atene, ed allora i decemviri formarono le leggi delle dodici tavole che furono il fondamento della legge romana.

 

32. La repubblica poi fu governata da diversi personaggi sintanto che cadde in potere degl'imperatori, in mano de' quali cadde la romana potenza. Quindi nell'elezione e nella decadenza degl'imperj mentovati si scorge la condotta della divina provvidenza in beneficio della chiesa. Iddio si valse prima de' babilonesi e degli assirj per punire l'insolenza degli ebrei, nei quali era fondata la chiesa: si valse di Ciro e poi di Dario per istabilire il loro regno; di Alessandro magno per sostenerlo; di Antioco per provarlo e vederlo emendato: finalmente si valse de' romani per mantener la libertà de' giudei, il regno de' quali durò colla potestà de' romani e specialmente di Pompeo sino alla venuta di Gesù Cristo. Ma venuto il Salvatore, ed essendo stato crocifisso da' giudei, gli stessi romani furono poi gli operatori del loro esterminio. E perché Dio volea formare il suo nuovo popolo di tutte le nazioni, unì quasi tutta la terra sotto lo stesso impero; e questo è stato il mezzo più forte di cui si è servito il Signore per dilatare il vangelo, come appresso vedremo.

 

33. Di poi il romano impero per 300 anni perseguitò questo nuovo popolo di Dio, il quale da tutte le parti abbracciò la fede, e nel seno del romano dominio ed in mezzo alla persecuzione de' romani, invece di mancare si è aumentato nella fede; finché poi gli stessi imperatori di Roma han ricevuta la chiesa colla fede, prima da essi così combattuta. Ond'è avvenuto che gli stessi imperatori hanno promossa la dilatazione della fede col perseguitarla. Essendo poi caduta la romana potenza, ed essendo Roma venuta nelle mani dei barbari, ella ha conservata la religione in modo tale che appresso anche i barbari hanno abbracciata la fede e l'hanno protetta.

 

34. E qui ben riflette monsignor Bossuet, che Roma, attaccata al culto degl'idoli, ripugnò di abbracciar la fede anche sotto gl'imperatori cristiani; poiché il senato di Roma seguì a difendere le deità degl'idoli, ai quali attribuiva tutta la gloria romana: il popolo romano fu dello stesso sentimento, unito ai romani più potenti, non ostante la conversione di tante nazioni e de' loro stessi principi. Questo era lo stato delle cose nel quarto secolo della chiesa, anche cento anni dopo l'impero di Costantino. Ma finalmente Roma, chiamata da s. Giovanni la nuova Babilonia, in castigo incorre nella sua ruina, l'è tolta la gloria delle conquiste, resta preda de' barbari che la saccheggiano e distruggono; ma da quella Roma distrutta nasce un'altra Roma non più idolatra ed empia, ma tutta cristiana, ed ivi si pianta stabilmente la fede, e resta distrutta anche la memoria dei loro falsi dei.

 

35. Ecco come gl'imperj servirono al bene della religione secondo Iddio avea predetto per bocca de' suoi profeti. Ciro fu predetto da Isaia duecento anni prima di sua nascita, che dovea ristabilire il popolo di Dio con quelle parole: Haec dicit Dominus Christo meo Cyro, cuius apprehendi dexteram ut subiiciam ante faciem eius gentes, et dorsa regum vertam, et aperiam coram eo ianuas, et portae non claudentur. 45., 1. Daniele predisse l'impero dei medi e quello anche dei persiani, di Alessandro e dei greci. Furono ancora predette le crudeltà di Antioco, colla vittoria che in fine dovea riportarne il popolo di Dio. Videsi finalmente caduto l'impero romano, secondo la profezia di s. Giovanni nell'apocalisse, 14., 8.: Cecidit, cecidit Babylon illa magna; quae a vino irae fornicationis suae potavit omnes gentes. Per questa Babilonia magna comunemente dagli eruditi s'intende Roma (vedi Tirino in Ap. 17., 5. con s. Agostino ed Orosio). Dice s. Giovanni: Quae a vino irae fornicationis suae potavit omnes gentes, perché Roma fu la propagatrice di tutte le idolatrie che si sparsero poi per tutta la terra; mentre i romani imperatori per mezzo dei loro presidi e governatori promossero l'adorazione degl'idoli per tutti i paesi soggetti all'impero romano; e così fu sparso poi il sangue di tanti martiri per tutta la terra. Onde soggiunge s. Giovanni nel seguente cap. 17. v 6.: Et vidi mulierem ebriam de sanguine sanctorum et de sanguine martyrum Iesu. Ma Roma, essendo stata poi purgata dall'idolatria, oggidì sussiste gloriosa per causa del cristianesimo. E così l'impero di Gesù Cristo si è veduto sempre sussistere in mezzo alle ruine di tutti gli altri imperj; i quali sono concorsi per quanto è stato di bisogno al bene della religione, e poi sono stati distrutti come aveano predetto i profeti.

