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Sant'Alfonso Maria de Liguori
De Christi Praedestinatione Dissertatio

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Testo


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Da una parte è certo nella Scrittura che Cristo è stato predestinato in rimedio del peccato degli uomini. All'incontro, quando non abbiamo alcun passo (almeno che sia chiaro), onde possa dirsi che Cristo sia stato predestinato prima degli uomini, e della permissione del loro peccato, perché abbiamo da dire che prima della creazione degli uomini sia stata predestinata la Incarnazione e la Redenzione loro?1

Si oppose il passo dell'Apostolato ai Colossesi, I, 15-17 Qui est imago Dei invisibilis, primogenitus omnis creaturae; quoniam in ipso condita sunt universa in coelis et in terra, visibilia et invisibilia... Omnia per ipsum et in ipso creata sunt: et ipse est ante omnes, et omnia in ipso constant.

Per primo si oppone, come può intendersi Cristo primogenito delle creature, se non perché prima di loro tutte è stato predestinato.


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Per secondo, come potrebbe dirsi: Omnia per ipsum et in ipso creata sunt, se Cristo non fosse stato predestinato prima di tutte le cose create.

Al primo si risponde, che Cristo primogenito s'intende ratione dignitatis, non ratione naturae vel signi, mentre Cristo nell'esser predestinato fu fatto il capo di tutti gli uomini suoi fratelli.

E ciò si conferma coll'altro luogo dell'Apostolo: Quos praescivit, et praedestinavit conformes fieri imaginis filii sui, ut sit ipse primogenitus in multis fratribus. Rom., VIII, 29. Sicché tutti i predestinati devono conformarsi a Cristo, acciocché esso sia il loro primogenito ratione dignitatis, e per questa ragione Cristo fu fatto Re di tutti gli angioli ancora, come espone S. Tommaso (3, q. 8, q. 4): Totius autem hujus multitudinis (cioè di angeli e uomini, come prima) Christus est caput, quia propinquius se habet ad Deum, et perfectius participat dona ipsius, non solum quam homines, sed etiam quam angeli; et de ejus influentia non solum homines recipiunt, sed etiam angeli. E porta l'Apostolo, Ephes., I, 20: Constituit eum supra omnem potestatem et dominationem, et non solum in hoc saeculo, sed etiam in futuro, et omnia subjecta sub pedibus ejus. E soggiunge S. Tommaso: Et ideo Christus non solum est caput hominum, sed etiam angelorum, non in quanto al preordinamento, ma in quanto alla sua dignità, essendogli state soggettate tutte le creature1.

Al secondo, che per ipsum et in ipso omnia creata sunt, ecc., si spiega che ciò


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s'intende della persona del Verbo, come disse prima S. Giovanni, c. 1, v. 1: In principio erat Verbum, et Verbum erat apud Deum, et Deus erat Verbum, hoc erat in principio apud Deum; omnia per ipsum facta sunt. E conforme si dice che tutte le opere di amore procedono dallo Spirito-Santo, come quella persona che procede dall'aspirazione d'amore, così tutte le cose create diconsi fatte per il Verbo, ed in Verbo, Sapienza del Padre, poiché in tutto l'universo vi risplende la gran Sapienza di Dio. Onde la parola per ipsum non si deve intendere per riguardo suo, ma da esso, vale a dire per le mani sue.

E l'altro passo che si oppone di S. Paolo, Hebr., II, 10, 11: Decebat enim eum, propter quem omnia et per quem omnia, qui multos filios in gloriam adduxerat, auctorerm salutis eorum per passionem consummare,

Le parole propter quem omnia  non s'intendono di Cristo, ma del Padre, spiegando eum così: decebat Deum Patrem (che prima sta nominato) Christum punitioni tradere; Deus enim Pater est is, propter quem et per quem sunt omnia.

S'oppone anche l'altro passo: Quos praescivit, et praedestinavit conformes fieri imaginis filii sui. Rom., VIII, 29. Onde dice anche S. Tommaso che la  predestinazione di Cristo fu causa della predestinazione nostra.

