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S. Alfonso Maria de Liguori
Del sacrificio di Gesù Cristo

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Testo


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1. Quest'aggiunta del Sacrificio di Gesù Cristo confesso averla tratta ed epilogata da un'opera di un dotto autor francese.1 L'opera è alquanto piena e distesa; e perché può ella giovare non solo a' sacerdoti che celebrano la Messa, ma anche ad ognuno che vi assiste, perciò ho procurato di darne al pubblico


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il seguente ristretto. Si è detto del Sacrificio di Gesù Cristo, perché quantunque da noi si distingue con diversi nomi, il sacrificio della croce dal sacrificio dell'altare, non di meno in sostanza è lo stesso, poiché la stessa è la vittima, e lo stesso è il sacerdote, che un giorno sagrificò se stesso nella croce, e solamente la ragion di offerire è diversa; sicché il sacrificio dell'altare è una continuazione o sia innovazione di quello della croce, solo nel modo di offerire diverso.2

2. Di questo sacrificio del nostro Redentore furono già figure tutti i sacrifici dell'antica legge, quali erano di quattro sorte: pacifici, eucaristici, espiatori ed impetratori. I sacrifici pacifici furono istituiti a rendere a Dio l'onore dovuto di adorazione come supremo Signore del tutto, e di tal sorta già erano gli olocausti. -Gli eucaristici erano diretti a ringraziare il Signore di tutti i benefici a noi concessi. -Gli espiatori furono ordinati ad impetrare il perdono de' peccati. Questa sorta di sacrifici era poi specialmente figurata nella festa dell'espiazione, colla figura del capro emissario, che veniva scacciato dal campo alla foresta, come carico di tutti i peccati degli ebrei, per esser colà divorato dalle fiere; e questo sacrificio fu una figura più espressa del sacrificio della croce, dove Gesù Cristo fu caricato di tutti i peccati degli uomini, come predisse Isaia: Et posuit Dominus in eo iniquitates omnium nostrum (Is. LIII, 6). E fu scacciato vituperosamente fuori di Gerusalemme, onde scrisse l'Apostolo: Exeamus igitur ad


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eum extra castra, improperium eius portantes (Hebr. XIII, 13). E poi fu abbandonato alle fiere, si intende a' Gentili, che lo crocifissero. -Finalmente i sacrifici impetratori erano ordinati affin di ottenere da Dio gli aiuti e le sue grazie.

3. Or tutti questi sacrifici non ebbero più luogo nella venuta del Redentore, poiché il solo sacrificio di Gesù Cristo, che fu perfetto, a differenza degli antichi ch'erano tutti imperfetti, bastò a soddisfare per tutti i peccati e ad impetrare agli uomini tutte le grazie. Quindi entrando egli nel mondo, disse: Hostiam et oblationes noluisti, corpus autem aptasti mihi. Holocautomata pro peccato non tibi placuerunt. Tunc dixi: Ecce venio: in capite libri scriptum est de me: ut faciam, Deus, voluntatem tuam (Hebr. X, 5 ad 8). E così noi con offerire a Dio il sacrificio di Gesù Cristo veniamo a compire tutti i nostri doveri, ed a riparare a tutti i nostri bisogni; e così insieme veniamo a conservare un santo commercio fra noi e Dio.

4. In oltre bisogna intendere che nell'antica legge a rispetto della vittima che dovea essere offerta a Dio, richiedevansi cinque condizioni, per le quali ella rendeasi degna di Dio; e queste erano la santificazione, l'oblazione, l'immolazione, la consumazione e la participazione.

