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S. Alfonso Maria de Liguori
Del gran mezzo della preghiera

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CAPO II - PRELIMINARE II

Dio dona comunemente la grazia necessaria a tutti i Giusti per osservare i precetti, ed a tutt'i peccatori per convertirsi

Se Iddio dunque vuol tutti salvi, per conseguenza a tutti la grazia e gli aiuti necessari per conseguir la salute; altrimenti non potrebbe dirsi, ch'Egli abbia vera volontà di salvar tutti. Antecedentis voluntatis, dice S. Tommasoa, qua Deus vult omnium salutem, effectus est ordo naturae in finem salutis, et promoventia in finem omnibus communiter proposita, tam naturalia, quam gratuita1. E certo, contro quel che han bestemmiato Lutero e Calvino, che Dio non impone una legge impossibile ad osservarsi. All'incontro è certo, che senza l'aiuto della Grazia è impossibile l'osservanza della legge, come dichiarò contro i Pelagiani Innocenzo I.b dicendo: Necesse est ut quo (scil. Deo) auxiliante vincimus, Eo non adjuvante vincamur2. E lo stesso dichiarò Celestino Papac. Dunque se il Signore a tutti una legge possibile, per conseguenza anche a tutti la Grazia necessaria ad osservarla, o immediatamente o mediatamente per mezzo della Preghiera, come troppo chiaramente ha dichiarato il Sagro Concilio di Trento: Deus impossibilia non jubet sed jubendo monet et facere quod possis, et petere quod non possis, et adjuvat ut possis. Sess. 6. cap. 13. Altrimenti, se Dio ci negasse la Grazia e prossima, e rimota per adempir la legge, o la legge in vano sarebbe stata data, o il peccato sarebbe necessario, ed essendo necessario, non sarebbe più peccato, come appresso a lungo dimostreremo.


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È questo è il sentimento comune de' Padri. Vediamolo. S. Cirillo Alessandrinod dice:Quod si (quis) perinde, atque alii, et ex aequo, cum ipsis Divinae gratiae opibus praeditus propria voluntate delapsus est;quomodo non eum servasse dicitur Christus, qui, quantum ad cavendi peccati auxila concessa pertinet, hominem liberavit?3 Come (dice il Santo) quel peccatore, che ha ricevuti egualmente cogli altri che sono stati fedeli, gli aiuti della Grazia, ed ha voluto spontaneamente peccare, può lagnarsi poi di Gesù Cristo, il quale in quanto a Sé già l'ha liberato per mezzo degli aiuti concessigli? S. Giovan Grisostomoe 4 dimanda: Unde nam alii vasa irae, alii misericordiae sunt? E risponde: Ex libera sua utique voluntate; nam Deus cum sit valde bonus in utrisque parem benignitatem ostendit. Quindi parlando di Faraone, chiamato nella Scrittura indurato di cuore, soggiunge: Si salutem Pharao non est adeptus, totum id illius voluntati tribuendum est, cum nihil minus, quam qui salutem assecuti sunt, concessum illi fuerit5. Ed in altro luogof parlando della dimanda della Madre de' Figli di Zebedeo sulle parole, Non est meum dare vobis etc. dice cosi: Hoc Illum (sc. Christum) significare voluisse, non suum esse tantummodo dare, sed et certantium esse capere; nam si istud ex Se uno penderet, omnes utique salvi essent Homines6. S. Isidoro Pelusiotag 7: Etenim serto, et modis omnibus (Deus) vult eos adjuvare, qui in vitio volutantur, ut excusationem eripiat. S. Cirillo Gerosolimitanoh 8: Ad aeternae vitae januam (Dominus) aperuit, ut omnes ea, quantum in ipso est, nullo impediente potiantur.

Ma la dottrina di questi Padri Greci non piace a Giansenio, il quale ha la temerità di dire, che i Padri Greci imperfettissimamente han parlato della Grazia: Nulli imperfectius de Gratia quam Graeci locuti suntha 9. Dunque circa la materia della Grazia non dobbiamo noi seguire gl'insegnamenti


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de' Padri Greci, che sono stati i primi Maestri, e Colonne della Chiesa? Forse la Dottrina de' Greci10, specialmente in questa materia così importante, era diversa dalla Chiesa Latina? quandoché all'incontro è certo, che dalla Chiesa Greca è passata alla Latina la vera Dottrina della Fede; onde, come scrisse S. Agostino11 contro Giuliano che opponeva l'autorità de' Padri Greci, non può dubitarsi essere la stessa Fede quella de' Latini, che quella de' Greci. E chi forse dobbiamo seguitare? forse i suoi errori già condannati come eretici dalla Chiesa, avendo avuta egli l'audacia di dire, che anche a' Giusti manca la Grazia la quale renda possibili loro alcuni precetti; e che merita e demerita l'Uomo, ancorché operi per necessità, sempre che non è forzato dalla violenza? nascendo questi e gli altri suoi errori dal suo falsissimo Sistema della dilettazione relativamente vittrice, del quale si parlerà a lungo in confutarlo nel Capo III.

Ma giacché a Giansenio non soddisfano i Padri Greci, vediamo che ne dicono i Latini. Ma questi niente da' Greci discordano. S. Girolamoi dice: Nihil boni operis (Homo) agere potest absque Eo, qui ita concessit liberum arbitrium, ut suam per singula opera gratiam non negaret. Si noti, per singula opera gratiam non negaret12. S. Ambrogiol 13: Quia enim venit, et januam pulsat, vult semper intrare, sed in nobis est quod non semper ingreditur. S. Leonem 14: Juste instat praecepto, qui praecurrit auxilio.

S. Ilarion 15: Nunc per unum in omnes donum justificationis gratia abundavit. Innocenzo I.o 15a: Quotidiana praestat (Homini) remedia, quibus nisi freti nitamur, nequaquam humanos vincere poterimus errores.


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S. Agostinop 16: Non tibi deputatur ad culpam quod invitus ignoras, sed quod negligis quaerere quod ignoras. Neque illud quod vulnerata membra non colligis, sed quod (nota) volentem sanare contemnis, ista tua propria peccata sunt: nulli enim homini ablatum est scire utiliter quaerere17. In altro luogoq 18: Quod ergo ignorat (Anima) quid sibi agendum sit, ex eo est quod nondum accepit, sed hoc quoque accipiet, si hoc quod accepit bene usa fuerit: accepit autem, ut pie ac diligenter quaerat, si volet. Si noti, accepit autem, ut pie ac diligenter quaerat. Sicché ognuno riceve almeno la grazia rimota di cercare, della quale se si avvale bene riceverà poi la prossima ad operare quel che prima non potea fare. E tutto ciò il S. Dottore lo fonda sul principio, che niuno pecca in ciò che non può evitare; dunque (soggiunge) se l'Uomo pecca in qualche cosa, intanto pecca, in quanto può evitarla colla grazia del Signore, la quale a niuno manca: Neminem peccare in eo, quod nullo modo caveri potest. Peccatur autem; caveri igitur potest, sed opitulante Illo, qui non potest falli19. Ragione evidente, per cui si fa chiaro (come appresso meglio esamineremo, parlando delle colpe degli Ostinati) che se mancasse la grazia necessaria ad osservare i precetti, non vi sarebbe peccato.

