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S. Alfonso Maria de Liguori
Dissertazione sulla povertà

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Testo

 


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G. G. M. T1.

 

In S. Matteo a c. 10 il Signore diede precetto agli Apostoli, mandando loro a missionare: «Nolite possidere neque aurum, neque argentum, neque pecuniam cet., neque sacculum, neque peram, neque panem, neque calciamenta, neque virgam»2 cet.

 

In quanto a questo precetto risponde per 1.a Ludolphus Sax.3, Vita Christi, c. 51, p. 237, l. 74, e dice cosi: «Liberat eos ab omni sollicitudine, dicens: “Nihil tuleritis in via, neque aurum”» cet.5, et p. 238 in fine6: «Et quia quodammodo nudos miserat, severitatem praecepti temperavit, dicens: “Dignus est operarius cibo suo”7. Id est: provideatur necessarijs ad vitam, quasi dicens: tantum accipite quantum in victu et vestitu vobis necessarium est, iuxta Apostolum: “Habentes victum et vestitum, his contenti simus”8».

 

«Ecce quare praecepit [eis] nihil ferre, quia omnia debentur eis pro labore; de iure enim naturali est, ut illis qui serviunt communitati a communitate provideatur. Non ergo prohibuit eis ferre necessaria ad sustentationem, sed ut demonstraret haec eis deberi ab illis quibus praedicarent. Nec omnino enim praecepit eis illa, sed magis


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ad revocandum eorum affectum ab amore temporalium, ut non quaererent superflua, sed eis sufficerent necessaria»9.

 

Per 2.o si risponde esser chiaro che quello fu precetto particolare per quella sola missione a' Giudei, acciocché co 'l disprezzo de' beni terreni persuadessero loro essere eglino Apostoli del vero Messia. E costa dall'istesso Evangelo versetto 510: «In viam gentium ne abieritis» cet., e perciò dice Alapide11 che poi in S. Luca 23, 3512, parlando di questa missione, ricordò loro Giesuchristo: «Quando misi vos sine sacculo et pera cet., numquid aliquid vobis defuit»? E poi13 li disse che avessero preso sacculo, pera e gladio, intendendo per lo tempo dopo la sua morte, come S. Crisostomo, S. Ambrogio ecc. appresso Alapide14, con S. Tommaso 1-2, q. 108, a. 2, ad 315, dove dice espressamente che con questo passo di S. Luca tolse li precetti particolari dati agli Apostoli, quando li mandò a predicare a' Giudei. E ciò così dovea essere, dice Alapide, che andando li Apostoli alle Genti, per all'ora nemiche, che l'avrebbero al principio discacciati, era necessario che andassero proveduti16 .

 

Circa poi il possesso de' beni temporali, dice l'Alapide17 che se Giesuchristo non ebbe dominio in particolare, l'ebbe in commune co 'l


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collegio degli Apostoli, come dicesi in S. Gio. 12, 6 di Giuda: «Loculos habens», e c. 4, 8 andando in città, «ut cibos emerent».

 

«Igitur - conclude Alapide18 detto c. 12 [di] S. Gio.- ex hoc exemplo Christi sequitur perfectioni nihil derogare, habere bona in communi uti habent Ordines religiosi, uti definit Jo. 22, Extr., Ad conditorem, t. 14, c.19.

 

O' trovato20 di più che detto Gio. 22 nel c. seg. 4 dichiarò eretico chi dicesse: «Redemptorem et Apostolos non habuisse aliquid in speciali nec in communi, cum contradicat Scripturae Sacrae, quae in plerisque locis ipsos nonnulla habuisse asserit»21.

 

Sulla quale parola asserit la glossa22 viene a distinguere in quali luoghi la Scrittura dice che Giesuchristo e l'Apostoli possedevano beni. E dice così la glossa: «Assertio ista reperitur [in] Matt. c. 2, ubi Magi obtulerunt Christo aurum cet23. Item reperitur Petrum domum habuisse, Matt. c. 8 (n. 14). Item in Evangelio Matt. legitur c. 924, quod Matthaeus domum habebat in qua cum Christo multi discumbebant»25. E questa è l'opinione che asserisce il P. Suarez appresso Calin.26 super l'Evangelo l. 6, c. 1227 in fine28, esser sentenza


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probabile e sana, ciò è che S. Pietro anco dopo il voto di povertà possedesse la sua casa nominata in S. Matt. detto c. 8 e in S.M. c. 1, quando vi entrò Giesuchristo a sanargli la socera29. Come anche si sa, dice Cal., che prima e dopo la risurrezione di Giesuchristo l'Apostoli si valsero delle loro barche, contuttocché avessero detto: «Ecce nos reliquimus omnia»30. Consistendo, dice Cal., la perfezzione della loro povertà con avere affatto abbandonato tutti i loro beni coll'affetto. - Che che sia però di questo.

