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S. Alfonso Maria de Liguori
Del gran mezzo della preghiera

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III

DELLA PERSEVERANZA RICHIESTA NEL PREGARE

È necessario dunque che le nostre Preghiere sieno umili, e confidenti, ma ciò non basta per conseguir la Perseveranza finale, e con quella la salute eterna. Le preghiere particolari otterrannobene le particolari grazie che a Dio si chiederanno, ma se non sono perseveranti, non otterranno la final Perseveranza, la quale perché contiene il cumulo di molte grazie insieme, richiede moltiplicate preghiere, e continuate fino alla morte. La grazia della salute non è una sola grazia, ma una catena di grazie, le quali tutte poi si uniscono colla grazia della Perseveranza finale; or a questa catena di grazie dee corrispondere un'altra catena (per così dire) delle nostre preghiere; se noi trascurando di pregare spezziamo la catena delle nostre preghiere, si spezzerà ancora la catena delle grazie, che ci hanno da ottener la salute, e non ci salveremo.

È vero che la Perseveranza finale non si può da noi meritare, come insegna il sagro Concilio di Trento, dicendo: Aliunde haberi non potest, nisi ab eo qui potens est eum qui stat statuere, ut perseveranter stet. Sess. 6. cap. 131. Nulladimeno dice S. Agostino, che questo gran dono della Perseveranza in qualche modo ben può meritarsi colle preghiere, cioè pregando impetrarsi: Hoc ergo donum (Perseverantiae)2 suppliciter


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emereri potest, id est supplicando impetrari potesta. E soggiunge il P. Suarez3, che chi prega, infallibilmente l'ottiene. Ma per ottenerlo, e salvarsi, dice S. Tommaso, è necessaria una perseverante e continua preghiera: Post Baptismum autem necessaria est homini jugis oratio, ad hoc quod Caelum introeatb 4. E prima lo disse più volte il nostro medesimo Salvatore: Oportet semper orare, et non deficere. Luc. 18. 1. Vigilate itaque omni tempore orantes, ut digni habeamini fugere ista omnia quae futura sunt, et stare ante Filium hominis. Luc. 21. 36. Lo stesso sta detto prima nel Vecchio Testamento: Non impediaris orare semper. Eccli. 18.

22. Omni tempore benedic Deum, et pete ab eo, ut vias tuas dirigat. Tob. 4. 20. Quindi l'Apostolo inculcava a' suoi Discepoli, che non lasciassero mai di pregare: Sine intermissione orate. 1. Thess. 5. 17. Orationi instate vigilantes in ea. Coloss. 4. 2. Volo ergo viros orare omni loco. l. Tim. 2. 8. Il Signore ben vuole darci la Perseveranza, e la Vita eterna, ma dice S. Nilo, non vuol concederla se non a chi perseverantemente ce la domanda: Vult beneficio afficere in oratione perseverantesc 5. Molti peccatori coll'aiuto della Grazia giungono a convertirsi a Dio, ed a ricevere il perdono; ma poi perché lasciano di cercar la Perseveranza, tornano a cadere, e perdono tutto.

basta, dice il Bellarmino, chieder la grazia della Perseveranza una volta, o poche volte; dobbiamo cercarla sempre, in ogni giorno sino alla morte, se vogliamo ottenerla: Quotidie petenda est, ut quotidie obtineatur6. Chi la cerca in un giorno, per quel giorno l'otterrà; ma se non la cerca nel domani, domani caderà. E ciò è quel che volle darci ad intendere il Signore nella Parabola di quell'Amico, che non volle dare i pani a colui che glieli domandava, se non dopo molte ed importune richieste dicendo: Si non dabit illi surgens, eo quod amicus sit, propter improbitatem tamen ejus surget, et dabit illi quotquot habet necessarios. Luc. 11. 8. Ora se un tale amico, dice S. Agostino, solo per