Lo stesso insegna S. Tommaso in più luoghi20. In un luogor spiegando il testo dell'Apostolo, Qui vult omnes homines salvos fieri, dice: Et ideo gratia nulli deest, sed omnibus (quantum in se est) se communicat, sicut nec sol deest oculis caecis. Sicché, siccome il sole diffonde a tutti la sua luce, e di quella solamente ne son privi quei che volontariamente si acciecano; così Iddio comunica la grazia a tutti per osservare la legge, e gli Uomini in tanto si perdono, perché non vogliono avvalersene. In altro luogos: Hoc ad Divinam providentiam pertinet, ut cuilibet provideat de necessariis ad salutem, dummodo ex parte ejus (scilicet hominis) non impediatur. Se dunque a tutti Iddio le grazie necessarie a salvarsi,


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posto che la grazia attuale è necessaria a vincer le tentazioni, e ad osservare i Precetti, dee necessariamente concludersi che a tutti Egli la grazia attuale ad operare il bene, o immediatamente, o pure mediatamente, ma senza bisogno d'altra grazia per mettere in esecuzione il mezzo (quale sarebbe la Preghiera), affin di ottenere la grazia prossima attuale. In altro luogo su quelle parole di S. Giovanni, Nemo venit ad me etc. dice: Si non elevatur (cor humanum), non est defectus ex parte Trahentis, qui quantum in Se est non deficit, sed est propter impedimentum ejus qui trahitur21. Lo stesso dice Scotot 22: Vult omnes homines salvare, quantum est ex parte sui, et voluntate sua antecedente, pro qua dedit eis dona communia sufficientia ad salutem. Il Concilio di Coloniau 23: Quanquam nemo convertatur nisi tractus per Patrem, attamen nemo excusationem praetexat quod non trahatur; Ille semper stat ante ostium pulsans per internum et externum verbum.

Né i Ss. Padri han parlato a caso, ma fondati sulle Divine Scritture, poiché il Signore troppo chiaramente in tanti luoghi ci assicura, ch'Egli non lascia d'assisterci colla sua Grazia, se vogliamo avvalercene a perseverare essendo giustificati, o a convertirci se siamo peccatori: Sto ad ostium et pulso, si quis mihi aperuerit, intrabo. Apoc. 3. 20. Ben argomenta su questo testo il Bellarmino24, dicendo che il Signore, sapendo già che l'Uomo non può aprire senza la sua Grazia, invano busserebbe alla porta del di Lui cuore, s'Egli non gli avesse già prima conferita la grazia di aprire quando vuole. E ciò appunto insegnò S. Tommasov spiegando lo stesso testo; disse che Iddio a ciascuno la grazia necessaria alla salute, per corrispondere se vuole25: Deus voluntate sua liberalissima dat eam (scil. gratiam) omni praeparanti se (Apoc. 3. Ecce sto ad ostium, et pulso). Et ideo gratia Dei nulli deest, sed omnibus, quantum in se est, se communicat. Soggiungendo in altro luogoz: Hoc ad Divinam providentiam pertinet, ut cuilibet provideat de necessariis ad salutem.


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Sicché, come scrisse S. Ambrogiox, il Signore bussa alla porta, perché vuol veramente entrare; ma intanto non entra, o pure non resta nelle Anime nostre, perché noi gl'impediamo l'entrata, o pure entrato ne lo discacciamo: Quia enim venit, et januam pulsat, vult semper intrare; sed in nobis est quod non semper ingreditur, non semper manet26.

Quid est quod debui ultra facere vineae meae, et non feci? An expectavi ut faceret uvas, et fecit labruscas? Is. 5. 4. Dice il Bellarmino27 su questo passoaa: Si non dedisset facultatem ad faciendas uvas, quorsum diceret Dominus, Expectavi? E se Dio non desse a tutti la grazia necessaria per salvarsi, non avrebbe potuto dire agli Ebrei: Quid debui ultra facere? perché avrebbero potuto quelli rispondere, che in tanto non han dato frutto, perché è mancato loro l'aiuto a ciò necessario. Lo stesso dice il Bellarmino nel luogo citato su quelle parole di Gesù Cristo: Quoties volui congregare filios tuos... et noluisti? Matt. 23. 38. Quomodo voluit (dimanda il suddetto Cardinale) ut quaeratur a nolentibus, si eos non juvit ut possint velle?

Suscepimus Deus misericordiam tuam in medio templi tui. Psal. 47. 10. Commenta S. Bernardo28: In medio enim Templi misericordia est, non in angulo aut diversorio, quia non est personarum acceptio apud Deum; in communi posita est, offertur omnibus, et nemo illius expers, nisi qui renuitab.

An divitias bonitatis ejus... contemnis? ignoras quia benignitas Dei ad poenitentiam te adducit? Rom. 2. 429. Ecco che il peccatore per sua malizia non si converte, disprezzando le ricchezze della Divina Bontà che lo chiama, e non lascia di muoverlo colla sua grazia a convertirsi. Dio odia il peccato, ma nello stesso tempo non lascia di amare l'Anima peccatrice, mentr'ella vive su questa Terra, con darle l'aiuto necessario a salvarsi. Parcis autem omnibus, quoniam tua sunt, Domine, qui amas animas. Sap. 11. 28. Dal che si vede, dice il Bellarmino, che Dio non nega la grazia di resistere alle tentazioni a qualunque peccatore ostinato ed accecato che sia30: Auxilium ad novum peccatum vitandum semper omnibus


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adest vel immediate, vel mediate (cioè per mezzo dell'Orazione), quo possint a Deo majora praesidia impetrare, quibus adjuti peccata vitabuntac. A ciò fa ancora quel che dice il Signore per Ezechiele: Vigo ego, dicit Dominus Deus, nolo mortem impii, sed ut convertatur impius a via sua, et vivat. Ez. 33. 11. Lo stesso dice S. Pietro: Patienter agit propter vos, nolens aliquos perire, sed omnes ad poenitentiam reverti.. Petr. 3. 9. Se dunque Iddio vuole che tutti attualmente si convertano, necessariamente dee supporsi, che a tutti dia la grazia che loro bisogna per attualmente convertirsi.

So bene esservi Teologi31, i quali sostengono, che Iddio a certi peccatori ostinati neghi anche la grazia sufficiente; e tra l'altre si avvagliono d'una dottrina di S. Tommaso, il quale dice32: Quamvis autem illi, qui in peccato sunt, vitare non possint per propriam potestatem, quin impedimentum gratiae praestent vel ponant, ut ostensum est, nisi auxilio gratiae praeveniantur, nihilominus tamen hoc eis imputatur ad culpam, quia hic defectus ex culpa praecedente in eis relinquitur, sicut ebrius ab homicidio non excusatur, quod per ebrietatem committit, quam sua culpa incurrit. Praeterea, licet ille qui est in peccato, non habeat hoc in propria potestate, quod omnino vitet peccatum, habet tamen potestatem nunc vitare hoc vel illud peccatum, ut dictum est; unde quodcunque committit, voluntarie committit, et ita non immerito sibi imputatur ad culpamad. Da ciò vogliono, che il Santo intenda dire, che alcuni peccatori possono bensì evitare i peccati in particolare, ma non tutti i peccati, perché in pena de' peccati prima commessi son privati d'ogni grazia attuale.

Ma rispondiamo che in questo luogo S. Tommaso non parla della grazia attuale, ma dell'abituale, o sia santificante, mancando la quale il peccatore non può mantenersi per lungo tempo senza cadere in nuovi peccati, secondo insegna in più luoghiae. E che lo stesso intenda nel passo di sopra riferito, si vede chiaramente dal contesto delle parole che ivi premette, e che bisogna più distesamente registrare per intendere vero sentimento del Santo. Primieramente il titolo del citato Capo 160.