Per I. La vittima dovea esser santificata, o sia consagrata a Dio, affinché non gli fosse offerta una cosa non santa, e perciò indegna della sua divina maestà. Pertanto l'animale destinato per vittima doveva essere esente da ogni macchia o difetto, sicché non fossecieco, né zoppo, né debole, né deforme, come tutto stava prescritto nel Deuteronomio (Cap. XV, n. 21). E con ciò fu dinotato in primo luogo che tale sarebbe stato l'agnello divino di Dio promesso, che doveva esser sacrificato per la salute del mondo, santo e libero da ogni difetto. In secondo luogo con tal precetto fummo noi ammaestrati che le nostre orazioni o altre opere sante, non sono degne di essere offerte a Dio, o che non sono almeno pienamente da lui gradite, se sono macchiate da qualche difetto. In oltre l'animale offerto al Signore non poteva essere applicato più a qualche uso profano; ed era quello talmente riguardato come cosa a Dio consacrata, che non potea toccarlo altri che il solo sacerdote della legge. Il che dinota quanto dispiace a Dio che le persone a lui consacrate sieno senza necessità precisa applicate


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a negozi del secolo, e perciò vivono poi distratti e negligenti negli affari di gloria di Dio.

5. Per II. La vittima doveva essere offerta a Dio; il che faceasi con alcune parole da Dio stesso prescritte.

Per III. Doveva la vittima esser immolala o sia uccisa; ma questa immolazione non si faceva in tutti i sacrifici colla morte; per esempio il sacrificio de' pani di proposizione si facea senza fuoco e senza ferro, ma solo col calore dello stomaco delle persone che ne mangiavano.

6. Per IV. Dovea la vittima esser consumata, il che faceasi col fuoco; e perciò questo sacrificio chiamavasi infiammazione. Precisamente il sacrificio dell'olocausto si facea sempre col fuoco, poiché con quella consumazione della vittima si dava ad intendere il potere assoluto che ha Dio sovra tutte le creature; e che siccome egli le ha tratte dal niente, così può di nuovo al niente ridurle. E questo in verità è l'intento principale del sacrificio, di riguardare Dio come un essere sovrano, talmente superiore ad ogni cosa, che tutte le cose davanti a lui sono un nulla; poiché ogni cosa è inutile a colui che in se stesso possiede il tutto. Il fumo poi che saliva diritto in alto da questo sacrificio dinotava che Dio lo accettava in odore di soavità, cioè con gradimento, come sta scritto del sacrificio di Noè; Noe... obtulit holocausta super altare, odoratusque est Dominus odorem suavitatis (Gen. VIII, [20], 21).

7. Per V. Tutto il popolo anticamente insieme col sacerdote dovea partecipar della vittima; e perciò, eccettuato quello dell'olocausto, negli altri sacrifici la vittima si divideva in tre parti, una al sacerdote, l'altra al popolo, la terza si dava al fuoco, come porzione spettante a Dio, per la quale figuravasi ch'egli in tal modo comunicava con tutti gli altri che partecipavano della vittima. Tutte queste cinque mentovate condizioni ben si adempivano nel sacrificio dell'agnello pasquale, a riguardo del quale il Signore ordinò a Mosè nell'Esodo (al cap. 12) che nel decimo giorno della luna di quel mese, in cui aveva egli liberati gli ebrei dalla schiavitù di Egitto, prendessero e separassero dalla greggia un agnello di un anno, che fosse senza difetto e senza macchia. E questa separazione significava per 1, che quella vittima restava consacrata a Dio. Per 2, a questa consagrazione succedeva l'oblazione che si facea nel tempio, dove gli si presentava l'agnello. Per 3, nel giorno 14 


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poi della luna succedea l'immolazione con uccidersi l'agnello. Per 4, l'agnello si arrostiva, e poi si divideva tra i partecipanti, e questa era la partecipazione o sia comunione. Per 5, dopo che l'agnello era stato mangiato da' partecipanti, gli avanzi si consumavano nello stesso fuoco, e questa era finalmente la consumazione del sacrificio.