Si risponde che ciò non s'intende della predestinazione della natura nello stato d'innocenza, in cui fu l'uomo, ma della predestinazione alla gloria dopo commesso il peccato, dopo di che essendo chiuse all'uomo le porte della gloria, acciocché potessero entrarci, bisognò che fosse predestinato Cristo Redentore. Tanto che neppure Adamo fu predestinato se non per li meriti di Cristo. Onde dice bene S. Tommaso, che la predestinazione di Cristo fu causa della predestinazione nostra, stante l'impedimento del peccato;


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ma da ciò non s'inferisce che Cristo sia stato preordinato a tutti gli uomini1.

È certo che Dio nell'operare ad extra non ebbe, né poté avere altro fine, che se medesimo, e la sua gloria: onde fece in tempo questa grande opera della creazione del mondo e delle creature, acciocché manifestando loro i suoi divini attributi nell'esercizio della sua potenza, della giustizia, della bontà e dell'amore, ne ricevesse il dovuto onore nell'essere temuto, servito ed amato come meritava.

Era perciò conveniente alla gloria di un Dio onnipotente, che avesse altri fuori di sé.* (che stando in libertà di poterlo offendere e lasciare per altri beni presenti e dilettevoli, pur si contentassero) di crederlo per fede, servirlo ed amarlo per la sua bontà, non prima palese che solamente a se stesso, privandosi di ciò che si opponeva ai suoi divini precetti. E da questa ragione si vede perché Dio non creò gli angioli e gli uomini impeccabili, sicché tutti fossero stati necessariamente salvi, perché da ciò non ne sarebbe risultata tanta gloria a Dio, quanta ne risulta nell'aver fatto le sue creature, e specialmente gli uomini liberi, che in mezzo alla ragione ed al senso fra se nemici, gli avessero osservato o negato il rispetto; poiché se non si fosse dato luogo al merito e al demerito,** (sicché, chiusa la via a' premi ed alle pene, Dio fosse stato secondo il suo decreto necessitato a salvar le sue creature), Dio non avrebbe potuto su loro esercitare né la sua giustizia, né la sua misericordia, nel che consiste la maggior gloria di Dio, essendo che anche su questa terra la principal gloria e grandezza di un principe consiste nel farsi amare e temere da' suoi sudditi, per i premi ed i castighi, che può compatire, e secondo la munificenza e giustizia che può esercitare.


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Creò dunque Dio tutte le creature.

*

Creò dunque Dio prima gli angeli, nei quali fu sua gloria di mandarne all'inferno la terza parte per manifestare la sua giustizia nel punire la loro superbia.

Quindi creò per sua gloria l'uomo, che servendolo ed amandolo meritasse la gloria eterna; al quale benché gli diede il fine e gli aiuti per salvarlo, lo lasciò però in libertà di meritarsi, colle opere sue, o la salute, o la morte, che gli minacciò allora.

*

Prevaricò Adamo e si rese incapace di salute, tramandando la pena del suo peccato in tutti i suoi posteri. Onde rimase il genere umano disperato di salute, poiché da una parte Dio doveva essere soddisfatto, e da un'altra, l'uomo da se non potea soddisfarlo; fu perciò conveniente che il Verbo si facesse uomo, e così rendesse a Dio l'onore toltogli dal peccato, e liberasse l'uomo dalla pena per lo peccato incorsa.

Onde da Dio fu preordinata alla sua gloria la creazione degli uomini, che servendolo ed amandolo l'onorassero, per poi goderlo in cielo eternamente; ma perché gli uomini erano resi incapaci di salute per il peccato di Adamo, perciò vi bisognò l'incarnazione del Verbo.

Così dunque la creazione degli uomini come la predestinazione di Cristo fu preordinata alla gloria di Dio; ma Cristo in tanto fu predestinato, in quanto dovea esser Redentore, ed intanto dovea esser Redentore, in quanto dovea redimere il peccato, sicché, tolto il peccato, non vi dovea esser Cristo né come Redentore né come uomo.

vale a dire che Cristo fu predestinato anco come Redentore, prima degli uomini, de' peccati futuri possibili.