è questo: Quod homo in peccato exsistens sine gratia peccatum vitare non potest. Ecco che 'l titolo medesimo spiega non intendere altro il S. Dottore, se non che il medesimo che ha detto negli altri luoghi riferiti.


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Quindi nel citato luogoaf dice così: Cum enim mens hominis a statu rectitudinis declinaverit, manifestum est quod recessit ab ordine debiti finis... Quandocunque igitur aliquid occurrerit conveniens inordinato fini, repugnans fini debito, eligetur, nisi reducatur ad debitum ordinem ut finem debitum omnibus praeferat, quod est gratiae effectus. Dum autem eligitur aliquid quod repugnat ultimo fini, impedimentum praestat gratiae quae dirigit in finem: unde ab omni peccato, antequam pergratiam ad debitum ordinem manifestum est quod post peccatum non potest homo abstinere reducatur... Unde apparet stulta Pelagianorum opinio, qui dicebant, hominem in peccato existentem sine gratia posse vitare peccatum. Ed appresso poi scrive le parole di sovra già rapportate, Quamvis autem illi etc. di cui si servono i contrari. Sicché per prima l'intento di S. Tommaso non è di provare che alcuni peccatori son privi d'ogni grazia attuale, e con tutto ciò non potendo evitare ogni peccato, pure pecchino, e sian degni di pena, ma l'intento è di provare contro i Pelagiani, che l'Uomo stando senza la Grazia santificante non può astenersi di peccare. E già si vede che qui certamente parla il Santo della Grazia santificante, poiché questa è quella che solamente riduce l'Anima nell'ordine retto. Or di questa medesima Grazia santificante intende parlare, dicendo appresso, Nisi auxilio gratiae praeveniantur; volendo dire che se il peccatore non è prevenuto, cioè non è prima informato dalla Grazia, e ridotto nell'ordine retto di tenere Dio per ultimo fine, non può evitare di commetter nuovi peccati. E così l'intendono i Tomisti, come il Ferrariese in detto luogo, e 'l Gonetag 33 dichiarando questo medesimo luogo. Ma senza ricorrere ad altri, ciò si fa evidente da quello che dice lo stesso S. Tommaso nella Sommaah, dove parla dello stesso punto, e porta identice le stesse


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ragioni, colle stesse parole che scrisse nel libro Contra Gentes nel citato Capo 160, ed ivi espressamente non parla che della sola Grazia abituale o sia santificante.

E non poteva essere che il S. Dottore l'intendesse altrimenti, mentre Egli altrove da una parte insegna che a niuno manca mai la Divina Grazia, come dice commentando S. Giovanniai: Sed ne credas effectum ipsum esse ex remotione verae lucis, hoc excludens Evangelista subdit: Erat lux vera, quae illuminat omnem hominem. Illuminat scilicet Verbum, quantum de se est, quia ex parte sua nulli deest, imo vult omnes homines salvos fieri Quod si aliquis non illuminatur, ex parte hominis est avertentis se a lumine illuminante34. E dall'altra parte insegna non esservi peccatore così perduto ed abbandonato dalla grazia, che non possa deponer la sua ostinazione, e unirsi colla Divina Volontà, il che non può fare certamente senza l'aiuto della Grazia35: In statu viae nullus est qui mentis obstinationem non possit reponere, et sic Divinae voluntati conformarial. In altro luogo dice: Quandiu manet homini usus liberi arbitrii in hac vita... potest se praeparare ad gratiam de peccatis dolendoam. Il pentirsi de' peccati non può farsi senza la grazia. In altro luogo dice: Aliquis homo in statu viae non potest esse ita obstinatus in malo, quin ad suam liberationem cooperari possitan 36. Il cooperare importa necessariamente che vi sia l'aiuto della grazia. In altro luogo sulle parole di S. Paolo37, Vult omnes salvos fieri, dice: Ideo gratia Dei nulli deest, sed omnibus quantum in se est se communicatao. In altro sulle stesse parole dell'Apostolo, Vult omnes etc. dice: Deus quantum in se est, paratus est omnibus dare gratiam. Illi ergo soli gratia privantur, qui in seipsis gratiae impedimentum praestant; et ideo38 excusari non possunt, si peccentap.

E dicendo il Santo, Paratus est omnibus dare gratiam, non intende già parlare della grazia attuale, come di sopra abbiam veduto, ma della


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sola santificante. Onde giustamente il Cardinal Gottiaq confuta alcuni39, i quali dicono che Dio tiene apparecchiati appresso di sé gli aiuti sufficienti alla salute, ma in fatti non li a tutti. Che servirebbe all'infermo (dice questo dotto Autore), se 'l Medico solamente tenesse appresso di sé preparati i rimedi ma poi non volesse applicarglieli? Quindi parlando a proposito del nostro punto, conclude doversi necessariamente dire: Deus nedum offerre, sed etiam conferre singulis hominibus, et infidelibus, et induratis auxilia sufficientia, vel proxima, vel saltem remota, ad observanda praecepta40. Del resto dice S. Tommasoar che i soli peccati de' Demoni, e de Dannati non possono cancellarsi per la penitenza, ma all'incontro: Dicere quod aliquod peccatum sit in hac vita, de quo quis poenitere non possit, erroneum est... quia per hoc derogaretur virtuti Gratiae41. Se ad alcuno mancasse la Grazia, certamente non potrebbe pentirsi. Oltreché, come abbiam già veduto di sovra, lo stesso S. Tommaso insegna espressamente in più luoghi, specialmente nel commento al capo 12, di S. Paolo ad Hebr. che Dio a niuno nega in quanto a sé la grazia necessaria a convertirsi, dicendo: Gratia Dei nulli deest, sed omnibus quantum in se est, se communicat42. Onde con ragione asserisce il dotto Autore della Teologia ad uso del Seminario Petrocorenseas: Non nisi ergo calumniose S. Thomae inputari potest quod peccatores aliquos a Deo totaliter deseri docuerit. Parlando di tal punto il Cardinal Bellarmino43, saviamente distingue, e dice che in quanto all'evitare i nuovi peccati, ogni peccatore, ed in ogni tempo ha l'aiuto almeno mediato: Auxilium sufficiens ac necessarium ad vitanda peccata omnibus, et omni tempore, vel immediate vel mediate, a Divina benignitate praestatur...44 Dicimus vel-


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diate, quoniam certum est aliquos non habere auxilium, quo possint a Deo majora praesidia impetrare, quibus adjuti peccata vitabuntat.

In quanto poi alla grazia di convertirsi, dice che questa non è data in ogni tempo al peccatore, ma che niuno resterà mai abbandonato in tal modo, ut certo et absolute per omnem vitam destituatur auxilio Dei, ut de salute desperare possit.

E lo stesso dicono i Teologi Tomisti suoi Discepoli. Dice il dottissimo P. Domenico Sotoau: Certo certior sum, quin vero et certissimos credo semper fuisse sanctos Doctores, qui fuerint hoc nomine digni, neminem unquam a Deo fuisse derelictum, in hac mortali vita45. E la ragione è chiara, perché se il peccatore fosse affatto abbandonato dalla Grazia, o non potrebbero essergli più imputati a colpa i suoi peccati, seguendo egli a peccare, o pure resterebbe obbligato a ciò che non può adempire; ma è regola indubitata di S. Agostinoav, che non si pecca mai in ciò che non può evitarsi: Neminem peccare in eo quod nullo modo caveri potest46. E ciò è secondo quel che dice l'Apostolo: Fidelis autem Deus est, qui non patietur vos tentari supra id quod potestis, sed faciet etiam cum tentatione proventum, ut possitis sustinere. 1. Cor. 10. 13.