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liberarsi dell'importunità di colui, gli darebbe anche contro sua voglia i pani che chiede, quanto magis dabit Deus bonus, qui nos hortatur ut petamus, cui displicet si non petamus?7 Quanto più Dio, ch'essendo Bontà infinita ha tanto desiderio di comunicarci i suoi beni, ci donerà le sue grazie, quando gliele cerchiamo? tanto più ch'Egli stesso ci esorta a chiederle, e gli dispiace se non le domandiamo. Ben vuole dunque il Signore concederci la salute, e tutte le grazie per quella, ma vuole che noi non lasciamo di continuamente domandarcele sino all'importunità. Dice Cornelio a Lapide sul citato Evangelio: Vult nos esse Deus perseverantes in oratione usque ad importunitatem8. Gli uomini della terra non possono sopportare gl'importuni, ma Dio non solo ci sopporta, ma ci desidera importuni in cercargli le grazie, e specialmente la santa Perseveranza. Dice S. Gregorio che Dio vuole che se gli faccia violenza colle preghiere, poiché una tal violenza non già lo sdegna, ma lo placa: Vult Deus vocari, vult cogi, vult quadam importunitate vinci... Bona violentia, qua Deus non offenditur, sed placaturd 9.

Sicché per ottener la Perseveranza, bisogna che sempre ci raccomandiamo a Dio, la mattina, la sera, nella Meditazione, nella Messa, nella Comunione, e sempre: specialmente in tempo di tentazioni, con dir sempre allora, e replicare: Signore aiutatemi, Signore assistetemi, tenetemi le mani sopra, non mi abbandonate, abbiate pietà di me. V'è cosa più facile di questa, che dire: Signore aiutatemi, assistetemi? Sulle parole del Salmista: Apud me oratio Deo vitae meae. Ps. 41. 10, dice la Glossa: Dicet quis non possum jejunare, dare eleemosynas; si dicitur ei, ora, non potest hoc dicere10. Perché non v'è cosa più facile che il pregare.


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Ma bisogna che non lasciamo mai di pregare, bisogna che continuamente facciamo (per così dire) forza a Dio affinché ci soccorra sempre, ma forza che gli è cara, e gradita. Haec vis grata Deo, scrisse Tertulliano11; e S. Girolamo disse, che le nostre preghiere, quanto sono più perseveranti ed importune, tanto più sono accette a Dio: Oratio quandiu importuna est, plus amica este 12.

Beatus vir qui audit me, et vigilat ad fores meas quotidie. Prov. 8. 34. Beato quell'Uomo, dice Dio, che mi ascolta, e vigila continuamente colle sante preghiere alle porte della mia Misericordia. Ed Isaia dice: Beati omnes qui expectant eum. Isa. 30. 18. Beati coloro che sino alla fine aspettano (pregando) la loro salute dal Signore. Perciò nel Vangelo ci esorta Gesù Cristo a pregare, ma in qual modo? Petite, et accipietis; quaerite, et invenietis: pulsate, et aperietur vobis. Luc. 11. 9. Bastava l'aver detto petite, che serviva aggiungere quel quaerite, e pulsate?

Ma no, che non fu superfluo l'aggiungerli; con ciò ha voluto il Redentore insinuarci, che noi dobbiam fare, come fanno i Poveri che van mendicando: questi se non ricevono la limosina che chiedono, e sono licenziati, non lasciano di domandarla, e di tornarla a chiedere, e se più non comparisce il Padron della Casa, si mettono a bussar le porte, sino a rendersi molto importuni e molesti. Ciò vuole Dio, che facciamo noi: che preghiamo, e torniamo a pregare, e non lasciamo mai di pregare, che ci assista, che ci soccorra, che ci dia luce, ci dia forza, e non permetta che mai abbiamo a perdere la sua Grazia. Dice il dotto Lessio13, che non può essere scusato da colpa grave, chi non prega stando in peccato o in pericolo di morte; o pure chi per notabile tempo trascura di pregare, cioè (come dice) per uno o due mesi; ma ciò s'intende fuori del tempo di tentazioni, poiché chi si ritrova combattuto da qualche grave tentazione, egli senza dubbio pecca gravemente, se non ricorre a Dio coll'Orazione, chiedendo l'aiuto per resistere a quella, vedendo che altrimenti si mette a prossimo, anzi certo pericolo di cadere.

Ma dirà taluno: Giacché il Signore può e vuole darmi la santa


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Perseveranza perché non me la concede tutta in una volta, quando gliela domando? Son molte le ragioni, che ne assegnano i Ss. Padri. Iddio non la concede in una volta, e la differisce, primieramente per meglio provare la nostra confidenza. In oltre, dice S. Agostino, acciocché maggiormente noi la sospiriamo; scrive il Santo, che i doni grandi richiedono gran desiderio, giacché i beni presto ricevuti non si tengono poi in quel pregio, che si tengono quelli che per lungo tempo sono stati desiderati: Non vult (Deus) cito dare, ut discas magna magne desiderare; diu desiderata dulcius obtinentur; cito autem data vilescuntf 14.