Poiché dicendo Cristo Redentore, si ha da supporre già il peccato certo


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preceduto, e non possibile, potendo il possibile avvenire e non avvenire, e perciò disse Isaia, LIII, 6, che Dio nel predestinare Cristo,* (“ Omnes nos quasi oves erravimus, unusquisque in viam suam declinavit, et) posuit** (Dominus) in eso iniquitatem omnium nostrum; sicché egli fu caricato de' nostri propri peccati, e non de' peccati possibili.

E così anche soggiunge detto capo LIII, n. 8: Propter scelus populi mei percussi Eum.

n. 11: Iniquitates eorum Ipse portabit:

e n. 12: Et Ipse peccata multorum tulit;

e n. 4: Vere languores nostro Ipse tulit, et dolores nostros Ipse portavit.

Qual maggior chiarezza può aversi in questi passi, che Cristo fu predestinato Redentore de' peccati nostri già preveduti, e non de' peccati possibili degli uomini possibili? Sicché Cristo s'offrì a soddisfare per li peccati del suo popolo, o Dio gli predestinò la pena della sua passione non prima, ma dopo la colpa già preveduta; altrimenti a Cristo sarebbe stato determinato il castigo prima di addossargli il peccato: né potea addossarsegli il peccato prima di prevedersi. Onde dice S. Tommaso e Gaet.*** (Gaet. in 3, q. 1, distingue ordine di natura, di grazia e di gloria, dove dice che ratione signi l'ordine della natura è previsto a quello della grazia e della gloria. Sicché dicendo che i peccati degli uomini appartengono all'ordine della natura, viene a concludere, che furono preveduti i peccati degli uomini all'Incarnazione di Cristo, che fu predestinato in quanto all'ordine della grazia)...1

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Per noi abbiamo che l'Incarnazione e Passione di Gesù Cristo, sebbene fu ordinata principalmente per la gloria di Dio e per la ristaurazione del suo onore, nulladimeno fu anche un'opera, con cui Dio volle dimostrare l'amore che portava all'uomo, con redimerlo dal peccato a sue proprie spese.

Ciò è chiaro in più luoghi: Caritate perpetua dilexi te. Jerem., XXXI, 3.

Sic enim Deus dilexit mundum, ut filium suum unigenitum daret. Joan., III, 16.1Deus autem, qui dives est in misericordia, propter nimiam caritatem suam, qua dilexit nos, et quum essemus mortui peccatis, convivificavit nos in Christo, eujus gratia estis salvati. Eph., II, 4.

In hoc est caritas: non quasi nos dilexerimus Deum, sed quoniam ipse prior dilexit nos, et misit filium suum propitiationem pro peccatis nostris, 1 Joan., IV,10.

*

Quum dilexisset suos, qui erant in mundo, in finem dilexit vos. Joan., XIII, 1.

Sicut dilexit me Pater, et ego dilexi vos. Manete in dilectione mea, Joan., XV, 9.

Hoc est praeceptum meum, ut diligatis invicem, sicut dilexi vos. Majorem hac dilectionem nemo habet, ut animam suam ponat quis pro amicis suis, Joan., XV, 12, 13.

Diceva l'Apostolo: In fide vivo Filii Dei, qui dilexit me, et tradidit semetipsum pro me. Gal., II, 20.


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Christus dilexit nos, et tradidit semetipsum pro nobis oblationem et hostiam Deo in odorem suavitatis. Eph., V, 2.

* (Sicché Cristo prima ci ha amati, e perché ci ha amati, ha voluto morire per noi: Or quest'amore a noi espresso non può intendersi dell'amare quegli uomini possibili, se prima che gli uomini fossero stati predestinati, fosse stata preordinata l'opera della Redenzione).