Quel proventum s'intende l'aiuto Divino, che il Signore sempre a' Tentati per resistere alla tentazione, come spiega S. Cipriano47: Faciet cum tentatione facultatem evadendiaz. E più chiaramente Primasio: Illud faciet provenire, quod poterimus sustinere; id est in tentatione roborabit gratiae praesidio, quo possitis eam sustinere48. Giungono a dire S. Agostino, e S. Tommaso, che Dio sarebbe iniquo e crudele, se obbligasse alcuno ad un precetto che non può osservare.

S. Agostino dice49: Peccati reum tenere quenquam, quia non fecit quod facere


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non potuit, summae iniquitatis estax. E S. Tommaso poi dice: Deus non est magis crudelis quam homo; sed homini imputatur ad crudelitatem, si obliget aliquem per praeceptum ad id quod implere non possit; ergo de Deo nullatenus est aestimandumba 50. Altrimenti poi dice il Santo è, quando ex ejus negligentia est, quod gratiam non habet, per quam potest servare mandatabb. Il che propriamente s'intende, quando l'Uomo trascura d'avvalersi della grazia rimota della Preghiera, con cui ben può ottenere la prossima ad osservare il precetto secondo quel che insegna il Tridentino: Deus impossibilia non jubet, sed jubendo monet et facere quod possis, et petere quod non possis, et adjuvat ut possis. Sess. 6. cap. 1351.

Quel che poi ha detto S. Agostino nel luogo citato, cioè che non v'è peccato in ciò che non può evitarsi, egli lo conferma in molti altri luoghi. In un luogo dice52: Sive autem iniquitas, sive justitia, si in potestate non esset, nullum praemium, nulla poena justa essetbc 53. In altro dice: Si denique his abstinendi ab opere suo potestas nulla conceditur, nullum peccatum eorum tenere possumusbd 54. In altro dice: Dat quidem ille (Daemon) consilium, sed Deo auxiliante nostrum est eligere vel repudiare quod suggerit; et ideo55 cum per Dei adjutorium in potestate tua sit, quare non magis Deo, quam ipsi obtemperare deliberas?be 55a In altro luogo dice56: Ex eo igitur quod o non accepit, nullus reus estbf. In altro57: Nemo vituperatione dignus, qui id


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non facit, quod facere non potestbg. Lo stesso58 dicono S. Girolamo: Nec ad virtutes, nec ad vitia necessitate trahimur; alioquin ubi necessitas est, nec damnatio, nec corona estbh 59. Tertulliano: Non enim poneretur lex ei, qui, non habet obsequium debitum legi in sua potestatebi 60. Marco Eremita: Occulta nobis opitulatur gratia;. verum in nobis situm est agere, vel non agere bonum pro potestatebl 61. Lo stesso dicono S. Ireneo, S. Cirillo Alessandrino, S. Giovan Grisostomo, ed altri62.

osta quel che dice S. Tommasobm, che ad alcuni si nega la grazia in pena del peccato originale: Auxilium (Gratiae) quibuscunque datur, misericorditer datur; quibus autem non datur, ex justitia non datur in poenam praecedentis, aut saltem originalis peccati, ut Augustinus dicitbn 63.

Poiché ben risponde il dottissimo Cardinal Gottibo 64, che S. Agostino, e S. Tommaso parlano della grazia prossima attuale a soddisfare i precetti della Fede, e della Carità, de' quali in fatti parla S. Tommaso in detto luogo; ma con ciò non intendono di negare, che il Signore a ciascuno la grazia interna, con cui almeno mediatamente possa impetrare la grazia della Fede, e della salute; poiché, come abbiam veduto di sopra, li mentovati Ss. Dottori non dubitano, che Dio concede a ciascuno la grazia almeno rimota a soddisfare i precetti. Aggiungasi in ciò l'autorità di S. Prosperobp, il quale scrisse: Adhibita semper est universis hominibus quaedam supernae mensura doctrinae, quae etsi parcioris gratiae fuit, sufficit tamen quibusdam ad remedium, omnibus ad testimonium65.

Né ciò poteva intendersi altrimenti, perché se mai fosse vero che alcuni peccassero, mancando loro anche la grazia sufficiente rimota,


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per causa del peccato originale che loro s'imputasse a colpa, dovrebbe dirsi che per peccare basta la libertà della volontà, che noi interpretativamente abbiamo avuta nel peccato di Adamo; ma ciò non può dirsi, perché sta espressamente condannato nella Proposizione I. di Michele Bajo, che diceva: Ad peccatum formale, et ad demerendum sufficit illa libertas, qua voluntarium ac liberum fuit in causa sua, peccato originali, et libertate Adami peccantis66. Contro la quale Proposizione ben fa quel che scrisse il Cardinal Bellarminobq 67 che per commettere un peccato personale distinto dal peccato di Adamo vi bisogna un nuovo esercizio di libertà, ed una libertà distinta dalla libertà di Adamo, altrimenti non è distinto peccato, secondo la dottrina di S. Tommaso, che insegna; Ad peccatum personale requiritur potentia absoluta personalisbr. Oltreché a rispetto de' Battezzati ha dichiarato il Concilio di Trento, che in essi niente resta di dannazione: In renatis nihil odit Deus, quia nihil est damnationis iis, qui vere consepulti sunt cum Christo per Baptisma in mortem. E soggiunge, che la concupiscenza non è lasciata per pena, ma ad agonem relicta est, quae nocere non consentientibus non valet. Sess 5. In Decr. de pecc. Orig.68. La concupiscenza lasciata all'incontro molto nocerebbe all'Uomo, se per causa di quella Dio negasse agli Uomini anche la grazia rimota ad ottener la salute.

Da tutto ciò che si è detto, concludono più Teologi, che il dire che Iddio neghi ad alcuni l'aiuto bastante a soddisfare i Precetti, sarebbe contro la Fede, poiché Iddio gli obbligherebbe all'impossibile; così dice il P. Nugnez69: Deus nunquam denegat auxilium sufficiens ad implenda praecepta, alias nullo pacto possent impleri; et sic rediret Lutheri haeresis, quod Deus obligavit hominem ad impossibilebs 70. Ed in altro luogo dice: Fidei est, ita ut oppositum sit haeresis manifesta, quod omnis homo, dum est in via, potest poenitentiam agere de peccatis71. E 'l P. Ledesma72: Certum est


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secundum Fidem, quod non est peccatum, quod non est in hominis libera potestatebt.

Dice Giovenino73, che allora il peccatore si fa reo per la libertà d esercizio, in eleggere volontariamente questo o quel peccato, benché allora necessariamente pecchi, mancando la grazia attuale che basti a liberarlo da ogni peccato. Ma questa dottrina, cioè che un uomo caduto pecchi, non avendo altra libertà che di sciegliere quel peccato che vuol fare, ma necessitato a peccare, giustamente fa orrore al dotto Monsignor di Saleon Arcivescovo di Vienna di Francia, il quale nel suo Libro Jansenismus redivivus, scrisse così: Quis patietur audire posse hominem lapsum absente gratia, non alia gaudere libertate, praeter eam qua cum necessitate ad peccandum potest unum prae alio eligere?bu 74. Dunque un Condannato a morte, che non ha altra libertà che di sciegliere il ferro, il veleno, o il fuoco che debba ucciderlo, dovrà dirsi che questi, eleggendo la sua morte, volontariamente e liberamente muore? E come mai può imputarsi a colpa il peccato a colui, quando è necessitato a peccare o d'uno, o d'altro modo? Fu dannata la Proposizione 67. di Bajo che diceva: Homo peccat etiam damnabiliter in eo quod necessario facit75. Dov'è la libertà, dove vi è la necessità di peccare? Risponde Giansenio, che basta a peccare la libertà di volontà, che noi interpretativamente abbiamo avuta nel peccato di Adamo. Ma ciò anche fu condannato nella Proposizione I. dello stesso Bajo: Ad peccatum formale, et ad demerendum, sufficit illa libertas, qua voluntarium ac liberum fuit in causa sua, peccato originali, et Iibertate Adami peccantis76.

