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S. Alfonso Maria de Liguori
Dell'amore divino...mezzi per acquistarlo

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Testo

 


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1. Il nostro buon Dio, perché molto ci ama, molto desidera d'essere amato da noi; e perciò non solo ci ha chiamati al suo amore con tanti inviti replicati nelle sagre Scritture e con tanti benefici comuni e particolari, ma ha voluto anche obbligarci ad amarlo con espresso precetto, minacciando l'inferno a chi non l'ama e promettendo a chi l'ama il paradiso. Egli vuole che tutti si salvino e che niuno si perda, come troppo chiaramente insegnano S. Paolo e S. Pietro: Omnes homines vult salvos fieri (I Tim. II, 4). Patienter agit propter vos, nolens aliquos perire, sed omnes ad poenitentiam reverti (II Petr. III, 9).-Ma giacché Iddio vuol salvi tutti, perché ha creato l'inferno? Ha creato l'inferno non già per vederci dannati, ma per essere da noi amato. Se non avesse creato l'inferno, chi nel mondo l'amerebbe? Se con tutto l'inferno la maggior parte degli uomini si elegge dannarsi più presto che amare Dio, se non vi fosse l'inferno, replico, chi l'amerebbe? E perciò il Signore a chi non vuole amarlo ha minacciata una pena eterna, affinché quelli che non vogliono amarlo di buona voglia l'amino almeno come per forza, costretti dal timore di evitare l'inferno.

2. Oh Dio, quanto si stimerebbe onorato e fortunato quell'uomo che sentisse dirsi dal suo re: Amami perché io t'amo. Un principe si guarderebbe di abbassarsi a questo segno di domandare ad un vassallo il di lui amore; ma Dio ch'è una bontà infinita, il Signore del tutto, onnipotente, sapientissimo, un Dio in somma che merita un amore infinito, un Dio che ci ha arricchiti de' suoi doni spirituali e temporali, non si sdegna di domandarci il nostro amore, ci esorta e ci comanda di amarlo, e non lo può ottenere? Che altro egli da ciascuno di noi domanda, se non essere amato? Quid Dominus Deus tuus


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petit a te, nisi ut timeas Dominum Deum tuum... et diligas eum? (Deut. X, 12). A questo fine è venuto anche in terra a conversare con noi il Figlio di Dio, come diss'egli stesso: Ignem veni mittere in terram, et quid volo nisi ut accendatur? (Luc. XII, 49). Si notino queste parole, et quid volo nisi ut accendatur? come se un Dio che in sé possiede una felicità infinita, non potesse esser beato senza vedersi amato da noi, dice S. Tommaso: Quasi sine te beatus esse non posset.1

3. Non possiamo dunque dubitare che Dio ci ama e ci ama assai; e perché ci ama assai, egli vuole che noi l'amiamo con tutto il cuore. Onde dice a ciascuno di noi: Diliges Dominum Deum tuum ex toto corde tuo (Deut. VI, 5). E poi soggiunge: Eruntque verba haec... in corde tuo... et meditaberis in eis sedens in domo tua, et ambulans in itinere, dormiens atque consurgens: et ligabis ea quasi signum in manu tua, eruntque et movebuntur inter oculos tuos: scribesque ea in limine et ostiis domus tuae (Deut. VI, 6 ad 9). Si noti in tutte queste parole il desiderio e la premura che ha Dio di essere amato da ciascuno di noi. Vuole che le parole di amarlo con tutto il cuore ci stiano impresse nel cuore: ed acciocché non mai ce ne dimentichiamo, vuole che le meditiamo quando sediamo in casa, quando camminiamo per le vie, quando ci mettiamo a dormire e quando ci svegliamo dal sonno. Vuole che le teniamo ligate come un segno di ricordo nelle mani, affinché dovunque ci troviamo, tali parole ci stiano sempre davanti gli occhi; che perciò i farisei, usurpandole letteralmente, le portavano in cartepecore nella destra ed innanzi alla fronte, secondo scrive S. Matteo (cap. XXIII, v. 5).2

4. Scrive S. Gregorio Nisseno: Beata sagitta, quae simul in cor adducit sagittarium Deum!3 E vuol dire il santo padre


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che quando Dio scocca qualche saetta di amore in un cuore, cioè qualche lampo o sia lume speciale con cui gli fa conoscere la sua bontà, e l'amore che gli porta, e 'l desiderio che ha di esser da quello amato, in quel punto viene Dio stesso insieme con quella saetta d'amore, mentr'egli, ch'è il sagittario, è lo stesso amore: Quoniam Deus caritas est, come scrive S. Giovanni (Ep. I, c. IV, v. 8). E siccome la saetta resta fissa nel cuore che ha ferito, così Dio, ferendo un'anima del suo amore, viene per restar sempre unito con quell'anima che ha ferita.

