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S. Alfonso Maria de Liguori
Consid. ed affetti sovra la Passione

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§ V - Gesù fa orazione nell'orto e suda sangue.

Et hymno dicto exierunt in montem Oliveti... Tunc venit Iesus cum illis in villam, quae dicitur Gethsemani (Matth. XXVI, 30 et 36). Detto il ringraziamento della mensa, esce Gesù dal cenacolo co' suoi discepoli, entra nell'orto di Getsemani e si mette ad orare; ma in porsi ad orare, oimè, l'assaltano insieme un gran timore, un gran tedio ed una gran mestizia: Coepit pavere et taedere, così dice S. Marco (XIV, 33), e S. Matteo aggiunge: Coepit contristari et maestus esse (XXVI, 37). Onde, oppresso dalla mestizia, il nostro Redentore dice che l'anima sua benedetta sta afflitta sino alla morte: Tristis est anima mea usque ad mortem (Marc. XIV, 34). Allora se gli fece avanti agli occhi tutta la scena funesta de' tormenti e degli obbrobri che gli stavano preparati. Questi tormenti nella sua Passione l'afflissero ad uno ad uno, ma nell'orto vengono tutti insieme a cruciarlo, gli schiaffi, gli sputi, i flagelli, le spine, i chiodi e i vituperi che poi doveva soffrire. Tutti egli allora gli abbraccia, ma in abbracciarli trema e agonizza e prega: Factus in agonia prolixius orabat (Luc. XXII, 43).


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Ma, Gesù mio, chi mai vi costringe a patir tante pene? Mi costringe, egli risponde, l'amore che porto agli uomini. Deh, qual maraviglia dovea fare al cielo il vedere la fortezza fatta debole, l'allegrezza del paradiso divenuta mesta! un Dio afflitto! E perché? Per salvare gli uomini sue creature! In quell'orto si fece allora il primo sagrificio: Gesù fu la vittima, l'amore fu il sacerdote, e l'ardore del suo affetto verso gli uomini fu il beato fuoco con cui il sagrificio fu consumato.

Pater mi, si possibile est, transeat a me calix iste (Matth. XXVI, 39). Così prega Gesù: Padre mio, dice, s'è possibile liberatemi dal bere questo caliceamaro. Ma egli prega così non tanto per esserne liberato, quanto per far intendere a noi la pena che soffre ed abbraccia per nostro amore. Prega ancora così per insegnarci che nelle tribolazioni possiamo chiedere a Dio che ce ne liberi, ma nello stesso tempo dobbiamo in tutto uniformarci alla sua divina volontà e dire com'egli disse: Verumtamen non sicut ego volo, sed sicut tu (Ibid.). Ed in tutto quel tempo replicò sempre la stessa orazione: Fiat voluntas tua... Et oravit tertio eumdem sermonem dicens (Ibid. 42 et 44). - Si, mio Signore, io per amor vostro abbraccio tutte le croci che volete mandarmi. Voi innocente tanto patiste per amor mio, ed io peccatore, dopo avermi tante volte meritato l'inferno, ricuserò di patire per compiacervi e per impetrar da voi il perdono e la grazia vostra? Non sicut ego volo, sed sicut tu, non sia fatta la mia, ma sempre la vostra volontà.

Procidit super terram (Marc. XIV, 35). Gesù in quell'orazione si prostrò colla faccia a terra, perché, vedendosi coverto colla sordida veste di tutti i nostri peccati, par che si vergognasse di alzare la faccia al cielo. - Caro mio Redentore, non avrei ardire di chiedervi perdono di tante ingiurie che v'ho fatte, se le vostre pene ed i meriti vostri non mi dessero confidenza. Padre Eterno, respice in faciem Christi tui; 1 non guardate le mie iniquità, guardate questo diletto vostro Figlio, che trema, che agonizza, che suda sangue, affine di ottenermi da voi il perdono: Et factus est sudor eius sicut guttae sanguinis decurrentis in terram (Luc. XXII, 44). Guardatelo e abbiate pietà di me.


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Ma, Gesù mio, in quest'orto non vi sono già carnefici che vi flagellano, non vi sono spinechiodi: chi mai vi estrae tanto sangue? Ah v'intendo, non fu già la previsione delle pene imminenti che allora tanto vi afflisse, perché a queste pene voi spontaneamente vi eravate già offerto: Oblatus est, quia ipse voluit (Is. LIII, 7): fu la vista de' peccati miei, questi furono il torchio crudele che spremette il sangue dalle vostre sagrate vene. Sicché non sono stati già crudeli i manigoldi, non sono stati fieri i flagelli, le spine, la croce, crudeli e fieri sono stati i miei peccati, o mio dolce Salvatore, che tanto vi afflissero nell'orto.

Dunque nello stato di tanta vostra afflizione io ancora m'aggiunsi ad affliggervi allora, e molto vi afflissi col peso delle mie colpe! Se io meno avessi peccato, meno voi avreste allora patito. Ecco dunque la paga che io ho renduta all'amor vostro in voler morire per me, l'aggiunger pena a tante vostre pene! Amato mio Signore, mi pento di avervi offeso, me ne dolgo, ma questo mio dolore è poco, vorrei un dolore che mi togliesse la vita. Deh, per quell'amara agonia che patiste nell'orto, datemi parte di quell'abborrimento che allora aveste voi dei miei peccati. E se allora io vi afflissi colle mie ingratitudini, fate che ora io vi gradisca col mio amore. Sì, Gesù mio, io v'amo con tutto il cuore, v'amo più di me stesso, e, per amor vostro, rinunzio a tutti i piaceri e beni della terra. Voi solo siete e sarete sempre l'unico mio bene, l'unico mio amore.




1 Ps. LXXXIII, 10.




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