Sieguono a dire i Contrari77, che il peccatore abbandonato dalla Grazia, quantunque non possa evitare tutt'i peccati mortali collective, può nondimeno evitare ciascun peccato distributive, cioè singolarmente parlando, per simplicem suspensionem seu negationem actus, come dicono. Ma ciò non può ammettersi per più ragioni. Per I. perché quando urge una tentazione veemente, che richiede molto sforzo a resistere, non può moralmente ella superarsi (come dicono tutt'i Teologi) se non


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coll'aiuto della Grazia, oppure coll'appigliarsi ad un'altra passione viziosa opposta, sicché un tal peccatore privo della Grazia sarebbe allora senza rimedio necessitato a peccare o d'uno o d'altro modo; il che fa orrore a dirlo, come si è detto di sovra. Per 2. quando preme una gran concupiscenza peccaminosa in una materia, non sempre, anzi rare volte v'è altro motivo disordinato in contrario, che abbia tal forza d'indurre l'Uomo ad astenersi di consentire a quella; per lo che quando manca questo motivo opposto, già allora sarebbe necessitato il peccatore a commetter quel male in particolare a cui si sente inclinato. Per 3. quel l'astenersi dal peccato per simplicem negationem actus, come dicono, appena può figurarsi ne' Precetti negativi, ma affatto non può aver luogo, come ben riflettono il Tournely78, e 'l Cardinal Gotti, allorché urge qualche Precetto positivo di adempire alcun atto soprannaturale, siccome sono gli atti di Fede, di Speranza, d'Amore, e di Contrizione, poiché essendo questi atti soprannaturali, necessariamente per adempirli vi bisogna l'aiuto soprannaturale Divino. Sicché almeno in tal caso, mancando la Grazia, l'Uomo peccherebbe necessariamente, non soddisfacendo a tal Precetto positivo, ancorché non potesse evitar il peccato. Ma asserire ciò, dice il P. Bannezbv esser contro la Fede: Quotiescunque aliquis peccat (sono le sue parole), necesse est ut ille de facto receperit Divinam inspirationem. Haec conclusio asseritur a nobis certa secundum Fidem, quia nemo peccat, propter quod non facit, quod facere non potest, ut certum est secundum Fidem; sed homo cui nihil datum est, quam quod ad naturam humanam pertinet, non habet unde possit operari supra naturam, ergo non peccat non operando aliquid supernaturale79.

vale a dire, che se quel peccatore è privo della Grazia, n'è privo per colpa sua; e perciò, ancorché sia abbandonato dalla Grazia, pur egli pecca. Poiché ben risponde a ciò il Cardinal Gotti, che 'l Signore può giustamente punire un tal peccatore per le colpe prima commesse, ma non già per le trasgressioni che farà in avvenire circa que' precetti che non può più adempire. Se un Servo, dice il suddetto Autore, fosse mandato ad un luogo, e quegli per sua colpa cadesse in un fosso, potrebbe


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bensì castigarlo il Padrone per la sua trascuraggine in cadere, ed anche per la colpa futura di non volere ubbidire, se gli desse i mezzi (come la fune, o la scala) per uscire dal fosso, e quegli non volesse avvalersene; ma supposto che 'l Padrone non gli porgesse l'aiuto per uscire, sarebbe egli un tiranno se volesse imporgli, che proseguisse il cammino, e 'l castigasse se nol proseguisse. Quindi conclude: Cum ergo homo peccando in foveam lapsus impotens factus sit prosequendi iter ad aeternam salutem, esto ipsum possit ob talem culpam punire, et similiter si gratiam, qua fiat potens, oblatam respuet; sed si Deus ipsum in sua impotentia relinquere velit, non poterit nisi injuste obligare, ut viam percurrat, et nisi percurrat punirebz 80.

Oppongono poi molti testi della Scrittura, dove par che si dichiari questo Divino abbandono. Excaeca cor populi hujus... ne forte videat, et convertatur, et sanem eum. Isa. 6. 10. Curavimus Babylonem, et non est sanata, derelinquamus eam. Jer. 51. 9. Appone iniquitatem super iniquitatem eorum, et non intrent in justitiam tuam. Psalm. 68. 28. Propterea tradidit illos in passiones ignominiae. Rom. 1. 26. Ergo (Deus) cujus vult miseretur et quem vult indurat. Rom. 9. 18. Ed altri simili. Ma a tutti questi passi comunemente e facilmente si risponde, che nelle sacre Scritture spesso le Divine permissioni si chiamano operazioni; onde per non bestemmiare con Calvino, che Iddio positivamente destini e determini alcuni a peccare, bisogna dire che permette, che alcuni peccatori in pena delle loro colpe da una via siano combattuti da veementi tentazioni (ch'è il castigo da cui preghiamo il Signore nel Pater noster a liberarci con quelle

parole, Et ne nos inducas in tentationem); e dall'altra ch'essi restino moralmente abbandonati nel loro peccato; in modo che la loro conversione, e la resistenza che potrebbero fare alle tentazioni, sebbene non sia impossibile e disperata, nondimeno per loro difetto, e per li mal'abiti fatti, si rende molto difficile, poiché posti in tal rilasciamento di vita non avranno eglino che desideri e moti molto deboli e rari per resistere a' loro mal'abiti, e per rimettersi in via di salute. E quest'è quella ostinazione imperfetta, in cui resta indurito il peccatore, e della quale parla S. Tommasobx 81 dicendo: Induratum esse eum, qui non de facili


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possit cooperari ad hoc quod exeat de peccato; et haec est obstinatio imperfecta quia aliquis potest esse obstinatus in statu viae, dum scilicet habet ita firmatam voluntatem in peccato, quod non surgunt motus ad bonum nisi debiles. Da una parte la mente oscurata; la volontà fatta dura alle Divine ispirazioni, ed attaccata a' piaceri de' sensi, sicché vilipende e nausea i beni spirituali: le passioni e gli appetiti sensibili, che per li mal'abiti fatti dominano nell'Anima; dall'altra parte i lumi e le chiamate di Dio, che rendonsi poco efficaci a muovere per colpa dell'Anima, a cagion del disprezzo e mal uso ch'ella ne ha fatto, anzi che vi sente una certa avversione, per non voler esser disturbata ne suoi diletti sensuali; tutte queste cose costituiscono poi l'abbandono morale, in cui posto il peccatore con somma difficoltà può uscire dal suo misero stato, e ridursi a fare una vita ordinata.