Persuadiamoci, o uomini, che solo Dio ci ama da vero. L'amore de' parenti, degli amici e di tutti gli altri che dicono di amarci, eccettuandone coloro che ci amano a solo riguardo di Dio, non è vero amore, è amore interessato a riguardo di qualche fine d'amor proprio, per cui ci amano.

Sì, mio Dio, ben lo conosco che voi solo mi amate e mi volete bene, non per vostro interesse, ma solo per vostra bontà, per solo amore che mi portate; ed io, ingrato, a niuno ho dati tanti disgusti, tante amarezze quante a voi che mi avete così amato. Gesù mio, non permettete ch'io vi sia più ingrato. Voi mi avete amato da vero, ed io voglio amarvi da vero in questa vita che mi resta. Vi dico con S. Caterina da Genova: “Amor mio, non più peccati, non più peccati”;4 voi solo voglio amare e niente più.

5. Dice S. Bernardo che un'anima che ama veramente Dio non potest velle nisi quod Deus vult.5 Preghiamo il Signore che ci ferisca del suo santo amore, perché un'anima ferita non sa né può volere se non quello che vuole Dio, e si spoglia di


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tutti i desideri di amor proprio. Questo spogliamento poi, colla donazione a Dio di tutta se stessa, è la saetta da cui il Signore medesimo si dichiara ferito dall'anima, come disse alla sacra sposa: Vulnerasti cor meum, soror mea sponsa (Cant. IV, 9).

6. Quanto è bella l'espressione dello stesso S. Bernardo a questo proposito: Discamus iaculari corda in Deum:6 impariamo a lanciare i nostri cuori in Dio. Quando un'anima si tutta senza riserba a Dio, allora, in certo modo, lancia come un dardo il suo cuore verso il cuore di Dio, il quale si dichiara allora come preso e fatto prigioniero da quell'anima che tutta gli si è donata. Questo è l'esercizio delle anime date tutte a Dio, nelle orazioni che fanno: Iaculantur corda in Deum: si danno tutte a Dio, e sempre tornano a darsi con questi o simili slanciamenti amorosi:

Deus meus, et omnia.7 Mio Dio, voi solo voglio e niente più.

Signore, io mi do tutta a voi, e se non so darmi tutta come debbo, prendetemi voi.

E chi vogl'io, Gesù mio, amare, se non amo voi che siete morto per me?

Trahe me post te:8 mio Salvatore, cacciatemi dal fango de' miei peccati e tiratemi appresso di voi.

Ligatemi, Signore, e stringetemi colle catene del vostro amore, acciocch'io non vi lasci più

Io voglio essere tutta vostra. Signore, mi avete inteso? voglio esser tutta, tutta vostra; voi l'avete da fare.

E che altro vogl'io se non voi, mio amore, mio tutto?

Giacché mi avete chiamata al vostro amore, datemi la forza di compiacervi come desiderate.

E chi voglio amare se non voi che siete una bontà infinita degna d'infinito amore?

Voi mi avete ispirato il desiderio di esser tutta vostra; compite l'opera.

E che altro vogl' io in questo mondo se non voi che siete il mio sommo bene?


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Io mi dono a voi senza riserba; voi accettatemi, e datemi forza di esservi fedele sino alla morte.

Io voglio amarvi assai in questa vita, per amarvi assai in tutta l'eternità.

Gesù mio, diletto mio,

Io non voglio altro che te:

Tutta a te mi do, mio Dio.

Fanne pur che vuoi di me.9

Chi dice di cuore questa canzoncina rallegra il paradiso.

7. Beata in somma quell'anima che può dire davero: Dilectus meus mihi et ego illi (Cant. II, 16): il mio Dio si è dato tutto a me, ed io mi son data tutta a lui; io non sono più mia, sono tutta del mio Dio. Chi parla così di vero cuore, dice S. Bernardo che ben è pronto coll'animo ad abbracciare più presto le pene dell'inferno - se potesse abbracciarle senza separarsi da Dio, - prima che vedersi per un solo momento divisa da Dio: Tolerabilius esset ei gehennam tolerare, quam recedere ab illo, sono le parole del santo padre.10


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Oh bel tesoro è il tesoro del divino amore, felice chi lo possiede: ponga tutta la cura e prenda tutti i mezzi necessari per conservarlo ed accrescerlo; e chi non ancor lo possedesse, deve adoperar tutti i mezzi per acquistarlo.

Vediamo ora quali sono i mezzi più necessari ed atti ad acquistarlo e conservarlo.