 

S. Tommaso 2-2, q. 188, a. 7 propone questo dubio: «Utrum habere aliquid in communi diminuat perfectionem Religionis?», e risponde che no con S. Prospero31, il quale dice: «Satis ostenditur, et propria debere propter perfectionem contemni et sine impedimento perfectionis posse facultates communes possideri».

 

E poi discorre così S. Tommaso che la perfezzione non consiste nella povertà, ma nell'imitazione di Giesuchristo, mentre la povertà altro non è che un mezzo per la perfezzione, perché libera l'uomo dalla sollecitudine.

 

Ma quando si possedono facoltà per quanto bastino al vitto, benché tal possesso porti qualche sollecitudine, nulladimeno dice il Santo che tale sollecitudine - perché non molto impedisce - non ripugna alla perfezzione della vita cristiana: «Non enim omnis sollicitudo a Domino interdicitur, sed superflua et nociva. Unde dicit Augustinus in S. Matt. c. 632, “Ne solliciti sitis”: “Non hoc dicit ut ista non procurentur, quantum necessitatis est, sed ut non ista intueantur et propter ista faciant quod in Evangelij praedicatione facere iubentur33».

 

Oltrecché poi, soggiunge S. Tommaso, altra è la sollecitudine circa i beni particolari, altra circa i beni communi: «Nam quae circa proprias divitias adhibetur, pertinet ad amorem privatum quo quis se temporaliter amat. Sed sollicitudo quae adhibetur circa res communes pertinet ad amorem charitatis, quae non quaerit quae sua sunt, sed communibus intendit. Et quia Religio ad perfectionem charitatis ordinatur, quam perficit amor Dei usque ad contemptum sui, habere


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aliquid proprium34 repugnat perfectioni, sed sollicitudo circa bona communia pertinere potest ad charitatem».

 

«Ex quo patet, conclude il Santo, quod habere superabundantes divitias est impedimentum perfectionis, licet totaliter non excludat eam; habere autem de rebus exterioribus, sive mobilibus sive immobilibus, quantum sufficit ad simplicem victum, perfectionem Religionis non impedit».

 

Così parla il Santo generalmente per tutte le Religioni. Parlando poi per le Religioni particolari, quale povertà loro convenga, dice così: «Si paupertas consideretur ad speciales fines Religiosorum, tanto erat35 perfectior Religio quanto habet paupertatem magis proportionatam suo fini».

 

E parlando per quelle Religioni a cui si conviene la maggior povertà, come sono le Religioni istituite a bene dell'anime, dice: «Talem Religionem decet paupertas talis quae minimam sollicitudinem ingerat. Manifestum est autem quod minimam sollicitudinem ingerit conservare res usui hominum necessarias tempore congruo procuratas»36. Notatempore congruo procuratas’. E soggiungendo il passo di S. Giovanni: «ut cibos emerent», conchiude: «Ex quo patet quod conservare pecuniam et quascunque alias res communes37 ad sustentationem est conforme perfectioni quam Christus docuit suo exemplo». Notaquascunque alias res’. Il che si riferisce a ciò che disse di sopra: «de rebus sive mobilibus sive immobilibus». Et nota «perfectioni quam Christus docuit».

 

E perciò, dice Alapide38, ciò è per l'esempio di Giesuchristo e perché non ripugna alla perfezzione il possedere in comune: «Veteres fundatores (li quali certamente non anno avuto avanti gli occhi per giungere ad una [vita] perfetta che l'esemplare della vita di Giesuchristo) sanxerunt ut Religiosi possideant bona in communi, ut sine cura vacarent orationi, studio, praedicationi, ut [patet] ex constitutionibus S. Basilii, Augustini, Bernardi, Dominici cet». E perciò dice Alapide39, eccetto la Religione Francescana che à per scopo la somma


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povertà, all'altre Religioni per detti fini «convenientius et perfectius est habere bona in communi». Così, dice40, che i solitarij attendono meglio alla solitudine, e quelli che attendono alla predicazione «austeritatem cum charitate in proximum compensant».