In oltre lo fa, acciocché noi non ci scordiamo di Lui; se noi stessimo sicuri già della perseveranza, e della nostra salute, e non avessimo continuo bisogno dell'aiuto di Dio per conservarci nella sua Grazia, e salvarci, facilmente ci scorderessimo di Dio. Il bisogno fa, che i Poveri frequentino le case de' Ricchi. Onde il Signore, per tirarci a Sé (come dice S. Gio. Grisostomo), e per vederci spesso a' piedi suoi, affinché possa così maggiormente beneficarci, a questo fine trattiene di darci la grazia compita della salute sino al tempo della nostra morte: Neque renuens nostras preces differt, sed hac arte, sedulos nos efficiens, ad Semet ipsum attrahere vultg 15. In oltre lo fa, acciocché noi col proseguire a pregare ci stringiamo con Esso lui maggiormente con dolci legami d'amore: Oratio (dice lo stesso Grisostomo) non parvum vinculum est dilectionis in Deum, quae cum Eo colloqui assuefacith 16. Quel continuo nostro ricorrere a Dio colle preghiere, e quell'aspettare con confidenza da Esso le grazie, che desideriamo, oh che grande incentivo e vincolo d'amore egli è, per infiammarci, e ligarci17 più strettamente con Dio!

Ma sino a quando s'ha da pregare? Sempre, risponde il medesimo Santo, sino che riceviamo la sentenza favorevole della salute eterna,


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viene a dire sino alla morte: Non desistas (dice il Santo) donec accipiasi. E soggiunge che colui il quale dice: Io non lascerò di pregare fintanto che non mi salvo quegli certamente si salverà: Si dixeris, Nisi accepero non recedam, prorsus accipies18. Scrive l'Apostolo, che molti corrono al pallio, ma quell'uno solamente lo riceve, che giunge a prenderlo: Nescitis quod ii qui in stadio currunt, omnes quidem currunt, sed unus accipit bravium? Sic currite, ut comprehendatis. 1. Cor. 9. 24. Non basta dunque il pregare per salvarci, bisogna che preghiamo sempre, finché arriviamo a ricever la corona che Dio promette, ma promette solamente

a coloro che son costanti a pregarlo sino alla fine.

Sicché se vogliamo salvarci, dobbiam fare come facea Davide, che tenea sempre rivolti gli occhi al Signore, per implorare il suo soccorso, e non restar vinto da' suoi Nemici. Oculi mei semper ad Dominum, quia ipse evellet de laqueo pedes meos. Psal. 24. 15. Siccome il Demonio non lascia di tenderci continue insidie per divorarci, secondo scrive S. Pietro: Adversarius vester diabolus, sicut leo rugiens, circuit quaerens quem devoret. l. Petr. 5. 8. così dobbiamo noi continuamente star colle armi alla mano, per difenderci da un tale nemico, e dire col Profeta Regale: Persequar inimicos meos, et non convertar, donec deficiant. Psalm.

17. 4. Io non lascerò di combattere, finché non vedrò sconfitti i miei Avversari. Ma come potremo noi ottener questa vittoria, così per noi importante, e così difficile? Perseverantissimis precibus, ci risponde S. Agostino19, solo colle preghiere, ma preghiere perseverantissime. E sino a quando? sino che durerà il combattimento. Sicut nunquam deficit pugna, dice S. Bonaventura, sic nunquam cessemus petere misericordiam. Serm. 27. de Conf.20 Siccome di continuo dobbiamo combattere, così di continuo dobbiamo cercare a Dio l'aiuto per non esser vinti. Guai, dice il Savio, a chi in questa battaglia lascia di pregare: Vae his qui perdiderunt sustinentiam. Eccli. 2. 16. Noi ci salveremo, ci avvisa l'Apostolo,

ma con questa condizione: Si fiduciam, et gloriam spei usque ad


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finem retineamus. Hebr. 3. 6. Se saremo constanti a pregare con confidenza sino alla morte.