8. Il primo mezzo è distaccarsi dagli affetti terreni.

In un cuore ch'è pieno di terra non vi trova luogo l'amore di Dio; e quanto vi è più di terra tanto meno vi regna il divino amore. Perciò chi desidera di avere il cuore pieno di amor divino deve attendere a toglierne tutta la terra. Per farci santi bisogna imitare S. Paolo che, per guadagnarsi l'amore di Gesù Cristo, disprezzava come sterco tutti i beni di questo mondo: Arbitror omnia ut stercora, ut Christum lucrifaciam (Philip. III, 8). Eh, preghiamo lo Spirito Santo che c'infiammi del suo santo amore, perché allora anche noi disprezzeremo e terremo per vanità, per fumo e fango, tutte le ricchezze, diletti, onori e dignità di questa terra, per cui la maggior parte degli uomini miseramente si perde.

9. Eh, che quando in un cuore entra il santo amore, non si fa più conto di tutto ciò che il mondo stima: Si dederit homo omnem substantiam domus suae pro dilectione, quasi nihil despiciet eam (Cant. VIII, 7). Dice S. Francesco di Sales che quando la casa va a fuoco si gittano tutte le robe per la finestra;11 e volea dire che quando in un cuore arde l'amore divino, l'uomo, senza prediche e senza esortazioni del padre spirituale, da sé cerca spogliarsi de' beni mondani, degli onori, delle ricchezze e di tutte le cose di terra, per non amare altro che Dio. S. Caterina da Genova dicea che non amava Dio per li suoi doni, ma amava i doni di Dio per più amare Dio.12

10. Scrive Giliberto che ad un cuore amante di Dio è cosa dura ed insoffribile dividere il suo amore fra Dio e le creature del mondo, amando nello stesso tempo Dio e le creature: Oh quam durum est amanti animum dimidiare cum Cristo


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et mundo! (Gilib. Serm. 11. in Cant.)13 Dice all 'incontro S. Bernardo che l'amore divino è insolente: Amor insolens est:14 s'intende insolente, perché Dio non soffre in un cuore che ama di aver compagni nell 'amore, mentre lo vuole tutto per sé. - Forse Dio pretende troppo volendo che un'anima non ami altri che lui? Summa diligibilitas, avverte S. Bonaventura, unice amari debet.15 Un'amabilità, una bontà infinita che merita un infinito amore, qual è Dio, giustamente pretende di esser solo ad essere amato da un cuore da lui creato a posta acciocché l'ami; mentre a tal fine, di essere unicamente amato, è giunto a spendersi tutto per quel cuore, come dicea S. Bernardo di sé, parlando dell'amore che gli avea portato Gesù Cristo: Totus in meos usus expensus.16 Il che può dire e ben dee dire ciascuno di noi pensando a Gesù Cristo, che per ciascuno di noi ha sagrificata tutta la sua vita e tutto il suo sangue morendo su d'una croce consumato da' dolori; e che dopo la sua morte ci ha lasciato il suo corpo, il suo sangue, la sua anima e tutto se stesso nel Sagramento dell'altare, acciocché siano cibo e bevanda delle anime nostre, e così ognuno di noi fosse tutto unito a lui stesso.

11. Felice quell'anima, scrive S. Gregorio, che giunge a tale stato che se le rende insoffribile ogni cosa che non è Dio unicamente da lei amato: Intolerabile est quidquid non sonat Deum, quem intus amat (S. Greg. Lib. 2 Mor. cap. 2).17 Perciò bisogna che ci guardiamo di mettere affetto alle creature, acciocché non ci rubino parte dell'amore che Dio vuole tutto per sé. Ed ancorché questi affetti sieno onesti, come son quelli


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che si portano a' parenti o amici, bisogna avvertire quel che dice S. Filippo Neri, che quanto di amore noi mettiamo alle creature tanto ne togliamo a Dio.18

12. Dobbiamo pertanto renderci orti chiusi, siccome fu chiamata dal Signore la sagra sposa dei Cantici: Hortus conclusus soror mea sponsa. (Cant. IV, 12). Orto chiuso chiamasi quell'anima che tiene chiusa la porta a tutti gli affetti verso le cose terrene. Quando dunque alcuna creatura vuol entrare a prendersi parte del nostro cuore, bisogna negarle affatto l'entrata, ed allora dobbiamo voltarci a Gesù Cristo e dirgli: Gesù mio, voi solo mi bastate; io non voglio amare altro che voi; Deus cordis mei, et pars mea Deus in aeternum (Ps. LXXII, 26). Mio Dio, voi avete da essere l'unico Signore del mio cuore, l'unico mio amore. E perciò non cessiamo di chiedere sempre a Dio che ci doni la grazia del suo puro amore, poiché, scrive S. Francesco di Sales: “Il puro amore di Dio consuma tutto ciò che non è Dio, per convertire ogni cosa in sé”.19

13. Il secondo mezzo per acquistare l'amor divino è meditare la Passione di nostro Signore Gesù Cristo.

Circa questo punto il mio lettore può leggere il mio libro da poco tempo stampato, intitolato Riflessioni sulla Passione di Gesù Cristo,20 dove troverà a lungo esaminate le pene che nella sua Passione patì il nostro Salvatore.

