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Sant'Alfonso Maria de Liguori
Confessore diretto…campagna

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CAPO XIV. Del sagramento dell'eucaristia.

 

PUNTO I. Della materia e forma dell'eucaristia.

 

1. In quanto alla materia dell'eucaristia, la materia rimota è il pane ed il vino. Quale poi sia la materia prossima, è questione tra gli scolastici, essendoché dove negli altri sagramenti la materia rimota resta, e passa la prossima, qui passa la rimota, e resta la prossima. Onde tralasciando ciò che dicono gli altri, abbracciamo la sentenza di san Tommaso, il quale insegna che la materia prossima sono le specie del pane e del vino, sotto cui si contiene Gesù Cristo: o pure, come propriamente dice s. Tommaso, è Gesù Cristo medesimo realmente esistente sotto le specie del pane e del vino, il quale si rende sufficientemente sensibile per le stesse specie sagramentali.

 

2. Ma parliamo della materia rimota, circa la quale importa sapere più cose per la pratica. Il pane consagrando dee esser pane usuale, composto di farina di grano (non già d'orzo o di farro), e d'acqua naturale, cotto in modo di pane, e non corrotto o prossimo alla corruzione, altrimenti non sarebbe materia atta. Per esser poi materia lecita, nella chiesa greca dee esser fermentato, nella latina azzimo. Di più l'ostia dee esser di figura rotonda, e più grande per li sacerdoti. Se mai però mancasse la grande, dicono probabilmente più dd., che il sacerdote può celebrare coll'ostia minore, anche per causa di divozione. Di più s'avverta non esser lecito consagrare un'ostia rotta o macchiata, il che potrebbe esser anche colpa grave, se la frattura o la macchia fosse molto enorme2.

 

3. Il vino poi dee esser espresso dall'uve, e sotto precetto grave della chiesa dee esser mischiato con un poco d'acqua, che non ecceda però la terza parte del vino, anzi meno, se il vino è debole; basta per altro una goccia d'acqua. Non è materia atta l'aceto, né il vino di agresta, né l'acquata, né la vappa, cioè il vino che ha perduta la forza, né il vino cotto sino alla metà, o alla terza parte. È materia atta poi ma illecita (fuorché in caso di necessità) il vino mischiato con qualche poco d'altro liquore, o il mosto, o il vino che incipit acescere aut corrumpi, come dice la rubrica. Se poi mancasse altro vino, dicono probabilmente più autori, Gobato, Sporer, e La-Croix, esser lecito servirsi del vino che comincia ad avere solo qualche picciola parte d'agrezza: ma non ancora è in via alla corruzione, come parla l'Angelico3 o sia che non ancora è giunto ad esser colla punta, come parla il cardinal Lambertini4. Il vino poi congelato è materia non solo atta, ma anche lecita; purché sia liquefatto con panni caldi, secondo parla la rubrica5. Quando poi il sacerdote dopo la sunzione dubitasse prudentemente che 'l vino non sia stata materia atta, dee replicare la consagrazione, ma sotto condizione. Se poi allora insieme col nuovo vino debba consagrare, o no, una nuova ostia, dice la rubrica6, che può farsi l'uno e l'altro, ma prescrive, doversi consagrar la nuova ostia (potendosi fare senza scandalo) col cominciare dalle parole: Qui pridie etc.7.

 

4. Inoltre, per esser valida la consagrazione, bisogna per 1. che la materia sia almeno moralmente presente. Per 2. che sia certa e determinata, almeno in qualche modo, v. gr. le particole poste nella pisside, o pure le prime cinque particole poste alla destra nel corporale. Quando poi il sacerdote si dimenticasse nel far la consagrazione di consagrare la pisside, se la pisside si trova già posta nel corporale, si ha per consagrata; ma se è restata di fuori, dee consagrarsi di nuovo sotto condizione. Circa le goccie del vino separate nel calice, dice La-Croix essere spediente che 'l sacerdote intenda di consagrare tutte quelle che stanno dentro del calice. Se si offeriscono ostie piccole dopo l'obblazione, lecitamente possono consagrarsi (specialmente se vi è qualche causa di farlo), facendo per quelle l'oblazione mentale8.

 

5. In quanto poi alla forma dell'eucaristia, la forma sono le parole che si proferiscono nella consagrazione del pane e del vino. Se poi in quella del vino le sole parole, Hic est calix sanguinis


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mei, sieno d'essenza, o ancora l'altre che sono nel messale, è probabile l'una e l'altra sentenza. E se sieno necessarie al valore della consagrazione dell'una e dell'altra specie le parole che precedono, Qui pridie quam pateretur ec., lo nega la sentenza comune; ma Scoto ne dubita, e l'opinione contraria dicono Dupasquier e 'l Contin. di Tournely non esser priva di qualche probabilità. La forma dee proferirsi recitative et significative, come dice l'Angelico, cioè riferendo le parole di Gesù Cristo, ed applicandole insieme, acciocché la materia si converta nel corpo e sangue del Signore. Chi fosse balbuziente, validamente e lecitamente consagra, sempre che nel modo con cui proferisce le parole si conserva il senso significativo, v. gr. se dicesse, Hoc est colpus meum, o copus meum, o pure calis, o zanguinis mei. Se poi il celebrante non si ricordasse d'aver fatta la consagrazione, non dee ripeterla, se non quando avesse un dubbio molto probabile di non aver consagrato. Non è mai lecito per qualunque causa consagrare una specie senza l'altra, secondo il trid.1.

 

6. Gli effetti dell'eucaristia sono l'aumento della grazia, la remissione delle colpe veniali (come dice s. Tommaso2) e la preservazione da' mortali. Si avverta, che dalla s.c. con decreto approvato da Innoc. XI. sta proibito il dare a' comunicandi particole più grandi delle usuali, o più particole insieme3. Si dimanda se pecca chi si comunica con attual colpa veniale. Se la colpa è circa la stessa comunione, v. gr. se si comunica per vana gloria, o con distrazione volontaria, allora commette nuova colpa veniale, altrimenti non pecca, se il veniale è circa altra materia4.

 




2 Es. degli ord. n. 97.

 



3 3. p. q. 74. a. 5. ad 2.

 



4 Notif. 77. n. 2.

 



5 De defect. §. Hyeme.

 



6 De def. c. 4. n. 5.

 



7 Es. degli ordin. n. 98.

 



8 Ibid. n. 99.



1 Sess. 22. c. 1.

 



2 3. p. q. 79. a. 4.

 



3 Istr. c. 15. n. 1-7.

 



4 N. 7.

 






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