**

Dal che si vede che Dio non ordinò solamente la Redenzione per la sua gloria, ma anche secondariamente per l'amore che portava agli uomini: In hoc cognovimus caritatem Dei, quoniam Ille animam suam pro nobis posuit. 1 Joan., III, 16.

*** (Anzi par che l'amor degli uomini fosse stato il fine principale, poiché se Dio non avesse voluto insieme salvar il genere umano, avrebbe potuto in altri modi senza tanti suoi stenti rifarsi l'onore toltogli dal peccato; ma perché voleva l'uno e l'altro, s'indusse a morire per amore nostro sopra una croce). E perciò nel simbolo si dice, che Cristo fu incarnato di Spirito-Santo, perché fu opera di amore. In hoc apparuit caritas Dei in nobis, quoniam Filium suum unigenitum misit Deus in mundum, ut vivamus per Eum. 1 Joan., IV, 9.

Essendo ciò certo, come può dirsi che l'Incarnazione e la Redenzione fu opera ordinata per l'amore portato agli uomini, quando e l'una e l'altra fosse preordinata prima degli uomini? Tutto l'amore sarebbe stato nella creazione, poiché gli uomini creati doveano essere necessariamente insieme redenti, giacché prima di loro era stata ordinata la Redenzione di Cristo, che non potea fallire.

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Per noi troviamo espresso in tanti luoghi della Scrittura che la Redenzione


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di Cristo è stata ordinata in rimedio dei peccati degli uomini.

Venit Filius hominis salvare quod perierat. Matth., XVIII,11.

In hoc apparuit Filius Dei, ut dissolvat opera diaboli. 1 Joan., III, 8.1

*

Obj. : È certo che Dio ha operato sempre per la sua gloria; se dunque è indubitato che Cristo Redentore fu l'oggetto di sua maggior gloria, dobbiamo dire che Cristo fu predestinato prima di tutte le creature.

Si risp.: Non è dubbio che Dio ha avuto per fine la sua gloria nella creazione di tutte le cose nell'operare ad extra, ma la gloria di Dio, nel primo suo intento, deve irsi, fu che tutti l'ubbidissero ed amassero per i suoi divini attributi, restando ciascuno nello stato dell'innocenza, come fu creato Adamo. Questo dunque deve dirsi che fu il fine della gloria divina.

È vero poi che peccando Adamo, il suo peccato fu causa d'una maggior gloria di Dio, ma in tanto fu di maggior  gloria di Dio, in quanto con Cristo si rifece dell'onor divino offeso dal peccato e si riparò alla ruina degli uomini fatti schiavi dal peccato, di modo che senza peccato qual gloria di Dio sarebbe stata, che Cristo si fosse incarnato e fosse morto per gli uomini?

Né ciò è strano appresso Dio che da un male abbia voluto spesse volte ricavar un maggior bene, che non era prima del male.2

Fu perciò predestinato Cristo, ma fu predestinato assolutamente come Redentore,


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il che suppone il peccato già previsto degli uomini, come di sopra. Onde Cristo poi fu fatto per la sua dignità Capo di tutte le creature, e gli fu dato il regno sopra tutto il creato.

Ed Estio1 rispondendo all'opposizione, come il sommo ben dell'Incarnazione possa essere occasionato dal peccato degli uomini, dice, che in Dio non si danno occasioni, perché Dio ab aeterno ha veduto tutte le cose e le ragioni di tutte le cose, onde sebbene l'Incarnazione è stata un sommo bene, nulladimeno ha veduto Dio, che la ragione dell'Incarnazione dipendeva dal peccato degli uomini, ancorché il primo suo intento fosse stato solamente di creare gli uomini.

Obj. : Non deve mai supporsi che Cristo fosse stato predestinato tantum per il bene degli uomini, altrimenti dovrebbe dirsi che l'intento più degno fosse stato posposto al meno degno.