Del resto è certo che l'essere nel mondo così poco amato Gesù Cristo nasce dalla trascuraggine e dalla ingratitudine degli uomini, di non voler considerare, almeno da quando in quando, quanto ha patito Gesù Cristo per noi e l'amore col quale per noi ha patito. Stultum visum est hominibus,


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scrisse S. Gregorio, Deum pro nobis mori;21 Sembra, dice S. Gregorio, una pazzia aver voluto un Dio morire per salvare noi miserabili servi; ma pure è di fede che Dio l'ha fatto: Dilexit nos et tradidit semetipsum pro nobis (Eph. V, 2); ed ha voluto spargere tutto il suo sangue per lavare con quello i nostri peccati: Dilexit nos, et lavit nos a peccatis nostris in sanguine suo (Apoc. I, 5).

14. Dice S. Bonaventura: Mio Dio, voi tanto mi avete amato, che pare che per amor mio siete giunto a odiare voi stesso: In tantum me diligis, Deus meus, ut te odisse videaris (S. Bonav. in Stim. amor.).22 E di se stesso egli ha voluto poi che noi ci fossimo cibati nella santa comunione. E qui ripiglia S. Tommaso l'Angelico e dice, parlando di questo SS. Sagramento, che Dio si è umiliato con noi quasi fosse nostro servo, e come ognuno di noi fosse suo Dio: Quasi esset servus eorum, et quilibet eorum esset Dei Deus (S. Thom. op. de sacr. Euch.).23

15. Quindi l'Apostolo prende a dire: Caritas enim Christi urget nos (II Cor. V, 14). Dice S. Paolo che l'amore che ci ha portato Gesù Cristo ci stringe, ci sforza in certo modo ad amarlo. Oh Dio, che non fanno gli uomini per amore di qualche creatura quando le pongono affetto? Ed un Dio poi d'infinita bontà, d'infinita bellezza, e ch'è giunto a morire per ciascuno di noi su d'una croce, tanto poco si ama? Deh imitiamo tutti l'Apostolo che diceva: Mihi autem absit gloriari, nisi in cruce Domini nostri Iesu Christi (Gal. VI, 14). Diceva il S. Apostolo: E qual maggior gloria io posso sperare nel mondo, che avere avuto un Dio che per amor mio ha dato il sangue e la vita? E ciò deve dirlo ogni uomo che ha fede; e se ha fede, come potrà amare altro che Dio? Oh Dio, com'è possibile che un'anima, contemplando Gesù crocifisso che appeso a tre chiodi pende dalle sue medesime piaghe delle mani e dei piedi, e muore di puro dolore per nostro amore, non si veda tirato e quasi costretto ad amarlo con tutte le forze?


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16. Il terzo mezzo per giungere al perfetto amor di Dio è l'uniformarsi in tutto alla divina volontà.

Dice S. Bernardo che il perfetto amante di Dio non potest velle nisi quod Deus vult (S. Bernard. Sermo ad Fratr.).24 Molti dicono con la bocca di star rassegnati a quel che vuole Dio; ma quando poi loro avviene qualche cosa contraria, qualche infermità molesta, non si possono dar pace. Non fanno così l'anime veramente uniformate; elle dicono: Così piace o Così è piaciuto all'amato, e subito si quietano. Amori sancto omnia dulcia sunt, dice S. Bonaventura.25 Sanno quest'anime che quanto nel mondo avviene tutto avviene o comandato o permesso da Dio, e perciò per quanto succede abbassano la testa umilmente e vivon contente di quanto il Signore dispone. E quantunque spesso Iddio non vuole che gli altri ci perseguitino e facciano danno, vuole non però, per giusti fini, che noi soffriamo pazientemente quella persecuzione, quel danno, che ci dispiace.

17. Diceva S. Caterina da Genova: “Se Dio mi avesse posta nel fondo dell'inferno, pure direi: Bonum est nos hic esse.26 Direi: mi basta che qui mi trovo per volontà dell'amato, il quale mi ama più di tutti, e sa quello ch'è meglio per me.”

Bel riposare è riposare in mano della divina volontà.

18. Dice S. Teresa: “Tutto quel che dee procurare chi si esercita nell'orazione è di conformar la sua volontà colla divina, nel che consiste la più alta perfezione.”27 Perciò bisogna