1 L’Autore, cui allude S. Alfonso, è stato comunemente identificato (Dujardin, Oeuvres Ascétiques de S. A. XIV, pag. 3. - De Meulemeester, Bibliographie, p. 162) con l’opera  francese: “L’Idée du Sacerdoce et du sacrifice du Jésus Christ donnée par le Rév. De Condren, second Supérieur Général de l’Oratoire de Jésus, avec quelques Eclaircissements et une Explication de la Messe, par un Prêtre de la même Congrégation. Paris. 1677”. Questo prete anonimo firma l’Epitre della dedica a Mgr. Le Camus con le sigle: P. Q., cioè Pascasio Quesnel. Questi, in fatti, che aveva preso l’opera allora inedita del P. Condren sul Sacerdozio e Sacrifizio di Gesù Cristo, “modificandone il contenuto” (VACANT, Dictionnaire de Théologie catholique, art. CONDREN e QUESNEL), vi aggiunse una terza parte con Spiegazioni delle due precedenti ed una quarta con l’Esposizione delle preghiere della Messa.

“L’idée du Sacerdoce....” fu stampato nel 1677, quando Quesnel aveva i primi urti col Sant’Ufficio a proposito dell’”Opera completa” di S. Leone Magno, e pubblicato in italiano, ma senza il nome dell’autore e senza le sigle iniziali, col titolo: “Idea del Sacerdozio e del Sacrificio di Gesù Cristo colla spiegazione delle preghiere della Messa. Opera tradotta dal francese. Napoli, 1771, presso Vincenzo Orsini. Con licenza de' Superiori”, pp. XXIX- 366 in 12°. Una terza edizione, fatta a Macerata (1785), e dedicata al Card. Honorati, Vescovo di Sinigaglia, porta i nomi dei censori della prima versione napoletana, cioè Giuseppe Rossi e Giuseppe Simioli. Benché l’opera originale sia del Quesnel, nessuno vi aveva trovato alcun errore, tranne l’editore francese che nel 1848 ne aveva soppresso le due ultime parti, come “une superfétation hérétique “. Nondimeno, aggiunge Ingold: “Jamais que nous sachions on n’avait remarqué dans ce livre des exagérations jansenisters, comme parle cet éditeur”. (INGOLD, Essai de Bibliographie Oratorienne, Paris, 1880, art. Condren, p. 425).

Noi crediamo che S. Alfonso non abbia avuto tra le mani l’edizione francese, ma la traduzione italiana pubblicata a Napoli nel 1771. In fatti egli parla dell’”autore anonimo”: ciò che non avrebbe detto dell’edizione francese; e di più si danno nelle sue citazioni esplicite o implicite, non poche coincidenze verbali con il testo italiano: fatto non facilmente spiegabile se si ammettesse che il santo Dottore avesse conosciuto solo l’edizione francese. - L’opera di lui non è semplicemente un ristretto, come egli modestamente la chiama, ma resta personale. “L’autore francese - scrive il Santo a Remondini il 5 gennaio 1775 - è dotto, ma è infrascato di tante parole e cose quasi incapibili, che è un tedio leggerlo: ma io le cose che dice, le ho poste tutte in chiaro”. E al P. Villani il 20 marzo 1775: “ Mi mandi Lambertini sopra la Messa, per osservar certe cose”. Sono pure molteplici gli schiarimenti e le osservazioni storiche che si rilevano inserite dall’instancabile scrittore, allora quasi ottantenne. Per le citazioni rimanderemo all’edizione napoletana (1771) dell’anonimo francese ed all’edizione francese della stessa opera (Paris, 1725).



2 “Et quoniam in divino hoc sacrificio, quod in missa peragitur, idem ille Christus continetur et incruente immolatur, qui in ara crucis semel seipsum cruente obtulit... Una enim eademque est hostia, idemque nunc offerens sacerdotum ministerio, qui seipsum tunc in cruce obtulit, sola offerendi ratione diversa.” CONCILIUM TRIDENTINUM, Sessio vigesima secunda, caput II. MANSI, Parisiis, 1902, XXXIII, col. 129.






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