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S. Alfonso Maria de Liguori
Virtù e pregi di S. Teresa

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CONSID. III. Del grande amore che s. Teresa portò a Dio.

Era così infiammato d'amore verso Dio il cuore di questa serafina, che tutti i suoi pensieri e tutti i suoi sospiri non erano d'altro, che d'amore e per dar gusto a Dio. Onde diceva il confessore che parlando colla santa gli parea di vedere appunto un serafino d'amore. Ben avea cominciato ad ardere questo s. fuoco nell'anima sua beata sin d'allora che fanciulla non più che di sette anni ebbe forza di farle abbandonare, come si accennò di sopra, e patria e parenti, per andare tra' barbari a dar la vita per Gesù Cristo: In tenerrima adhuc aetate, son parole della bolla della sua canonizzazione, adeo sancti Spiritus


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igne cor eius concaluit, ut in Africam traiiceret, ubi sanguinem et vitam pro testimonio Iesu Christi profunderet.

Coll'età crebbe l'amore, che benché per certi anni sia stato alquanto raffreddato, quando però con nuova luce Dio la chiamò ad amore più perfetto ella corrispose così bene, che meritò sentirsi dire dalla stessa bocca del suo sposo, che se non avesse egli creato il paradiso, l'avrebbe creato apposta per lei. Ed un'altra volta giunse a dirle ch'egli era tutto suo, giacch'ella s'era data tutta a lui: Iam ipse sum totus tuus et tu tota mea. Parole della bolla della sua canonizzazione.

Talmente in fatti era divenuta tutta di Dio, che inebriata dal divino amore d'altro non sapea parlare che dell'amato, ad altri non sapea pensare che all'amato, con altri non potea più conversare che coll'amato. Poiché avvezza alla dolce conversazione del suo Dio non potea più accomodarsi a trattar colle creature, se non erano almeno di quelle ch'erano ferite, come ella dicea, dell'istesso amore.

L'amore la tirava così forte a Dio, ch'ella si dichiarava inabile a trattar più negozj in questa terra. Onde disse una volta: «Se il Signore mi tiene in questa guisa darò mal conto de' negozj che mi ha imposto; perché pare appunto che continuamente mi stiano tirando con corde a Dio». Ed ogni cosa che la distoglieva dalla continua sua unione con Dio, le dava pena, anche il mangiare: «È grandissima pena, ella scrive, per me molte volte l'aver da mangiare, perché mi fa piangere e dire parole d'affetto quasi senza accorgermene».

Ma sentiamo i suoi belli sentimenti che ella ci lasciò notati di questo suo amore a Dio, ed accendiamoci alle fiamme beate del cuore di questa santa serafina. In un luogo dice così: «Quel ch'io soglio sempre dire ed a mio parere lo dico di cuore: Niente mi curo di me, Signore, voi solo voglio».

In un altro luogo, benché la santa fosse così umile, non lasciò di dire ch'ella amava assai il suo Dio; e con santo ardimento scrisse: «Son io tutta imperfezione eccettoché ne' desideri e nell'amore: il Signore ben mi pare d'amarlo, ma l'opere m'attristano».

In un altro, per la brama che avea di giugnere quanto più potea ad amare il suo Dio, si protesta così: «Se mi fosse dato in elezione, o di patire tutti i travagli del mondo sino alla fine, e dopo salire a un pochino più di gloria; o senza travaglio andarmene ad un poco di gloria più bassa; di buonissima voglia eleggerei più tosto tutti i travagli per un tantino più di gaudio in conoscere le grandezze di Dio; poiché vedo che chi più lo conosce più l'ama». E in vedersi così amante di Dio e da Dio così amata esclamava con giubilo: O che bel baratto dare a Dio il nostro amore e riceverne il suo!

Perciò già si sa quanto cara le fosse l'amorosa dimanda che spesso faceva a Dio di patire o morire per desiderio di dargli gusto, com'ella stessa riferisce nel cap. 40. di sua vita; sembrandole che 'l desiderio di patire per Dio era tanto dolce al suo cuore amante, che niente le accrescea di merito. Similmente dicea che non per altro dovea amarsi la vita in terra, se non per patire per Dio; ecco le sue parole: «Di maniera che non fo nulla in desiderare travagli. E così


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ora non mi pare che vi sia occasione di vivere, se non per questo; il che con maggiore affetto dimando a Dio. Dicogli talora di tutto cuore: Signore, o patire o morire; né vi domando altro per me».

Onde fu poi che meritò d'essere sposata da Gesù con un chiodo, e con ciò dichiarata sua sposa d'amore e di croce: «Mira (le disse allora il Signore porgendole la sua destra, come si legge nelle addizioni alla sua vita), mira questo chiodo, ch'è segno che da qui avanti tu sarai mia sposa: sino ad ora non l'avevi meritato: per l'avvenire non solo come di Creatore, di tuo Re, e di tuo Dio mirerai l'onor mio; ma anche come mia vera sposa, il mio onore è già tuo ed il tuo è mio». Arrivò un giorno per empito d'amore a dire che si sarebbe ben ella rallegrata di veder in paradiso chi godesse più gloria di lei, ma che non sapea poi se avrebbe potuto rallegrarsi di vedere un'anima che più di lei amasse Dio.

Ella in somma stava continuamente impiegata in cose di gloria di Dio; ma quanto faceva, il suo grande amore, tutto glielo faceva parer niente: «Signore, diceva, temo di stare senza servirvi, non trovo cosa che mi soddisfi, per pagar qualche cosa di quel che debbo». Ecco qual cosa la contentava solamente in questa vita e quale era la sua continua preghiera a Dio: «Deh siam fatti, Signore, tutti degni d'amarvi: giacché si ha da vivere, vivasi per voi: finiscansi ormai gl'interessi nostri. Qual maggior cosa si può guadagnare, che di dar gusto a voi? O contento mio e mio Dio, che farò io per piacervi

In somma tutto il suo vivere era un continuo amare, un continuo cercare non altro che il gradimento del suo diletto; giungendo finalmente poi, come considereremo nella sua morte, sino a finir la vita per forza d'amore, consumata da quell'incendio amoroso che l'infiammava.




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