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replicar sempre a Dio la preghiera di Davide: Doce me facere voluntatem tuam (Ps. CXLII, 10): Signore, giacché mi vuoi salvo, insegnami a far sempre la tua volontà. - L'atto più perfetto d'amore che può fare un'anima verso Dio è quello che fece S. Paolo quando si convertì e disse: Domine, quid me vis facere? (Act. IX, 6.) Signore, ditemi quel che volete da me, ch'io son pronto a farlo; vale più quest'atto che mille digiuni e mille discipline. Questa dev'essere la mira di tutte le nostre opere, desideri e preghiere, il far la divina volontà. In ciò dobbiam pregare la nostra divina Madre, i santi avvocati, i nostri angeli custodi, che ci ottengano la grazia di adempire il volere di Dio. E quando ci occorrono cose contrarie al nostro amor proprio, allora con un atto di rassegnazione si guadagnano tesori di meriti: avvezziamoci allora a replicare quei detti che Gesù stesso ci ha insegnati col suo esempio. Calicem, quem dedit mihi Pater, non bibam illum? (Io. XVIII, 11.) O pure: Ita Pater, quoniam sic fuit placitum ante te (Math. XI, 26): Signore, così è piaciuto a voi, così piace anche a me. O pure col divoto Giobbe diciamo: Sicut Domino placuit, ita factum est; sit nomen Domini benedictum (Iob. I, 21). Diceva il Ven. Maestro d'Avila che “vale più nelle cose avverse un Benedetto sia Dio, che mille ringraziamenti nelle cose prospere28 E qui bisogna ripetere come sovra: bel riposare è riposare in mano della volontà di Dio, poiché allora si avvera il detto dello Spirito Santo: Non contristabit iustum, quidquid ei acciderit (Prov. XII, 21).

19. Il quarto mezzo per innamorarci di Dio è l'orazione mentale.

Le verità eterne non si vedono cogli occhi di carne, come si mirano le cose visibili di questa terra, ma si vedono solamente col pensiero, colla considerazione; onde se non ci fermiamo per qualche parte di tempo a considerare l'eterne verità, e specialmente l'obbligo di amare il nostro Dio per


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quanto lo merita e per tanti benefici che ci ha fatti e per l'amore che ci ha portato, difficilmente un'anima si scioglie dall'affetto delle creature e ripone tutto il suo amore in Dio. Nell'orazione il Signore fa conoscere la viltà delle cose terrene e 'l pregio de' beni celesti; ed ivi infiamma del suo amore quei cuori che non resistono alle sue chiamate.

Molte anime poi si lamentano che vanno all'orazione e non vi trovano Dio; non vi trovano Dio, perché vi vanno col cuore pieno di terra. “Distacca il cuore dalle creature, dice S. Teresa, e cerca Dio, che lo troverai.”29 Il Signore è tutto bontà con chi lo cerca: Bonus est Dominus... animae quaerenti illum (Thren. III, 25). Per trovare dunque Dio nell'orazione, bisogna che si spogli l'anima dell'affetto alle cose della terra, ed allora Iddio le parlerà: Ducam eam in solitudinem, et loquar ad cor eius (Os. II, 14). Ma per trovare Dio, avverte S. Gregorio che non basta aver la solitudine del corpo, ma vi bisogna anche quella del cuore.30 Disse un giorno il Signore a S. Teresa: “Volentieri io parlerei a molte anime, ma il mondo fa tanto strepito nel loro cuore, che la mia voce non può sentirsi.”31 Ah che quando si mette nell'orazione un'anima distaccata, Dio ben le parla e le fa conoscere l'amore che le porta; e l'anima allora, dice un autore, ardendo di santo amore, non parla, ma in quel silenzio, oh quanto dice: “Il silenzio della carità, scrive questo autore, dice più a Dio, che tutta l'eloquenza umana; ogni sospiro scuopre tutto il suo interno.” Allora non si sazia di replicare: Dilectus meus mihi et ego illi (Cant. II, 16).

20. Il quinto mezzo per giungere ad un grado eminente di amor divino è la preghiera.

Noi siamo poveri di tutto, ma se preghiamo siamo ricchi di tutto, poiché Dio ha promesso di esaudire ognun che lo prega. Egli dice: Petite et dabitur vobis (Matth. VII, 7). Qual maggiore affetto può dimostrare un amico ad un altro, che dirgli: Domandami quel che vuoi e te lo darò? Questo dice il Signore ad ognuno di noi. Iddio è il Signore del tutto; promette


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di dare quanto gli si domanda; se dunque siamo poveri, è colpa nostra, perché non gli domandiamo le grazie che ci bisognano. E perciò l'orazione mentale è moralmente necessaria a tutti, perché fuori dell'orazione, quando stiamo intricati nelle cure del mondo, poco pensiamo all'anima; ma quando ci mettiamo all'orazione, noi vediamo i bisogni dell'anima nostra, ed allora domandiamo le grazie e l'otteniamo.