 

36. Insomma dice egregiamente monsignor Bossuet che i pregressi e le decadenze degl'imperj, benché avvengano prossimamente dalle cause particolari umane,


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nondimeno principalmente dipendono dalla condotta della provvidenza di Dio, il quale, tenendo in mano i cuori degli uomini, ora frena le passioni, ora allenta la briglia, ora egli rischiara le menti quando vuole e fa prendere i giusti mezzi per l'intento, ora le abbandona nella caligine, e così conduce a fine i suoi giudizj, secondo vuol prosperare o castigare i regni. Molte cose che a noi sembrano avvenire a caso, tutte sono ordinate da Dio secondo i suoi disegni. Egli dona e toglie la potenza, egli la trasporta da un popolo ad un altro; e così ci fa intendere che quanto riceve l'uomo, lo riceve da Dio, e quanto l'uomo opera fuori della divina disposizione a nulla vale. Alessandro il grande volea far grande la sua famiglia colle conquiste; ma con quelle non fece altro che sollevare i suoi capitani e ruinò la famiglia. Bruto insinuò al popolo romano l'amore alla libertà; ma altro non fece che precipitarlo ad una sfrenata licenza che apportò poi la devastazione dell'impero. Gl'imperatori, sollevando i loro soldati, credeano render più forti i proprj successori; ma altro non fecero che rendersi soggetti agli stessi loro sudditi. Iddio solo sa ridurre il tutto alla sua volontà; e così si son veduti gl'imperj cader da se stessi, ma la religione si è veduta sempre sostenersi da sé colla sua propria forza.

 




1 Gen. 4. 4. et 5.



2 Gen. 4. 10.



3 Vers. 15.



4 Vers. 11.



5 Gen. 4. 26.

1 Gen. 5. 24.



2 Diss. 5. prop. 1.



3 Hebr. 11. 5.



4 Epist. ad Pammach.



5 L. 1. de pecc. c. 3.



6 Interrog. 45. in Gen.



7 In c. 11. ad Hebr. vers. 5.



8 3. p. q. 49. a. 5. ad 2.



9 Diss. 5. prop. 2.



10 Vers. 14. et 15.



11 Gen. 6. 2.



12 Apol. 1.



13 Strom. l. 3.



14 Diss. 7. prop. 1.



15 Hom. 20. in Gen..



16 L. 15. de civ. c. 13.



17 22. 30.



18 Luc. 24. 39.

1 Ib. prop. 2.



2 L. 2. q. de concord. c. 12. §. 3.



3 Eccl. 16. 8.



4 Gen. 6. 3.



5 Diss. 10. a. 3.



6 De civ. l. 16. n. 24.



7 1. Ep. 3. 20.



8 Gen. 7. 2. et 3.



9 Gen. 7. 24.



10 Gen. 8. 4.

1 L. 15. de civ. Dei c. 27.



2 Disc. 10. 1. prop. 1.



3 De civ. l. 15. c. 27.



4 Ibid. a. 2.



5 Contra Faustum c. 14. et de civ. l. 25. c. 26. et 27.



6 Orig. 5. l. 3.



7 Matth. 14. 17.



8 Gen. 7. 19.



9 Gen. 6. 13.



10 De civ. l. 15. c. 27.



11 Gen. 7. 19.



12 De civ. l. 15. c. 24.



13 In c. 1. Nahum.



14 L. 4. in Gen. c. 16.

1 Gen. 8. 14.



2 Gen. 9. 1. et 11.



3 Gen. 9. 3.



4 Diss. 6.



5 L. 1. adv. Iovin.



6 1. 2. q. 102. a. 6.



7 Gen. 1. 19.



8 De civ. l. 15. c. 12.



9 T. 1. diss. 9. prop. 1.



10 Gen. 25. 8.



11 Praepar. ev. c. 13.



12 L. 11. q. de concord. c. 12. §. 4.



13 Gen. 9. 19.



14 Diss. 1.



15 1. Paralip. c. 4.

1 Diss. 4.



2 L. 3. c. 33.



3 Gen. c. 11.



4 Gen. 11. 7.



5 Ps. 75. 1.



6 Gen. 12. 3.



7 Gen. 17. 7.



8 T. 2. diss. 3.



9 Gen. 14. 18.



10 Hebr. 7.

1 Haeres. 55.



2 Hebr. 7. 3.



3 Cit. diss. 3. prop. 4.



4 Gen. 22. 2.



5 Gen. 22. 12.



6 Gen. 22. 18.



7 Gen. 49. 10.




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