Per uscire, e passare in un tratto da un tal disordine a stato di salute, vi bisognerebbe una grazia abbondante, e straordinaria; ma Dio questa grazia a tali peccatori ostinati rare volte la concede. La concede tal volta per alcuni, dice S. Tommasoca, eleggendoli per vasi di misericordia, secondo scrive l'Apostolo, affin di far nota la sua Bontà; ma ad altri giustamente la nega, e gli lascia nel loro infelice stato, per dimostrare la sua Giustizia, e la sua Potenza: Interdum (dice l'Angelico) ex abundantia bonitatis suae etiam eos qui impedimentum Gratiae praestant, auxilio suo praevenit, convertens eos etc. Et sicut non omnes caecos illuminat, nec omnes languidos sanat, ita non omnes qui Gratiam impediunt, auxilio suo praevenit ut convertantur... Hinc est quod Apostolus dicit (Rom. 9. 22): Deus volens ostendere iram, et notam facere potentiam suam sustinuit in multa patientia vasa irae apta in interitum, ut ostenderet divitias gloriae suae in vasa misericordiae, quae preparavit in gloriam. Indi soggiunge il Santo Dottore: Cum autem Deus hominum qui in eisdem peccatis detinentur, hos quidem praeveniens convertat, illos autem sustineat, sive permittat secundum ordinem rerum procedere, non est ratio inquirenda, quare hos convertat, et non illos. Hinc est quod Apostolus dicit (Rom. 9. 21): An non habet potestatem figulus luti ex eadem massa facere aliud quidem vas in honorem, aliud vero in contumeliam?


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Non neghiamo dunque, per concludere questo punto, darsi l'abbandono morale di alcuni peccatori ostinati, sicché la loro conversione sia moralmente impossibile, cioè difficilissima. E questo per altro ben può bastare al buono intento degli Avversari in difender la loro sentenza, cioè di metter freno a' Malviventi, ed indurli a ravvedersi, prima che giunghino a cadere in tale statodeplorabile. Ma è crudeltà poi (ben dice il Pretrocorense82) voler loro togliere ogni speranza, e affatto chiuder la via della salute, con volerli caduti nell'abbandono totale, sicché restino privi d'ogni grazia attuale per evitare i nuovi peccati, e per convertirsi, almeno mediatamente per mezzo della Preghiera (che non si nega a niuno mentre vive, come nel seguente dimostreremo), colla quale possono ottener poi gli aiuti abbondanti per mettersi in istato di salute; giacché il timore dell'abbandono totale, non solo gl'indurrebbe a disperarsi, ma anche a più rilasciarsi ne' vizi, credendosi affatto destituti dalla Grazia, sì che83 non restasse loro più alcuna speranza di evitar la dannazione eterna.




a Idem I. Sent. Dist. 46. q. I. a. I.



1 [fonte:7-10.] Da DE SERRE, loc. cit., 288.



b Innoc. I. In Epist. ad Conc. Carthag.



2 [fonte:14-15.] TOURNELY, op. ci., I, q. VIII, art. I, 592.

[14-15.] INNOC. I, Rescriptum ad Conc. Carhag., MANSI, III, 1073; COELESTINI PP. ad Episc. Galliae Epist. I = Praeteritorum Sedis Apost. auctor. de gratia, n. 6; MANSI, IV, 460.



c Caelestin. P. Epist. ad Gallos num. 6.



d S. Cyrill. Alex. lib. II. de Juda pag. 976.



3 [fonte:2-5.] PETAU, op. cit., VI, lib. XIII, c. II, n. III.

[2-5.] S. CIRILLO ALESS., In Jo. Ev., lib. XI, c. 17, v. 12-13; PG 74, 523.



e S. Chrysost. Hom. 16. in Epist. ad Rom.



4 [fonte:9-22.] Da PETAU, op. cit., VI, lib. XIII, c. I, n. III, V.



5 [9-15.] S. GIOV. CRISOST., Hom. 16 in Epist. ad Rom., ed. Savile, 1612, III, 144; trad. diversa in PG 60, 56 (n. 6).



f Idem Homil. 33.



6 [16-19.] ID., Hom. 33 contra haereticos, et in petitionem matris filiorum Zebedai, ed. Savile, V, 212; trad. diversa in PG 48, 775 (VIII, n. 5).



g S. Isid. Pel. lib. 2. Epist. 280.



7 [19-21.] S. ISID. PELUS., Epistolae, lib. II, Epist. 170, ed. Morel, Parisiis 1635, 243; trad. diversa in PG 78, 699.



h S. Cyrill. Jeros. Catech. 18./



8 [21-22.] S. CIRILLO SI GERUS., Cath. 18, ed. Morel, Parisiis 1608, 224; PG 33, 1051-1054.



ha Jansen. tom. 3. l. 3. c. 1. de Gratia Christi.



9 [fonte:25.] TOURNELY, op. cit., I, q. XVII, art. X, Prob. III, 503.

[25.] GIANSENIO, Augustinus, III, De gratia Christi, lib. III, c. XX, 161 (c).



10 [fonte:2-7.] TOURNELY, loc. cit.



11 [5.] S. AGOST., Contra Julianum, lib. I, c. IV, n. 14; PL 44, 648-649.



i S. Hier. Epist. ad Cyprian.



12 [fonte:17-19.] Da GRANDIN, Opera theol., II, De gratia, q. III, sect. III, 139-140; D' AGUIRRE, Theol. S. Anselmi, III; Tr. VII, disp. 133, sect. I, n. 6, p. 682.

[17-18.] S. GIROL., Epist. 140., ad Ciprianum presb., n. 6; PL 22, 1169.



l S. Ambros. in Ps. 118. ad vers. 89.



13 [fonte:19-21.] PETAU, loc. cit., n. XIII.

[19-21.] S. AMBROGIO, In Ps. 118, v. 89, n. 13; PL 15, 1364.



m S. Leo Serm. 16. de Pass.



14 [fonte:21.] TOURNELY, op. cit.., III, q. VIII, art. II, concl., 617.

[21.] S. LEONE M., Sermo 68 (al. 16) de Pass. dom., c. VI; PL 54, 371.



n S. Hilar. lib. 2. de Trinit. in fine.



15 [fonte:22.] PETAU, loc. cit., c. II, n. VIII.

[22.] S. ILARIO, In Ps. 59, n. 4; PL 9, 385.



o Innoc. I. Ep. ad Conc. Carth.



15a [fonte:23-24.] TOURNELY, loc. cit.; D'AGUIRRE, loc. cit.

[23-24.] INNOC. I, Rescriptum ad Conc. Carhag.; MANSI, III, 1073.



p S. Aug. Lib. 3. De lib. arb. cap. 19. n. 53.



16 [1-4.] S. AGOST., De lib. arb., lib. III, c. XIX, n. 53; PL 32, 1297.



17 [fonte:1-7.] TOURNELY, loc. cit., 617; GOTTI, op. cit., III in I S. Th., q. II, dub. III, § III, n. 16, 190.



q Idem lib. 3. cap. 22. num. 65.



18 [4-7.] ID., ibid., c. XXII, n. 65; PL 32, 1303.



19 [fonte:13-15.] TOURNELY, loc. cit., 618.

[13-15.] S. AGOST., De nat. et gratia, c. 67, n. 80: «Quis enim peccat in eo quod caveri nullo modo potest? Peccatur autem: caveri ergo potest.... Potest peccatum caveri, sed opitulante illo, qui non potest falli»; PL 44, 286-287; cfr. ID., De lib. arb., lib. III, c. 68, n. 50; PL 32, 1295.



20 [fonte:19-28.] DE SERRE, op. cit., I, 288, 291; TOURNELY, loc. cit., 510, 521.



r S. Thom. in epist. ad Hebr. cap. 12. lect. 3.



s Idem Quaest. 14. de Verit. art. II. ad I.



21 [fonte:7-9.] Da SFONDRATI, op. cit., 43.

[7-9.] S. TOM., In Ev., Jo., c. 6, lect. 5, n. 3.



t Scotus I. Sent. Dist. 46. quaest. un. ad I. arg.