21. Tutta la vita de' santi è stata vita di orazione e di preghiere, e tutte le grazie con cui si son fatti santi, colle preghiere le han ricevute. Se vogliamo dunque salvarci e farci santi, dobbiamo sempre stare alle porte della divina misericordia a pregare e chiedere per limosina tutto quel che ci bisogna. Ci bisogna l'umiltà, domandiamola e saremo umili; ci bisogna la pazienza nelle tribulazioni, domandiamola e saremo pazienti; desideriamo l'amore divino, domandiamolo e l'otterremo. Petite et dabitur vobis, è promessa di Dio che non può mancare. E Gesù Cristo per darci maggior confidenza nel pregare, ci ha promesso che quante grazie noi chiederemo al Padre in nome di lui o per li meriti di lui, tutte il Padre ce le darà: Amen, amen dico vobis: Si quid petieritis Patrem in nomine meo, dabit vobis (Io. XVI, 23). Ed in altro luogo disse: Quel che cercherete a me stesso in nome mio, per li meriti miei, io lo farò: Si quid petieritis me in nomine meo, hoc faciam (Io. XIV, 14). Sì, perché è di fede che quanto può Iddio, tanto può Gesù Cristo che è suo figlio.

22. Siasi un'anima fredda nel divino amore quanto si voglia, se questa ha fede, io non so come possa non vedersi spinta ad amar Gesù Cristo, considerando anche alla sfuggita quel che dicono le sacre Scritture dell'amore che ci ha portato Gesù Cristo nella sua Passione e nel SS. Sagramento dell'altare. - In quanto alla Passione scrive Isaia: Vere languores nostros ipse tulit, et dolores nostros ipse portavit (Is. LIII, 4). E nel seguente verso scrisse: Ipse autem vulneratus est propter iniquitates nostras, attritus est propter scelera nostra. Sicché è di fede che Gesù Cristo ha voluto soffrire sovra di sé le pene e i dolori per liberarne noi a cui erano dovute. E ciò perché l'ha fatto, se non per l'amore che ci ha portato? Christus dilexit nos, et tradidit semetipsum pro nobis, così dice S. Paolo (Ephes. V, 2). E S. Giovanni dice: Qui dilexit nos, et lavit nos a peccatis nostris in sanguine suo (Apoc. I, 5). - In quanto poi al


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Sagramento eucaristico, disse Gesù medesimo a tutti noi quando l'istituì: Accipite et manducate: hoc est corpus meum (I Cor. XI, 24). E in altro luogo: Qui manducat meam carnem, et bibit meum sanguinem, in me manet et ego in illo (Io. VI, 57). Un uomo che ha fede come ciò può leggere e non sentirsi quasi forzato ad amar questo Redentore che dopo aver sagrificato il sangue e la vita per di lui amore, gli ha lasciato il suo corpo nel Sagramento dell'altare, affinché sia cibo della di lui anima, e seco tutto si unisca nella santa comunione?

23. Si soggiunge un'altra breve riflessione sulla Passione di Gesù Cristo. Egli si fa vedere su d'una croce trafitto da tre chiodi, che da per tutto manda sangue, ed agonizza tra i dolori della morte. Dimando: Perché si fa Gesù mirar da noi in tale stato così compassionevole? Solo forse acciocché noi lo compatiamo? No, che non tanto per esser da noi compatito, quanto per esser da noi amato egli si è ridotto a tal miserevole stato. Doveva a ciascuno di noi esser motivo più che bastante di amarlo, l'averci fatto sapere ch'egli ci ama sin dall'eternità: In caritate perpetua dilexi te (Ier. XXXI, 3). Ma vedendo il Signore che ciò non bastava alla nostra tepidezza per muoverci ad amarlo come desiderava, ha voluto dimostrarci praticamente così coi fatti l'amore che ci portava, con farsi vedere pieno di piaghe morir di dolore per nostro amore, per farc'intendere co' suoi patimenti l'amore immenso e tenero che per noi conserva. Ciò ben lo spiegò S. Paolo con quelle parole: Dilexit nos, et tradidit semetipsum pro nobis (Ephes. V, 2).




1 Vedi Appendice, 104.



2 Omnia vero opera sua faciunt ut videantur ab hominibus: dilatant enim phylacteria sua et magnificant fimbrias. Matt. XXIII, 5.



3 «Vulnerata, inquit, sum dilectione... Qui telum...iaculatur, est dilectio seu caritas. Caritatem autem esse Deum didicimus a sacra Scriptura, qui electam suam sagittam, nempe Deum unigenitum, emittit in eos qui servantur, spiritu vitae illita triplici aculei cuspide. Aculeus autem est fides, ut quae in quo fuerit, cum sagitta simul adducat sagittarium, ut dicit Dominus: Ego et Pater unum sumus, et veniemus, et mansionem apud eum faciemus. Videt ergo quae per divinas ascensiones in altum sublata est anima, dulce telum caritatis quo ipsa fuit sauciata, et de eo vulnere gloriatur, dicens: Vulnerata sum ego a dilectione. O pulchrum vulnus et dulcis plaga...!» S. GREGORIUS NYSSENUS, In Cantica Canticorum, hom. 4. MG 44-851.