 

Aggiungo che S. Gaetano41, che è stato l'unico istitutore della regola di vivere di providenza, non solo ebbe avanti gli occhi l'imitazione della vita di Giesuchristo, quanto la glorificazione dell'attributo divino della Providenza, secondo apparisce dall'Evangelo che ci propone la Chiesa nel giorno della sua festa42. E con ciò ebbe ancora fine il Santo di abbattere la bestemmia di Lutero che negava la Providenza43; e perciò nella chiesa di S. Maria della Vittoria a Chiaia44 sopra la porta picciola sta dipinto S. Gaetano, e sotto Lutero che dice: Non est Providentia Dei.

 

Viva Giesù e Maria

 




1 Giesù, Giuseppe, Maria, Teresa. Invocation-dedication usually written by Alphonsus at the top of his manuscripts, often repeated at the end, sometimes at the top of every page. The form of the invocation varies: G. M. e G. = Giesù (Gesù); Maria e Giuseppe; sometimes the holy names are preceded by a V= Viva.



2 Mt X 9-10.



3 Ludolphus a (de) Saxonia (c. 1300-1378), first Dominican, later Carthusian. His book Vita Christi (editio princeps c. 1470) was widely read in the Latin original and in translations from the fourteenth through the eighteenth century.



4 Alphonsus quotes the work indicating the pages and once even the line, a thing he hardly ever does. From this it is quite clear that he had an edition in hand. Which one we could not identify. Ludolphus: has therefore to be considered as a direct source of Alphonsus, at least in this case. He is not listed among Alphonsus'direct sources in G. CACCIATORE, Le fonti e i modi di documentazione, in Introduzione generale [alle] Opere ascetiche di S. Alfonso M. de Liguori, Roma 1960, 181-237: Distribuzione delle fonti dirette.



5 Ludolphus de Saxonia, Vita Jesu Christi, Parisiis-Romae (Vict. Palmé) 1865, 223, col. 2: «Deinde ab omni eos liberat sollicitudine [...] dicens: Nihil tuleritis in via» cet.



6 Ibid. 224, col. 1: «Et quia quodammodo nudos et expeditos ad praedicandum discipulos Dominus miserat, severitatem praecepti in sequenti sententia temperavit, dicens» cet.



7 Mt X 10.



8 1 Tim VI 8. Wording a little different.

9 Ludolphus de Saxonia, op. cit. 224, col. 1: «Ecce quare praecepit eis nihil ferre» cet.



10 Mt X 5.



11 Cornelius a Lapide (Cornelis Cornelisz van den Steen; 1567-1637), Commentaria in Scripturam Sacram, accurate recognovit ac notis illustravit Augustinus Crampon, tomus XVI, complectens expositionem in SS. Lucam et Joannem, Parisiis (Lud. Vivès) 1860, 264, col. 1.



12 Recte 22, 35.



13 Lk 22, 36.



14 Cornelius a Lapide, op. cit. XVI 264, col. 1, quotes S. Chrysostom and S. Ambrose but also some recent authors such as Jansenius and Maldonatus, not mentioned by Alphonsus.



15 This place of the Summa Theologica is not quoted by Cornelius a Lapide.



16 Cornelius a Lapide, op. cit. XVI 264, col. 1. [Dixit Dominus]: «At iam mihi et vobis tanta instat persecutio, tantum vitae periculum, ut secundum humanam prudentiam videatur necessarium sibi et suae vitae consulere, ac per sacculum et peram de annona, per gladium de tuenda vita cuique prospicere, ideoque vendere tunicam, ut gladium comparet quo vitam tueatur».



17 Cornelius a Lapide, op. cit. XVI 505, col. 2 (comment on Jn XII 6): «Recte colligunt Jansenius et alii, Christum cum suo Apostolorum collegio habentem loculos, ipso facto suoque exemplo ostendisse Ecclesiam licite habere loculos et opes, nec derogare perfectioni, habere commune marsupium pro sumptu opportuno et moderato».

Ibid. 356, col. 1 (comment on Jn IV 8): «Hic etiam nota, Christum tunc non mendicato vixisse sed pretio quod sibi a Magdalena aliisque feminis oblatum, ipse non ut proprium sed ut commune cum Apostolis possidebat».



