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S. Alfonso Maria de Liguori
Delle cerimonie della messa

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CAP. VI. Dell'epitola sino all'offertorio.

 

Dopo recitate le orazioni, il sacerdote avendo poste le mani sopra del messale o sopra l'altare, in maniera che le palme delle mani tocchino il messale, o nel modo che più gli sarà comodo, purché niuna delle mani stia sospesa in aria, leggerà la pistola con voce chiara; ed in fine l'abbasserà con dare un'inflessione per far accorgere il serviente che sia finita, acciocché risponda, Deo gratias: e lo stesso faccia nel fine del vangelo. Nel medesimo tuono di voce dirà il graduale, il versetto o il tratto o la seguenza. Se si ha da inginocchiare nell'epistola, o in qualche


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versetto d'appresso, lo faccia con un solo ginocchio, appoggiando le mani sull'altare, senza calar la testa. Se si nominerà il nome di Gesù nell'epistola, si giri verso la croce un poco, e faccia il dovuto inchino; se il nome di Maria o del santo corrente, s'inchini coll'inchino medio alla Vergine, minimo al santo, ma verso il messale: e questo vale per ogni occorrenza, nella quale si hanno a nominare i suddetti nomi, siccome si è notato. Detto il graduale, in tutto l'anno si dicono due alleluia, e poi il verso e dopo questo un altro alleluia. Nel tempo pasquale in vece del graduale si dicono due versetti e quattro alleluia, secondo l'ordine che sta notato nel sabbato santo.

 

Finito che avrà il sacerdote il graduale e le cose seguenti a quello, subito lasciando il messale aperto se ne va al mezzo dell'altare colle mani giunte avanti il petto; ivi giunto alza gli occhi verso la croce, e subito gli abbassa profondamente inclinato, senza appoggiare le mani all'altare; ma tenendole fra sé e l'altare, dice con voce bassa: Munda cor meum etc. Iube Domne benedicere: Dominus sit in corde meo etc. Se il serviente fosse piccolo, e fosse costretto il sacerdote a trasportare il messale al suo luogo, nel passare faccia l'inchino alla croce, e posto il messale al suo luogo, ritorni in mezzo a dire il Munda cor meum etc. come di sopra.

 

Dopo ciò, colle mani ancora giunte avanti del petto, andrà al corno del vangelo, ed ivi, aggiustato il messale in modo che non guardi il prospetto, ma l'angolo dell'altare, senza però appoggiarvi sopra né le braccia né le mani (che terrà giunte davanti al petto), dirà, stando voltato verso il messale, col capo e corpo diritto, a voce intelligibile, Dominus vobiscum. Di poi, disgiunte le mani, e posta la sinistra sopra del libro, colla polpa del pollice della mano destra, non coll'unghia, segna colla croce il messale nel principio del vangelo. Mentre fa questo segno di croce distenda tutta la mano destra, tenga la palma verso del libro, e le quattro dita tutte unite insieme, e frattanto ponga la mano sinistra sopra il messale, e poi la ponga sotto il petto, e colla medesima polpa del pollice diritto farà tre altre piccole croci, nella fronte, nella bocca, e nel petto, tenendo totalmente la mano destra colle altre dita distese, e la palma verso sé. I segni delle croci si distribuiranno colle parole, v.gr. dicendo, Sequentia o Initium, segnerà il libro: sancti evengelii, segnerà la fronte: segnerà la bocca niente dicendo, perché dee star chiusa: dicendo secundum Ioannem etc., segnerà il petto.

 

Dopo che il ministro avrà risposto Gloria tibi Domine, il sacerdote unisce le mani avanti il petto, e legge il vangelo a voce chiara, piegando la testa ai nomi di Gesù o di Maria o di altro santo verso il messale; e così pure, se si ha da genuflettere.

 

Finito il vangelo, il sacerdote, alzando un poco il messale con tutte due le mani, s'inchina alquanto, bacia il principio del testo del vangelo, dicendo, Per evangelica dicta etc., con voce sommessa.