4 Vedi Appendice, 105.



5 «Unitas vero spiritus cum Deo homini sursum cor habenti, proficientis in Deum voluntatis est perfectio, cum iam non solummodo vult quod Deus vult, sed sic est non tantum affectus, sed in affectu perfectus, ut non possit velle nisi quod Deus vult.» Epistola seu tractatus ad Fratres de Monte Dei, de Vita solitaria, cap. 3, n. 15. ML 184-348. - Questo bellissimo trattato, vuole il Mabillon (ML 184-297 e seg.) che sia di Guglielmo, amico e primo biografo di S. Bernardo, già Abbate di San Teodorico, fattosi poi semplice monaco Siniacense. Venne corretto il Mabillon da D. Massuet, (ib. col. 299 e seg.) il quale credette di aver trovato argomenti decisivi per attribuire questa lettera, diretta a Certosini, ad un Certosino, pur egli amico di S. Bernardo, Guigone, quinto Priore della Gran Certosa. Crediamo che si debba tornare all'antica tradizione, e restituire questa opera a S. Bernardo, come altrove diremo. Ad ogni modo, non è più sostenibile l'opinione del Massuet, essendo ormai provato che, quando fu scritta questa lettera o trattato, Guigone era morto.

6 Vedi Appendice, 106.



7 Oratio quotidiana B. P. Francisci. Opera S. FRANCISCI (Pedeponti, 1739), tom. 1, pag. 20. - Vedi Appendice, 76.



8 Trahe me: post te curremus in odorem unguentorum tuorum. Cant. I, 3.



9 Questa canzoncina è di S. Alfonso, ed è caro sentire quel che ne pensa egli stesso, e come per altro ne parli come di cosa che non fosse sua. Viene intitolata: Sospiri d' amore verso Gesù Cristo. L' anima che si dà tutta a Gesù. - Incomincia così: Mondo, più per me non sei.



10 «Tria sunt vincula quibus ei (Deo) adstringimur... Et primum accipite funes; secundum clavos ligneos vel ferreos; tertium gluten. Primum adstringit fortiter et dure; secundum fortius et durius; tertium suaviter et secure. Fune quodam modo alligatus est Redemptori, si quis forte, dum vehementiori tentatione turbatur, proponit sibi honestatis intuitum, memoriam promissionis, et hoc interim se fune retinet, ne propositum penitus abrumpatur. Durum profecto vinculum et molestum, sed et periculosum nimis, et quod diu tenere non possit: siquidem putrescunt funes, et pudoris vinculum aut obliviscimur aut abrumpimus cito. Est autem qui clavis configitur Domino maiestatis, quem timor Dei ligat, qui non expavescit ad vultus hominum, sed ad memoriam gehennalium tormentorum; et hic quidem peccare non metuit, sed ardere. Durius tamen et fortius primo imprimitur; quia cum ille vacillet in proposito, iste propositum non amittit. Tertius vero glutine ei conglutinatur, id est caritate, qui tam suaviter quam secure ligatus adhaerens Deo, unus spiritus est cum eo. Iste est qui quaecumque, undecumque, sive quae facit, sive quae ei fiunt, ad suum commodum revocat et retorquet. Beatus huiusmodi homo, et abundantis spiritus influens maiestate, qui suavis et unctus portat omnes, et neminem onerat ipse: qui terribilius et horribilius ipsa gehenna iudicat in re vel levissima vultum Omnipotentis scienter offendere. Hic est fratrum amator et populi Istrael. Hic est qui multum orat pro populo et pro civitate sacta Ierusalem (II Mach. XV, 14). Glutino bonum est, ait Isaias (XLI, 7). Bonum est revera et iucundum, quia alia duo, ne mala dixerim, comparatione istius gravia et importabilia sunt.» S. BERNARDUS, Sermones de diversis, sermo 4, n. 3. ML 183-552, 553.



11 «Quand le feu est dans une maison, disait-il (notre Bienheureux), voyez-vous comme l' on jette tous les meubles par les fenêtres? « CAMUS, Esprit de S. François de Sales (éd. abrégée Collet ), partie 3, ch. 27.



12 MARABOTTO E VERNAZZA, Vita, cap. 3, 4, 17. - Vedi Appendice, 107.

13 «Et quam durum est amanti animum dimidiare cum Christo et mundo!» Abbas GILLEBERTUS de Hoilandia, Ord. Cist., In Canticum Salomonis (ab eo loco ubi B. Bernardus morte praeventus desiit), sermo 11, n. 1. ML 184-58.



14 «Amor, ubi venerit, ceteros in se omnes traducit et captivat affectus.» S. BERNARDUS, In Cantica, sermo 83, n. 3. ML 183-1182. Non abbiamo trovato in S. Bernardo l' espressa parola: «Amor insolens est.»



