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S. Alfonso Maria de Liguori
Delle cerimonie della messa

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CAP. IV. Dell'Introito, Kyrie, e Gloria.

 

Essendo giunto il sacerdote nel mezzo dell'altare, s'inchina mediocremente, ed appoggia le mani giunte sopra dell'altare, in guisa che le dita picciole tocchino il fronte dell'altare, e l'altre dita poggino sull'altare, tenendo il pollice destro posto sopra il sinistro in forma di croce; e così dee farsi, sempre che vien prescritto di porre le mani giunte sopra l'altare; anche dopo la consegrazione: ma allora gl'indici non si disgiungono dai pollici. Si avverte che le dita picciole che toccano la parte anteriore della mensa dell'altare non istiano distaccate dalle altre dita. Dice in questo sito: Oramus te Domine etc. Mentre dice le parole quorum reliquiae hic sunt, distende alquanto le mani sino al polso da una parte all'altra fuori del corporale, e, calandosi dritto, bacia l'altare in mezzo e non al lato; e così faccia sempre che dee baciarsi l'altare; ma dopo la consegrazione le mani si mettono sopra del corporale. Affinché poi baci più comodamente, fa bisogno che si ritiri un piede in dietro; e così pure bisogna fare, quando si ha da fare qualche inchino mediocre o profondo, o si ha da genuflettere. Avvertasi a baciar veramente l'altare: alcuni, per fuggir l'incomodo di calar la testa sino all'altare, baciano l'aria, ma non l'altare: il che è un gran difetto.

 

Il sacerdote, dopo baciato l'altare, colle mani giunte va al corno della pistola, senza fare inchino alla croce, e camminando con passo naturale prosiegue, et omnium sanctorum etc., come si ricava dalla rubrica che dice: Osculato altari, accedit ad cornu eius sinistrum. Giunto al luogo dove sta il messale, si volta verso di questo, e stando dritto col corpo e colla testa, principia l'Introito (e non per via) a voce alta, e si segna colla croce; e lo prosiegue colle mani giunte collo stesso tuono di voce alta.

 

Al Gloria Patri fa un inchino semplice, ma massimo verso la croce, senza alzare gli occhi, e così starà sino al sicut erat; nel fare un tale inchino bisogna un pochetto volgere anche il corpo, secondo la pratica più ricevuta, essendo cosa più naturale. Quando poi ripete l'introito, non si segna. Il Gloria Patri nell'introito si lascia solamente nelle messe de' morti e di passione sino a pasqua; si dice però nelle messe de' santi o votive; e nel tempo pasquale si aggiungono due Alleluia.

 

Dopo detto l'introito, colle mani giunte, camminando con passo naturale, e perciò voltando il destro fianco all'altare, se ne va in mezzo di esso, ove a voce alta, alternativamente col serviente, dica tre volte Kyrie eleison, tre volte Christe eleison, e di nuovo tre altre volte Kyrie eleison. Avverta però di non principiarli, se non se dopo giunto in mezzo, e dopo fatto un inchino semplice massimo alla croce, senza alzare gli occhi. E ciò dee osservarsi sempre che va o parte dal mezzo dell'altare, eccettoché se poco prima di partirsi,


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o poco dopo giunto, si ordina la riverenza dal messale, come quando si bacia l'altare, o quando dopo il vangelo si dice il Credo, perché alla parola Deum si ordina la riverenza; così anche quando nelle quattro tempora di pentecoste si dice il Gloria in excelsis Deo (senza il Kyrie), perché al Deo bisogna far l'inchino.

 

Dopo detto l'ultimo Kyrie, stando ancora dritto nel mezzo dell'altare, apre le mani alla larghezza del corpo, dicendo Gloria, e le alza sino alle spalle, in guisa che le punte delle dita non passino il naso; e dicendo in excelsis, le giunge avanti il petto, ed inchina la testa dicendo Deo, senza però alzare gli occhi. Questo inchino Merati vuole che sia semplice minimo, ma a me pare che debba essere semplice massimo, come al Gratias agimus, mentre questo inchino si fa alla parola Deo; tanto più che lo stesso Merati dice che nel dire il Credo ed il Gloria nel giorno di sabbato fra l'ottava di pentecoste, in giungersi in mezzo dell'altare non si fa inchino, perché si fa poi immediatamente alla parola Deo del Gloria e del Credo, e questo inchino egli già vuole che sia massimo.

 

Notisi che malamente fanno alcuni, che aprendo le mani le calano e le pongono sopra l'altare; poiché immediatamente debbono le mani disunirsi (senza calarle) e porsi in guisa che una palma riguardi l'altra, e non passino l'altezza né la larghezza delle spalle.

 

Dopo detto Gloria in excelsis Deo, prosiegue l'inno nella medesima positura, tenendo le mani unite avanti il petto, e così continua sino alla fine; ma quando dice Adoramus te, gratias agimus tibi, suscipe deprecationem e l'altro Iesu Christe, fa l'inchino semplice massimo. Nel fine, quando dice cum sancto Spiritu etc., si segna colla croce distinguendo le parole così: quando dice cum sancto, ponga la destra in fronte; quando dice Spiritu, la metta sotto il petto; quando dice in gloria, la porti alla spalla sinistra; quando dice Dei Patris, la porti alla spalla destra, e quando dice amen, unisca le mani. Tonnellio però ed altri, a' quali pare acconsentire Merati, dicono che può farsi di meno di unire le mani, giacché subito si hanno da disunire, né tale unione viene precettata dalla rubrica. E lo stesso va per la fine del Credo e per lo benedictus qui venit etc. dopo il Sanctus, come dell'omni benedictione coelesti, perché subito si hanno da disgiungere al Memento de' morti.

 

Il Gloria si dice sempre che nell'officio si dice il Te Deum. Si lascia nelle messe de' defunti e votive, eccetto quelle che si dicessero della Madonna nel sabbato, o quelle degli angioli, o che si celebrano solennemente pro re gravi; oppure, se non viene prescritto altrimenti dal messale, come nel giovedì e sabbato santo, ne' quali giorni si dice il Gloria, quantunque nell'officio non vi sia stato il Te Deum, poiché in questi giorni l'officio non concorda colla messa.

 




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