A questa obiezione la risposta è chiara, perché la conseguenza è fallace, mentre Cristo non è stato predestinato principalmente per la salute degli uomini, ma per la gloria di Dio, a rifargli l'onore toltogli dal peccato; onde il fine primario che ebbe Dio in predestinar Cristo fu per sua gloria, per se stesso, sebbene con fine secondario volle unire anche la salvazione degli uomini, che amava. Onde Cristo fu predestinato per la gloria di Dio dopo il peccato egualmente che se fosse stato predestinato prima del peccato2.

 




1 Infra S. Doctor hoc S. Scripturae argumentum magis enucleat. Est autem, ut  ipsi Salmanticenses (de Incarn., disp. 2, dub. 1, § 5, n. 26) agnoscunt, fortissimum argumentum tam contra Scoti et Scotistarum, quam contra quorumdam Thomistarum sententiam, de qua in Introductione diximus. Quapropter S. Alphonsus contra utramque opinionem hoc argumentum urget. Pariter S. Thomas: Ea, inquit, quae ex sola Dei voluntate proveniunt supra omne debitum creaturae, nobis innotescere non possunt, nisi quatenus in sacra Scriptura traduntur (vel a Patribus, ut addit in 3, dist. 1, qu. 1, art. 3), per quam divina voluntas nobis innotescit. Unde quum in sacra Scriptura ubique incarnationis ratio ex peccato primi hominis assignetur, convenientius dicitur, incarnationis opus ordinatum esse a Deo in remedium contra peccatum; ita quod peccato non existente, incarnatio non fuisset. P. 3, qu. 1, art. 3, c.

1 Quis non videt, ita compendium Tournelii, de Incarn., disp. 6, cap. 3, concl. 2, eundum pariter ut homine spectandum esse ut PRIMOGENITUM OMNIS CREATURAE, IN QUO CONSTANT UNIVERSA, et qui EST ANTE OMNES (coloss., I, 15). Qui enim habet naturam creatam, et simul est filius Dei unigenitus, ratione naturae creatae, quam sibi hypostatico nexu conjunxit, omnia Dei opera adeo antecellit, ut etiam sub hoc respectu sit omnis creaturae primogenitus, et ante omnes creaturas. Nec vox PRIMOGENITI urgenda, siquidem in Scripturis non raro accipitur ad excellentiam rei, ad quam transfertur, praedicandam. Quod quidem probat de Lugo cardinalis ex textu Exod. IV, 22: “Filius meus primogenitus Israel” id est, ait, excellentia et nobilitate exaltatus super alios populos”. De Incarn., disput. 7, sect. 2. Et de Arriaga ex Job, XL, 14 “Ipse (Behemoth) est principium viarum Dei”. Dicitur, inquit, IPSE EST PRINCIPIUM VIARUM DEI, non quia ante illum nulla fuerit producta creatura, sed quia inter animantia est maximum. De Incarn., tract. 2, disp. 14, sect. 3, subs. 4.

1 Dicendum, inquit S. Thomas, quod si Christus non fuisset incarnandus, Deus praeordinasset homines salvari per aliam causam. Sed quia praeordinavit incarnationem Christi, simul cum hoc praeordinavit, ut esset nostrae salutis causa. 3, qu. 24, art. 4, ad. 3..



* Verba haec interclusa in margine adjecta sunt



** Verba, quae hic sequantur, intercalata sunt.

* Hic S. Auctor in autographo spatium aliquod reliquit.

* Hic S. Auctor in autographo spatium aliquod reliquit.

