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Sant'Alfonso Maria de Liguori
Confessore diretto…campagna

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CAPO III. De' peccati.

 

PUNTO I. De' peccati in generale.

 

1. Il peccato si definisce da s. Tommaso: Dictum, factum, vel concupitum contra legem aeternam. Per lo peccato mortale formale vi bisognano tre cose, l'avvertenza, il consenso, e la materia grave. E per I. in quanto all'avvertenza, acciocché il peccato sia mortale, bisogna ch'ella sia piena, com'insegnano comunemente i dd. con s. Tommaso, che dice: Potest quod est mortale esse veniale propter imperfectionem actus moralis, cum non sit deliberatus, sed subditus4. Avvertasi però, che per la colpa grave non è necessario, che tal avvertenza sia sempre attuale, ma basta che sia virtuale, com'è quando l'ignoranza della malizia dell'atto è in qualche modo volontaria o per negligenza, o per la passione, o per lo mal abito contratto, avvertito almeno in principio, oppure per la volontaria inconsiderazione nell'operare. Ma acciocché l'uomo pecchi mortalmente, sempre è necessario che avverta attualmente alla malizia dell'atto, o al pericolo di peccare, oppure all'obbligo di avvertire tal pericolo, o almeno che l'abbia avvertito in principio, quando pose la causa dell'atto malo che n'è seguito, coma sta provato nell'Istruz.5.

 

2. Per II., al peccato mortale si richiede il consenso perfetto della volontà, come dicono comunemente Contensone, Genetto, il card. Gotti, Tournely, Vigandt, Concina, ed altri con s. Tommaso, il quale6 insegna, che l'atto pravo allora è mortale, quando è commesso cum deliberato consensu. Ma si avverta per 1., che tal consenso può darsi direttamente, o indirettamente in causa, cioè quando si mette una causa mala, e si avvertono (almeno in confuso) i mali che prossimamente possono avvenirne. Si avverta per 2., che se la persona non consente, né dissente alla tentazione, ordinariamente parlando, non pecca mortalmente; ma ciò non corre nelle tentazioni di dilettazioni carnali, perché a queste è tenuta di positivamente resistere; poiché tali dilettazioni, quando son veementi, e loro non si resiste, facilmente si tirano il consenso della volontà: ed il miglior modo di resistere in simili tentazioni è il ricorrere a Dio per aiuto7.

 

3. Per III., al peccato mortale si richiede la materia grave. Ma in ciò debbono avvertirsi più cose. Si avverta per 1., che non si parvità di materia in quelle cose, dove la parvità non diminuisce la malizia del peccato, come avviene nel peccato d'infedeltà, d'impudicizia, di simonia, e di spergiuro. Si avverta per 2., che le materie parve unite insieme posson rendere la materia grave, quando elle moralmente si uniscono tra loro, come i piccioli furti,


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le picciole comestioni ne' giorni di digiuno, e le picciole omissioni nel recitar l'officio. Si avverta per 3., che la colpa veniale può farsi mortale in cinque modi. I. Per ragione di fine aggiunto, v. g., se taluno intendesse con una parola oscena, ma leggiera, di tirare il prossimo a colpa grave. II. Per ragione di fine ultimo, cioè se uno commette un peccato veniale, ma con tal passione avvertita, che se fosse mortale anche lo farebbe. III. Per ragione di disprezzo formale, cioè quando l'uomo trasgredisce la legge, specialmente perch'è legge, o perché l'ha imposta il superiore; del resto le trasgressioni, benché replicate (contra quel che dicono alcuni) non costituiscono disprezzo, come dice s. Tommaso: Non peccat ex contemtu, etiamsi peccatum iteret1. IV. Per ragione di scandalo de' pusilli. V. Per ragione di pericolo: s'intende di pericolo prossimo di cadere in colpa grave: e s'intende senza giusta causa, perché con giusta causa il pericolo si fa rimoto, come avviene nel chirurgo, che medica le donne per necessità. Sicché in questi cinque modi la colpa veniale si rende mortale. Ed all'incontro in tre modi la mortale si fa veniale, cioè o perché non v'è la piena avvertenza, come avviene a chi non è perfettamente svegliato dal sonno, o sta alquanto distratto, o patisce un'improvvisa turbazione, sicché non avverte bene quel che fa: o perché non v'è il perfetto e deliberato consenso: o perché la materia è in sé leggiera.

 




4 1. 2. q. 88. a. 6.

 



5 Ultima ediz. c. 3. n. 25. Ediz. del 1761. c. 8. n. 8. v. Si dimanda per 5.

 



6 In 4. sent. dist. 9. qu. 1. a. 4. q. 1.

 



7 Istruz. c. 3. n. 26-32.



1 2. 2. q. 18. a. 9. a. 3.

 






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