22 [fonte:9-11.] TOURNELY, op. cit., I, loc. cit., 513.



u Conc. Col. Ani 1636. p. 73. c. 32.



23 [fonte:11-14.] TOURNELY, op. cit., III, loc. cit., 514.

[11-14. e Nota (b=u)], corrige: Conc. Coloniense anni 1536, P. 7, c. 32; MANSI, XXXII, 1264.



24 [20.] BELLARMINO, De gratia et lib. arb., lib. I, c. XI, Opera, Lugduni 1721, IV, 226.



v S. Thom. in cap. 12. Epist. ad verba: Contemplantes etc.



25 [fonte:25-29.] Da TOURNELY, op. cit., I, loc. cit., 510, 521; DE SERRE, op. cit., I, loc. cit., 288, 291; GONET, op. cit., I, disp. IV, art. V, § I, 257.



z Idem quaest. 14. de Verit. art. II. ad I.



x S. Ambr. in Ps. 118 ad vers. 89.



26 [fonte:4-5.] PETAU, op. cit., VI, lib. XIII, c. II, n. XIII.

[4-5.] S. AMBROGIO, In Ps. 118, v. 89, n. 13; PL 15, 1364.



27 [8-16.] BELLARMINO, loc. cit.



aa Bellarm. tom. 4. lib. I. cap. II.



28 [18-20.] S. BERNARDO, In Purif. B. M. V., Sermo I, De triplici miseria, n. 2; PL 183? 366.



ab S. Bern. Serm. in Purif. B. M. Virg.



29 [21-22.] «Aut divitias bonitatis eius, et patientiae, et longanimitatis contemnis? ignoras quoniam....»



30 [29-30/1-2.] Testo riassunto: BELLARMINO, loc. cit., lib. II, c. VII, 240.



ac Bellarm. tom. 4. contr. 3. lib. 2. cap. 8.



31 [10.] Cfr. G; JUENIN, Instit. theol., Pars VI, diss. I, art. III, 117 ss.



32 [13-21. e Nota (b=ad)], S. TOM., Contra gentes, lib. III, c. 160.



ad S. Thom. lib. contra Gentes cap. 160.



ae Idem quaest. 24. de Verit. artic. 12. et I. 2. q. 109. art. 8.



af S. Th. cit. lib. Contra Gentes cap. 160.



ag Gonet tom. 4. tract. 8. art. 6. § I.



33 [23-24.] S. Thomae Aquin. Opera omnia, ed. Leoniana, XIV, 1926, Summa contra gentiles cum commentariis F. De Sylvestris Ferrariensis, lib. III, c. 160, Comm., I, n. 3., 467: «.....loquitur de potentia propinqua, qua dicitur liberum arbitrium posse aliquid immediate, sive ex se solo sive etiam ex conditionibus sibi superadditis.... Sic enim intelligitur dictum Sancti Thomae: scilicet quod liberum arbitrium, supposita inordinatione peccati praeteriti et iis quae ad ipsam consequuntur, non habet in potestate sua vitare peccatum, potentia scilicet propinqua». N. 4: «Post peccatum, non potest homo abstinere ab omni peccato nisi per gratiam reparetur». GONET, Clypeus, IV, Tr. VIII, disp. I, art. VI, § I, 45-46: «Ut homo in statu naturae lapsae diu vitet omnia peccata mortalia.... requiritur gratia justificans».



ah S. Th. I. 2. q. 109. a. 8.



ai Idem in Joan. cap. I. Lect. 5. ad verba: Erat Lux.



34 [fonte:6-11.] Da GOTTI, op. cit., III in I S. Thom., q. II, dub. III, § II, n. IX, 187.



35 [fonte:14-20.] Da GOTTI, loc. cit., § IV, n. XXX, 194; n. XXXV; 196.



al S. Thom. I. Sent. Dist. 48. q. I. a. 3. ad 2.



am Idem. In 4. Sent. Dist. 20. q. I. a. I. qu. I.



an Idem in cap. 12. ad Hebr. Lect. 3.



36 [18-20.] S. TOM., De veritate, q. 24, a. 11.



37 [fonte:22-26.] DE SERRE, op. cit., I, 288; SFONDRATI, op. cit., 43.



ao Idem Lib. 3. contra Gentes c. 159.



38 [25-26.] Le parole «et ideo excusari non possunt, si peccent», sono del DE SERRE, op. cit., I, 288.



ap Idem ibid. in fin.



aq Card. Gotti tom. I. Theol. tract. 5. q. 2. D. 3. § 2. n. 8.



39 [1.] «confuta alcuni», cioé BANEZ, Schol. Comment. in I Part. D. Th., Lugduni 1588; q. 23, art. 3, VIII Concl., 474: «Si utamur verbo dare prout est correlativum verbi accipere, Deus non dat omnibus auxilium supernaturale gratiae praeparantis vel ad credendum vel ad poenitentiam agendum»; IX Concl., 475: «Nihilominus vere dicitur Deus paratus dare omnibus hominibus quamdiu sunt in hac via auxilium, quo fiant potentes converti». La stessa dottrina con le stesse parole ad litt. in GONET, Clypeus...., II, De praedest., disp. V, art. V, °° I-II, 61-62.



40 [7-9.] GOTTI, loc. cit., 187, 196.



ar S. Thom. 3. p. q. 86. a. I.



41 [fonte:11-12.] GOTTI, loc. cit., § II, n. XXXI, 195.



42 [17-18.] Testo comune: DE SERRE, loc. cit., 288; SFONDRATI, op. cit., 44; GONET, loc. cit., 257; TOURNELY, op. cit., I, loc. cit., 510.



as Petroc. tom. I. cap. quaest. 4.



43 [19-21.] DE SERRE, op. cit., I, 289.



44 [23-25/1-2.] S. BELLARMINO, loc. cit., c. VII, 240.



at Bellarm. Tom. 4. Controv. 3. l. 2. c. 5.



au Sotus Lib. I. de Nat. et Grat. cap. 18.



45 [fonte:8-10.] Da DE SERRE, op. cit., I, 285.

[8-10.] D. SOTO, De natura et gratia, lib. I, c. XVIII, 44.



av S. Aug. de Nat. et Grat. cap. 68. Et de lib. arb. l. 3. n. 46.



46 [fonte:15.] TOURNELY, op. cit., III, q. VIII, art. II, 618.

[15.] S. AGOST., De nat. et gratia, c. 67, n. 80; PL 44, 286; ID., De lib. arb., lib. III, c. 18, n. 50; PL 32, 1295.



47 [fonte:20-22.] TOURNELY, ibid., art. I, 573-574.

[20.] S. CIPRIANO, Ad Quirinum, test. adv. Judaeos, lib. III, c. 91; PL 6, 774.



az S. Cypr....



48 [21-22.] Fusione di due testi diversi: PRIMASIO, In Epist. I ad Cor., 10, 13: «Illud vobis faciet provenire, quod poteritis sustinere», PL 68, 530; TOURNELY, op. cit., III, 574: «id est, in tentatione ipsa roborabit vos, ac confirmabit gratiae suae abundanti praesidio, quo possitis eam sustinere».



49 [fonte:25/1.] FORTUN. DA BRESCIA, Corn. Jansenii systema conf., n. 198, p. 255.

[25/1.] S. AGOST., De duabus anim., c. 12, n. 17; PL 42, 107.



ax S. Aug. lib. 2. de Anima cap. 12. n. 17.



ba S. Thom. in 2. Sent. Dist. 28. q. I. art. 3. in arg. ad Contra.