Diciamo dunque collo stesso Apostolo, animati dalla Misericordia di Dio, e dalle sue Promesse: Quis ergo separabit nos a caritate Christi? tribulatio? an angustia?... an periculum? an persecutio? an gladius? Rom. 8. 35. Chi avrà da dividerci dall'Amore di Gesù Cristo? Forse la tribulazione? il pericolo di perdere i beni di questa Terra? le persecuzioni de' Demoni, o degli Uomini? i tormenti de' Tiranni? In his omnibus superamus (ci fa animo S. Paolo) propter eum qui dilexit nos. Ibid. v. 37.

No (egli dicea) niuna tribolazione, niuna angustia, pericolo, persecuzione, o tormento potrà mai separarci dall'Amore di Gesù Cristo; perché vinceremo tutto col Divino aiuto, e combattendo per Amore di quel Signore che ha data la vita per noi. Il P. Ippolito Durazzo21 in quel giorno in cui risolse di lasciar la Prelatura di Roma, e di darsi tutto a Dio, con entrare (come poi già fece) nella Compagnia di Gesù temendo della sua infedeltà per cagion della sua debolezza, diceva a Dio: Non me deseras; Signore, or che mi son dato tutto a Voi, per pietà non mi abbandonate. Ma sentì dirsi da Dio nel suo cuore: tu non me deseras; più presto (gli diceva Iddio), Io dico a te che non mi lasci. E così finalmente il Servo di Dio confidato nella Divina Bontà, e nel suo aiuto, concluse dicendo: Dunque mio Dio, Voi non lascerete me, ed io non lascerò Voi.

Se vogliamo in conclusione che Dio non ci lasci, non dobbiamo lasciar noi di pregarlo sempre a non abbandonarci. Facendo così, certamente Egli sempre ci assisterà, e non permetterà mai che lo perdiamo, e ci separiamo dal suo Amore. Ed a questo fine non solamente procuriamo di chieder sempre la Perseveranza finale, e le grazie necessarie per ottenerla; ma cerchiamo nello stesso tempo anticipatamente sempre al Signore la grazia di seguire a pregare: che fu appunto quel gran dono, ch'Egli prometté. a' suoi Eletti per bocca del Profeta: Et effundam super Domum David, et super habitatores Jerusalem spiritum gratiae, et precum. Zach. 12. 10. Oh che grazia grande è lo Spirito delle Preci, cioè la grazia che Dio concede ad un'Anima di sempre pregare. Non lasciamo dunque di chiedere sempre a Dio questa grazia, e questo Spirito di sempre pregare; perché se pregheremo sempre, otterremo certamente dal Signore la Perseveranza, ed ogni altro dono che desideriamo,


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mentre non può mancare la Sua promessa di esaudir chi lo prega. Spe enim salvi facti sumus. Rom. 8. 24. Con questa speranza di sempre pregare, possiamo tenerci per salvi. Hujus nobis Urbis fducia latum praebebit ingressuml 22. Questa speranza, diceva il venerabile Beda, ci darà l'entrata sicura nella Città del Paradiso.




1 [25-27.] Conc. trid., Sess. VI, c. 13; DBU, n. 806.



2 [fonte:29/1.] Da HABERT, op. cit., § VII, 443.

[29/1.] Fusione di due testi diversi: I) s. AGOST., De dono persev., c. 6, n. 10: «Hoc ergo Dei donum suppliciter emereri potest»; PL 45 999. II) HABERT, loc. cit., 443: «id est supplicando impetrari».



a S. Thom. 3. p. q. 39. a. 5.



3 [2.] SUAREZ, De gratia, lib. XII, c. 38, n. 16, Opera, ed. cit. X, 263.



b S. Nilo de Orat. cap. 32.



4[fonte:4-5.] SCARAMELLI, op. cit., nn. 214, 239.



c S. Aug. de Dono persev. cap. 6.



5[fonte:16.] Da HABERT, loc. cit., 464; MANSI, Disc. XXXVII, n. 8.

[16.] S. NILO, De oratione, c. 32, nella trad. di Zenone da Verona (Zimus Veroensis), in Biblioth. maxima PP., VII, 1152; trad. diversa nella PG 79, 1174 (c. 34).