18 Cornelius a Lapide, op. cit. XVI 506, col. 1: «Igitur ex hoc Christi exemplo sequitur perfectioni nihil derogare, habere bona in communi, ut habent passim Ordines religiosi, uti definit Joannes XXII, Extravag., Ad conditorem».



19 Corpus Iuris Canonici, Pars II Decretalium collectiones, ed. Lipsiensis 2a, [quam] instruxit Aemilius Friedberg, Lipsiae (B. Tauchnitz) 1881, 1201-1236, Extravagantes Ioannis Papae XXII, coll. 1220-1236: Tit. XIV. De verborum significatione, coll. 1225-1229: Cap. III. «Ad conditorem». This chapter is quoted by Cornelius a Lapide, op. cit. XVI 506, col. 1.



20 Chapter 4 «Cum inter nonnullos» is not quoted by Cornelius a Lapide, loc. cit.



21 Corpus Iuris Canonici, ed. cit., II 1229-1230. The text is also found in Denzinger-Schönmetzer nn. 930-931. The word asserit is underlined by Alphonsus.



22 La glossa, that is the commentary which in old copies of the Corpus Iuris Canonici is printed around the text.



23 Mt II 11.



24 Mt IX 10.



25 Extravagantes tum viginti D. Ioannis Papae XXII tum communes suae integritati una cum glossis restitutae, Venetiis (apud Iuntas) 1595, 102. The comment at the word asserit is very long. Alphonsus gives only the beginning of it in a condensed form.



26 Calin. must be a slip of the pen for Cal., which abbreviation occurs several times later on in the manuscript. Fr. Douglas took Calin. in his transcription for Calmet (Augustin; the famous French commentator of Holy Scripture). But the places referred to are not found in Calmet's commentaries on the gospels of St. Matthew and St. John.



27 Jn XII 6.



28 Cornelius a Lapide, op. cit; XVI 506, col. 2 quotes the Spanish Jesuit Francisco Suarez.

29 Mt VIII 14-15 and Mk I 29-31.



30 Mt XIX 27. Cornelius a Lapide, op. cit. XV 432, col. 2.



31 Iulianus Pomerius (ps. Prosper), De vita contemplativa, lib. II, cap. 9. PL (Migne) 59 (1847) 453.



32 Mt VI 25.



33 Aurelius Augustinus, De opere monachorum. cap. 26. PL 40 (1845) 573; CSEL 41 (1900) 581, 7-10.

34 The word proprium is underlined by Alphonsus.



35 Recte: erit, as in St. Thomas'text.



36. This quote from St. Thomas is also found in Cornelius a Lapide, op. cit. XVI 506, col. 1.



37 These words are underlined by Alphonsus.



38 Cornelius a Lapide, op. cit. XVI 506, col. 1.



39 Cornelius a Lapide, op. cit. XVI 506, col. 2: «At vero aliae Religiones alios habent fines pios et sanctos, ad quos convenientius est habere bona in communi, quare hoc in iis congruentius et perfectius est».

40 Ibid. «Qui vero praedicationi et missionibus ad infedeles vacant, inter homines versentur et magnis viribus sint oportet, ut magnos instituti sui labores sustinere valeant, quare austeritatem vitae charitate in proximum compensant».



41 St. Cajetan (Gaetano da Thiene; 1480-1547), founder of the Order of the Theatines (Rome 1524). «Dalla devozione dei fedeli egli è invocato quale ‘Santo della provvidenza’»; Dizionario degli istituti di perfezione IV (1977) 1013.



42 The feast of St. Cajetan is celebrated on the 7th of August, the day of his death. The gospel in the proper Mass is Matthew VI 24-33. The Roman martyrology mentions on August 7 St. Cajetan as the one who «singulari in Deum fiducia, pristinam apostolicam vivendi formam suis colendam tradidit».



43 It is difficult to understand this assertion correctly and to determine its source: anyhow, so much is certain that Luther did not deny Divine Providence. In his work Trionfo della Chiesa ossia Istoria delle eresie colle loro confutazioni, Naples 1772 - also several later editions and translations in various languages - Alphonsus has a long chapter on Luther (history, doctrine, refutation) in which the allegeddenial of Divine Providenceis not mentioned.



44 This church was built in the seventeenth century in Naples to commemorate the victory of Lepanto (1571). St. Cajetan labored in Naples for about ten years and is buried there in the basilica of S. Paolo Maggiore, next to the monastery of the Theatines.






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