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Sant'Alfonso Maria de Liguori
Confessore diretto…campagna

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CAPO IV Del primo precetto del decalogo.

 

PUNTO I. Delle virtù teologali.

 

1. Al primo precetto si appartengono primieramente le virtù teologali, la fede, la speranza, e la carità. La fede si definisce: Est virtus a Deo infusa inclinans nos ad firmiter assentiendum propter divinam veracitatem omnibus quae Deus revelavit, et per ecclesiam nobis credenda proponit. L'oggetto materiale della fede (cioè quel che dobbiamo credere) principalmente è Dio, e poi tutte le cose da Dio rivelate, come insegna s. Tommaso2. L'oggetto poi formale (cioè il motivo per cui dobbiamo credere) è la veracità di Dio, il quale per mezzo della chiesa ci ha rivelate tutte le verità della fede; essendo all'incontro evidente per li contrassegni della credibilità (quali sono la santità e perpetuità della dottrina, la conversione del mondo, le profezie, i miracoli, e la costanza de' martiri), che la nostra chiesa cattolica romana è fra tutte l'altre l'unica vera.

 

2. Alcuni misteri debbono sapersi e credersi de necessitate medii, altri poi de necessitate praecepti. È certo, che dobbiam credere esplicitamente de necessitate medii due cose, cioè che vi sia un solo Dio, e ch'egli sia rimuneratore del bene, e punitore del male. In quanto poi a' misteri della ss. Trinità, e dell'incarnazione e morte di Gesù Cristo, benché vi sia sentenza probabile per l'una e per l'altra parte, che debban credersi di necessità di mezzo, o di precetto; tuttavia è certo per la propos. 64. dannata da Innoc. XI., che non è capace d'assoluzione sagramentale chi non sa esplicitamente i suddetti misteri. Debbono poi sapersi e credersi esplicitamente (almeno in sostanza), ma solo de necessitate praecepti, le seguenti cose, cioè 1. il Credo, 2. il Pater noster, e l'Ave Maria, 3. i precetti del decalogo e della chiesa, 4. i sagramenti necessari ad ognuno, che sono il battesimo, l'eucaristia, e la penitenza; poiché degli altri basta averne la credenza implicita, essendo necessaria l'esplicita solo a chi li riceve3.

 

3. L'infedeltà può essere di tre sorte. Negativa di chi non ha mai inteso predicare le cose della fede; e questa, se si desse, sarebbe senza peccato. Privativa, cioè di coloro, che per loro colpa ignorano le verità della fede. Contraria di chi contraddice alle cose della fede dalla chiesa proposte; ed in ciò peccano i pagani, i giudei, e gli eretici. Qui s'avverta, che per lo peccato di eresia formale si richiedono due cose, il giudizio erroneo della mente, e la pertinacia della volontà; onde non è eretico chi sta apparecchiato a sottomettere il suo giudizio alla chiesa, mentre allora vi manca la pertinacia; come anche non è eretico chi solo esternamente


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nega le cose della fede; ma perché ogni fedele è tenuto a confessare la fede, peccherebbe gravemente chi anche solo esternamente la negasse. Chi dubita affermativamente di qualche domma di fede, affermando, che quello è dubbio, egli anche è eretico formale. Chi poi ne dubitasse solo negativamente, sospendendone la credenza con divertirsi ad altro pensiero, questi non potrebbe condannarsi d'eresia, mancando il giudizio formato, né di certa colpa grave. Ma se mai in tanto egli sospendesse di crederlo in quanto giudicasse non esser certo quel domma, secondo l'insegna la chiesa, costui già sarebbe eretico formale, perché già farebbe giudizio, che non son certe tutte le verità che la chiesa propone a credere di fede1.

 

4. La speranza si definisce: Est virtus, per quam cum certa fiducia expectamus futuram beatitudinem, et media illius assequendae per Dei auxilium. L'oggetto materiale della speranza (cioè quel che dobbiamo sperare) il primario è Dio stesso, che sarà la nostra beatitudine; il secondario sono la divina grazia, e le nostre buone opere da farsi coll'aiuto della grazia. L'oggetto formale (cioè il motivo per cui dobbiamo sperare) sono la misericordia, l'onnipotenza, e la promessa di Dio fatta a noi per li meriti di Gesù Cristo. I peccati contra la speranza sono la disperazione, e la presunzione, cioè quando alcuno presume salvarsi solo per li meriti propri, o solo per li meriti di Gesù Cristo, senza le sue opere buone. Peccherebbe ancora di presunzione chi peccasse dicendo: Tanto dio perdona un peccato, quanto due. Oppure chi s'inducesse a peccare, perché Dio è facile a perdonare. Chi poi persistesse lungo tempo in peccato, sperando di convertirsi appresso, costui non peccherebbe contra la speranza, ma contra la carità verso se stesso, mentre con ciò si esporrebbe ad un gran pericolo di dannarsi, o almeno di commettere nuovi peccati2.

 

5. La carità si definisce: Est virtus, qua diligimus Deum per seipsum, ac nos, et proximum propter Deum. Sicché l'oggetto materiale della carità (cioè quel che dobbiamo amare) il primario è Dio, che dee amarsi sovra ogni cosa, come nostro ultimo fine, il secondario siamo noi stessi, e 'l prossimo, che dobbiamo amare come noi stessi per ubbidire a Dio. L'oggetto poi formale (cioè il motivo per cui dobbiamo amare Dio) è per esser egli bontà infinita, fonte ed aggregamento di tutte le perfezioni. Se sia poi atto di carità il desiderare di possedere Dio in cielo, e l'amare la divina bontà come a noi conveniente, o l'amare Iddio per li benefici a noi fatti, vedi l'Istruz.3.

 

6. Così circa la carità verso Dio, come circa la fede, e la speranza, noi dobbiamo farne gli atti espliciti, siccome si ha dalle proposizioni dannate 1. e 17. da Alessandro VII., e dalle 6. 16. e 17. dannate da Innoc. XI. Questi atti siam tenuti a farli 1., quando bisogna farli per vincere le tentazioni, o per adempire qualche precetto: 2. nel pervenire all'uso di ragione: 3. nel fine della vita: 4. più volte in vita, almeno una volta l'anno: ma l'atto di carità dobbiamo farlo più spesso, almeno una volta il mese4.

 




2 De ver. q. 14. a. 8.

 



3 Istr. c. 4. n. 1-3.



1 Istruz. c. 4. n. 4. 5.

 



2 N. 6-8.

 



3 N. 9-12.

 



4 N. 13.






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