50 [fonte:1-4.] Da GOTTI, loc. cit., § III, n. XVIII, 190; cfr. GONET, op. cit., I, 258; DE SERRE, op. cit., I, 290.



bb Idem quaest. 24. de Verit. art. 14. ad 2.



51 [9-10.] Conc. trid., Sess. VI, c. XI; DBU, n. 804; cfr. S. AGOST., De nat. et gratia, c. 43, n. 50: «Non igitur Deus impossibilia jubet, sed jubendo admonet, et facere quod possis», sono del Conc.



52 [fonte:13-19.] PETAU, op. cit. I, lib. V, De voluntate Dei, c. III, n. IX.



bc S. Aug. lib. 22. contra Faust. cap. 88.



53 [13-14.] S. AGOST., Contra Faustum manich., lib. 2, c. 78: «Sive autem iniquitas sive justitia, nisi esset in voluntate, non esset in potestate. Porro si in potestate non esset, nullum praemium, nulla poena justa esset»; PL 42, 451.



bd Idem lib. I. Retract. cap. 15.



54 [14-16.] ID., Retract., lib. I, c. 15, n. 6; PL 32, 610; cfr. ID., De duabus anim., c. 12, n. 17; PL 42, 107.



55 [16-19.] Ps.-s. S. AGOST. (ma CESARIO DI ARLES; DEKKERS, Clavis, n. 368, 1008), Sermo 253 (al. 12 ex Hom. 50), n. 3: «Et ideo cum per Dei adiutorium in potestate tua sit, utrum consentias diabolo, quare non magis Deo, quam ipsi obtemperare deliberas?.... Dat quidem ille consilium....»; PL 39, 2213.



be Idem Hom. 12. de 50.



55a [19-20.] S. AGOST. De lib. arb., c. XVI, n. 45: PL 32, 1293.



56 [fonte:19-20/1.] da FORTUN. DA BRESCIA, op. cit., n. 229, p. 304.



bf S. Aug. lib. 2. de Anima cap. 21. num. 4.



57 [20/1.] ID, De duabus anim., c. XI, n. 15: «Unde discerem neminem vituperatione suppliciove dignum, qui.... id non faciat quod facere non potest?»; PL 42, 105.



bg Idem in eod. cap. II.



58 [fonte:1-7.] PETAU, op. cit., I, lib. V, cit., c. III, nn. I- VIII.



bh S. Hieron. lib. 2. cont. Jovin.



59 [1-3.] S. GIROL., Contra Jovin., lib. III, n. 3; PL 23, 286.



bi Tertull. lib. 2. cont. Marcian. cap. 5.



60 [3-4.] TERTULL., Adv. Marcionem, lib. II, c. V.; PL 2, 290.



bl Marc. Erem. de Justif. et Oper.



61 [4-6.] MARCO EREM., De justitia ex operibus, n. 56; PG 65, 938.



62 [6-7.] Citazioni del Petau: s. IRENEO, Adv. haer., lib. IV, c. LXXI, LXXII, trad. e red. di Erasmo, Divi Irenaei contra haereses, Parisiis 1545, 315, 316; 418-423; trad. e dispos. diversa nella PG 7, 983 (c. V.), 1099-1102 (c. XXXVII). s. CIRILLO ALESS., De adoratione in spiritu et ver., lib. I; PG 68, 146. s. GIOV. CRISOST., Hom. XVI in I ad Cor., 3, 17; PG 61, 117; ID., Hom. XVIII in id., 6, 15; ibid., 147.



bm S. Thom. 2. 2. q. 2. art. 5. ad I.



bn S. Aug. lib. de Corrept. et Grat. cap. 5. et 6. alias 11.



63 [11.] S. AGOST., De corrept. et gratia, c. XI, n. 32; PL 44, 935-936.



bo Gotti Theol. tr. 5. q. 2. dub. 3. num. 51. et 52.



64 [12.] GOTTI, op. cit., § VI, n. 51, 52, p. 201.



bp S. Prosp. de Vocat. Gent. cap. 5.



65 [fonte:20-22.] TOURNELY, op. cit., III, q. VIII, art. III, Concl., 624.

[20-22.] S. PROSPERO D' AQUIT., De vocatione gentium, lib. II, c. XV; PL 51, 700.



66 [5-7.] DBU, n. 1291: è di Giansenio e seguaci, Arnauld, Sinnich ecc., cfr. LE BACHELET, Alexandre VIII, in DThC, I, 752.



bq Bellarm. Contr. lib. 2. de Grat. et lib. arb. cap. 7.



67 [8.] S. BELLARMINO, loc. cit., IV, 242.



br S. Thom. in 2. Sent. Dist. 20. q. I. a. 2 in corp.



68 [14-17.] Conc. trid., Sess. V, Decr. cit., n. 5; DBU, n. 729.



69 [fonte:24-28/ 1-2.] Da TOURNELY, loc. cit., q. VII, art. II, Concl., 518; ibid., q. VIII, art. IV, Concl., 637-638.



bs P. Nugnez. I. 2. quaest. 109. art. 8.



70 [24-26.] Piuttosto ZUMEL (in Tournely, loc. cit., CUMEL), In primam partem S. Thom. Comm., q. 109, a. 8, dub. IV, I Concl., Prop. II, 165 (B).



71 [26-28.] D. NUNEZ DE CABESUDO, Comm. ac disput. in tertiam partem S. Thom., q. 86, a. I, 63 (B).



72 [28/1-2.] PETRUS DE LEDESMA, Tractatus de divinae gratiae auxiliis, Q. Unica, art. 16, p. 606.

Pag. 111.



bt P. Ledesm. de Auxil quaest. unic. art. 19.



73 [3.] G. JUENIN, Instit. theol. ad usum semin., II, Pars VI, Diss. I, q. VI, c. V, art. 3, Ob. 2, p. 123-124.



bu Jansen, rediv. pag. 193.



74 [10-12.] (YSE DE SALEON), Jansenismus redivivus in scriptis PP. FF. Bellelli et Berti, P. II, art. VI, n. VIII, 193.



75 [18.] DBU, n. 1067.



76 [22-24.] Cfr. sopra, p. 110, (5-7).



77 [fonte:25-28.] da TOURNELY, loc. cit., art. IV, 634, 636.



78 [12.] TOURNELY, loc. cit., 636; GOTTI, op. cit., q. II, Dub. III, § II, n. XII; § III, n. XVIII, p. 188, 190.



bv P. Bannez. in I. p. q. 23. a. 3.



79 [fonte:19-25.] Da TOURNELY, loc. cit., 637.

[19-25.] Testo riassunto: D. BANEZ, Schol. Comm. in I S. Thom., ed. cit., q. 23, a. 3, Dub. III circa V Concl., III Concl., 471-472.



bz Gotti Theol. tom. I. q. 2. Dub. 3. § 3. n. 22. pag. 261.



80 [6-11.] GOTTI, loc. cit., 191-192.



bx S. Thom. quaest. 24. de Verit. art. II.



81 [fonte:33/1-3.] Da TOURNELY, loc. cit., 635.

[33/1-3.] S. TOM., De verit., q. 24. a. II c.: «Obstinatio importat firmitatem in peccato, per quam aliquis a peccato reverti non possit. Quod.... potest intelligi dupliciter: uno modo.... Alio modo ita quod non de facili.....».



ca S. Thom. lib. 3. contra Gent. cap. 161.



82 [7.] DE SERRE, op. cit., I, lib. III, q. IV, 278-279.



83 [15.] sì che) sicché VR.






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