15 «In quo est summa diligibilitas, summe debet diligi: hoc autem est Deus.» De semptem itineribus aeternitatis, iter 4, distinctio 5, art. 1. Inter Opera S. Bonaventurae, Lugduni, 1668 (juxta editionem Vaticanam), tom. 7. - L' autore di questo opuscolo, è «RODULPHUS DE BIBRACO, qui floruit circa annum 1360.» Vedi Prolegomena in tom. 8 Operum S. Bonaventurae, ad Claras Aquas.



16 «Totus siquidem mihi datus, et totus in meos usus expensus est.» S. BERNARDUS, In Circumcisione Domini, sermo 3, n. 4. ML 183-138.



17 Valde namque insolens atque intolerabile aestimant (sancti) quidquid illud non sonat quod intus amant.» S. GREGORIUS MAGNUS, Moralia in Iob, lib. 7, cap. 13, n. 15. ML 75-774.

18 (Gabriello Tana, discepolo di san Filippo, stando per morire,) «voltatosi a quelli ch' erano presenti, diceva loro: «...Adesso conosco veramente quel che ci ha detto tante volte il nostro Padre, che quanto amore si pone nella creatura, tanto se ne toglie al Creatore. Però vi prego che poniate tutto l' amor vostro in Dio.» BACCI, Vita, lib. 2, cap. 8, n. 4. - «Aveva frequentemente in bocca quella sentenza: che quanto amore si pone nelle creature, tanto se ne toglie a Dio.» La stessa opera, lib. 2, cap. 15, n. 14.



19 Vedi Appendice, 108.



20 Il presente opuscolo fu dato alla luce da S. Alfonso nel 1775; le Riflessioni sulla Passione (da non confondersi coll'Amore delle anime cioè Riflessioni ed affetti sulla Passione di G. C., né colle Riflessioni ed Affetti sopra la Passione di G. C. ), furono stampate per la prima volta nel 1773.

21 «Stultum quippe hominibus visum est ut pro hominibus auctor vitae moreretur.» S. GREGORIUS MAGNUS, Homiliae in Evangelia, lib. 1, hom. 6, n. 1. ML 76-1096.



22 «(Domine Iesu,) tantum me diligis, ut te pro me odire (sic) videaris.» Stimulus amoris, pars 2, cap. 2. Inter Opera S. Bonaventurae, VII, Lugduni, 1668 (iuxta editionem Vaticanam). - Vedi Appendice, 8.



23 Vedi Appendice,  104, B.

24 Vedi sopra, nota 5, pag. 268.



25 «Quarto movetur aliquis ad faciendum aliquid propter habendum solatium; sed nihil est plenius delectatione quam amare Deum. Si quis diceret: ecce mel tantae dulcedinis, quod una gutta dulcescat totum mare, et gustata una gutta, videantur omnia dulcia extranei generis esse amara; hoc mel diceretur valde dulce. Sed haec dulcedo est in amore divino, quia omnes amaritudines convertit in dulcedinem et quidquid est tribulationis mundanae; similiter, gustata eius dulcedine, omnia dulcia extranei generis videntur amara, quia «gustato spiritu, desipit omnis caro (S. Bernardus, Epist. 111, n. 3).» S. BONAVENTURA, Sermo II de S. Maria Magdalena, I. Opera, IX, ad Claras Aquas, 1901, pag. 559, col. 1.



26 Vedi Appendice, 109.



27 «Toda la pretensión de quien comienza oración - y no se os olvide esto, que importa mucho - ha de ser trabajar y determinarse y desponerse (disponerse), con cuantas diligencias pueda, a hacer su voluntad conformar con la de Dios; y... estad muy cierta que en esto consiste toda la mayor perfeción que se puede alcanzar en el camino espiritual. Quien más perfetamente tuviere esto, más recebirá del Señor, y más adelante está en este camino. No penséis que hay aquí más algarabías, ni cosas no sabidas y entendidas; que en esto consiste todo nuestro bien.» Moradas segundas, capitulo unico. Obras, IV, 27, 28.

28 «Questo è uno dei veri segni di esser figliuolo di Dio, quando si lascia la propria volontà per far la sua; e questo non mica nelle prosperità - che ciò sarebbe assai poco - ma nelle avversità, dove assai più vale un «Gran mercè a Dio», un «Benedetto sia Dio», che tre mila ringraziamenti, ed altrettante benedizioni, quando ci ritroviamo in buona prosperità.» B. GIOVANNI AVILA, Lettere spirituali, Roma, 1669, parte 1, lettera 41: A certi amici suoi tribolati.

29 «Despegue el corazón de todas las cosas, y busque y hallará a Dios.» S. TERESA, Avisos, 36. Obras, VI.



30 «Quid prodest solitudo corporis, si solitudo defuerit cordis?» S. GREGORIUS MAGNUS, Moralia in Iob, lib. 30, cap. 16, n. 52. ML 76-553.



31 Vedi Appendice, 69.




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