6 [22-23.] BELLARMINO, De iustificatione, lib. 3, c. 13, Opera, Venetiis 1721, IV, 456: «Quotidie petenda est, ut quotidie detur».



7 [fonte:2-3.] Da LOHNER, § IX, n. 6.

[2-3.] S. AGOST., Serm. 61 (al. 5 De verbis Dom.), c. 5, n. 6; PL 38, 411.



8[9-10.] CORN. A LAPIDE, In Luc., II, 8.



d S. Gregor. Hom. I. in Evang.



9 [fonte:15-16.] Testo comune: MANSI, Disc. XXXVII, n. 2; LOHNER, § III, n. 90; BAYERLINCK, op. cit., III, 70.

[15-16.] Ps.-s. GREG. M., In VII Ps. Poen., In Ps. VI, n. 2; PL 79, 633.



10 [fonte:24-25.] Da MANSI, Disc. XV, n. 8; LOHNER, § III, n. 98.

[24-25.] Cit. di MANSI e LOHNER: «Bellov. Spec. mor. part. 10. lib. 3. dist. 32»: «Movere debet ad orationem orandi facilitas.... secundum quod in Psalmo dicitur: Apud me oratio Deo vitae meae; ubi Glossa ait: Apud iustum est, quod dare potest, scilicet oratio» (cit. generica dalla Glossa di Pietro Lombardo, PL 191, 421). L' espressione seguente: «Dicet quis....», è un commento del BELLUACENSE (VINCENZO DI BEAUVAIS), Speculum morale, 1591, lib. III, dist. XXXII, Pars X, f. 273, vol. A.



11 [fonte:3.] HABERT, op. cit., § II, 404; LOHNER, ibid., n. 110.

[3.] TERTULLIANO, Apolog., c. 39; PL 1, 468.



e S. Hieron. in Luc. II.



12 [fonte:5.] LOPEZ (?), op. cit., c. VII, 26.

[5.] Ps.-s. GIROL., Epist. 39, (al. Hom. super Ev. Matth., ma Luc. 11), n. 4; PL 30, 277.



13 [24.] LESSIO, De iustitia et iure, lib. 2, c. 37, dub. 3, n. 11.



f S. Aug. Serm. 61. alias 5. de Verb. Dom.



14 [fonte:8-9.] Da HABERT, op. cit., § XII, 466; COLLET, op.cit., 44; MANSI, Disc. XX, n. 3.

[8-9.] S. AGOST., Serm. 61 (al. 5 De verbis Dom.), c. 5, n. 6 «Diu desiderata, dulcius obtinentur: cito autem data, vilescunt.... Servat tibi Deus, quod non vult cito dare, ut et tu discas magnamagne desiderare»; PL 38, 411.



g S. Jo. Chris. Hom. 30. in Gen.



15 [fonte:17-19.] Da Habert, ibid., 464.

[17-19.] S. GIOV. CRISOST., Hom. 30 in Gen., n. 6; PG 53, 281.



h Idem in Psalm. 4.



16 [fonte:21-22.] HABERT, ibid., 467.

[21-22.] ID. In Ps. IV, n. 2; PG 55, 41.



17[25.] ligarci) legarci VR.



i Idem Hom. 24. in Matth. 7.



18 [fonte:3-4.] LOPEZ (?), op. cit., c. VII, n. 5, p. 25; BEYERLINCK, op cit., II, 444.

[3-4.] ID., Hom. 24 in Matth., ed di Basilea, II, 158; trad. diversa nella PG 57, 313 (Hom. 23, al 24 in Matth., n. 4).



19 [fonte:22.] Da SFONDRATI, op. cit., 183.

[22.] S. AGOST., De nat. et grat., c. 68 n. 82; PL 44, 268.



20 [fonte:24-26.] MANSI, Disc. XV, n. 1; LOHNER, § III, n. 87.

[24-26.] Ps.-s. BONAV., Sermo 27, De uno confessore, Opera, Lugduni 1668, III, 325; manca nell' ed. di Quaracchi.



21[13.] T. CAMPORA, Vita del P. Ippolito da Durazzo, Genova 1690, lib. I, c. 6, p. 79.



l Beda Serm. 18. de Sanctis.



22[3-4.] S. BEDA, Hom. 70, In solemnitate omnium sanctorum (dubbio: DEKKERS, Clavis, n. 1369); PL 94, 450.






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