* Hanc textus partem S. Auctor in margine adjecit



** Vocem <Dominus> intercalavit



*** Verba interclusa iterum in margine a S. Doctore apposita sunt.



1 S. Thomas, 3, qu. 1, art. 3, ad 4 dicit: Praedestinatio praesupponit praescientiam futurorum: et ideo sicut Deus praedestinat salutem alicujus hominis per orationes aliorum implendam, ita etiam praedestinavit opus incarnationis in remedium humani peccati. Ex qua doctrina Commentatores memoratam ordinum distinctionem cum sequelis suis deduxerunt. Primum quidem Cajetanus, qui in commentario suo in hunc locum §. Ad evidentiam scribit: Si perspicacius tres, qui de facto in universo inveniuntur ordines consideraverimus, videlicet ordinem naturae, ordinem gratiae, et ordinem Dei et creaturae: simul videbimus, quod secundus supponit primum et tertius praesupponit utrumque: et similiter praeordinatio, et praevisio primi praesupponitur a  praeordinatione et praevisione secundi: et similiter praeordinatio et praevisio tertii praesupponit praeordinationem et praevisionem utriusque. Ita quod Deus primo ordinavit universum secundum ordinem naturae: et quoniam universum secundum talem ordinem non attingit ad fruitionem divinam, superaddidit ordinem gratiae: et quoniam talis ordo non pertingit ad unionem summo modo possibilem cum Deo, praeordinavit creaturam ad unionem personalem cum Deo. Quocirca quum peccata pertineant partim ad ordinem naturae, et partim ad ordinem gratiae, ut opposita illi, consequens est, quod praedestinatio Jesu Christi, ut sit filius Dei, praesupponat praevisionem futurorum peccatorum, utpote spectantium ad praesuppositos ordines in genere causae materialis. Post Cajetanum alii Theologi distinctionem hanc et signa divinae rationis in rerum conceptu magis evolverunt.



**** Iterum spatium aliquod relictum est.

1 Lepide in hunc textum scribit Contenson, lib. 9, diss. 2, c. 2, spec. 2: Si Deus voluit propter Christum prius intentum redimere nos, non deberet dicere Scriptura, quod sic Deus dilexit mundum, ut Filium suum unigenitum daret; sed potius, quod sic Deus dilexit Christum, ut propter illum voluerit permittere nos cadere in miseriam peccati.



* Hic S. Auctor rursus spatium reliquit.

** Hic iterum spatium aliquod reliquit



**** Iterum spatium reliquit.

1 Jamvero, ita S. Doctor hic concludendum reliquint, sicut medicamentum non quaeritur, nisi morbus jam adsit: ita quoque de remedio Incarnationis et Redemptionis sermo aut cogitatio esse non potest, nisi jam praesupposito peccato. Unde S. Augustinus: Nulla, inquit, causa fuit veniendi Christo Domino, nisi peccatores salvos facere. Tolle morbos, tolle vulnera et nulla causa et medicinae. Serm. 175 (alibi serm. 9, de verbis Apostoli) initio. Migne, P. L., t. 38, col. 945.



* Iterum spatium reliquit.

2 Deus enim, inquit div. Thomas, permittit mala fieri, ut inde aliquid melius eliciat: unde dicitur Rom., V, 21: UBI ABUNDAVIT DELICTUM, SUPERARUNDAVIT ET GRATIA. Unde et in benedictione cerei paschalis dicitur: O FELIX CULPA, QUAE TALEM AC TANTUM MERUIT HABERE REDEMPTOREM! 3, qu. 1, art. 3, ad 3.



1 In lib. Sent. 3, dist. 1, § 2, ad 5.



2 Aliquid potest esse, ita merito Angelicus in 2 lib. Sent., dist. 15, qu. 1, ad 6,  propter aliud dupliciter: aut quia ordinatur ad ipsum sicut ad finem proprium et principalem: et sic inconveniens est dicere, quod aliquid sit propter vilius se, ut luna et stellae propter noctuas  et vespertiliones; quum finis sit potior his quae sunt ad finem. Alio modo potest dici esse aliquid propter aliud, cui ex ipso provenit aliqua utilitas, eo modo quo posset dici regem esse propter rusticum, ex cujus regimine provenit ei pax. Quibus verbis ad rem subjungunt Salmanticenses, de Incarn, disp. 2, dub. 1, § 6, n. 32: Sic ergo, licet dicatur, Christum venisse propter salutem hominum, ly PROPTER non rapraesentat habitudinem ad finem cujus gratia, et magis principalem; se respectum ad finem cui, sive utilitatis: quia Christus perfectior est hominibus et passiva hominum salute.




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