 

Baciato il messale, l'avvicinerà col cuscino o lettorino, con tutte due le mani, verso il corporale, in maniera che possa leggere comodamente dal mezzo dell'altare. Indi, se non


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ha da dire il Credo, giunto nel mezzo dell'altare, tenendo le mani giunte avanti del petto, bacierà l'altare: ma se vi è il Credo, stando in piedi, e subito stendendo, alzando e giungendo le mani, principia il Credo con voce chiara e distinta, come si è fatto al Gloria.

 

Alla parola Credo stende ed alza le mani; alla parola in unum le giunge; alla parola Deum cala il capo; e non si alzano né gli occhi né il capo. Prosiegue come al Gloria: alla parola Iesum Christum fa l'inchino semplice massimo. Dicendo Et incarnatus est, con molta divozione e posatezza col ginocchio destro principia la genuflessione, e la terminerà alle parole, et homo factus est, alle quali parole dee essere già col ginocchio sopra la pradella, senza calar la testa, contra l'opinione di pochi. Prima della genuflessione pone le mani distese sull'altare, e un piede indietro, sì per non toccare col ginocchio sinistro il palliotto, sì per non dover cacciar fuori il piede destro dalla pradella, lo che non dee farsi mai, se non se la pradella fosse tanto stretta, che non potesse farsene di meno. Alla parola adoratur si fa l'inchino semplice massimo alla croce: alle parole et vitam venturi seculi, si segna colla croce, come in fine del Gloria, distribuendo le parole così: mentre dice et vitam, toccherà la fronte e 'l petto; dicendo venturi, toccherà l'omero sinistro; quando pronunzia seculi, toccherà l'omero destro. E per fare ciò conviene che si proferiscano queste parole posatamente. Alla parola Amen può unire le mani; ma se non le unisce non è difetto perché non è domandato dalla rubrica. Tonnel.1.

 

Il Credo si dice dopo il vangelo in tutte le domeniche, ancorché in quelle si facesse l'officio di un santo, nella di cui messa non si direbbe se accadesse in qualche altro giorno. Di più in tutte le feste del Signore e di Maria ss., degli apostoli ed evangelisti, nelle feste degli angioli, come di s. Michele, s. Gabriele, s. Rafaele, e degli angeli custodi. In tutte le feste de' dottori che sono doppie; nelle dedicazioni delle chiese; nel giorno della consacrazione della chiesa o altare, e nelle ottave, ma non dell'altare, perché non v'è ottava della consacrazione dell'altare.

 

La dedicazione della chiesa si celebra col rito di prima classe, tanto nella città, quanto nella diocesi: ma l'ottava si fa solamente nella città. I regolari la debbono celebrare di seconda classe, senza l'ottava, come dal decreto della s.c. de' riti 11. febbraio 1702. Nelle feste titolari della chiesa, cioè del patrono del luogo o titolare, si dice il Gloria e Credo. Si è detto della chiesa, perché nelle feste titolari di qualche cappella o altare nelle messe private non si dice il Credo, ma solo nelle solenni cantate. Se il titolare sarà della cattedrale, avrà il Credo solamente, non già l'ottava. Dicesi anche il Credo in tutte le ottave e feste de' santi, che occorrono fra l'ottava, nelle chiese (non fuori di quelle) che hanno qualche insigne reliquia, come la testa, braccio, gamba, o altra parte del corpo, dove il santo avrà sofferto il martirio, purché sia intiera, e non piccola, e legittimamente approvata dall'ordinario. Nel giorno della creazione e coronazione del papa, e nell'anniversario; come pure nel giorno dell'elezione


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e consacrazione del vescovo. Nelle feste principali degli ordini religiosi, e tra le ottave nelle chiese del medesimo ordine solamente. Nella messa votiva solenne pro re gravi. Nelle altre feste poi non si dice il Credo, se non fosse nelle chiese di cui sono titolo, o se sono patroni.

 




1 Lib. 1. t. 4 n. 2.




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